username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 08 gen 2019

Aurelio Zucchi

07 febbraio 1951, Reggio Calabria - Italia
Segni particolari: Amo definirmi uno "scrivente".
Priorità assoluta è il mare, poi viene tutto il resto.

elementi per pagina
  • 22 giugno alle ore 23:27
    Vorrei il dorso di un gabbiano

    Vorrei il dorso di un gabbiano,
    pesare zero per azionarne il volo,
    salire in alto a guadagnarmi il cielo
    senza di nuvole incrociare ombre
    e, anzi, seguire luce luce il sole.
     
    In festa tra le argentine piume,
    sarebbe splendido quel viaggiare
    a tempo lento d’inattesa melodia
    scandito dal batter di due grandi ali
    perché il sogno duri una canzone.
     
    Senza i confini delle mille rive,
    la prima rotta sarebbe certo il mare
    da quando l’onda inizia a respirare
    a quando, spenta, si confonde al centro
    con altre mille d’altra destinazione.
     
    Al mio compagno dopo chiederei
    una virata nella genesi del tempo,
    del mio, situato tutto a meridione,
    riconoscibile da una cravatta blu 
    e da una giacca, sfilate a mio fratello.
     
    Potessi lì fermarmi anni ed anni,
    riprendere discorsi da ultimare,
    prime speranze in vena d’affacciarsi
    sul bianco e nero dei vent’anni al vento,
    mani di madre nell’atto d’afferrarmi… 
    *
    Stesura 2007
    Testo pubblicato sul Mensile Il Saggio 04/2010

     
  • 07 giugno alle ore 14:58
    Distinguo gli eterni tuoi profumi

     
    M’adagerò sull’eco d'una voce amica
    dei tanti giorni senza mai tramonti
    quando l’oblio, zittito, fuori se ne stava
    e fruitrici, accomodate in prima fila,
    eran le invidie dei nostri emulatori.

    Eppur non basta, ahimè, ascoltare
    le note di mille romantiche parole.
    Assediano questo presente inerme,
    rimbombano nel cuore e nella gola,
    lasciano segni, sì, ma gravano la pena.

    Pensavo allora ch’avrei potuto amarti
    pur se tra noi ci fosse stato un cosmo
    ed oggi invece mi sento un fortunato
    giacché distinguo gli eterni tuoi profumi
    sparsi nell’aria dove vorrei tu arrivi. 

     
  • 05 giugno alle ore 12:25
    Universo blu

     
    Chissà
    come faranno,
    le scie di alcune stelle,
    a disegnare forme d’eterno!
     
    Le vedo,
    quando son felice,
    e allora quello è il momento
    in cui tutto mi affido al Cielo.
     

     
  • 01 giugno alle ore 13:16
    Troppo decantata luna

     
    Pensavo fossi una regina rara,
    una di quelle elette dall’amore,
    che girano di notte sopra i cuori
    per farli innamorare uno alla volta.
     
    Invece, cara decantata luna,
    tu sei capace di frustrar le attese
    ‘sì che in odore d’una fresca amata
    a me non dai il segno della svolta.
     
    Eppure vibra dentro me l’idea
    di dare lungo sfogo all’impazienza,
    di correr per il cielo e per la terra
    con la più rossa rosa rossa in mano.
     
    Coraggio dai agli accaniti amanti,
    racconti a loro i miti degli eroi,
    le metamorfosi regali a iosa
    e palla o falce, allora sì, diventi.
     
    E invece, troppo decantata luna,
    sempr’io ti vedo pallida e stanca,
    una comare pronta al voltafaccia
    che ad arte sceglie a chi offrir la ciancia.
     
    Se tu mi dessi finalmente ascolto,
    di un nuovo oceano ti parlerei
    su cui la nave “Mille e una volta”
    ricalca scie per lei che non le vede.
     
    Dovrò cavarmela da solo, insomma,
    magari chiedere assistenza al mare
    ma non è il mago della situazione.
    È come me, vestito d’acqua e sale...

