username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 08 gen 2019

Aurelio Zucchi

07 febbraio 1951, Reggio Calabria - Italia
Segni particolari: Amo definirmi uno "scrivente".
Priorità assoluta è il mare, poi viene tutto il resto.

elementi per pagina
  • Ieri alle 12:34
    L’universo dentro me

     
    L’universo è dentro me
    quando la notte denudo
    e so di non essere solo.

    Sento sorridere gli occhi
    ubriachi della tua presenza,
    di quel vedere che ci sei.
     
    Non voglio lune incredibili
    né stelle piegate ai capricci
    o astri dai colori impossibili.

    Mi basti come acqua alla sete,
    colma dimensione del fresco
    in attesa di riaccostar le labbra.
     

    *
    Anno di stesura 2011
     
     
     

     
  • martedì alle ore 9:46
    Cammino

     
    Di là, dove morire pare l’onda,
    l’orizzonte che vedo ma non tocco
    mi chiama, mi richiama, mi reclama.
     
    Vorrà forse raccontarmi il tempo
    di quando lo inseguivo a piedi nudi
    scagliando sogni a ripetizione.
     
    Ed or che mi vorrebbe tra le mani,
    incredulo coltiva  antica speme
    nel mentre io non sono stanco,
    non mi fermo.
     
     
     
     
    Roma 30 Marzo 2012
     
     
     
     

     
  • Nel chiuder quella porta d’alabastro
    m’innamorai di quanto avevo visto
    e a tal punto me ne innamorai
    che, sì, d’un sogno mi sentivo preda.
    .,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,
    In una stanza dai color pastello
    con le finestre tutte fronte mare,
    la mano strinsi a gente che m’amava
    e diedi un bacio a una donna vera.
     
    Sul pavimento fresco satinato,
    mi rotolai con dei bambini immensi
    e su di un letto diventato un forte
    feci con loro la guerra dei cuscini.
     
    Si addormentarono così felici
    da non escludermi dai loro miti.
    Io li guardai con meraviglia uguale
    a meraviglia quando tutta esplode.
     
    Mi affacciai a controllare bene
    che fosse retta la linea d’orizzonte
    e vele vidi… vele e vele colorate
    l’un dietro l’altra a consumare sole.
     
    Ne scelsi una, scelsi la più verde
    e col mio tifo la portai davanti
    fino a sospingerla col vento amico
    a un traguardo posto non so dove.
     
    Indi il silenzio scese nella stanza:
    tutti zittiti, quasi per comando
    di un lungo assolo fatto dall’onda
    nel suo morire contro la scogliera.
     
    Di sale l’aria intanto diveniva.
    Non più pareti a fare da confini,
    mi ritrovai nel mezzo dell’evento
    di una vita per una volta al centro.
     
    Mi tramutai in un buffo paguro,
    poi scavalcai la cocente roccia
    andando a guadagnar la via del mare
    dove m’immersi in cerca d’un abisso.
    .,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.,.
    Nel chiuder quella porta d’alabastro
    pensai a ritrovar d’oggi la strada
    e a tal punto poi l’ho ritrovata
    che, sì, di un bel sogno ero stato preda.
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2009
     
     
     

     
     
     

     
  • 11 gennaio alle ore 14:02
    Dammi un attimo di respiro

     
     
    La mia pelle che diventa tua,
    la tua pelle che diventa mia,
    quattro mani abbandonate,
    il paradiso è già arrivato qui.
    Nascosto tra le nostre pieghe,
    non chiude più i suoi battenti.
    .
    Dammi un attimo di respiro.
    Fammi aprire questi occhi
    per controllare i tuoi colori,
    per misurare i tuoi sudori,
    per fermare i tuoi respiri
    e i tuoi rossori, se rossori hai.
    .
    Questi occhi già perduti
    tra le curve del tuo petto
    e dei tuoi umidi rifugi,
    fammeli aprire, te ne prego,
    per guardare in ogni dove
    la bella fretta di non morire,
    la stessa che ora freme
    nella fretta di vibrare.
    .
    Dammi un attimo di respiro
    per pensare a quando tu
    sarai lontana, rossa nuvola
    mescolata nei ricordi bollenti.
    .
    Di queste nostre ore
    io farò brodo fumante
    in cui bagnare i miei sigilli
    e il pane raffermo dell’oblio.
     
     
     
     
    *
    (2006)
     

     
  • 09 gennaio alle ore 14:26
    Cristalli in sospensione

    Svanisce il miraggio d’una fata
    vestita coi colori d’oltremare
    protesa a coglier cenni del tramonto
    e non dormire per salutare l’alba.

    E pur svanisce il sogno del bambino
    a consumare suole nel viaggio
    per giungere a bussare al bronzeo uscio
    di un futuro spoglio di dolore.

    Silenzi si confondono ai ricordi
    e brividi di pura ingenuità
    modellano cristalli in sospensione
    al centro della sala resoconti.

    È  forse giunta l’ora di assettare
    sconnessi cuori ed anime confuse
    nel tempo intriso di veleni e pene,
    distratto, che chimere disconosce.

