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in archivio dal 08 gen 2019

Aurelio Zucchi

07 febbraio 1951, Reggio Calabria - Italia
Segni particolari: Amo definirmi uno "scrivente".
Priorità assoluta è il mare, poi viene tutto il resto.

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  • 01 ottobre alle ore 15:45
    Ho sognato che sognavo

     
    Ho sognato che sognavo
    di mettermi in cammino all’alba
    ‘sì da rinascer nuovo nuovo
    come il giorno che mi accompagnava
    fino al raggiungimento della meta.
     
    Indossavo una tuta così azzurra
    da ingannare il cielo che s’apriva
    e bianca m’ero io tinta la barba
    per meglio trapassar le nuvole.
     
    Portavo con me alcuni ricordi,
    di certo quelli che non moriranno,
    ad esempio il peso lieve della vita
    o il colore del mare, già di per sé immortale.
     
    Lungo il tragitto, nell’aria nuova,
    i miei amori mi tenevano sveglio,
    ammesso che potessi addormentarmi
    nell’inseguire le tre fasi del tempo.
     
    Rividi infatti tutto il mio passato,
    quasi a me accucciato per una carezza,
    e il presente che mi confondeva
    per via del fatto d’esser già futuro.
     
    Giunto alla fine al lembo estremo,
    là dove a balbettare incominciavo,
    volsi lo sguardo al punto di partenza
    ma… avevo un piede nell’eternità.
     
     
     
     
     

     
  • 22 settembre alle ore 18:59
    DI LUNGA LUCE L’ESTATE SI COLORA

    Di lunga luce l’estate si colora
    quando gli azzurri  fanno a gara
    per dispiegare senza alcun compenso
    la vera mappa che ci fa felici.
     
    Non v’è bisogno di intestardirsi
    nella ricerca degli amori nuovi.
    Basta sdraiarsi sulla pietra a riva
    ed aspettar dal cielo un cenno
    che impartito gli verrà dal sole.
     
    Si correrà ad abbracciare il mare
    per farci raccontare antiche fiabe.
    Lui ci dirà del come innamorarsi.
     
    *
    07/07/2011

     
  • 20 settembre alle ore 11:16
    PER TE, DONNA! (Poemetto libero)

     
    Per te che ben riesci da bambina
    a far parlar le bambole di pezza;
    che fiaba dietro l’altra tu consumi
    come orsacchiotto del tuo lecca lecca.

    Per te che in lesto progredir degli anni
    infili vita nel primo anello oro;
    che di stupor materno attese sazi
    al nascer di felicità goduta.
     
    Per te che al sorger del propizio giorno 
    stai a guardare l’alba, il sogno e il mondo
    dentro due occhi ancora da venire
    eppure innamorata già ti senti.
     
    Per te che al primo volteggiar di gonna
    al suon d’una canzone ti vezzeggi
    e, briciola di donna, vai sicura
    alla ricerca del tuo primo amore.
     
    Per te che, furba, dopo colonizzi
    d’altra esistenza quei capelli al vento
    ed in un batter d’occhio apri e trastulli
    le prime voglie in un qualunque posto.

    Per te che a volte a testa e croce giochi
    con le medaglie su altri petti appese
    nel rischio odioso di lasciar morire
    l’inizio ambìto di possibil trame.
     
    Per te che in giorno di bouquet distendi
    anima e corpo nella tersa coppa
    e schiava e libera li agiti entrambi 
    sciolti nel corpo e in anima di lui;
     
    per te che sposa affascini all’istante
    fra trasparenze e benedette carni
    per poi ricever del rapporto il sunto
    e trattenerlo al tuo dominio netto.
     
    Per te che i gemiti li ascolti forti
    venir da grembo dall’amor difeso
    e i gemiti domi insieme al tempo
    perché nello splendor il figlio cresca
     
    per te che quelle stesse eterne fiabe
    ora le narri rivisitando gli anni
    e bimba nuova incredula ti scopri
    al vissero tutti felici e contenti.
     
    Per te che del tuo ruolo avuto in dono
    vagone fai da attaccare ad altri
    mandando qualche volta alla malora
    di femminilità lo specchio e il vero.
     
    Per te che d’ogni lacrima fai conto
    e conti non fai delle stille esterne
    quando a convincerti ch’ognuno soffre
    non ci si fa neanche all’evidenza.
     
    Per te che all’avvizzir di propria pelle
    t’intrappoli nel perché succede a me
    e acida divien quell’espressione
    testimonianza ritenuta eterna;
     
    per te che alla fin ti abitui piano
    e ancora accetti del sol palpate
    fino ugualmente a risentirti bella
    e con la vita inimicizia escludi.
     
    Per te ho eretto una torre mozza
    con i pilastri di cristal cobalto
    al centro di filare a semicerchio
    tra i riflessi di schiusi melograni.
     
    Per te, donna, ho redatto con la firma
    un trattato da seguace realista
    sulle tracce di Venere imperfetta,
    d’interminabili carezze ansioso,
     
    dei pianti inammissibili irritato,
    a zonzo tra felicità ammessa,
    per consegnare ad una scia del tempo
    l’innamorato ed il fallibil uomo.
     
     
     
    *
    Stesura anno 2009
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia 06/2010- Prefazione di Angela Ambrosoli) 
     

     
  • 13 settembre alle ore 19:15
    La notte del falò migliore

    Quando da queste mani aperte
    il mare è lontano, lontanissimo,
    nell’ora della calma solitudine
    io guardo sempre il cielo.

    Non più l’onda dei primi sogni
    dentro i grandi occhi scuri
    né l’imponente nave americana
    da seguire fino a non vederla più.

