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in archivio dal 08 gen 2019

Aurelio Zucchi

07 febbraio 1951, Reggio Calabria - Italia
Segni particolari: Amo definirmi uno "scrivente".
Priorità assoluta è il mare, poi viene tutto il resto.

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  • sabato alle ore 12:23
    Il ricamo

     
    Ai margini del tempo si consuma
    il pregiato ricamo dei ricordi,
    perfetto e colorato a tal punto
    da farmi creder d’esser prediletto.
     
    In verità il merito l’affido
    ai silenzi di tenere aurore,
    al ciao d’albe complici e lucenti,
    ad un colore o forse mille del mio mare.

     
  • 11 ottobre alle ore 18:45
    Verso l’inverno

     
     
    Verso l’inverno
    la via è lastricata di gobbe
    e il fango già si fa largo.
     
    L’aria ancora non è fredda
    ma copro le spalle per cercare
    quel tepore che mi fa sentire meglio.
     
    Verso l’inverno
    ordino e raccolgo i miei anni
    per mantenerli più al sicuro.
     
    Forse sarà la paura del buio
    che prima davvero non conoscevo
    ingenuo come sono sempre stato.
     
    Verso l’inverno
    proteggo il cuore dalle tempeste
    e intanto bevo questi ultimi raggi di sole.

     
    *
    Anno di stesura 2014

     
  • 07 ottobre alle ore 1:57
    Dove le onde, in sincronia perfetta

    Come quando non ho voglia di fissare altro
    se davanti ho il sorriso di un bambino,
    allo stesso modo, se il mar m’è lì di fronte
    non guardo quasi mai il cielo su di me.
     
    Ma quel meriggio di settembre fui distratto
    dal fragore di un tuono impertinente
    che decretava cosa buona e giusta
    rinunciare all’idea di andare a pesca.
     
    Ricordo astruse forme di nuvole  obese
    abbassarsi sempre più e mostrare il ghigno.
    Non ebbi paura neanche d’un vanesio lampo
    che vidi contorcersi fino al confine del tempo.
     
    Così, dalla mia duna preferita
    scesi giù con calma verso la battigia
    dove le onde, in sincronia perfetta,
    muoiono di bellezza e nella bellezza rinascono.
     
    Fresche, or mi lambivano or mi toccavano
    i piedi offerti come pegno della mia fedeltà.
    Non so per quanto tempo feci sosta
    su quella striscia d’imperdibili miracoli.
     
    A sera mi fu detto di un forte temporale
    con acqua a catinelle e a fare danni.
     
    Non era stata la mia acqua…
     
    *
    Roma, 07/10/2020

     
  • 04 ottobre alle ore 11:56
    A caccia della fantasia perduta

     
    In spalla un fardello d’amarezza,
    il pur incerto passo rompe il silenzio
    di vicoli inodori, orfani d’aria di casa,
    tra vetrine ubriache di led per lettere cubitali 
    in perenne attesa di occhi che le guardino.
     
    I panni stesi sui fili tra i balconi
    non concedono rossi, bianchi, gialli, verdi o azzurri
    e seccano al sole il grigiore delle loro stoffe.
    Non stridono, come avrei fortemente voluto,
    con l’abbandono servito da un progresso mal pensato.
     
    Giù in fondo, dopo il bar “Caffè su Marte”,
    lo slargo s’apre, grande. Qui lo chiamano la “nostra piazza”,
    soprattutto certi giovani fruitori di birre ed altro.
    Oggi non mi va di andarci, stanco di vedere
    lattine e bottiglie vuote sui bordi della fontana rinascimentale.
     
    Tornerò a casa per salvare la mia fragile pelle di poeta
    senza smarrire la mia gravosa ingenuità, qui,
    da qualche parte di queste becere solitudini.
    Calcherò ancora questi sentieri, forse domani o domani l’altro,
    non per autolesionismo ma per trovare almeno orme.
     
    Orme, fossero anche deboli, di quella fantasia
    che una volta vedevo volare leggera nell’aria
    per poi, come prima pioggia di primavera,
    bagnare le menti e i cuori più teneramente bisognosi
    di costruire senza sconti vita, amori e sogni.
     
     
    *
    Roma 01/10/2020

     
  • 15 settembre alle ore 11:40
    Al primo tic d’una nube stramba

    È inutile pensare a chissà che,
    sarà una notte come tante altre.
     
    Mi avvolgeranno gli antichi dubbi
    mentre il mio letto io strapazzerò
    alla ricerca di quella posizione
    che mi consenta di dormire al meglio.
     
    Al meglio, intendo, solo per sognare
    o, perlomeno, perché chiuda gli occhi
    per districarmi tra cento nebulose
    e in pieno nero scorgere una luce.
     
    La vita va ed è impossibile fermarla
    anche in quest’ora della finta pace.
     
    Intanto, fuori, quanti cuori pulsano?
    Quante e quali note staran porgendo
    le belle musiche dal senso eterno?
    Della felicità, intendo io quel senso.
     
    Poveri cuori, anch’essi immersi
    in fondi di cielo che terso appare
    per poi, al primo tic d’una nube stramba,
    aggrovigliarsi nel più ostinato grigio!
     
    Anno 2009

     
  • 04 settembre alle ore 12:25
    La carezza del mio giorno che muore

     
    Quasi un segno per chiedermi perdono
    d’avermi dato accumulo d’affanni,
    la carezza del mio giorno che muore
    mi consegna nelle mani del tramonto.
     