    *
    Roma, 14/12/2020

     
  • 08 gennaio alle ore 12:10
    PRIGIONIERO DELLE MIE PAURE

     
    Nuvole nere tenute in sospeso
    nel cielo scavato di questo mattino,
    dichiarano l’ennesima guerra
    mentre il vento, ancora lontano, si allea.

    Che triste realtà è anche questa
    proprio quando di nuovo desidero il sole,
    un angolo piatto dell’azzurro mare
    o la calma di quand’ero piccolo.
     
    Prigioniero delle mie paure,
    ascolto muto le condanne venute
    cercando con rabbia tesori lontani
    oppure sognando domani migliori.

    Fuori, la pioggia gareggia coi tuoni
    mentre pian piano la gente scompare.
    Din, don! É il suono di campane vicine
    là nella chiesa dove unirò le mie mani.

    Il naso schiacciato sull’umido vetro,
    ancora una volta è triste quest’oggi,
    ancora una volta m’invento sorrisi.

    Prigioniero delle mie paure,
    mi affido ai lampi felici di un istante,
    al ricordo fugace di un vivace colore,
    al limpido sguardo di mia madre.

    Un pallido raggio si posa neutrale
    sui rami di un tronco intirizzito.

    Vi dimentico compagne amarezze
    mentre, medicando queste mie mani,
    trovo la forza di ricominciare,
    di schiacciare gli odiosi riscontri,
    di sfiatarmi al grido di essere forte,
    di essere vero per essere grande.
     
     
    *
    Anno di stesura 1977

     
  • 06 gennaio alle ore 11:56
    DEL FUTURO

     
    Di chi trovò le chiavi della porta
    che s’apre sui rilievi del futuro,
    non sento la mancanza, ve lo giuro,
    giacché il cuor da sempre m’é di scorta.
     
    Nel mio vagar tra morbide illusioni
    ho sogni non finiti da esplorare.
    Se poi gli anni insistono a tornare
    con l’eco d’alcune mie canzoni,
     
    allora tutto è agevolato
    per non pensar cosa accadrà domani.
    La vita che mi ha scelto allontani
    ciascun sussulto già pianificato.
     
     
     

     
  • 05 gennaio alle ore 13:35
    Senza dire nulla

    Camminai di buona lena, fiero
    e questa volta il mar non era meta
    perché di fianco già mi respirava.
    Era tramonto da zittire il tempo
    ed affrettai la corsa per paura
    che l’impaziente sera lo rubasse.
     
    L’avevo vista avvolta nell’azzurro
    in una festa della primavera
    e fu amore, solamente amore,
    a farsi mare, fuoco cielo e terra
    nel mentre mi sentivo quasi un re.
     
    Finito ch’ebbi il mio bel tragitto,
    sostai un po’ davanti alla scogliera
    e l’occhio si posò sulle caviglie
    baciate dalla forsennata schiuma.
    Un brivido viaggiò lungo il mio corpo,
    io fui geloso di onde che amavo.
     
    M’avvicinai senza dir nulla
    e senza dire nulla lei s’accostò.
    E fu amore, solamente amore
    a farsi mare, fuoco cielo e terra
    intanto ch’io mi sentivo un re.

     
  • 02 gennaio alle ore 12:35
    MALINCONIE

     
     
    La luce consistente della sera
    rinvia la dolce mia malinconia
    che come preda in vista della fiera
    non vede l’ora di guadagnar la tana.
     
    Quando quest’altra lunga notte
    ore sottrarrà all’imperfetta vita
    e l’ultimo respiro del liso giorno
    rimbomberà nei silenzi della terra,
     
    io mi ritroverò di nuovo detenuto
    dentro un tempio resistente al tempo,
    il cui sagrato dei venerabili ricordi
    mi ostenterà quadranti ‘sì pregiati
     
    da non dover mai esser calpestati
    ma sol guardati dal limitar dei bordi,
    ispezionati in ogni singolare punto 
    per essere ammirati ad uno ad uno.
     
    Sarà l’ora di nostalgie inamovibili
    che del sonno non si cureranno,
    che in sacro corteo avanzeranno
    per reclamare un tuffo mio all’indietro.
     
    Allora, poeta dovrò esser io
    al solo scopo di sapermi raccontare
    l’andata all’oggi e il ritorno a ieri.
    Sì, poeta dovrò essere io…
     
     
     

     
  • 01 gennaio alle ore 11:54
    Buondì

     
    La notte è andata via veloce
    passando sopra replicati sogni
    che tutti quanti volevamo veri
    per candidarci ad essere felici.
     
    Intanto l’alba ormai tossisce,
    ha spento già l’ultima stella,
    sbadiglia ora all’orlo di collina
    e al mare, di nuovo suo fratello.
     
    Buongiorno allora vorrei dire
    a quelli che si destano dal buio,
    a gioie minute e subdoli dolori
    che come sveglie sento risuonare.
     
    Buondì ai gabbiani che non vedo
    dal mio balcone di città sedata,
    al pescatore che alla prima luce
    governa barca in sudore ed acqua.
     
    Buondì al pane ancora profumato,
    al vagabondo fuori dalla notte scura,
    allo squadrone dei potenti in Terra,
    ai bimbi insonni d’Africa che aspetta.
     