    Ora, qualche azzurro su di me
    e nuvole ad imitar le spume
    me lo ricordano, quel mare.
    Ma non è la stessa cosa, non è.

    Assente è la notte del falò migliore,
    acceso sottovoce sulla riva amica
    coi rami secchi a sfiorare l’acqua
    e poi vedere quant’eravamo bravi.

    Falchi e puledre disposti a mezzaluna,
    tutti a bruciare i giornali dei grandi,
    tutti a fissare il rosso che cresceva,
    la stanchezza messa un po' in disparte.

    L’amore, allora, si muoveva in fretta,
    al solo accenno d’uno sguardo appena,
    al primo vento di confuse tenerezze,
    al passo lesto dei migliori anni.
     
    *
    Anno di stesura 2007
    (Tratta da “Appena finirà di piovere” – Global Press Italia 06/2010 – Prefazione di Angela Ambrosoli) - (Pubblicata sul Mensile “Il Saggio” 09/2012)
    Testo pubblicato nell’Antologia “Versi diversi” 9 (Centro Culturale Studi Storici Il Saggio) 2008
     

     
  • 02 settembre alle ore 19:32
    Ciao Massimo!

    Versi dedicati a Massimo Reggiani, deceduto in questi giorni, ideatore e conduttore del  sito letterario Cantiere Poesia. Perdo un grande amico, una persona speciale, un amante della bellezza, della poesia e della convivenza civile.
     
    Ciao Massimo!
     
    La vita di molti uomini è un rozzo frullato
    con dentro errori, inganni e sciatti sogni
    sedimentati senza alcun controllo
    lungo tutta la curva irregolare del tempo.
     
    La vita di certi uomini è una soluzione trasparente
    di sani respiri, sorrisi, mani tese e veri sogni
    lasciati riposar nei più giusti ambienti
    lungo tutto l’arco del tempo ben vissuto.
     
    Di questi uomini rimangono le orme scolpite a fuoco
    sulle perenni certezze di coloro che li hanno amati.
     
    *
    Ti voglio bene!
    Aurelio

     
  • 01 settembre alle ore 2:24
    Mi preme

     
    A volte i sentieri della mente
    odorano  di quel  talco ammuffito
    che sfoca i ricordi sulla pelle
    o anche d’un falò in riva al mare
    che avrei voluto non spegnere mai.
     
    Mi preme, adesso, stringer tra le mani
    un tempo che mi vuol meno distratto.
    Almeno fino a quando dureranno,
    mi chiama ad alta voce ad annusare
    profumi d’una vita da serbare.
     
    *
    Stesura Anno 2020
     
     
     

     
  • 26 agosto alle ore 16:08
    Anamnesi

     
    Fu tempo breve, quello della giovinezza,
    un faro acceso sul futuro atteso,
    cadente stella da inseguire in fretta
    per la paura di perderla di vista.
    *
    Stesura 24/03/2015
     

     
  • 12 agosto alle ore 12:16
    Preludio d’alba

    Nel pieno d’una notte senza tempo
    dov’anche il vento, prono, par temerla
    aspetto l’aurora, la migliore.
     
    Paura d’esser troppo sol m’invade
    e non v’è sonno in vena d’aiutare
    questi miei occhi rintanati e stanchi.
     
    La voglia di trovar sicuro approdo
    mi spinge nel perimetro del cuore
    ma non mi basta, punto dritto al fulcro.
     
    Per isolar ricordi da afferrare,
    dolori e gioie sono in bella vista
    storditi dal passar lesto del tempo.
     
    Incantevole, una luce appare
    e del buio la coerenza infrange
    fermando accanto a me la bella corsa.
     
    Rimbocca la coperta, mia madre.
    Carezza ch’ogni mio timor annulla
    lampeggia per diradare il nero.
     
    Preludio d’alba ancora mi sorride.

     
  • 10 agosto alle ore 19:43
    L’ esploratore

     
    Non rifarò alcun  tuffo all’indietro
    per farmi bello di ricordi eccelsi,
    patinati, con cura custoditi
    nel salotto dell’anima  diletta.
     
    Nel tempo degli affanni vado fiero
    incontro all’ignoto dei miei giorni
    e sono esploratore d’emozioni
    in cerca di pretesti e stratagemmi.
     
    Avrò bisogno di canti d’usignolo
    e petali orgogliosi di rugiada.
    Andrò nel bosco dell’amica fata
    e Delia saprà come soddisfarmi.
     
    Avrò bisogno di limpidi versi
    per raccontarmi il nuovo mio fluire.
    Andrò alla miniera di parole
    al confine tra la mente e il cuore.
     
    *
    Roma, 09/08/2021
     
     

     
  • 08 agosto alle ore 12:11
    Davvero non si cresce mai

    Giorno dopo giorno chiesi a Dio
    i sogni che mi aveva destinato,
    i rumori del mio fiato d’uomo
    e le rose da donare a una lei.
     
    Giorno dopo giorno chiesi a Dio
    quanto tempo c’era da aspettare
    per smetterla coi pantaloni corti
    e coi sorrisi larghi da bambino.
     
    Lo supplicai di accorciare i tempi,
    di farmi specchiare grande e bello,
    vestito col vestito di mio padre
    e la cravatta a pois di mio fratello.
     
    Non mi rispose, assente…
    E dire che Lo pregavo tanto…
    la sera, al bacio di mia madre
    e la mattina, al bacio di mia madre!.
     
    Dunque, son due le cose, mi dissi:
    o Quello è sordo, e non ci credo,
    o sono forse io e forse è vero
    che più non seguo i passi della vita.
     