     
  • 28 maggio alle ore 18:03
    Cercava occhi inclini al sogno

     
    E temo la vendetta della luna
    che, prima o poi, d’incuria sarà stanca.
     
    Apparir da umile vedetta
    non era certo veste immaginata.
    Cercava occhi inclini al sogno
    e voci pronte da ascoltare.
     
    Per altre vie transita distratto
    dell’anima il celere conforto.
    Svolazzano malinconie sopite.

     
  • 23 maggio alle ore 13:31
    Datemi un verso

     
    Parlatemi d’un qualche nuovo astro
    che prenda il posto della dolce luna
    nelle mie notti d’alta euforia.
     
    Voi che annegate nella poesia,
    voi che leggete quanto scrivo qua,
    datemi un verso, sintesi perfetta
    del navigar nel flusso di magia.
     
    È l’ora in cui mi brucerei alla luce
    d’un altro sole incandescente e mio,
    curiosa stella esente da tramonti,
    perenne ed oculare testimone
    d’una carezza della felicità.
     
    *
    Stesura 2008
     

     
  • 11 maggio alle ore 12:00
    STENDERÒ UN COLORE

     
    Non sono un pittore.
    Chiamatemi scrivente, se volete,
    ma è da un po’ che sto tracciando
    fattezze non del tutto sconosciute.
     
    Col nero della mina
    ottengo luci ed ombre del suo volto
    e vado ad affinarne l’espressione
    per riprodurla come io la sento.
     
    Al fin manca qualcosa,
    l’impronta d’una tinta più adatta
    a farmela vedere nel momento
    in cui mi assale senza darmi tregua.
     
    Stenderò un colore
    diverso dall’azzurro dei poeti,
    dal verde di speranze ingannatrici,
    dal bianco delle notti pur amiche.
     
    Donna Malinconia,
    se ancor così nel cuore mio indugia,
    non mi ritroverà impreparato.
    In un baleno io la individuerò.
     
    *
    Stesura 27/12/2019

     
  • 09 maggio alle ore 17:06
    Roba intima

     
    A me non basta più immaginare.
    Mi si deve, come premio fedeltà,
    ritagliare uno scampolo di cielo
    per poi farne esclusivo fazzoletto.
     
    Ai primi indizi di malinconia,  
    lo accosterò ai miei occhi scuri
    e di ricordi, soltanto di ricordi,
    intaccherò l’azzurro persistente.
     
    Lo laverò nell’acqua immacolata,
    lo stenderò sul filo dei rimpianti,
    lo asciugherò al caldo del suo sole.
     
    Lo stirerò nel verso dell’aurora,
    lo piegherò in due mosse appena
    così che all’occorrenza io l’abbia pronto.

     
  • 02 maggio alle ore 13:23
    Il fiato di maggio

    Gradevole, il tocco del tramonto
    sul fianco spettinato di collina.
    Pur assillante, il fiato di maggio
    non ha scalfito l’attesa del rosso.
     
    Ed è solo vento, intrepida brezza,
    questo fruscio che spagina l’aria,
    dimena le gote e l’ora confonde
    senza riuscire a minare il cuore.

     
  • 24 aprile alle ore 12:24
    La mutazione dei colori

     
    Sarà colpa di questo nostro tempo
    o di certe non previste suggestioni,
    a volte mi accorgo di vette sfumate
    e un ricordo quel bianco mi diventa.
     
    Accade in chi ha sempre voluto,
    cercato, spesso trovato, l’azzurro
    nel cielo al governo d’estati perenni
    e nel mare, venuto a sostegno.
     
    Il viraggio dei colori, giù dal picco,
    trascina la linea ai piedi dell’opaco,
    cattura i nuovi affanni per scagliarli
    nel guadagno delle gioie, trofei dormienti.
     
    Non guardo il cielo, per fortuna,
    e da un bel po’ non vedo il mare.
    Il non rischiare è forse meglio
    se - neutre - ora fossero le tinte…

     
  • 14 aprile alle ore 15:11
    L’armonia dei ricordi

     
    Colorano questo tempo sbiadito
    venendo in soccorso di anime fragili.
    I ricordi si armano di punte di piume
    e lasciano ai venti il loro cammino.
     