    Buondì a voi, amori nostri immensi
    avvolti ancora nel vostro dolce sonno,
    nel supplemento di un segreto sogno
    che sia capace di svegliarvi al meglio.
    *
    Sereno 2021!

     
  • 31 dicembre 2020 alle ore 10:46
    Al tocco della mezzanotte

     
    Non chiederò al nuovo anno
    nulla di più e nulla di diverso
    di quanto giorno dopo giorno
    io già non chieda a quel futuro
    che da canguro vuole travestirsi
    per fare un salto troppo lungo
    mentre all’indietro scalcia
    per diluirsi in questo mio presente.
     
    Se al tocco della mezzanotte
    lassù nel cielo ci sarà la luna,
    io la vedrò uguale a sempre,
    amata complice e discreta spia
    di un notturno, culla ed abbandono.
    Eventuali stelle in bella mostra
    saranno ancora assai distanti,
    teste di spilli in controluce.
     
    Se scenderà fittissima la pioggia,
    di certo pioggia d’oro non sarà.
    Solo la neve qui potrebbe dare
    la bianca quiete alla baldoria.
    Il mare sempre e comunque c’è
    e pur lontano è a me vicino
    come l’amor che sento dentro
    appena lei mi pensa un po’.
     
    Di là, sul freddo marciapiede,
    un randagio troverà randagi,
    bastardi a fargli compagnia
    tra vecchie luci e nuove ombre
    dove non trova un padrone amico.
     
    Al tocco della mezzanotte
    berrò un quarto d’abituale rosso
    che sottobraccio poi mi prenderà
    fino ad aprire il sipario sonno
    nell’attesa d’un nuovo dì clemente.
     
     
     
     
     

     
  • 30 dicembre 2020 alle ore 11:38
    Stand-by

    Finalmente colano,
    scintillano le belle lacrime
    che non volevo conoscere.
    E cadono, pesanti e calde.

    Le avevo trattenute a lungo,
    purosangue imbizzarrite,
    solo per ritardare un po’
    lo show dell’anima mia.

    Nasceranno ancora, lo so,
    le sofferenze per gli affetti persi.
    Mi stringeranno nella morsa
    del recinto che sarà blindato.

    Sarò solo e avrò tempo
    per pensare una volta ancora
    ai bisogni di amori imperfetti,
    ai fronzoli di false primavere.
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    (Tratta da “Appena finirà di piovere” – Global Press Italia - 06/2010)
    (III Premio al Concorso 'Emozioni d'inchiostro” - 2007)
    (Pubblicata nell'Antologia “Emozioni d’inchiostro” - Laruffa Editore - 2007)
    (Pubblicata dal Mensile Il Saggio 01/2008)  

     
  • 26 dicembre 2020 alle ore 23:54
    L’incedere dell’alba

     
    L’aurora, imbastiti i colori,
    svanisce nei meandri d’infinito.
    Nei toni dell’incedere dell’alba
    si celano malinconie elette
    e prima ancora di guardare il mare
    i brividi di già fanno clamore.
     
    E poi è festa, luce da salvare
    in pagine di cielo compiacente,
    sui versi dei poeti sognatori,
    nei cuori delle genti indifferenti,
    nel tempo che adesso non ha voce,
    in ogni dove la bellezza insiste.
     
    *
    26/12/2020
    Come Augurio per la prima alba del 2021

     
  • 23 dicembre 2020 alle ore 9:21
    Luci di Natale

    Quando, per ospitare la colomba,
    la briciola d’un fragrante panettone
    si poserà sul mio freddo terrazzo,
    di colpo si accenderà la grotta.
     
    Quando, a posarla, sarà uno di noi,
    premeditata nel flusso della festa
    o fosse anche per una distrazione,
    la stella brillerà anche per gli altri.
     
    Buon Natale - diceva mia madre -
    già dalle prime luci del mattino
    tra dolci frette e succulenti fritti
    mentre incartavo scintille per la notte.
     
    Buon Natale - io le rispondevo -
    Ma… non si dice quando è proprio l’ora?
     
    L’attesa é attesa - lei mi replicava -
    più é lunga e più sarà il Messia!
    *

     

     
  • 15 dicembre 2020 alle ore 16:13
    Poesia impossibile

    Ho visto in sogno dei tramonti
    fluire quieti giorno dopo giorno
    negli ultimi ripari della terra
    là dove d’albe non c’è impellenza.
     
    E, pure, ho visto albe avvicendarsi,
    vezzeggiarsi fin quasi al fanatismo ,
    dagli ultimi ripari della terra
    là dove tarda il nero delle notti.
     
    Poesia impossibile, forse.
    Ma quanto costa crederci?
     
    *
     06/05/2014

     
  • 14 dicembre 2020 alle ore 11:03
    Inquietudine

    Non basta uno squarcio d’azzurro
    tra nuvole poste sul piede di guerra,
    sorde al richiamo di spostarsi un po’,
    determinate a completare l’opera.
     
    È l’inquietudine di questi tempi,
    la paura di aver paura della paura,
    del declino dei valori umani
    che pure è palese, è sotto gli occhi.
     
    Nei giorni in cui tutti protesteremo
    per una guerra che offende il mondo,
    terre e cuori non subiranno sismi.
     