    Davvero non si cresce mai?
    Oggi che la mia barba é svelta,
    che ogni giorno sono di rasoio,
    ripenso ai balocchi che non ebbi.
     
     
     
     
    (2004)
     

     
  • 04 agosto alle ore 17:24
    In anima che non degrada

    Scorrono come schiume d’infinito
    nell’alveo dei pensieri inalterabili
    per poi sostare negli oblò d’attesa
    e lì sdraiarsi prima di entrar nel cuore.
     
    Che siano i suoni d’un vecchio carillon
    o i frastuoni d’ultima guerra accesa
    o i cristalli delle più svariate stille,
    nessun problema, lui è una casa.
     
    Felicità che non sappiamo raccontare,
    che mai sapiente oserà indagare,
    in controcanto si combinano ai dolori
    e insieme aspettano che passi il tempo.
     
    Li sedimenterà, l’indifferente tempo,
    senza però poterli infine evaporare.
     
    Quando i cristalli, i suoni e i frastuoni
    si insedieranno bene dentro il cuore,
    di lui non temeranno alcuna malattia
    giacché, al primo sintomo accennato,
    emigreranno in anima che non degrada.

     
  • 28 luglio alle ore 1:52
    Disegnatore di case

     

    Premessa

    La terrazza di casa mia (a Reggio Calabria in via Italia, quartiere Santa Caterina, dove ho vissuto fino al conseguimento del diploma di Geometra) e la passione giovanile per il disegno hanno ispirato questo componimento, fedele resoconto in versi di alcune tra le più belle immagini che ho nel cuore.
    Aggiungo, ma solo per completezza di informazione, che nel più bel cortile del mondo (quello della palazzina dove abitavo io) all’età di 10 anni incontrai un geometra intento a seguire dal vivo i lavori per la costruzione di un garage. Quella chiacchierata con l’uomo in cravatta, qui non esposta, mi fece innamorare di quel mestiere. Questa poesia vuole essere il ricordo di un sogno inevaso. Poi, infatti, la vita mi ha riservato altro, ma questa è un’altra storia…
    Aurelio Zucchi (Roma, 11/06/2009) 
    *
    Ricordi ancora quelle belle volte
    quand’aspettando il fine primavera
    o la fanfara della festa estate,
    staccavi scaglie di meriggi al giorno?

    Salivi, con la palla ed un fratello,
    per quei gradini che contavi sempre,
    le rampe di riverberi e fragranze
    e su quei muri si segnava un nome. 

    La vita era di mille vite insieme,
    pistacchio e cioccolato a far la torta
    che panna e frutta sormontavan tutta.

    Poteva capitarti un pezzo grande
    o il poco che giustificasse il gusto
    e succedeva che in quella fetta
    neanche l’ombra della bianca crema
    od il color di fragola o ciliegia!

    Ma poi, appena quella era ingoiata,
    tu t’accorgevi ch’era pure buona
    e, al diavolo, se per una  volta 
    il caso favorito non ti aveva.

    Lasciamelo dir,  la tua terrazza
    era a dir poco un po’ particolare
    qual campo noi da gioco pensavamo
    su un mattonato di seconda scelta
    pieno di gobbe ed indecenti crepe.

    Ma come facevate, tu e Antonello
    a tirar sempre quasi rasoterra?
    D’accordo, tu eri già un po’ calciatore
    ma lui …. che undici anni aveva appena?

    Quando alla fine stanco si sedeva
    o per falso dolore si lagnava, 
    per te era segno ch’era giunta l’ora
    della merenda che giù l’aspettava.
    Te lo prendevi in braccio a spupazzarlo
    e insieme guardavate il vostro mare
    e quindi, giù, correndo di gran lena
    a riportarlo al covo interno 6
    dove qualcuna l’aspettava fiera
    con nella mano pane e mortadella.

    Tu invece lesto sopra ritornavi,
    stavolta a due a due i tuoi gradini 
    che sempre tutti bene ricontavi
    per il timor d’averne perso uno.

    Lasciavi l’uscio d’abbaino aperto
    e t’affacciavi al vento e al parapetto
    dal lato di quell’ultimo tramezzo
    e da gendarme perlustravi il porto.

    Confessa, maledici quel palazzo
    che alto, troppo alto, t’impediva
    di buttar l’occhio pure sul naviglio
    verso quel molo nell’aperto mare?

    Chissà le quante volte t’hanno chiesto
    qual è il mestier che tu vuoi far da grande?
    Il pescatore o il marinaio oppur
    del faro più lontan sarai guardiano?

    Disegnator di case voglio fare
    tu rispondevi e non avei dieci anni,
    e, via, cucine letti sale e bagni
    tracciati e ritracciati sui quaderni
    per poi strapparli in mille e mille pezzi
    se una misura giusta non tornava.

    Poi nella vita tu hai fatto d’altro
    così come la vita t’ha permesso
    ma, per favore, se lo vuoi, mi tiri
    planimetrie perfette dal cassetto,
    con tutte le finestre della casa
    rivolte al mare che da quel terrazzo…?

    *
    Poesia vincitrice del XIV Concorso Internazionale di Poesia “Il Saggio-Città di Eboli” (Eboli 31/07/2010)
    Mensile Il Saggio 08/2010
    Menzione Speciale I Ed. Premio Thesaurus Sez. inedita “Trofeo Salvatore Quasimodo” (2012)

     
  • 26 luglio alle ore 13:04
    Dell’amore, secondo me

     
    Per caso, avete visto l’amore?
    Oh Signore, devo chiedergli un favore!
    Cosa dite? È birichino?
    Sì, lo so.
     
    Se lo prendo lo strapazzo.
     