    E tu li rivedi, arlecchini festosi,
    riempire di te i vuoti del cuore,
    colmarli di quiete e speranze migliori
    per poi alla fine tramutarsi in musica.
     
    Armonia ora regna in queste non ore.

     
  • 06 aprile alle ore 17:16
    E poi chissà se qualche cosa accade

     
    Avanzi di felicità sorbiti
    al tavolo d’un bar qui sotto casa
    tra sguardi, voci e visi spaventati.
     
    Ricordi belli a farmi compagnia
    in un meriggio d’ansie governato
    ed ho bisogno di toccar con mano
    momenti d’una società più quieta.
     
    Spaventa questa mia necessità
    di dissetarmi con i colori antichi
    ma intanto va, questo losco tempo,
    e poi chissà se qualche cosa accade.

     
  • 02 aprile alle ore 16:37
    Prospettive

     
    Si spostò su un ramo più alto
    e nello sfondo più non vidi
    tra cielo e mare la linea di confine
    siglata dalla u di quella coda nera.
     
    Così, me ne restai un po’ paziente.
    Guardai la rondine e il suo oltre,
    un’accozzaglia di tegole infinite,
    di comignoli e di rizzate antenne.
     
    Pensai allora a poesia e realtà,
    l’una dall’altra, ora, a qualche metro,
    ed ebbi un gran sussulto di stupore
    poiché credute sempre fuse in una.
     
    Qual era la giusta via di fuga?
    La linea retta tra i due azzurri
    o quella, gibbosa, d’ogni santo giorno?
    Un batter d’ali me le mischiò…
     
    *
    Stesura 2007
    Testo pubblicato nell’Antologia Parole in fuga Volume 12 a cura di Aletti Editore (2022)

     
  • 23 marzo alle ore 11:26
    Lei esiste

    Lascia che ti parli della felicità,
    di come si fa a non raggiungerla
    noi prigionieri del tempo che spegne
    ogni fantasia di toccare il bello.
     
    Lei esiste.
    Come una farfalla volteggia
    intorno al primo fiore sottostante
    e a distanza di un battito d’ali.
     
    Lascia che ti dica delle onde,
    di come si sta bene in mezzo al mare
    noi domatori del tempo che si piega
    al profumo d’acqua e sale intorno.
     
    Lei esiste.
    Beccheggia sopra un cono di luce
    forgiato dal lento tramontar del sole
    e tu lo insegui eppure ci stai dentro.
     
    *
    Stesura 13/09/2021
     
     
     

     
  • 21 marzo alle ore 13:14
    Primavera

    C’è oggi un’aria diversa,
    un battito d’ali che invita il cuore
    a bloccare il quadrante nell’ora di genesi nuova.
     *
    Stesura 2007
    È una stesura di tanti anni fa e forse non è adatta al tempo che stiamo vivendo. Voglio riproporla come augurio di speranza e di pace per tutti gli uomini di buona volontà. Senza la guerra, lei, la primavera, è sempre di più stagione di rinascita
     
     
     
     

     
  • 17 marzo alle ore 18:07
    Avrei voluto scrivere di Dio

    Avrei voluto scrivere di Dio
    in un meriggio offeso dalla bruma
    col mare a pochi metri che esitava
    a farmi un cenno di saluto atteso.
     
    Non c’era d’orizzonte alcuna traccia.
    Nel grembo di quel cielo deformato
    dovevo immaginar la linea astrusa
    per esser certo almen di un’illusione.
     
    Poi, quasi per prodigio inaspettato,
    la calma dentro e fuori fu più densa
    e mi permise introspezione cheta
    nel volger del mio sguardo a riva e all’onda.
     
    Ripristinata attorno l’armonia,
    un sole stanco di non primeggiare
    aveva ritrosia e s’attardava
    nel prepararsi al rito del tramonto.
     
    Esplose la bellezza nel mio cielo
    unito al mare e pur da lui diviso
    con una retta linea finalmente
    ignara forse del mio gran stupore.
     