    Ci apriremo in un grande girotondo
    e in mezzo metteremo gli sciacalli
    e li derideremo e li consumeremo
    tra i fumi più densi dei loro errori.
     
    Poi, forse, questo stesso squarcio
    si tramuterà in cielo, mai così atteso.
      
    *

    (2009)

     
  • 13 dicembre 2020 alle ore 13:05
    Di là dal mare

     
     
    Di là dal mare,
    nell’oltre martoriato dalle fantasie,
    nella regione dell’ultima ragione che rimane,
    di là dal mare il cielo si abbassa.
    Si china, prostrato e consenziente,
    a dare in prestito un po’ di blu che abbonda
    per riversarlo appena sotto l’orizzonte.
     
    Noi poeti siamo piccoli,
    noi che in un verso reclamiamo verità,
    siamo una goccia della nostra riva.
    Le prime luci che accendono la baia
    spengono di già il nostro ardire
    e rimaniamo qua, a raccontarci i fatti della terra.
     
     
    *
     
    Data di stesura 25 Aprile 2009
    Testo pubblicato nell’Antologia Poesia sotto le stelle (2013)

     
  • 11 dicembre 2020 alle ore 12:02
    Quale poesia?

    Che forza quando l’anima disloco
    lungo i reconditi sentieri immensi
    di cielo, terra, mare e anche di me!
    Oppure è lei a far, del corpo, piuma?
     
    Cielo
     
    Trapasso il prisma del segreto cielo,
    di qua e di là le stelle col moschetto
    a preservare me, viaggiatore
    alla ricerca dei pianeti nuovi.
     
    Parto dal sole che mi dà in regalo
    un largo nastro dei potenti raggi
    e sembro proprio quel gabbiano
    la prima volta visto da bambino.
     
    Terra
     
    Guadagno il ventre dell’antico bosco
    ed il percorso mi è facilitato
    dal rasoterra di viole nane
    che petali spalancano al passaggio.
     
    Nel verde è l’eco di languide voci,
    di musiche dai prìncipi donate
    a more e bionde da innamorare
    prima e di più di magici castelli.
     
    Mare
     
    Son capitano del vascello azzurro
    che scansa i neri scogli sotto prua
    per arrivare all’isola deserta
    sui giochi d’acqua e i coralli rossi.
     
    A riva pianterò sicura tenda
    da cui uscire di mattina presto
    per controllare l’ancora e lo scafo
    e, poi, andare a caccia del tesoro.
     
    Me
     
    Io entro col più garbato intento
    nel corridoio che mi porta al cuore
    per far la prova delle cento chiavi
    fino a trovar la stanza degli specchi.
     
    Tra quei riflessi, i più argentini,
    solo l’amore intendo io scovare
    per misurarmi dopo con la Terra
    nel riproporlo, se si può, ad arte
     
    ***
     
    Siano benedette di Erato le labbra
    mentre mi lagno della scarsa vena
    di belli inchiostri sulla scrivania
    assai incapaci di registrar parola.
     
    La mia poesia, la migliore,
    è solo quella che non scrivo mai,
    trattenuta nel cavo della gola
    per esser bisbigliata e non stesa.
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2009
    Mensile Il Saggio 02/2011

     
  • 08 dicembre 2020 alle ore 13:57
    Il tempo che rimane

     
    L’ortolano,
    il salumiere,
    la fòrmica della mia cucina,
    la terrazza,
    il porto sotto,
    il cortile,
    vetri rotti ed io che gioco.
     
    Le canzoni sempre uguali,
    la fisarmonica di Gianni,
    le note che ho imparato,
    un re minore ed io che canto.
     
    Il primo pesce all’amo,
    l’Alighieri sul divano ocra,
    il piede rotto sulla spiaggia,
    un nuovo amico ed io che parlo.
     
    Il mare in mano,
    la cabina 23,
    un metro per volare,
    il fiato trattenuto,
    lei zitta ed io che amo.
     
    Capelli neri,
    un abbaino,
    i fantasmi inventati,
    la pelle sua sulle mie gambe
    uno scalino ed io che sogno.
     
    La casa si svuota,
    mia madre vacilla,
    il treno parte in fretta,
    Roma aspetta ed io che penso.
     
    Il tempo che rimane
    cattura le curve di ieri.
    Le stringe in un anello
    dentro il quale io vivo.
     
    *
    Anno di stesura 2005
    La poesia (in assoluto tra le mie preferite) è un concentrato prezioso di alcune delle tante profonde verità vissute nella maniera più intensa di cui allora ero capace.
    È tratta dal mio primo romanzo “Viaggio in V classe” pubblicato da Edizioni Il Filo, con l’amabile prefazione del Dr. Pietro Zullino, persona alla quale devo tantissimo nel difficile percorso letterario intrapreso. Spero ardentemente che da lassù egli continui ad incoraggiarmi, a guidarmi e ad assistermi per ogni parola che, uscita dal cuore, dovesse andare ad annerire il bianco di un qualche foglio.
     
    Aurelio

     
  • 06 dicembre 2020 alle ore 11:04
    Potevo io essere re

    La volta ch’aspettavo il vento
    in alba d’insistente pioggia,
    successe un vero finimondo
    e stavo diventando quasi re.