    Non può esser che da sempre
    giochi sempre a nascondino.
    Ieri là, oggi qua, domani boh...
    si traveste ma... é sempre bello.
     
    Cerchiamolo, diamoci da fare!
     
    Tu! Vai in quella direzione
    dai bambini con il lecca lecca in mano,
    dalle madri colte al volo in un sorriso,
    da quei figli che lo hanno propiziato.
     
    Voi, invece, stazionate sotto il cielo.
     
    E aspettate, aspettate buoni buoni
    nostra luna con la scorta delle stelle
    verso cui lucidi occhi, quattro almeno,
    lanceranno tenerissimi sospiri.
     
    Dai, non perdiamo altro tempo!
     
    Qualche altro, dall’olfatto buono,
    si immetta nel sentiero di collina
    e controlli la freschezza tra i roseti
    o i profumi delle primule odorose.
     
    Forza, non restiamo imbambolati!
     
    Quattro o cinque, coraggiosi,
    per favore si dirigano pazienti
    all’inizio dell’amplissima radura
    dove udranno gridi di guerra.
     
    Non si arrendano alla prima eco!
     
    Specie là, la ricerca insista
    tra una bomba e un’altra ancora,
    tra le polveri delle vite ignare
    o tra sagome d’innocenti in fuga.
     
    Io dico che ce la faremo.
     
    Quanto a me, sto per recarmi
    nelle zone colorate, giù al mare,
    e aspettando che m’arrivi l’alba
    guarderò tra le pieghe delle onde.
     
    Chi lo trova, avvisi gli altri.
     
    Se lo prendi, quello è tipo che t’ascolta,
    che si scioglie in mille pezzi e te ne regala uno.
    Non prendiamoci la briga di rimproverarlo,
    dicono che lui ha sempre ragione.
     
     
     
    *
     
    Anno di stesura 2008
    (Tratta da “Appena finirà di piovere” – Global Press Italia 06/2010 – Prefazione di Angela Ambrosoli)

     
  • 14 luglio alle ore 12:05
    D'accordo, notte!

     
     
    Sei strana, notte, questa volta!
    Prima, arrivi in sella ad un cavallo bianco,
    sistemi come sempre il cielo a modo tuo,
    mi accendi ad una ad una lune e stelle.
     
    Poi? Che cosa mi combini, poi?
    Mi levi il dolce sonno dei ricordi,
    depenni a brutto muso nostalgie,
    nell’antro chiudi gli echi dei ventanni,
     
    mi metti il calendario sotto gli occhi,
    la mente mia fai correre agli impegni,
    il primo appuntamento è importante,
    per ricordarmi che domani arriva…
     
    Dimmi, cos’è che vuoi veramente?
    Che un mago strabiliante io diventi
    o faccia finta di non avere gli anni?
    O, addirittura, che rinasca oggi?
     
    D’accordo, vedrò di darmi un gran da fare
    già subito, sorbito il mio caffè bollente,
    e via, lungo affrettate strade di città
    a ricontare banconote e fare i conti.
     
    D’accordo, vedrò d’immergermi con cura
    in questa realtà che non convince,
    spianare tutta la fatica che mi attende
    per stare al gioco e rendermi attuale.
     
    Tranquilla! Prometto che ti obbedirò
    buttando in fossa fino all’ultimo ricordo,
    raschiando il cuore di antiche tenerezze,
    tuffandomi domani nell’oggi senza indugi.
     
    Ti giuro, allora, che passata l’alba
    mi vestirò a puntino con l’abito più nuovo
    ma adesso… sposta l’imbecille ombra
    poiché le ore in cui ti voglio assente
     
    son poche e tutte io desidero sfruttarle
    e non spiarmi se ancora mi farò tentare
    dal solito viaggio nel mio tempo andato,
    dal battibecco dei suoni e dei colori.
     
     
     
    *
    Anno 2005
    (Tratta da “Appena finirà di piovere” - Global Press Italia 06/2010 - Prefazione Angela Ambrosoli)
     
     

     
  • 12 luglio alle ore 13:25
    Del mare

     
    Del mare mi coglie il colore
    ed è magia l’invito a viaggiare
    su barche di carta costruite
    o su navi d’argento allestite.
     
    Del mare m’inebria il profumo
    ed è carezzevole il senso di pace,
    sdraiato ch’io sia sull’umile spiaggia
    o lindo e perfetto sul lido esclusivo.
     
    Del mare mi prendo il rumore
    ed è armonia quand’esso rimane,
    in piedi su asfalto che assilla il cuore,
    supino, di notte, del sonno in attesa.
     
    Non solo perché vivere voglio,
    non finirò mai di sognare.
    Fin quando l’azzurra distesa
    farà di me quel che vuole,
     
    io non morirò!
     
    *
    2009
    Testo pubblicato su Appena finirà di piovere (Global Press – 2010)
    Testo pubblicato nell’Antologia La “Goccia del cuore” di Gocce di poesia

     
  • 11 luglio alle ore 11:41
    Ci sono anch'io

     
    Niente amore questa notte.
    Lenzuola intatte, non si suda.
     
    Lei dorme e forse sogna il cielo
    mentre io, vinto alla grande il sonno,
    guardo un lento muoversi di curva,
    raggio di luna entrato nella stanza
    a separare chiari e scuri alla parete.
     
    Mi accorgo che ci sono anch'io
    tra i riflessi del pacifico silenzio.
     
    Il giorno andato mi rilascia vita
    da accatastare ai ricordi miei.
    L'alba forse ritarderà l'arrivo,
    regala più tempo per le verifiche.
     