    M’apparve in quel meriggio una gran scia,
    sull’acqua vidi d’una luce un fascio
    con dentro inciso un bel sorriso eterno.
    Avrei voluto scrivere di Dio …
     
    *
    Stesura 2021
    Menzione Particolare al Premio Nosside 2021
    Testo pubblicato nell’Antologia Nosside 2021
     

     
  • 14 marzo alle ore 13:15
    Ho visto un sole non voler morire

    Ho visto un sole non voler morire
    in un tramonto ubriacato d’ali
    quando la vita un sussulto vuole
    perché si creda nell’eternità.
     
    L’ho visto mentre di là scorgevo
    l’irrequietezza di una luna a mille,
    smaniosa di guadagnar la scena
    per farsi bella di malinconie.
     
    *
    Stesura 2008

     
  • 12 marzo alle ore 18:49
    Veleno

    Nel giardino che esplode
    di mille colori da cogliere,
    ..............piano……………………
    con mano corretta dall’eco
    di come vorremmo noi essere
    ed invece non siamo,
    il cuore si muove incontrollato.
     
    Bastasse soltanto esser gentili,
    avremmo di che mai lagnarci
    e forse scopriremmo il futuro.
     
    All’inverso,
    sotto lo stesso sole
    che scalda e protegge quei fiori,
    siamo sempre di nuovo allertati,
    ancora insicuri di quanto ci accade
    e veleno diventa l’impaziente attesa
    dell’arrivo dei migliori giorni.

     
  • 10 marzo alle ore 11:31
    Dove sbocciava l’aria dell’attesa

     
    In fondo a un viale, giuro, esiste
    la casa di un amante dell’amore
    che sempre è fuori, in giro per il mondo,
    a catturar bellezze e farne allori.
     
    Un giorno che pioveva a più non posso,
    il cielo a fare smorfie di disgusto,
    il vento a primeggiar col freddo,
    emozionato, andai a trovarlo.
     
    Un tetto rosso e quattro muri bianchi,
    una finestra a levante esposta
    e un roseto tutt’attorno, fitto,
    dove sbocciava l’aria dell’attesa.
     
    “Aspetto primavera in riva al mare”
    così sulla sua porta era scritto.
    Girai le spalle ed imboccai il sentiero
    per quell’azzurro ch'addolcisce tutto.
     
    *
    Stesura 2014
     
     

     
  • 08 marzo alle ore 18:31
    Di petali e stelo

     
    Rinascono troppe mimose
    per dirmi è quasi primavera
    quando basterebbe un fiore - uno solo -
    se almeno sapessi accudirlo.
     
    Non voglio icone nel mio prato
    laddove dovrei andare a cercare
    quella bellezza di petali e stelo
    troppo ignorata dall’uomo re.

     
  • 27 febbraio alle ore 12:06
    Inquietudine

    Non basta uno squarcio d’azzurro
    tra nuvole poste sul piede di guerra,
    sorde al richiamo di spostarsi un po’,
    determinate a completare l’opera.
     
    É l’inquietudine di questi tempi,
    la paura di aver paura della paura,
    del declino dei valori umani
    che pure è palese, è sotto gli occhi.
     
    Nei giorni in cui tutti protesteremo
    per una guerra che offende il mondo,
    terre e cuori non subiranno sismi.
     
    Ci apriremo in un grande girotondo
    e in mezzo metteremo gli sciacalli
    e li derideremo e li consumeremo
    tra i fumi più densi dei loro orrori.
     
    Poi, forse, quello stesso squarcio
    si tramuterà in cielo, mai così atteso.
     
    *
    Stesura 2009
     

     
  • 19 febbraio alle ore 15:41
    Oplà!

     
    Non era benedetta da Dio
    se, così come io la vedevo,
    scendeva impassibile e retta
    sul nero dei rombi d’asfalto.
    “Che acqua!” - mi dissi, impaurito.
     
    E nera, più nera della iella più nera,
    la sudicia notte mi circondava
    annodata alla sciarpa mia preferita,
    i sette colori a cingermi il collo.
    “Che notte!” - mi dissi, accucciato.
     