    Gli alberi si scansarono
    a passi indietro d’elefante.
    Le nuvole, irriconoscibili,
    non più in libera caduta.

    Il fango s’asciugò veloce
    e fece di sé piastrelle in luce.
    Il mare, incredibile il mio mare,
    sempre azzurro dietro i vetri.

    Da solo nella nuova terra,
    i flosculi di cardo a sentinella,
    equilibrista improvvisato
    attesi quindi ch’arrivasse il vento.

    Al primo alito da Nord,
    fronte al cielo, offrii la gola
    per rompere di netto le sue corde,
    noiose fabbriche di parole belle.

    Al gelido schiaffo successivo,
    protèsi, da condannato a morte,
    gli occhi tutti spalancati
    per farli rasoiare a sangue.

    Così - pensavo - finalmente
    quegli occhi avrebbero perduto
    la vista amara dei malanni,
    perfino quella dei potenti.

    All’ultima raffica tagliente
    avevo già buttato la camicia
    per fare in modo che nudo nudo
    il cuore mio fosse colpito.

    Col cuore,
    l’infinita rabbia per il buon mondo che non c’è...
    Nel cuore,
    l’ingenua tenerezza per il mondo che sta qui...

    Ma ritornò l’odiata calma.
    Il sole, adesso, sgomitava forte
    tra plumbee macchie ancora
    bruciando l’ultimo mio sogno.

    Le onde formarono plotoni
    attenti all’assoluta pace attorno.
    I boschi, ai bordi di collina nuova,
    scrollarono la brina dalle chiome.

    Non so se quella volta
    fu l’unica occasione della vita,
    quel treno puntualmente perso
    all’ultima stazione del destino.

    L’aria, l’acqua e la terra
    mi corteggiarono incalzanti
    per dare il loro benvenuto
    al fuoco che tenevo dentro.

    Governatore improvvisato,
    potevo io essere re
    ma senza scettro né corona
    il cuore tutto mi ripresi.
     

    *
    Anno di stesura 2005
    Mensile Il Saggio n.158 Maggio/2009 All. Speciale Poesia

     
  • 03 dicembre 2020 alle ore 11:58
    Così ho deciso!

     
     
     
     
    Liberate, ve lo ordino, le fate
    tenute troppo a lungo prigioniere
    tra le pieghe delle vostre fantasie.
    In fondo, rimuovevano magie
    al solo scopo di destare sogni
    o arcobaleni per amar colori.
     
    E inoltre :
     
    liberate le belle principesse
    che ora v’affannate a far marcire
    dentro i letarghi dei vostri cuori.
    In fondo, giocavan con l’amore
    al solo scopo di produrre sogni
    o storie per rasserenare genti.
     
    Così ho deciso!
     
     
     
     
    *
     Anno di stesura 2006
    Tratta da “Appena finirà di piovere” Edizioni Global Press Italia 06/2010
    Pubblicata su Antologia “Donna Mistero Arte” II Ed.

     
  • 02 dicembre 2020 alle ore 12:17
    Fai presto a dire anch’io sono un poeta…

     
    Scrivi i tuoi versi in men che non si dica
    oppur nell’arco di un intero giorno
    o anche in quello d’una lunga vita.
    Offerti poi a tua e altrui lettura,
    fai presto a dire anch’io sono un poeta!

    Non ho mai visto, ahimè, due gabbiani
    scambiarsi un bacio da perduti amanti
    e poi librarsi ubriachi e mai stanchi
    nel campo d’aere per destinazione.
    Io, non li ho visti ancora…

    Ho visto, sì, coppie di pesci luna
    squassar bonacce e ravvivare azzurri
    di miei tratti di mare consenziente.

    La coda dentro e il muso fuor dall’acqua,
    fecero ciao a un vento già sconfitto
    ch’oltre collina andò a cercar riparo.

    Gabbiani e pesci luna, caro Auré,
    non hanno preso mai la penna in mano…

    *
    Anno di stesura 2009

     
  • 01 dicembre 2020 alle ore 11:19
    Goccia di goccia

     
     
    Goccia di goccia, simile a stilla
    che  il viso a baciar s’ appresta,
    è un tuo silenzio rotto,
    l’attesa vibrazione delle labbra
    nel tentativo d’essere un sorriso.
     
    Un giorno vorrò chiederti davvero
    dov’è che hai riposto il cuore,
    se lo hai depositato - intatto -
    per il timore di mostrarlo al mondo,
    di dargli voce per chi ascolta.
     
    Goccia di goccia sarà il risveglio
    da un letargo dove questo amore
    all’angolo non ha trovato branda
    su cui sdraiarsi nella dura attesa
    di accordarsi con la mia musica.
     
    *
    Anno di stesura 2008
     

     
  • 30 novembre 2020 alle ore 12:43
    Da Lui mi aspetto quiete

     
    Nell'era del tutto ha un prezzo,
    vorremmo barattar con Gesù Cristo
    le scialbe prove delle nostre vite
    con uno dei Suoi miracoli perfetti.
    Ma non chiediamo pani e pesci,
    la Croce é ormai monotona leggenda,
    non più icona di quell’eterna Fede
    che ora é incolta, maltrattata, offesa.
     