    Le dita esplorano la dura pelle
    cogliendo qua e là scaglie di credito.
    Sto pensando che mi voglio bene,
    ci sono anch'io mentre lei dorme.

    (Poesia pubblicata)

     
  • 10 luglio alle ore 12:04
    Mediterraneo e basta

    Quando penso alla mia terra,
    le gialle colline si rintanano ad ovest,
    la città nuova si avvolge in un foulard
    ed io rimango felicemente solo.

    Solo, con l’azzurro che mai stinge,
    dentro ventri di colorate barche,
    lungo il molo della prima preda,
    nella sabbia di quel lido preferito.

    Tra le pieghe dell’età che avanza,
    metto a posto mediterraneo e basta
    come quando, diciottenne, mi curavo,
    diligente, di peccati e sogni a iosa.

    Chissà per quanto tempo ancora
    dovrò aspettare il giusto tempo
    per ritrovarmi nelle onde basse
    e nei sorrisi larghi d’una volta.

    Dispersi nell’afa benedetta
    di lunghe attese e corti pomeriggi,
    le voci, le chitarre e i ricordi tutti
    illudono le ore che oggi conto una a una.

    Le vergini polveri di sabbia e sale
    vorrebbero distrarmi come allora
    e come allora accecarmi nuovamente
    ma i miei occhi sono forti, oggi.

    Dimmi, mare perso, cosa devo fare
    perché io possa finalmente
    sigillare il cassetto dei ricordi
    in attesa che il futuro giunga.

    Dammi, mare ritrovato, la tua miglior fortuna
    perché io tocchi come la tua acqua
    i grattacieli, i display e i nuovi asfalti
    nel cambio rotta che comando.

    *
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia)
    Pubblicata dal Mensile Il Saggio 03/2010
    Vince il V Premio Internazionale Poesia, Narrativa e Arte “ALBATROS” 2007
    Premio Internazionale Poesia, Narrativa e Arte “ALBATROS” 2007

     
  • 09 luglio alle ore 12:17
    Chissà

     
    Chissà se basterà una vita
    per dire poi d’averla ben vissuta,
    per conquistare una solitaria rosa
    che primeggia nella valle più sperduta.
     
    E il mare, benedetto sia il mare,
    siamo sicuri d’averlo visto tutto,
    da quello tutti i giorni sotto gli occhi
    all’ultimo, incastrato non so dove?
     
    In più, da conteggiare c’è l’amore,
    l’amore senza sosta dato agli altri,
    quello meno frequente ricevuto,
    altri di cui non s’è capito niente.
     
    Sarà difficile averlo abbracciato tutto,
    da bimbo in culla che ci ha sorriso
    a donna donna che noi avremo amato,
    a Dio, lasciato un po’ così in disparte.
     
    Potessimo disporre d’altro tempo,
    vedere con ritardo l’ultima ruga,
    rimetterci a giocare a principi e fate,
    intingerci nel blu di nuove favole!
     
    Favole? Quali ci racconteremo
    quando per noi sarà arrivato il giorno
    di far finta di dormire solo un po’
    mentre la morte invece veglierà?
     
     
     
     
     
    *
    2009
    (Da “Appena finirà di piovere” - Global Press Italia 06/2010)
     
     
     
     

     
  • 08 luglio alle ore 13:40
    Semmai

    Vorrò stupirmi ancor quando sarò
    ai margini del tempo che rimane,
    ai piè di un’alba brilla di colori
    semmai potrò recarmi nei suoi siti ideali.
     
    Ovunque aria di mare si respiri
    io tenterò di esser testimone
    di un’onda amoreggiar con la scogliera
    semmai accederò al posto mio migliore.
     
    Accada che un bambin sorrisi apra
    chiamatemi vi prego con urgenza
    per fare in modo ch’io non me lo perda
    così da rivedermi nella sua ingenuità.
     
     
    Roma 30/05/2021

     
  • 05 luglio alle ore 14:49
    COLORARE L’ANIMA

     
    Come fa la notte a colorare l’anima?
     
    Eppur per sua natura è scura
    tranne quando sequestra la luna.
    La zittisce, lungo i tondi la ritaglia
    e la incolla dove il cielo raccomanda.
     
    Poi la stacca, falce o palla la riprende,
    l’accarezza, la plasma, l’ammaestra
    e la spreme contro l’offuscata volta
    perché succo d’una luce se ne ottenga.
     
    E allora, come fa la luna a colorare l’anima?
     
    Eppur per sua natura è luce riflessa
    tranne quando sequestra il mare
    o di un suo spicchio s’accontenta
    e lo incolla dove nascono gli amori.
     
    Bagna l’acqua, calda o fredda la pareggia,
    la dispiega, l’addolcisce, la inganna
    e da riva all’orizzonte la percorre
    perché incanto alla vista se ne ottenga.
     
    E quindi, come fa il mare a colorare l’anima?
     
    Sssss…….vi prego!
    Lasciamolo fare, all’identica maniera
    di come nella vita ci si innamora.
    A che serve chiedersi il perché?
     
     
    *
    Anno di stesura 2010
    Poesia pubblicata nell'Antologia "Versi Diversi” XII Edizione.
     
     

     
  • 22 giugno alle ore 20:45
    Chiederò mare in burrasca

     
    Bruco accovacciato,
    guardo le sabbie morte
    sbrunire i colori del mare.
    E non fiato, non fiuto, non ascolto.

    Sedato sopra l’aria stanca,
    vedo le acque di luna chiara
    bagnare gli anni della giovinezza.
    E parlo, fiuto, ascolto.

    Così,
    rinasco come alba
    che aspetto tra le danze
    inventate in questa notte
    dalle fantasie di un insorto.