    Il vicolo, poi, era come sparito
    tra riflessi d’insegne e metalli
    inghiottiti dall’ultimo cono di luce
    di un vetro non ancora oscurato.
    “Che buio!” - mi dissi, angosciato.
     
    Al margine non del tutto inondato
    di una pozzanghera che vidi lago,
    miracolo fu che io mi accorgessi
    di una colomba bianca e affamata.
    “Che bella!” - gridai all’istante.

    Nel tempo che infinito sembrava
    alla pioggia si mischiò una crosta
    che lenta cadeva, precisa cadeva,
    nell’unico punto voluto dal fato.
    “Oplà!” - mi dissi - “La vita procede...”
    *
    Stesura 2006
    Poesia premiata al Concorso Poesia e Narrativa Roscigno Vecchia (2010)

     
  • 14 febbraio alle ore 13:31
    Con una stella in mano

     
    Guadagnerò riflessi di luna
    e proverò l’onnipotenza.
    Andando ancora più su
    mi fermerò sull’ultima cometa.
    Con essa volerò tra mille astri
    e ne misurerò colori e forme.

    Toccando finalmente l’infinito,
    darò la caccia a smanie mai sopite,
    a tanti sogni fatti da bambino.
    Poi troverò qualcosa da portarti,
    la pioggia d’oro e neve rossa e blu.

    Se toccherò il sole,gli strapperò un orlo
    e, mal che vada, mi vedrai planare
    con una stella in mano.

     
  • 26 dicembre 2021 alle ore 12:30
    Il mare di dicembre

     
    Il mare di dicembre chiede aiuto.
    Sghignazzanti, la pioggia e il vento
    aspettano l’arrivo della nebbia
    che dell’acqua stravolga i colori.
    Confuso, intasco l’ultimo azzurro.
     
    *
    Stesura 2013

     
  • 24 dicembre 2021 alle ore 15:51
    E cerco stella…

    Anch’io di queste notti guardo al cielo.
    Del tempo mio le fitte nebbie scanso
    e le nubi - inopportune al mio presepe -
    e le piogge di un acido dicembre.
     
    E cerco stella ch’anima rischiari,
    lembo di coda che mi posizioni
    dentro il sentiero che so complicato
    verso la grotta che calda mi accolga.
     
    Oro non ho, né incenso, né mirra.
    Porto con me i segreti del cuore,
    i sorrisi non del tutto capiti.
    Sono i miei doni per questo Natale.