    Chiediamo invece nuovi luccichii,
    fulgidi denti in un corpo perfetto
    a far strada al manichino genuflesso
    capace solo di mettersi in mostra.
    Rumori a coprire silenzi,
    a rischio è il blu del mare mio,
    la fronte delle idee vibrante al sole
    e d’animo le incalcolabili bellezze.
     
    Da Lui mi aspetto quiete,
    un punto e a capo promettente,
    un altro segno d’indiscusso amore 
    che scuota l’aria, me, le genti.
    Quale perdono é da vagheggiare?
    Mentre insicuro tento di parlarGli,
    mentre vacillo anch’io coi tanti,
    da Lui mi aspetto quiete e... prego.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2008
    Tratta da “Appena finirà di piovere” edito da Global Press Italia nel giugno 2010  con Prefazione di Angela Ambrosoli.
    Pubblicata sul Mensile IL SAGGIO (04/2012)

     
  • 27 novembre 2020 alle ore 12:13
    Lascia cantare la mia speranza

    I fiori che ti porgo
    con premura sciocca,
    non sono per omaggio alla bellezza
    né per mostrarti sintomi d’amore.
     
    Lo sguardo che ti porgo
    con qualche ansia in più,
    trascini ai tuoi piedi le antiche pene
    e al tuo perché le mie nuove paure.
     
    Se ora ascolti queste grida,
    non aprire il tuo sorriso amaro
    in un’amorfa smorfia nera
    e lascia cantare la mia speranza.
     
    Accogli le rose che ho sottratto
    alle narici d’una donna ignara.
    Annusa il retrogusto della vita
    e, per un istante, scopriti inutile.
     
    Poi, rimani ancora più lontana
    e non seguire presto le mie orme.
    Assaporo tardi le gioie della vita
    ed oggi io ti rifiuto, o morte…
     