    Al sole,
    che intanto s’alza,
    chiederò mare in burrasca
    perché la barca rimanga qui.
    Risentirò i suoni delle onde.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Stesura Anno 2000 
    Tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia – 06/2010)
    Pubblicata sul Mensile Il Saggio (07/2007)
     

     
  • 01 giugno alle ore 11:43
    Futuro (Haiku)

     
     
    il sole estrae
    orme di primavera -
    é già futuro
     

     
  • 26 maggio alle ore 11:14
    Vi chiedo di non spegnere le stelle!

     
    Deformi menti schiave del potere,
    predicatori di società allo stremo,
    macchinisti di politiche indecenti,
    vi chiedo di non spegnere le stelle.
     
    Lasciatemi la libertà nel cielo,
    quello scrutar le luci confortanti
    che solo le nuvole e non certo voi
    potrebbero decider d’annullare
     
    ……………………e mai per sempre.

     
  • 20 maggio alle ore 11:45
    Se adesso sei nei miei paraggi

    Mi occorre una fata d’altri tempi,
    vestita color seta della luna
    bagnata dalla luce dell’amore.
     
    Se adesso sei nei miei paraggi,
    dovrei lo so mutarmi in un bambino,
    inganno al quale vendermi non voglio.
     
    Ti chiedo quindi di guardarmi gli anni,
    di ricordar gli incontri già vissuti
    tra i sospiri dei pressanti sogni.
     
    Ti parlo, come allor, di desideri
    che benedetti aiutano a vedere
    la vita oltre il gelo delle siepi.
     
    Ricorderai… guardavo il mare
    frenando l’assillante tempo
    e ciglia non battevo per paura
     
    di perdermi un istante dell’azzurro.
    E gli parlavo, principe esordiente,
    d’altri  colori che quasi pretendevo.
     
    Se adesso sei nei miei paraggi,
    accogli il grido ingenuo che ti lancio
    e fammi riveder quel paradiso.
     
    Soltanto riveder, non chiedo altro.
     
     
    Data di stesura 23/11/2013

     
  • 16 maggio alle ore 10:31
    Caro destino

    Caro destino,

    se succede di scrivere a qualcuno
    che non conosco se non é di fama,
    questa scrittura piega e si colora
    al garbo che in questi casi impera.

    Ti chiederò dove ti trovi ora,
    se il tuo viso é corrucciato o no,
    quale sorriso accendi la mattina
    e quanto vale un tuo cenno su di me.

    Per non rischiare troppa confidenza
    dovrei smettere di darti questo tu
    ma gli anni che hai contaminato
    sono già tanti e quindi rischio un po’.

    Sarò gentile ma nel frattempo, tu,
    non t’intromettere domani e dopo
    nei sogni che vorrò ancora fare 
    nei quali amore cerco e amore do.

    Ti prego, tu che non sai chi sei,
    non disturbarmi in quelle belle notti
    che mi vedranno da aspirante eroe
    vestire l’aria di leggenda e mito.

    Non presentarti da avversa dama
    tra le pedine che allora muoverò.
    Lascia vuota una casella bianca
    dove assestare l'agognata sfida.

    Quasi tuo,
                                          Aurelio

    (Anno di stesura 2008)

     
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  • 16 giugno 2020 alle ore 12:10
    Il cuore di pietra