     
elementi per pagina
  • 16 giugno 2020 alle ore 12:10
    Il cuore di pietra

    Come comincia:  
    Al tramonto mancava qualche ora. La strada, seppur in discreta ascesa, era gradevole nonostante quei marciapiedi troppo stretti. In alcuni punti Simone sembrava un improbabile equilibrista tanto evidente era l’impaccio nel mantenersi ben messo, ritto per evitare di invadere l’asfalto. Stimolato dal luminoso fine pomeriggio, aveva scelto di fare a piedi l’ultimo tratto.
    La provinciale era trafficata. In tanti rientravano verso i propri paesini dopo una giornata di lavoro in città o nei campi giù a valle. Simone aveva parcheggiato la sua auto qualche chilometro prima, in uno slargo sicuro. Lì, gustando un buon caffè, aveva ripassato bene a mente le indicazioni ricevute da Chiara, una poetessa amica di vecchia data. La stessa titolare del chiosco bar, una tipa pittoresca e sognatrice, gli aveva confermato l’eccellenza e il mistero del luogo dove si stava dirigendo.
    Proseguendo nel cammino, l’attenzione volgeva al paesaggio, agli arbusti sparsi qua e là, alle prime foglie in via di decadimento, a qualche fiore selvatico, alla graduale riduzione della luce del sole. Peccato che, trattandosi di una strada tutta interna alla costa, non potesse ancora osservare il mare. L’aria pulita, fresca e godibile ricordava quella di un amabile metà settembre. La colorazione del cielo offriva suggestioni tanto numerose quanto capaci di fare scoprire un sofà su cui sostare fino al sopraggiungere di un qualunque sogno.
    Tra immagini della natura e prolungate romanticherie, giunse a una curva in un punto dove la carreggiata si restringeva non poco. Udì un brusio, poi le note inconfondibili di una banda e cori, preghiere, grida d’invocazione e canti intervallati da momenti di silenzio.
    Preceduto da un prete piuttosto anziano, il quadro della Vergine era incastonato in una cornice molto larga, illuminata da piccole lampade. Da buon cattolico, Simone fece d’istinto il segno della Croce. La Madonna dell’Addolorata sembrava volesse guardare fin dentro i suoi occhi sbigottiti. Totalmente invischiato in una scena inaspettata, dopo qualche minuto si ritrovò in mezzo ai fedeli al seguito della sacra effige. La stranezza della situazione consisteva nel fatto che centinaia di persone andavano verso una direzione e lui soltanto verso quella opposta. Gli vennero in mente i documentari sui salmoni  che risalgono i fiumi.
      Col trascorrere del tempo, un crescente nervosismo si stava impadronendo di lui. Pensando alla destinazione finale, doveva assolutamente trovare una rapida soluzione per evitare quel caos ma la strada stretta e nessuna via d’uscita disponibile acuivano le difficoltà a liberarsi dalla morsa. Allungò quindi il passo stando molto attento a non scontrarsi con chierichetti, bambini, donne, uomini e soprattutto vecchiette. Una di queste lo guardò con sospetto e un’altra, a mani rigorosamente giunte, gli rimproverò aspramente di non avere alcun rispetto per la cerimonia. Effettivamente Simone rappresentava un intralcio al transito di una moltitudine di gente di cui non era la velocità a preoccuparlo ma l’altissima densità distribuita in lungo e in largo su quel tratto di provinciale.
    A una ragazza (quant’era bella!) domandò:
    «Sai dirmi quanto manca per il “Cuore di pietra”?»
    «Ah, conosco benissimo quel posto! Dopo la prossima curva c’è un casolare diroccato. Vai a sinistra e continua sul sentiero in terra battuta per circa duecento metri. Vedrai tre querce. Guardati attorno e troverai ciò che cerchi.»
    «Sei gentile e carina, grazie! Mi chiamo Simone.»
    «Io sono Greta. Se vuoi, ti posso aspettare all’uscita del Santuario.»
    «Quale Santuario? Dove si trova?»
    «Siamo quasi arrivati. Ancora dieci minuti di processione e svolteremo verso il boschetto.»
    Un po’ confuso e forse emozionato, Simone fu tentato di mettersi al fianco di Greta e abbandonare il progetto iniziale. Decise, però, di continuare il suo cammino. Si scambiarono i numeri di cellulare e la salutò:
    «Chissà, magari avremo modo di rivederci, ciao e grazie!»
    Per un attimo, ma soltanto per un attimo, riguardò il cielo. Affrettò il passo e, approfittando di una sosta del corteo, sfruttò i varchi liberi per passare. Urtò più volte persone tutte assorte nella preghiera e visibilmente disturbate dalla sua presenza. I minuti intanto passavano, ormai erano le 18,30. Soltanto mezzora per essere puntuale. Da svelto il passo diventò di corsa e lo slalom cui fu sottoposto lo fece quasi sorridere poiché, a dire il vero, non era mai stato un atleta. Le vecchie Superga che portava ai piedi, tuttavia, gli furono d’aiuto e finalmente raggiunse la coda della processione. Sistemando i jeans all’ombra di un muro di sostegno, guardò indietro per valutare meglio la marea di gente dentro la quale si era, suo malgrado, infilato.