    Sembra dirmi, mentre sfiora questa cute,
    che la sera finalmente sta arrivando
    tutta lesta a concedere alla notte
    privilegio di vedermi tutto nudo.
     
    La carezza del mio giorno che muore
    lascia il passo a sua maestà il silenzio,
    a quell’ora in cui mi libero del vento
    e la seta della luna io indosso.
     
     
    (Anno di stesura 2008)

     
  • 12 luglio alle ore 20:20
    Della poesia, anima e corpo

    Disagio mi procura la parola
    che non plana così come vorrei
    sull’alveo della mia poesia.
    È come vedere un ruscello secco
    assetato di quell’acqua equa
    che dia verso al giusto scorrimento,
    oppure il corpo d’una campana
    tanto armonioso nella sua fattura
    quanto privo d’anima, del suono.
    Poeta sofferente allor mi appaio
    e metto in discussione il tentativo
    di replicare emozioni e farne dono. 

     
  • 11 luglio alle ore 11:38
    Quando un angelo verrà

     
     
    Quando un angelo verrà a casa mia,
    prima ancora di far varcar la soglia
    mi accosterò alla finestra più vicina
    per accertarmi che invece della luna
    ci sia il sole dei mezzodì d’agosto.
     
    Poi, dopo essermi scusato,
    appenderò le ali nell’ingresso,
    lo accompagnerò di là in salotto,
    gli offrirò la mia poltrona preferita
    e cercherò di metterlo a suo agio.
     
    Intanto che sdraiato prende fiato,
    riempirò la caffettiera, quella da due.
    La metterò a sbuffare a fuoco basso
    e andrò a rispolverare dalla cristalliera
    le due tazzine con le fresie rosse incise.
     
    Se l’angelo non mi farà annunci,
    lo aggiornerò sul come ora procede
    la vita mia e quella dei miei amori
    che, nel silenzio, io lascerò dormire
    per evitare che mi credano sonnambulo.
     
     
     
     
    *
    (11/05/2009)
     

     
  • 05 luglio alle ore 11:30
    Disinganno

    Miravo a stelle per rubarne luce
    con cui inondar l’anima e il cuore
    ma si spegnean al primo sguardo mio.
     
    Chiedevo al sonno mare e solo mare
    per ripartire dal miglior fondale
    ma l’alba mi svegliava tra le antenne.
     
    Cadean versi su foglio immacolato,
    frantumi al tocco della bianca carta,
    racconti persi in un intenso affanno.
     
    Il sogno che si avvera non esiste
    se non per chi, poeta fino in fondo,
    s’aggrega lesto al volo del miraggio.
     
    *
    14/07/2015

     
  • 01 luglio alle ore 21:01
    A mia madre

    Se il tempo la smettesse
    di ricordarmi la tua assenza,
    avrei più tempo di vederti qui,
    in carne ed ossa,
    fianco a fianco.
     
    Infilerei le curve del tuo viso,
    riempirei i solchi della tua vecchiaia
    e toccherei i cieli di quegli anni
    come accadeva sempre
    quando tu mi sorridevi.
     
    Da questa età che avanza
    ti guardo e ti riguardo ancora.
    Mi frusta a sangue, oggi,
    la smania d’afferrarti tutta
    ma... neanche un lembo del vestito a fiori!
     
    Se il tempo iniziasse
    a fare rotta in quel passato,
    avrei più tempo di rivederti lì,
    in carne ed ossa,
    fianco a fianco.
     
    Se mi desse finalmente retta,
    raschierei i miei errori
    come quando, alla lavagna,
    cancellavo i nomi dei cattivi
    quando entrava la maestra.
     
    ***
    Nel maggio del 2007, non so per quale particolare motivo, il pensiero a mia madre è stato più forte del solito da quando il 22 Settembre 1989 l'ho persa. Così è nata questa poesia che in luglio 2008 ho deciso di rendere pubblica. Quando guardiamo alle nostre esistenze e a quelle che nel tempo diventano sempre più saldate al nostro io, si ha quasi l'idea che il personale bagaglio di affetti e sensazioni non possa essere "esportato". Credo che tutto ciò avvenga per un’errata interpretazione del delicato pudore o della delicata gelosia per tutto quanto attiene alle nostre esperienze più intime. Mia madre é mia e mia resterà per il resto dei tempi, naturalmente, ma ho voluto pensare a quanti, nel ricordo della propria, non trovano la forza e il coraggio di esprimere dolore, tenerezza ed affetto. Spero quindi che qualcuno/a possa identificarsi in questi versi e a quel qualcuno/a ritengo quasi giusto regalarli. Faccio tutto ciò nell’assoluta felicità del dare e nel ricordo, indistruttibile, di mia madre.
     
    *
    Anno di stesura 2007
    Poesia tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia - 06/2010 – Prefazione di Angela Ambrosoli)
    Testo premiato alla XXXVI Edizione del Premio Firenze 2008 - Pubblicata nell’Antologia “Quando la poesia diventa vita”

     
  • 22 giugno alle ore 12:10
    Quelle stelle torneranno

     
    Le stelle che ricordo più splendenti,
    le stesse stelle ammirate fino all’alba,
    si son del tutto perse, ormai ingoiate
    da un cielo vorace che non amo.
     
    Mondate d’ogni grumo degli affanni,
    nella notte del più intimo riscatto
    torneranno per spezzare quest’attesa
    così che possa finalmente rivederle:
     
    dal mare mio per sigillarne i riflessi
    o anche da questa finestra perché io goda
    del viraggio dei colori dal nero alla luce
    ed incidere sogni sul cobalto.
     