    Come comincia:  
    Al tramonto mancava qualche ora. La strada, seppur in discreta ascesa, era gradevole nonostante quei marciapiedi troppo stretti. In alcuni punti Simone sembrava un improbabile equilibrista tanto evidente era l’impaccio nel mantenersi ben messo, ritto per evitare di invadere l’asfalto. Stimolato dal luminoso fine pomeriggio, aveva scelto di fare a piedi l’ultimo tratto.
    La provinciale era trafficata. In tanti rientravano verso i propri paesini dopo una giornata di lavoro in città o nei campi giù a valle. Simone aveva parcheggiato la sua auto qualche chilometro prima, in uno slargo sicuro. Lì, gustando un buon caffè, aveva ripassato bene a mente le indicazioni ricevute da Chiara, una poetessa amica di vecchia data. La stessa titolare del chiosco bar, una tipa pittoresca e sognatrice, gli aveva confermato l’eccellenza e il mistero del luogo dove si stava dirigendo.
    Proseguendo nel cammino, l’attenzione volgeva al paesaggio, agli arbusti sparsi qua e là, alle prime foglie in via di decadimento, a qualche fiore selvatico, alla graduale riduzione della luce del sole. Peccato che, trattandosi di una strada tutta interna alla costa, non potesse ancora osservare il mare. L’aria pulita, fresca e godibile ricordava quella di un amabile metà settembre. La colorazione del cielo offriva suggestioni tanto numerose quanto capaci di fare scoprire un sofà su cui sostare fino al sopraggiungere di un qualunque sogno.
    Tra immagini della natura e prolungate romanticherie, giunse a una curva in un punto dove la carreggiata si restringeva non poco. Udì un brusio, poi le note inconfondibili di una banda e cori, preghiere, grida d’invocazione e canti intervallati da momenti di silenzio.
    Preceduto da un prete piuttosto anziano, il quadro della Vergine era incastonato in una cornice molto larga, illuminata da piccole lampade. Da buon cattolico, Simone fece d’istinto il segno della Croce. La Madonna dell’Addolorata sembrava volesse guardare fin dentro i suoi occhi sbigottiti. Totalmente invischiato in una scena inaspettata, dopo qualche minuto si ritrovò in mezzo ai fedeli al seguito della sacra effige. La stranezza della situazione consisteva nel fatto che centinaia di persone andavano verso una direzione e lui soltanto verso quella opposta. Gli vennero in mente i documentari sui salmoni  che risalgono i fiumi.
      Col trascorrere del tempo, un crescente nervosismo si stava impadronendo di lui. Pensando alla destinazione finale, doveva assolutamente trovare una rapida soluzione per evitare quel caos ma la strada stretta e nessuna via d’uscita disponibile acuivano le difficoltà a liberarsi dalla morsa. Allungò quindi il passo stando molto attento a non scontrarsi con chierichetti, bambini, donne, uomini e soprattutto vecchiette. Una di queste lo guardò con sospetto e un’altra, a mani rigorosamente giunte, gli rimproverò aspramente di non avere alcun rispetto per la cerimonia. Effettivamente Simone rappresentava un intralcio al transito di una moltitudine di gente di cui non era la velocità a preoccuparlo ma l’altissima densità distribuita in lungo e in largo su quel tratto di provinciale.
    A una ragazza (quant’era bella!) domandò:
    «Sai dirmi quanto manca per il “Cuore di pietra”?»
    «Ah, conosco benissimo quel posto! Dopo la prossima curva c’è un casolare diroccato. Vai a sinistra e continua sul sentiero in terra battuta per circa duecento metri. Vedrai tre querce. Guardati attorno e troverai ciò che cerchi.»
    «Sei gentile e carina, grazie! Mi chiamo Simone.»
    «Io sono Greta. Se vuoi, ti posso aspettare all’uscita del Santuario.»
    «Quale Santuario? Dove si trova?»
    «Siamo quasi arrivati. Ancora dieci minuti di processione e svolteremo verso il boschetto.»
    Un po’ confuso e forse emozionato, Simone fu tentato di mettersi al fianco di Greta e abbandonare il progetto iniziale. Decise, però, di continuare il suo cammino. Si scambiarono i numeri di cellulare e la salutò:
    «Chissà, magari avremo modo di rivederci, ciao e grazie!»
    Per un attimo, ma soltanto per un attimo, riguardò il cielo. Affrettò il passo e, approfittando di una sosta del corteo, sfruttò i varchi liberi per passare. Urtò più volte persone tutte assorte nella preghiera e visibilmente disturbate dalla sua presenza. I minuti intanto passavano, ormai erano le 18,30. Soltanto mezzora per essere puntuale. Da svelto il passo diventò di corsa e lo slalom cui fu sottoposto lo fece quasi sorridere poiché, a dire il vero, non era mai stato un atleta. Le vecchie Superga che portava ai piedi, tuttavia, gli furono d’aiuto e finalmente raggiunse la coda della processione. Sistemando i jeans all’ombra di un muro di sostegno, guardò indietro per valutare meglio la marea di gente dentro la quale si era, suo malgrado, infilato.
    Adesso bisognava soltanto correre. Sudato e nervoso, sollecitò al massimo la forza dei suoi ventiquattro anni in quella lotta contro il tempo. In certi punti la pendenza del percorso era assai critica ma non ci fece caso. Tirò comunque un sospiro di sollievo quando, finalmente, infilò il sentiero in terra battuta. Si concedette qualche attimo per prendere fiato. La totale assenza di nuvole favoriva ancora un’ottima visibilità ma l’azzurro del cielo virava già verso toni lievemente rosei. Riprese a volare scansando rami secchi e sassi taglienti. Le tre querce ora le vedeva. Bisognava soltanto oltrepassarle, cosa che gli riuscì agevolmente per poi trovarsi in mezzo ad un agglomerato di grandi sassi disseminati in prossimità di uno strapiombo sul mare.
    «Uhm, dove sarà questo cuore di pietra?»
    Si arrampicò su una roccia per godere di una visuale migliore. Da lì scorse ciò che andava cercando: il masso si trovava un po’ di metri sotto, proprio sul punto critico del precipizio. Scese giù prestando attenzione a non scivolare ed evitando di distrarsi alla vista della scogliera. Alla fine, stanco ma soddisfatto, raggiunse la pietra. Che strana! A parte la forma di cuore perfetto, guardandola da vicino, il colore tendeva al rosa e la superficie levigata, quasi lucida, pareva emanasse qualcosa di molto simile a energia.
    Simone era avvolto in una spirale di magia. Di fronte a lui il mare, il cielo e il sole, c’era di che sentirsi straricchi. Da quella posizione, lo sguardo attonito assorbiva l’essenza della sua profondità più interiore, l’anima. Sì, l’anima che a volte si pensa sia soltanto una derivazione psico-filosofica, eterea, e che invece quel ragazzo avvertiva come cosa concreta, un’appendice del corpo legata a muscoli e ossa, al battito del cuore, al proprio respiro.