    Adesso bisognava soltanto correre. Sudato e nervoso, sollecitò al massimo la forza dei suoi ventiquattro anni in quella lotta contro il tempo. In certi punti la pendenza del percorso era assai critica ma non ci fece caso. Tirò comunque un sospiro di sollievo quando, finalmente, infilò il sentiero in terra battuta. Si concedette qualche attimo per prendere fiato. La totale assenza di nuvole favoriva ancora un’ottima visibilità ma l’azzurro del cielo virava già verso toni lievemente rosei. Riprese a volare scansando rami secchi e sassi taglienti. Le tre querce ora le vedeva. Bisognava soltanto oltrepassarle, cosa che gli riuscì agevolmente per poi trovarsi in mezzo ad un agglomerato di grandi sassi disseminati in prossimità di uno strapiombo sul mare.
    «Uhm, dove sarà questo cuore di pietra?»
    Si arrampicò su una roccia per godere di una visuale migliore. Da lì scorse ciò che andava cercando: il masso si trovava un po’ di metri sotto, proprio sul punto critico del precipizio. Scese giù prestando attenzione a non scivolare ed evitando di distrarsi alla vista della scogliera. Alla fine, stanco ma soddisfatto, raggiunse la pietra. Che strana! A parte la forma di cuore perfetto, guardandola da vicino, il colore tendeva al rosa e la superficie levigata, quasi lucida, pareva emanasse qualcosa di molto simile a energia.
    Simone era avvolto in una spirale di magia. Di fronte a lui il mare, il cielo e il sole, c’era di che sentirsi straricchi. Da quella posizione, lo sguardo attonito assorbiva l’essenza della sua profondità più interiore, l’anima. Sì, l’anima che a volte si pensa sia soltanto una derivazione psico-filosofica, eterea, e che invece quel ragazzo avvertiva come cosa concreta, un’appendice del corpo legata a muscoli e ossa, al battito del cuore, al proprio respiro.
    Il silenzio occupò la scena. Per rispettarlo, qualche gabbiano evitava di battere le ali, le ultime lucertole restavano immobili per non rumoreggiare strisciando, i passeri se ne stavano zitti quasi fossero stati privati del dono del canto. L’unico brusio proveniva da giù, dal mare con il suo costante toccare e lasciare la falesia. Lo strapiombo era inquietante eppure a Simone non sfuggì la schiuma delle onde che si disperdeva tutt’intorno per poi ricomparire in un gioco d’aria e acqua di frizzante sincronismo.
    Come quando stiamo sorbendo un cono gelato, piano piano per non privarci troppo presto dei nostri gusti preferiti, allo stesso modo lui sollevava gli occhi, lentamente, quasi col timore di abbracciare troppo presto il mare. Il variare dei colori sull’acqua lo incuriosiva a tal punto da chiedersi come cavolo facesse il sole a governare quelle sfumature di luce.
    Man mano che lo sguardo s’innalzava, si sentiva fortunato prigioniero della potenza della natura. Da quella prospettiva la linea dell’orizzonte coincideva con una retta impeccabile, spezzata qua e là soltanto dalle sagome delle navi di passaggio.
    Perché tanto stupore? Da sempre adorava il mare e chissà in quante altre occasioni lo aveva già ammirato, alba o tramonto che fosse. Adesso, questa era la novità, afferrava con più convinzione il bisogno della poesia. L’accorato invito di Chiara a non privarsi di quella veduta, lo aveva condizionato? Oppure, il cuore di pietra sul quale stava seduto, quasi ipnotizzato, nascondeva un qualche arcaico mistero?
    Nel frattempo il disco del sole, un cerchio che più perfetto non si può, si stava immergendo in quella retta. A Simone ricordò l’intingere un biscotto nel tè.
    Il giusto amalgama di aria, luce, vento, colori e correnti sfociava in una nitidezza ottica che non ricordava di aver riscontrato in altri luoghi. Il mare, man mano che l’occhio cercava sempre più il largo, sembrava dirgli: «Vedi quanto sono calmo?»
    Magnetismi, d’accordo, ma urgeva confondersi nell’appagante territorio di quiete. La bellezza, assaporata a piccole dosi, gli strillava la certezza di essere più vivo che mai. Infelicità, stress e fatica si allontanarono repentinamente e insieme con loro gli angusti locali del Call Center, dove trascorreva le sue giornate, legato come vittima sacrificale al totem del profitto d’altri.