    *
    18 Maggio 2014

     
  • 22 giugno alle ore 1:11
    A giocare con gli azzurri del cielo

     
    E onda dopo onda,
    quando leggerai questo messaggio
    forse sarò ancora in preda ai sogni
    e ti vedrò sdraiata su una nuvola
    a giocare con gli azzurri del cielo.
     
    Mi basterà questo per cogliere a volo
    almeno la coda di quella serenità
    che inseguivamo tra la casa e il mare
    per fare un giro attorno alla vita,
    madre mia!

     
  • 17 giugno alle ore 13:39
    Preda che scappa

    Preda che scappa
    é il mio miglior passato,
    zampa di ricordi in corsa,
    occhio vispo nella macchia.
     
    È mira che trema
    nella destra stanca, 
    tasca bucata controvoglia
    per non perdere futuro.
     
    È bottino che svanisce
    nei pascoli dell’oggi,
    coda tra i pruni spinosi,
    lunga come notte che t’aspetti.
     
    Giuro, ritenterò la caccia
    nelle ore che non vedo,
    che nemmeno sento
    in questo tempo che sbadiglia.
     
     
    *
    Anno di stesura 2006
     

     
  • 05 giugno alle ore 0:19
    D’improvviso divento piccolo…

     
    In questa notte che tosta m’insegue
    quasi un esperto ladro fossi adesso,
    io chiedo aiuto a Dio e ad altri
    chiamando i loro nomi all’infinito.
     
    Mi tocco il viso - lo sento liscio -
    e poi i capelli - moltiplicati a vista -
    e gli occhi spalanco a dismisura
    per non indurli al precoce sonno.
     
    Nel buio rido, faccio fesso il buio
    e una luce quasi sempre uguale
    si mette in mezzo tra le mie paure
    e mi ubriaca, mi colora e dura!
     
    Con un così fausto soccorso
    riporto indietro, quasi a spasso, 
    il tempo che nel tempo mi divora.
    Il mio letto lo sto chiamando treno.
     
    Sono un vigliacco o non so che cosa,
    domani ristrapperò un senso alla vita,
    solo che adesso in questa lunga corsa
    io so di non rimproverarmi affatto.
     
    D’improvviso divento piccolo…
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2008
    Menzione Speciale I Ed. Premio Int/le Arti Letterarie “Thesaurus” Sezione poesia inedita “Trofeo Salvatore Quasimodo” (2012) 
     
     

     
  • 30 maggio alle ore 20:50
    Anch'io ho paura

    Aspetto l'ora giusta.
    Persisto nel distanziar la morte,
    accetto i pegni che sono da pagare
    in un percorso avido di prove.
     
    Dimmi, intanto, che sembianze hai,
    se sei da immaginare mia coscienza,
    se è soltanto sciocca confusione
    vedere in te la cara madre mia.
     
    O forse tu sei me, piccolo uomo,
    quando lanciai la prima sfida
    a fare carne di quei primi sogni
    dove spiare la trama del romanzo?
     
    A sera, nei momenti che mi avvito
    alla ricerca dell'angolo migliore,
    ti parlo, angelo mio, e poi ti invoco
    per essere sicuro che ci sei.
     
    Intanto che decidi di mostrarti,
    del tuo respiro dammi un cenno,
    disegna là sulla parete azzurra
    gabbiani che sorridano di me.
     
    Ti prego, non contare troppo
    sulla promessa che mi sono fatto
    di coltivare vita più che posso
    perché del non morir mi illuda.
     
    D'accordo, continuo a guardare stelle,
    nel cuore incastro flussi di marea,
    ma rassicurami, fa' presto!
    Anch'io ho paura!
     
     
    Anno di stesura 2010

     
  • 10 maggio alle ore 12:40
    Madre mia!

     
     
    Quando ti chiederò aiuto,
    ancor prima  d’indovinar perché,
    posa le tue mani su di me
    e… accarezzami, madre mia!
     
    Come allora, antalgico sarà
    quell’indugiar d’esperte dita
    sull’umido spasmo  delle gote.
     
    Quando ti chiederò perdono,
    ancor prima  di concedermelo,
    metti gli occhi nei miei occhi
    e… accarezzali, madre mia!
     
    Come allora, fluido sarà
    quel complice danzar di sguardi
    di un amore impareggiabile.

     
  • 01 maggio alle ore 20:59
    Ed ansie colorai d’intense ingenuità

    Il tempo si fermò, non so per quanto,
    e vidi stelle dai contorni netti
    venirmi incontro e poi disporsi
    in riva al mare, a semicerchio.
     
    Non alba, non tramonto, solo luce
    versata tutt’intorno a rischiarare
    il microcosmo dove m’affannavo
    ormai convinto di non respirare.
     
    Guardai dentro me mentre l’onda
    andava a mescolarsi in mezzo agli astri,
    materia, acqua, miraggio in simbiosi
    a ricordarmi il sogno e la realtà.
     
    Tirai un gran sospiro di sollievo
    ed ansie colorai d’intense ingenuità
    inabissando i demoni accaniti 
    in quell’azzurro offerto agli occhi.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2014
     
     

     
  • 28 aprile alle ore 13:50
    Interludio

    Gradevole s’adagia il tramonto
    laggiù dove la retta d’orizzonte
    sembra avere un tenero sussulto
    nel viraggio tra l’orlo del giorno
    e la prima veste che cinge la sera.
     