    Il silenzio occupò la scena. Per rispettarlo, qualche gabbiano evitava di battere le ali, le ultime lucertole restavano immobili per non rumoreggiare strisciando, i passeri se ne stavano zitti quasi fossero stati privati del dono del canto. L’unico brusio proveniva da giù, dal mare con il suo costante toccare e lasciare la falesia. Lo strapiombo era inquietante eppure a Simone non sfuggì la schiuma delle onde che si disperdeva tutt’intorno per poi ricomparire in un gioco d’aria e acqua di frizzante sincronismo.
    Come quando stiamo sorbendo un cono gelato, piano piano per non privarci troppo presto dei nostri gusti preferiti, allo stesso modo lui sollevava gli occhi, lentamente, quasi col timore di abbracciare troppo presto il mare. Il variare dei colori sull’acqua lo incuriosiva a tal punto da chiedersi come cavolo facesse il sole a governare quelle sfumature di luce.
    Man mano che lo sguardo s’innalzava, si sentiva fortunato prigioniero della potenza della natura. Da quella prospettiva la linea dell’orizzonte coincideva con una retta impeccabile, spezzata qua e là soltanto dalle sagome delle navi di passaggio.
    Perché tanto stupore? Da sempre adorava il mare e chissà in quante altre occasioni lo aveva già ammirato, alba o tramonto che fosse. Adesso, questa era la novità, afferrava con più convinzione il bisogno della poesia. L’accorato invito di Chiara a non privarsi di quella veduta, lo aveva condizionato? Oppure, il cuore di pietra sul quale stava seduto, quasi ipnotizzato, nascondeva un qualche arcaico mistero?
    Nel frattempo il disco del sole, un cerchio che più perfetto non si può, si stava immergendo in quella retta. A Simone ricordò l’intingere un biscotto nel tè.
    Il giusto amalgama di aria, luce, vento, colori e correnti sfociava in una nitidezza ottica che non ricordava di aver riscontrato in altri luoghi. Il mare, man mano che l’occhio cercava sempre più il largo, sembrava dirgli: «Vedi quanto sono calmo?»
    Magnetismi, d’accordo, ma urgeva confondersi nell’appagante territorio di quiete. La bellezza, assaporata a piccole dosi, gli strillava la certezza di essere più vivo che mai. Infelicità, stress e fatica si allontanarono repentinamente e insieme con loro gli angusti locali del Call Center, dove trascorreva le sue giornate, legato come vittima sacrificale al totem del profitto d’altri.
    Fermarsi… fermarsi un po’ allo scopo di riscoprire fascino e sedare il vortice della tempesta d’ogni giorno. Fermarsi e, prima di affidarsi al tramonto, usare il linguaggio dei silenzi della mente rivolgendo la parola soltanto alle nuances in ordinato divenire sull’acqua, alle striature inafferrabili che il cielo incideva, al sole dai contorni così netti e vicini da poter esser toccato con mano.
    Peculiarità tanto necessaria quanto temeraria in una società artefatta, la sensibilità di Simone fluiva nel posto giusto al momento giusto. E fu per questo che non si meravigliò di sentire umidi i suoi occhi. Inzuppato di atmosfere ad alto tasso glicemico, ormai pretendeva che quella straordinaria stella non morisse più. E che paura lo assaliva quando, lo sguardo ormai consegnato al cielo, sentiva il rischio di intravedere parvenze di luna esordire nel “suo” teatro! Per allontanare questo pensiero, viaggiò dentro l’amaranto e sui vermigli di riflessi impareggiabili. Intanto, l’orizzonte aveva un tenero sussulto: il sole si offriva a metà, un semicerchio disegnato col compasso, una gigantesca lampara rossa. Simone, sempre più incredulo, ebbe un tenero ricordo per Marcello, un caro amico scomparso anni prima. Fu quel pescatore a fargli scoprire il mare di notte nel corso di una battuta di pesca.
    L’ora cominciava a chiamarsi sera e, intenso, il profumo di salsedine saliva dalla scogliera. Sul mare, i tocchi degli ultimi riflessi favorivano il formarsi di un cono di luce surreale all’interno del quale il ballo cadenzato delle onde si apriva e si chiudeva a loro piacimento. Ancora qualche orlo del giorno resisteva ma il meriggio stava per lasciare la scena al crepuscolo.
    Incendiato dagli impulsi di quelle seduzioni irresistibili, Simone si fece vincere dall’introspezione. Viaggiò a ritmi felpati all’interno della sua vita battendo i sentieri del riconoscimento dei propri errori ma anche quelli dell’autostima e della gratificazione per ciò che di giusto e leale era fino a quel momento riuscito a fare. Svolazzò nel futuro accompagnato dalla fiducia e dalla speranza per una vita, non solo la sua, migliore. Si soffermò molto sul presente perché tutto impregnato dall’incanto del luogo che stava vivendo.
    Per quanto felice di aver respirato un tramonto speciale e quasi esclusivo, un velo di tristezza lo colse quando, con le ombre della sera, si sentì solo.
    A Simone mancava l’amore di una donna, l’amore vero. Qualche esperienza e qualche flirt gli avevano lasciato solo tracce gradevoli, non segni inconfondibili. La visione romantica della giovinezza che stava cavalcando e del domani che era dietro l’angolo, precludeva all’esterno la buona ricezione del suo sentire. Un ragazzo per bene, amante della famiglia e dei buoni sentimenti non ha spazio - pensò - nella giungla del tutto subito e del tutto pronto.
    «Non devo demordere! Chiamo Greta e la raggiungo all’uscita del Santuario. A volte si potrebbe mirare a un lembo di cielo e conquistarlo se solo si alzasse lo sguardo.» - si disse.
    Quel giorno si era recato al cuore di pietra su deciso invito di una poetessa sua amica. Lo aveva fatto con la passione di un cercatore d’oro, con l’entusiasmo di un bambino nella caccia al tesoro, con la fame di emozioni da soddisfare. In quell’Eldorado ritrovò se stesso, la ricchezza migliore per non essere povero del tutto.
     

     
  • 22 gennaio 2020 alle ore 12:00
    Niente fretta, Auré!

    Come comincia: Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
    ***
    Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
    Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall’afa.
    «Hai fame?» domandò Peppe.
    Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sott’olio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
    «I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
    «Quando avranno fame…» replicò Peppe.
    Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
    «Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
    Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
    «Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
    «Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
    Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
    «Deve essere grosso, Peppe!»
    «Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!». 
    ***
     Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
    Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    (Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/2007 e sulla testata giornalistica on line www.quicalabria.it)