    Fermarsi… fermarsi un po’ allo scopo di riscoprire fascino e sedare il vortice della tempesta d’ogni giorno. Fermarsi e, prima di affidarsi al tramonto, usare il linguaggio dei silenzi della mente rivolgendo la parola soltanto alle nuances in ordinato divenire sull’acqua, alle striature inafferrabili che il cielo incideva, al sole dai contorni così netti e vicini da poter esser toccato con mano.
    Peculiarità tanto necessaria quanto temeraria in una società artefatta, la sensibilità di Simone fluiva nel posto giusto al momento giusto. E fu per questo che non si meravigliò di sentire umidi i suoi occhi. Inzuppato di atmosfere ad alto tasso glicemico, ormai pretendeva che quella straordinaria stella non morisse più. E che paura lo assaliva quando, lo sguardo ormai consegnato al cielo, sentiva il rischio di intravedere parvenze di luna esordire nel “suo” teatro! Per allontanare questo pensiero, viaggiò dentro l’amaranto e sui vermigli di riflessi impareggiabili. Intanto, l’orizzonte aveva un tenero sussulto: il sole si offriva a metà, un semicerchio disegnato col compasso, una gigantesca lampara rossa. Simone, sempre più incredulo, ebbe un tenero ricordo per Marcello, un caro amico scomparso anni prima. Fu quel pescatore a fargli scoprire il mare di notte nel corso di una battuta di pesca.
    L’ora cominciava a chiamarsi sera e, intenso, il profumo di salsedine saliva dalla scogliera. Sul mare, i tocchi degli ultimi riflessi favorivano il formarsi di un cono di luce surreale all’interno del quale il ballo cadenzato delle onde si apriva e si chiudeva a loro piacimento. Ancora qualche orlo del giorno resisteva ma il meriggio stava per lasciare la scena al crepuscolo.
    Incendiato dagli impulsi di quelle seduzioni irresistibili, Simone si fece vincere dall’introspezione. Viaggiò a ritmi felpati all’interno della sua vita battendo i sentieri del riconoscimento dei propri errori ma anche quelli dell’autostima e della gratificazione per ciò che di giusto e leale era fino a quel momento riuscito a fare. Svolazzò nel futuro accompagnato dalla fiducia e dalla speranza per una vita, non solo la sua, migliore. Si soffermò molto sul presente perché tutto impregnato dall’incanto del luogo che stava vivendo.
    Per quanto felice di aver respirato un tramonto speciale e quasi esclusivo, un velo di tristezza lo colse quando, con le ombre della sera, si sentì solo.
    A Simone mancava l’amore di una donna, l’amore vero. Qualche esperienza e qualche flirt gli avevano lasciato solo tracce gradevoli, non segni inconfondibili. La visione romantica della giovinezza che stava cavalcando e del domani che era dietro l’angolo, precludeva all’esterno la buona ricezione del suo sentire. Un ragazzo per bene, amante della famiglia e dei buoni sentimenti non ha spazio - pensò - nella giungla del tutto subito e del tutto pronto.
    «Non devo demordere! Chiamo Greta e la raggiungo all’uscita del Santuario. A volte si potrebbe mirare a un lembo di cielo e conquistarlo se solo si alzasse lo sguardo.» - si disse.
    Quel giorno si era recato al cuore di pietra su deciso invito di una poetessa sua amica. Lo aveva fatto con la passione di un cercatore d’oro, con l’entusiasmo di un bambino nella caccia al tesoro, con la fame di emozioni da soddisfare. In quell’Eldorado ritrovò se stesso, la ricchezza migliore per non essere povero del tutto.
     

     
  • 22 gennaio 2020 alle ore 12:00
    Niente fretta, Auré!

    Come comincia: Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
    ***
    Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
    Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall’afa.
    «Hai fame?» domandò Peppe.
    Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sott’olio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
    «I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
    «Quando avranno fame…» replicò Peppe.
    Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
    «Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
    Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
    «Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
    «Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
    Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
    «Deve essere grosso, Peppe!»
    «Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!». 
    ***
     Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
    Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    (Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/2007 e sulla testata giornalistica on line www.quicalabria.it)