    Non mi sorprende sentirmi piccolo
    se solo la mente consegno al tempo,
    all'aria che sollecita la notte
    a spostare l’apogeo dei misteri 
    verso l’incerta mia introspezione.
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2013
     

     
  • 22 aprile alle ore 11:29
    Sabbia tra le dita

     
    È sabbia tra le dita
    tutto ciò che ormai è andato,
    microsfere, coriandoli di vita
    tenuti in una mano sola.
     
    Come rena, si dileguano
    al primo respirar del vento
    e al minimo pulsar di vena
    si disperdono nell’aria terra.
     
    Come granelli, i più tenaci,
    alcuni me li sento appiccicati 
    e nell’ingenua pelle mia
    vorrei restassero per sempre.
     
    Sono i rimorsi mai cancellati,
    i disarmati plinti dei ricordi,
    dense lacrime che non asciugherò
    malgrado il sole le riscaldi.
     
     
     
    *
     2008
     

     
  • 16 aprile alle ore 11:43
    Torneranno le ore della quiete

    Torneranno le ore della quiete
     racchiuse negli scrigni delle fate
    venute per vedere da vicino
    capriole fatte da un bambino.
     
    - Allora, è vero! In noi tu credi!
    - Perché mai non dovrei?
    - Ma siamo sogni, soltanto sogni!-
    - Vedo il cappello e la bacchetta tocco!
     
    Avevano il sorriso delle madri,
    la leggiadria di limpide fanciulle,
    i colori della festa quand'è festa
    e del c’era una volta, la bellezza.
     
    Voleranno le aquile di nuovo
    sulle vette ormai dimenticate
    e con loro gli esultanti gabbiani
    sul mare della non solitudine.
     
    Canterà il coro dei nostri angeli
    or tramutati in icone incorniciate
    e invece da lì vorrebbero uscire
    per dimostrare quanto sono veri.
     
    È tempo coniugato al futuro,
    il tempo di speranze non evase,
    frantumate nell'oggi che corrode
    un accenno delle dolci nostalgie.
     
    C’era una volta, diremo anche noi
    e non per raccontarci altre fiabe
    ma per datare quel culmine dei grigi
    nei quali rischiammo di annegare.
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2012
     

     
  • 10 aprile alle ore 12:58
    Forse i fiori sbocciano ancora

     
    Vedo sogni appesi come panni
    sotto un sole del tutto impotente
    che pare quasi balbettare
    davanti a questa terra muta.
     
    Forse i fiori sbocciano ancora
    anche senza occhi che li possano guardare.
    Forse il mare fa più rumore,
    grida per farsi sentire da chi lo ama.
     
    La primavera ha quasi vergogna di esistere.
     
    In un tempo di silenzi prolungati
    si raccoglie quanta più vita possibile
    per conservarla nello scrigno dell'anima
    mentre vorremmo che le ore fossero giorni
    per dare inizio a una quiete assordante.
     
     
    Roma, 26 Marzo 2020

     
  • 04 aprile alle ore 21:01
    Non è, la mia, folle presunzione

    Inevitabile arrendersi alla morte?
    Sarà come voi dite…
    ma concedetemi,
    se non proprio il rifiuto,
    almeno il piglio di sfidar certezza
    armandomi del solo mezzo ammesso
    che mi permetta di coccolar la vita
    così come nel cuore custodiamo
    il ricordo d’una persona amata.
     
    Non è, la mia, folle presunzione
    il mescolar le carte già assegnate.
    È il forte anelito dei belli
    che se allo specchio capita guardarsi
    si vedono i capelli ancora folti
    e gli occhi esprimer l’impazienza
    d’esser portati in giro per il mondo
    e di cader nel nuovo che li acceca.
     
    Non è, la mia, folle presunzione
    da essere confusa con la paura tetra.
    È solo il volo di un gabbiano triste
    che cerca in cielo aperto il suo riscatto.

     
  • 26 marzo alle ore 12:11
    Versi ribelli

    Parole in disordine,
    vaganti sul bianco
    ancor prima d’esser graffi
    nei punti più adatti in sincronia
    con quanto vuole la rabbia dettare.
     
    Mare e luna si mettano da parte!
    Poesia ribelle, questa,
    che inasprisce e decolora i sogni
    con versi piegati a condanna
    d’inopportuno tempo avverso.

     
  • 24 marzo alle ore 12:15
    Una difficile primavera

     
     
    Al sorger d’ albe pressoché uguali
    a notti che di sonno non ho riempito,
    cedo molecole del non abbandono
    e sento il vero sapore immeritato.
     
    Vanno avanti, le indifendibili ore,
    e sembra che io non abbia il tempo
    di volgere un solo sguardo d’affetto
    verso il sole di questa primavera.
     
    Cerco gli incavi della tenerezza,
    ascolto a convenienza ogni ragione
    ma è solo spavento il destreggiarmi
    nel tic tac d’eccessiva sofferenza. 
     
     
    Anno di stesura 2011 
    Menzione Speciale I Ed. Premio Int/le di Arti Letterarie “Thesaurus” Sezione poesia inedita “Trofeo Salvatore Quasimodo” (2012)
     

     
  • 02 marzo alle ore 13:41
    Tra le braccia dell'oggi

     
    E son qui, col peso degli anni
    che greve al crepuscolo appare
    e lieve diventa al sorgere del sole.

    Qui - tra le braccia dell’oggi -
    conquisto le ore del declino
    in esse versando aria frizzante.

    Aprirò tutti i pori al pensiero
    di volerli riempir di frescura,
    ossigeno del nuovo sogno.
     