    *
    Anno di stesura 1981

     
elementi per pagina
  • 16 giugno 2020 alle ore 12:10
    Il cuore di pietra

    Come comincia:  
    Al tramonto mancava qualche ora. La strada, seppur in discreta ascesa, era gradevole nonostante quei marciapiedi troppo stretti. In alcuni punti Simone sembrava un improbabile equilibrista tanto evidente era l’impaccio nel mantenersi ben messo, ritto per evitare di invadere l’asfalto. Stimolato dal luminoso fine pomeriggio, aveva scelto di fare a piedi l’ultimo tratto.
    La provinciale era trafficata. In tanti rientravano verso i propri paesini dopo una giornata di lavoro in città o nei campi giù a valle. Simone aveva parcheggiato la sua auto qualche chilometro prima, in uno slargo sicuro. Lì, gustando un buon caffè, aveva ripassato bene a mente le indicazioni ricevute da Chiara, una poetessa amica di vecchia data. La stessa titolare del chiosco bar, una tipa pittoresca e sognatrice, gli aveva confermato l’eccellenza e il mistero del luogo dove si stava dirigendo.
    Proseguendo nel cammino, l’attenzione volgeva al paesaggio, agli arbusti sparsi qua e là, alle prime foglie in via di decadimento, a qualche fiore selvatico, alla graduale riduzione della luce del sole. Peccato che, trattandosi di una strada tutta interna alla costa, non potesse ancora osservare il mare. L’aria pulita, fresca e godibile ricordava quella di un amabile metà settembre. La colorazione del cielo offriva suggestioni tanto numerose quanto capaci di fare scoprire un sofà su cui sostare fino al sopraggiungere di un qualunque sogno.
    Tra immagini della natura e prolungate romanticherie, giunse a una curva in un punto dove la carreggiata si restringeva non poco. Udì un brusio, poi le note inconfondibili di una banda e cori, preghiere, grida d’invocazione e canti intervallati da momenti di silenzio.
    Preceduto da un prete piuttosto anziano, il quadro della Vergine era incastonato in una cornice molto larga, illuminata da piccole lampade. Da buon cattolico, Simone fece d’istinto il segno della Croce. La Madonna dell’Addolorata sembrava volesse guardare fin dentro i suoi occhi sbigottiti. Totalmente invischiato in una scena inaspettata, dopo qualche minuto si ritrovò in mezzo ai fedeli al seguito della sacra effige. La stranezza della situazione consisteva nel fatto che centinaia di persone andavano verso una direzione e lui soltanto verso quella opposta. Gli vennero in mente i documentari sui salmoni  che risalgono i fiumi.
      Col trascorrere del tempo, un crescente nervosismo si stava impadronendo di lui. Pensando alla destinazione finale, doveva assolutamente trovare una rapida soluzione per evitare quel caos ma la strada stretta e nessuna via d’uscita disponibile acuivano le difficoltà a liberarsi dalla morsa. Allungò quindi il passo stando molto attento a non scontrarsi con chierichetti, bambini, donne, uomini e soprattutto vecchiette. Una di queste lo guardò con sospetto e un’altra, a mani rigorosamente giunte, gli rimproverò aspramente di non avere alcun rispetto per la cerimonia. Effettivamente Simone rappresentava un intralcio al transito di una moltitudine di gente di cui non era la velocità a preoccuparlo ma l’altissima densità distribuita in lungo e in largo su quel tratto di provinciale.
    A una ragazza (quant’era bella!) domandò:
    «Sai dirmi quanto manca per il “Cuore di pietra”?»
    «Ah, conosco benissimo quel posto! Dopo la prossima curva c’è un casolare diroccato. Vai a sinistra e continua sul sentiero in terra battuta per circa duecento metri. Vedrai tre querce. Guardati attorno e troverai ciò che cerchi.»
    «Sei gentile e carina, grazie! Mi chiamo Simone.»
    «Io sono Greta. Se vuoi, ti posso aspettare all’uscita del Santuario.»
    «Quale Santuario? Dove si trova?»
    «Siamo quasi arrivati. Ancora dieci minuti di processione e svolteremo verso il boschetto.»
    Un po’ confuso e forse emozionato, Simone fu tentato di mettersi al fianco di Greta e abbandonare il progetto iniziale. Decise, però, di continuare il suo cammino. Si scambiarono i numeri di cellulare e la salutò:
    «Chissà, magari avremo modo di rivederci, ciao e grazie!»
    Per un attimo, ma soltanto per un attimo, riguardò il cielo. Affrettò il passo e, approfittando di una sosta del corteo, sfruttò i varchi liberi per passare. Urtò più volte persone tutte assorte nella preghiera e visibilmente disturbate dalla sua presenza. I minuti intanto passavano, ormai erano le 18,30. Soltanto mezzora per essere puntuale. Da svelto il passo diventò di corsa e lo slalom cui fu sottoposto lo fece quasi sorridere poiché, a dire il vero, non era mai stato un atleta. Le vecchie Superga che portava ai piedi, tuttavia, gli furono d’aiuto e finalmente raggiunse la coda della processione. Sistemando i jeans all’ombra di un muro di sostegno, guardò indietro per valutare meglio la marea di gente dentro la quale si era, suo malgrado, infilato.
    Adesso bisognava soltanto correre. Sudato e nervoso, sollecitò al massimo la forza dei suoi ventiquattro anni in quella lotta contro il tempo. In certi punti la pendenza del percorso era assai critica ma non ci fece caso. Tirò comunque un sospiro di sollievo quando, finalmente, infilò il sentiero in terra battuta. Si concedette qualche attimo per prendere fiato. La totale assenza di nuvole favoriva ancora un’ottima visibilità ma l’azzurro del cielo virava già verso toni lievemente rosei. Riprese a volare scansando rami secchi e sassi taglienti. Le tre querce ora le vedeva. Bisognava soltanto oltrepassarle, cosa che gli riuscì agevolmente per poi trovarsi in mezzo ad un agglomerato di grandi sassi disseminati in prossimità di uno strapiombo sul mare.
    «Uhm, dove sarà questo cuore di pietra?»
    Si arrampicò su una roccia per godere di una visuale migliore. Da lì scorse ciò che andava cercando: il masso si trovava un po’ di metri sotto, proprio sul punto critico del precipizio. Scese giù prestando attenzione a non scivolare ed evitando di distrarsi alla vista della scogliera. Alla fine, stanco ma soddisfatto, raggiunse la pietra. Che strana! A parte la forma di cuore perfetto, guardandola da vicino, il colore tendeva al rosa e la superficie levigata, quasi lucida, pareva emanasse qualcosa di molto simile a energia.
    Simone era avvolto in una spirale di magia. Di fronte a lui il mare, il cielo e il sole, c’era di che sentirsi straricchi. Da quella posizione, lo sguardo attonito assorbiva l’essenza della sua profondità più interiore, l’anima. Sì, l’anima che a volte si pensa sia soltanto una derivazione psico-filosofica, eterea, e che invece quel ragazzo avvertiva come cosa concreta, un’appendice del corpo legata a muscoli e ossa, al battito del cuore, al proprio respiro.