     
    2010
    (Poesia dedicata al poeta e scrittore Danilo Mar)
     

     
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  • 16 giugno alle ore 12:10
    Il cuore di pietra

    Come comincia:  
    Al tramonto mancava qualche ora. La strada, seppur in discreta ascesa, era gradevole nonostante quei marciapiedi troppo stretti. In alcuni punti Simone sembrava un improbabile equilibrista tanto evidente era l’impaccio nel mantenersi ben messo, ritto per evitare di invadere l’asfalto. Stimolato dal luminoso fine pomeriggio, aveva scelto di fare a piedi l’ultimo tratto.
    La provinciale era trafficata. In tanti rientravano verso i propri paesini dopo una giornata di lavoro in città o nei campi giù a valle. Simone aveva parcheggiato la sua auto qualche chilometro prima, in uno slargo sicuro. Lì, gustando un buon caffè, aveva ripassato bene a mente le indicazioni ricevute da Chiara, una poetessa amica di vecchia data. La stessa titolare del chiosco bar, una tipa pittoresca e sognatrice, gli aveva confermato l’eccellenza e il mistero del luogo dove si stava dirigendo.
    Proseguendo nel cammino, l’attenzione volgeva al paesaggio, agli arbusti sparsi qua e là, alle prime foglie in via di decadimento, a qualche fiore selvatico, alla graduale riduzione della luce del sole. Peccato che, trattandosi di una strada tutta interna alla costa, non potesse ancora osservare il mare. L’aria pulita, fresca e godibile ricordava quella di un amabile metà settembre. La colorazione del cielo offriva suggestioni tanto numerose quanto capaci di fare scoprire un sofà su cui sostare fino al sopraggiungere di un qualunque sogno.
    Tra immagini della natura e prolungate romanticherie, giunse a una curva in un punto dove la carreggiata si restringeva non poco. Udì un brusio, poi le note inconfondibili di una banda e cori, preghiere, grida d’invocazione e canti intervallati da momenti di silenzio.
    Preceduto da un prete piuttosto anziano, il quadro della Vergine era incastonato in una cornice molto larga, illuminata da piccole lampade. Da buon cattolico, Simone fece d’istinto il segno della Croce. La Madonna dell’Addolorata sembrava volesse guardare fin dentro i suoi occhi sbigottiti. Totalmente invischiato in una scena inaspettata, dopo qualche minuto si ritrovò in mezzo ai fedeli al seguito della sacra effige. La stranezza della situazione consisteva nel fatto che centinaia di persone andavano verso una direzione e lui soltanto verso quella opposta. Gli vennero in mente i documentari sui salmoni  che risalgono i fiumi.
      Col trascorrere del tempo, un crescente nervosismo si stava impadronendo di lui. Pensando alla destinazione finale, doveva assolutamente trovare una rapida soluzione per evitare quel caos ma la strada stretta e nessuna via d’uscita disponibile acuivano le difficoltà a liberarsi dalla morsa. Allungò quindi il passo stando molto attento a non scontrarsi con chierichetti, bambini, donne, uomini e soprattutto vecchiette. Una di queste lo guardò con sospetto e un’altra, a mani rigorosamente giunte, gli rimproverò aspramente di non avere alcun rispetto per la cerimonia. Effettivamente Simone rappresentava un intralcio al transito di una moltitudine di gente di cui non era la velocità a preoccuparlo ma l’altissima densità distribuita in lungo e in largo su quel tratto di provinciale.
    A una ragazza (quant’era bella!) domandò:
    «Sai dirmi quanto manca per il “Cuore di pietra”?»
    «Ah, conosco benissimo quel posto! Dopo la prossima curva c’è un casolare diroccato. Vai a sinistra e continua sul sentiero in terra battuta per circa duecento metri. Vedrai tre querce. Guardati attorno e troverai ciò che cerchi.»
    «Sei gentile e carina, grazie! Mi chiamo Simone.»
    «Io sono Greta. Se vuoi, ti posso aspettare all’uscita del Santuario.»
    «Quale Santuario? Dove si trova?»
    «Siamo quasi arrivati. Ancora dieci minuti di processione e svolteremo verso il boschetto.»
    Un po’ confuso e forse emozionato, Simone fu tentato di mettersi al fianco di Greta e abbandonare il progetto iniziale. Decise, però, di continuare il suo cammino. Si scambiarono i numeri di cellulare e la salutò:
    «Chissà, magari avremo modo di rivederci, ciao e grazie!»
    Per un attimo, ma soltanto per un attimo, riguardò il cielo. Affrettò il passo e, approfittando di una sosta del corteo, sfruttò i varchi liberi per passare. Urtò più volte persone tutte assorte nella preghiera e visibilmente disturbate dalla sua presenza. I minuti intanto passavano, ormai erano le 18,30. Soltanto mezzora per essere puntuale. Da svelto il passo diventò di corsa e lo slalom cui fu sottoposto lo fece quasi sorridere poiché, a dire il vero, non era mai stato un atleta. Le vecchie Superga che portava ai piedi, tuttavia, gli furono d’aiuto e finalmente raggiunse la coda della processione. Sistemando i jeans all’ombra di un muro di sostegno, guardò indietro per valutare meglio la marea di gente dentro la quale si era, suo malgrado, infilato.
    Adesso bisognava soltanto correre. Sudato e nervoso, sollecitò al massimo la forza dei suoi ventiquattro anni in quella lotta contro il tempo. In certi punti la pendenza del percorso era assai critica ma non ci fece caso. Tirò comunque un sospiro di sollievo quando, finalmente, infilò il sentiero in terra battuta. Si concedette qualche attimo per prendere fiato. La totale assenza di nuvole favoriva ancora un’ottima visibilità ma l’azzurro del cielo virava già verso toni lievemente rosei. Riprese a volare scansando rami secchi e sassi taglienti. Le tre querce ora le vedeva. Bisognava soltanto oltrepassarle, cosa che gli riuscì agevolmente per poi trovarsi in mezzo ad un agglomerato di grandi sassi disseminati in prossimità di uno strapiombo sul mare.
    «Uhm, dove sarà questo cuore di pietra?»
    Si arrampicò su una roccia per godere di una visuale migliore. Da lì scorse ciò che andava cercando: il masso si trovava un po’ di metri sotto, proprio sul punto critico del precipizio. Scese giù prestando attenzione a non scivolare ed evitando di distrarsi alla vista della scogliera. Alla fine, stanco ma soddisfatto, raggiunse la pietra. Che strana! A parte la forma di cuore perfetto, guardandola da vicino, il colore tendeva al rosa e la superficie levigata, quasi lucida, pareva emanasse qualcosa di molto simile a energia.
    Simone era avvolto in una spirale di magia. Di fronte a lui il mare, il cielo e il sole, c’era di che sentirsi straricchi. Da quella posizione, lo sguardo attonito assorbiva l’essenza della sua profondità più interiore, l’anima. Sì, l’anima che a volte si pensa sia soltanto una derivazione psico-filosofica, eterea, e che invece quel ragazzo avvertiva come cosa concreta, un’appendice del corpo legata a muscoli e ossa, al battito del cuore, al proprio respiro.
    Il silenzio occupò la scena. Per rispettarlo, qualche gabbiano evitava di battere le ali, le ultime lucertole restavano immobili per non rumoreggiare strisciando, i passeri se ne stavano zitti quasi fossero stati privati del dono del canto. L’unico brusio proveniva da giù, dal mare con il suo costante toccare e lasciare la falesia. Lo strapiombo era inquietante eppure a Simone non sfuggì la schiuma delle onde che si disperdeva tutt’intorno per poi ricomparire in un gioco d’aria e acqua di frizzante sincronismo.
    Come quando stiamo sorbendo un cono gelato, piano piano per non privarci troppo presto dei nostri gusti preferiti, allo stesso modo lui sollevava gli occhi, lentamente, quasi col timore di abbracciare troppo presto il mare. Il variare dei colori sull’acqua lo incuriosiva a tal punto da chiedersi come cavolo facesse il sole a governare quelle sfumature di luce.
    Man mano che lo sguardo s’innalzava, si sentiva fortunato prigioniero della potenza della natura. Da quella prospettiva la linea dell’orizzonte coincideva con una retta impeccabile, spezzata qua e là soltanto dalle sagome delle navi di passaggio.
    Perché tanto stupore? Da sempre adorava il mare e chissà in quante altre occasioni lo aveva già ammirato, alba o tramonto che fosse. Adesso, questa era la novità, afferrava con più convinzione il bisogno della poesia. L’accorato invito di Chiara a non privarsi di quella veduta, lo aveva condizionato? Oppure, il cuore di pietra sul quale stava seduto, quasi ipnotizzato, nascondeva un qualche arcaico mistero?
    Nel frattempo il disco del sole, un cerchio che più perfetto non si può, si stava immergendo in quella retta. A Simone ricordò l’intingere un biscotto nel tè.
    Il giusto amalgama di aria, luce, vento, colori e correnti sfociava in una nitidezza ottica che non ricordava di aver riscontrato in altri luoghi. Il mare, man mano che l’occhio cercava sempre più il largo, sembrava dirgli: «Vedi quanto sono calmo?»
    Magnetismi, d’accordo, ma urgeva confondersi nell’appagante territorio di quiete. La bellezza, assaporata a piccole dosi, gli strillava la certezza di essere più vivo che mai. Infelicità, stress e fatica si allontanarono repentinamente e insieme con loro gli angusti locali del Call Center, dove trascorreva le sue giornate, legato come vittima sacrificale al totem del profitto d’altri.
    Fermarsi… fermarsi un po’ allo scopo di riscoprire fascino e sedare il vortice della tempesta d’ogni giorno. Fermarsi e, prima di affidarsi al tramonto, usare il linguaggio dei silenzi della mente rivolgendo la parola soltanto alle nuances in ordinato divenire sull’acqua, alle striature inafferrabili che il cielo incideva, al sole dai contorni così netti e vicini da poter esser toccato con mano.
    Peculiarità tanto necessaria quanto temeraria in una società artefatta, la sensibilità di Simone fluiva nel posto giusto al momento giusto. E fu per questo che non si meravigliò di sentire umidi i suoi occhi. Inzuppato di atmosfere ad alto tasso glicemico, ormai pretendeva che quella straordinaria stella non morisse più. E che paura lo assaliva quando, lo sguardo ormai consegnato al cielo, sentiva il rischio di intravedere parvenze di luna esordire nel “suo” teatro! Per allontanare questo pensiero, viaggiò dentro l’amaranto e sui vermigli di riflessi impareggiabili. Intanto, l’orizzonte aveva un tenero sussulto: il sole si offriva a metà, un semicerchio disegnato col compasso, una gigantesca lampara rossa. Simone, sempre più incredulo, ebbe un tenero ricordo per Marcello, un caro amico scomparso anni prima. Fu quel pescatore a fargli scoprire il mare di notte nel corso di una battuta di pesca.
    L’ora cominciava a chiamarsi sera e, intenso, il profumo di salsedine saliva dalla scogliera. Sul mare, i tocchi degli ultimi riflessi favorivano il formarsi di un cono di luce surreale all’interno del quale il ballo cadenzato delle onde si apriva e si chiudeva a loro piacimento. Ancora qualche orlo del giorno resisteva ma il meriggio stava per lasciare la scena al crepuscolo.
    Incendiato dagli impulsi di quelle seduzioni irresistibili, Simone si fece vincere dall’introspezione. Viaggiò a ritmi felpati all’interno della sua vita battendo i sentieri del riconoscimento dei propri errori ma anche quelli dell’autostima e della gratificazione per ciò che di giusto e leale era fino a quel momento riuscito a fare. Svolazzò nel futuro accompagnato dalla fiducia e dalla speranza per una vita, non solo la sua, migliore. Si soffermò molto sul presente perché tutto impregnato dall’incanto del luogo che stava vivendo.
    Per quanto felice di aver respirato un tramonto speciale e quasi esclusivo, un velo di tristezza lo colse quando, con le ombre della sera, si sentì solo.
    A Simone mancava l’amore di una donna, l’amore vero. Qualche esperienza e qualche flirt gli avevano lasciato solo tracce gradevoli, non segni inconfondibili. La visione romantica della giovinezza che stava cavalcando e del domani che era dietro l’angolo, precludeva all’esterno la buona ricezione del suo sentire. Un ragazzo per bene, amante della famiglia e dei buoni sentimenti non ha spazio - pensò - nella giungla del tutto subito e del tutto pronto.
    «Non devo demordere! Chiamo Greta e la raggiungo all’uscita del Santuario. A volte si potrebbe mirare a un lembo di cielo e conquistarlo se solo si alzasse lo sguardo.» - si disse.
    Quel giorno si era recato al cuore di pietra su deciso invito di una poetessa sua amica. Lo aveva fatto con la passione di un cercatore d’oro, con l’entusiasmo di un bambino nella caccia al tesoro, con la fame di emozioni da soddisfare. In quell’Eldorado ritrovò se stesso, la ricchezza migliore per non essere povero del tutto.
     

     
  • 22 gennaio alle ore 12:00
    Niente fretta, Auré!

    Come comincia: Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
    ***
    Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
    Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall’afa.
    «Hai fame?» domandò Peppe.
    Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sott’olio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
    «I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
    «Quando avranno fame…» replicò Peppe.
    Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
    «Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
    Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
    «Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
    «Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
    Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
    «Deve essere grosso, Peppe!»
    «Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!». 
    ***
     Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
    Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    (Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/2007 e sulla testata giornalistica on line www.quicalabria.it)

     
  • 20 luglio 2019 alle ore 11:35
    Come se ci fossimo amati

    Come comincia:  
    Il sole era ormai ubriaco del suo stesso esagerato calore. Cadeva in acqua tuffandosi piano sulla retta che separava il cielo dal mare di Sabaudia. Visibilmente affascinato da questa leggiadria, Saverio, nell’attesa di Fabiana continuava a seguire l’evoluzione di un tramonto per lui così importante. Probabilmente, in una sorta d’irriverente sfida, il pensiero era corso al “suo” mare di Pentimele, in quel di Reggio Calabria dov’era nato e dove aveva vissuto la giovinezza prima di trasferirsi a Roma. Il suo animo romantico ancora una volta non lo abbandonava e non a caso aveva voluto scegliere, sarebbe meglio dire imporre, lui, il luogo dell’incontro.
    “Pensavo non venissi.”
    “E perché mai? Ti dissi, se ben ricordi, che adoro questo tratto di spiaggia. Lo trovo riposante. Non c’è mai tanta gente e, per quanto isolato, un panino e una birra li rimedi sempre. Stasera poi alla vecchia pianola del bar c’è Nico, mio cugino.”
    Saverio guardò con insistenza la collega d’ufficio per registrarne l’aria che sentiva già gradevole. Come in cuor suo aveva sperato, quei capelli neri non erano stati legati alla nuca. Fluivano con garbo sulle spalle e sulle orecchie e in parte anche sulla fronte senza per questo sacrificare alla vista il verde degli occhi. Pantaloni e camicetta attillata, Fabiana vestiva di bianco e ciò gli appariva strano sapendo quanto quella donna amasse i colori. Per fortuna non aveva dimenticato di indossare il foulard smeraldo che a lui piaceva tantissimo. In quei ventotto anni vi era straripante bellezza da cogliere e custodire con cura.
    In azienda i primi approcci promettevano bene. Giorno dopo giorno s’infittivano. Si arricchivano di qualche confidenza in più e si coloravano d’intimità per via di certi tentativi di messa a fuoco, ancora timidi ma promettenti. E tuttavia, sul lavoro, stavano obbedendo al rituale rispetto dei ruoli e all’esigenza di trovare un comune riparo da occhi indiscreti e orecchie un po’ troppo deste.
    “Se penso al rientro in ufficio, sento già il gelo dell’inverno! Come sono andate le ferie? ” - domandò Fabiana.
    “Quando torno a Reggio, per me va sempre bene. Tu, però, goditi questi ultimi giorni e fammi la cortesia di non pensare al commendator Marengo.” - rispose Saverio, tradendo un tono pressoché paternalistico.
    Il viso di Fabiana s’incupì:
    “Non nominarlo, ti prego. Non sopporto quel vecchio fanatico e fargli da segretaria mi procura un senso di fastidio e disistima.”
    Tutte cose che Saverio sapeva, nonostante fosse trascorso poco tempo dalla sua assunzione come direttore editoriale della Maredit S.p.A.
    Scrittore di lungo corso, non poteva certo definirsi un romanziere di successo. A dire il vero, qualche riconoscimento importante non era mancato ma ciò di cui avvertiva costantemente l’assenza era l’ispirazione illuminata per un progetto narrativo di più alto respiro che pure aveva sempre inseguito. Così, forte di un’intensa esperienza maturata nei salotti letterari dell’Urbe, pensò bene di fare gavetta come critico letterario presso una piccola casa editrice e successivamente presso un’altra, più grande, che gli consentì di fare un buon salto di carriera accettando la Maredit. I suoi cinquant’anni, considerata la crisi economica, erano quindi ben difesi in attesa di tempi migliori. Di contro, sotto altri aspetti più personali, quell’età nascondeva notevoli insidie. Qualche storia d’amore di buona intensità e un’altra, più seria, non furono del tutto fortunate e non è il caso adesso di andare a cercare i motivi e i colpevoli. Abituato da sempre a stare in mezzo alla gente, era cosciente del fatto che vivere da solo non lo realizzava compiutamente. Del single riusciva, però, a cogliere certi vantaggi. Si appropriava di un senso di più ampia libertà che lo metteva nelle condizioni di sgocciolare ugualmente un’esistenza dignitosa in cui c’era spazio per i rapporti umani e per qualche amicizia da coltivare.
    In questo collaudato microcosmo, Fabiana era un’opportunità da non trascurare e nel cuore di Saverio, man mano che i due si conoscevano meglio, quella donna ora rischiava di andare a occupare uno spazio delicatissimo. La sensibilità di Saverio costituiva un pericolo per entrambi. In lui la predisposizione a percepire in anticipo reazioni e contro reazioni dell’animo umano, tracciava un viatico di sofferenza affettiva. La serietà che riversava nel fiutare e sentire amore verso l’altro sesso rappresentava un freno nella capacità di prendere iniziative convincenti per dar vita a un serio rapporto.
    In Fabiana, l’iniziale approfondimento di pregi e difetti caratteriali e il passaggio a una comune visione intima e reciprocamente gratificante, incuteva timore. L’ultima delusione sentimentale, di cui aveva parlato a Saverio, le aveva lasciato un segno netto, inconfondibile, una cicatrice ancora lungi dal sentirla guarita.
    Intanto il sole stava completando il suo tuffo. I lampioni e l’insegna del piccolo bar presto si sarebbero accesi.
    “Dai! Avviciniamoci un po’ a riva.” - disse Fabiana la cui attenzione era stata catturata da una barca con i fianchi verdi e azzurri e sulla quale un pescatore stava sbrogliando una rete.
    “Ascoltami mio caro Saverio. Se tu guardi attentamente quella rete, vedi me. Io sono tutta ingarbugliata e devo trovare il bandolo per liberarmi.”
    “Posso provarci io, posso farcela.”
    “No! Devo farlo da sola. Soltanto così potrò ritrovarmi integra, pronta per sentirmi utile.”
    “Non so se mi sto innamorando di te, ma so che se mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    “Cos’è? Un meraviglioso incipit per il tuo prossimo romanzo?”
    “No, Fabiana. È Saverio Marra che ti sta parlando qui in riva al mare, in questo fine agosto e davanti a questo sole che prima di tramontare del tutto vorrebbe essere testimone di quanto ho detto.”
    “La tua è un’affermazione che mi pare non richieda risposta, o sbaglio?”
    “Richiede comunque una replica, qualunque essa sia.”
    “E allora concedimi di dirti anch’io una cosa… non so se non mi sto innamorando di te, ma so che se non mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    Il viso di Saverio si rabbuiò:
    “Che sciocco sono stato a prefigurarmi una bella storia. I sogni d’amore sono sempre i più difficili da realizzare. Diventano utopie quando si vorrebbero fondere armonicamente cinquant’anni da una parte e ventotto dall’altra. Scusami Fabiana. Sono un ingenuo, un romantico perdente.”
    “Non mi sento pronta per questo viaggio da fare insieme ma sappi che ti voglio bene. Se anche tu me ne vuoi, ho un’idea meravigliosa.”
    “Dimmi.”
    “Tu scrivi bene, sto leggendo il tuo ultimo libro.”
    “Non capisco cosa c’entri con l’idea meravigliosa…”
    “Quando tornerai a casa, accendi subito il PC e fai lavorare la tastiera senza sosta. Dai inizio a un nuovo romanzo, al nostro romanzo. Racconta questa nostra storia e portala a compimento, esattamente per come l’avevi immaginata. Vedrai, sarà come se ci fossimo amati.”
    Saverio annuì non senza averle prima dato un bacio.
    Sulle note di “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, Fabiana lo afferrò per un braccio, gli sistemò il giubbotto blu, gli passò una mano sui baffi, gli accarezzò i capelli brizzolati e spalancò un sorriso:
    “Forza Saverio, andiamo ad ascoltare la pianola di Nico. Stasera offro io: una pizza, una birra, un caffè e del whisky. Ma non farci l’abitudine, eh!”
    Il sole affondava l’ultima parte di semicerchio. Il mare già faceva da guardiano alla sera che, quieta, avanzava per fare spazio alla notte.