    Il silenzio occupò la scena. Per rispettarlo, qualche gabbiano evitava di battere le ali, le ultime lucertole restavano immobili per non rumoreggiare strisciando, i passeri se ne stavano zitti quasi fossero stati privati del dono del canto. L’unico brusio proveniva da giù, dal mare con il suo costante toccare e lasciare la falesia. Lo strapiombo era inquietante eppure a Simone non sfuggì la schiuma delle onde che si disperdeva tutt’intorno per poi ricomparire in un gioco d’aria e acqua di frizzante sincronismo.
    Come quando stiamo sorbendo un cono gelato, piano piano per non privarci troppo presto dei nostri gusti preferiti, allo stesso modo lui sollevava gli occhi, lentamente, quasi col timore di abbracciare troppo presto il mare. Il variare dei colori sull’acqua lo incuriosiva a tal punto da chiedersi come cavolo facesse il sole a governare quelle sfumature di luce.
    Man mano che lo sguardo s’innalzava, si sentiva fortunato prigioniero della potenza della natura. Da quella prospettiva la linea dell’orizzonte coincideva con una retta impeccabile, spezzata qua e là soltanto dalle sagome delle navi di passaggio.
    Perché tanto stupore? Da sempre adorava il mare e chissà in quante altre occasioni lo aveva già ammirato, alba o tramonto che fosse. Adesso, questa era la novità, afferrava con più convinzione il bisogno della poesia. L’accorato invito di Chiara a non privarsi di quella veduta, lo aveva condizionato? Oppure, il cuore di pietra sul quale stava seduto, quasi ipnotizzato, nascondeva un qualche arcaico mistero?
    Nel frattempo il disco del sole, un cerchio che più perfetto non si può, si stava immergendo in quella retta. A Simone ricordò l’intingere un biscotto nel tè.
    Il giusto amalgama di aria, luce, vento, colori e correnti sfociava in una nitidezza ottica che non ricordava di aver riscontrato in altri luoghi. Il mare, man mano che l’occhio cercava sempre più il largo, sembrava dirgli: «Vedi quanto sono calmo?»
    Magnetismi, d’accordo, ma urgeva confondersi nell’appagante territorio di quiete. La bellezza, assaporata a piccole dosi, gli strillava la certezza di essere più vivo che mai. Infelicità, stress e fatica si allontanarono repentinamente e insieme con loro gli angusti locali del Call Center, dove trascorreva le sue giornate, legato come vittima sacrificale al totem del profitto d’altri.
    Fermarsi… fermarsi un po’ allo scopo di riscoprire fascino e sedare il vortice della tempesta d’ogni giorno. Fermarsi e, prima di affidarsi al tramonto, usare il linguaggio dei silenzi della mente rivolgendo la parola soltanto alle nuances in ordinato divenire sull’acqua, alle striature inafferrabili che il cielo incideva, al sole dai contorni così netti e vicini da poter esser toccato con mano.
    Peculiarità tanto necessaria quanto temeraria in una società artefatta, la sensibilità di Simone fluiva nel posto giusto al momento giusto. E fu per questo che non si meravigliò di sentire umidi i suoi occhi. Inzuppato di atmosfere ad alto tasso glicemico, ormai pretendeva che quella straordinaria stella non morisse più. E che paura lo assaliva quando, lo sguardo ormai consegnato al cielo, sentiva il rischio di intravedere parvenze di luna esordire nel “suo” teatro! Per allontanare questo pensiero, viaggiò dentro l’amaranto e sui vermigli di riflessi impareggiabili. Intanto, l’orizzonte aveva un tenero sussulto: il sole si offriva a metà, un semicerchio disegnato col compasso, una gigantesca lampara rossa. Simone, sempre più incredulo, ebbe un tenero ricordo per Marcello, un caro amico scomparso anni prima. Fu quel pescatore a fargli scoprire il mare di notte nel corso di una battuta di pesca.
    L’ora cominciava a chiamarsi sera e, intenso, il profumo di salsedine saliva dalla scogliera. Sul mare, i tocchi degli ultimi riflessi favorivano il formarsi di un cono di luce surreale all’interno del quale il ballo cadenzato delle onde si apriva e si chiudeva a loro piacimento. Ancora qualche orlo del giorno resisteva ma il meriggio stava per lasciare la scena al crepuscolo.
    Incendiato dagli impulsi di quelle seduzioni irresistibili, Simone si fece vincere dall’introspezione. Viaggiò a ritmi felpati all’interno della sua vita battendo i sentieri del riconoscimento dei propri errori ma anche quelli dell’autostima e della gratificazione per ciò che di giusto e leale era fino a quel momento riuscito a fare. Svolazzò nel futuro accompagnato dalla fiducia e dalla speranza per una vita, non solo la sua, migliore. Si soffermò molto sul presente perché tutto impregnato dall’incanto del luogo che stava vivendo.
    Per quanto felice di aver respirato un tramonto speciale e quasi esclusivo, un velo di tristezza lo colse quando, con le ombre della sera, si sentì solo.
    A Simone mancava l’amore di una donna, l’amore vero. Qualche esperienza e qualche flirt gli avevano lasciato solo tracce gradevoli, non segni inconfondibili. La visione romantica della giovinezza che stava cavalcando e del domani che era dietro l’angolo, precludeva all’esterno la buona ricezione del suo sentire. Un ragazzo per bene, amante della famiglia e dei buoni sentimenti non ha spazio - pensò - nella giungla del tutto subito e del tutto pronto.
    «Non devo demordere! Chiamo Greta e la raggiungo all’uscita del Santuario. A volte si potrebbe mirare a un lembo di cielo e conquistarlo se solo si alzasse lo sguardo.» - si disse.
    Quel giorno si era recato al cuore di pietra su deciso invito di una poetessa sua amica. Lo aveva fatto con la passione di un cercatore d’oro, con l’entusiasmo di un bambino nella caccia al tesoro, con la fame di emozioni da soddisfare. In quell’Eldorado ritrovò se stesso, la ricchezza migliore per non essere povero del tutto.
     

     
  • 22 gennaio 2020 alle ore 12:00
    Niente fretta, Auré!

    Come comincia: Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
    ***
    Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
    Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall’afa.
    «Hai fame?» domandò Peppe.
    Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sott’olio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
    «I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
    «Quando avranno fame…» replicò Peppe.
    Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
    «Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
    Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
    «Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
    «Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
    Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
    «Deve essere grosso, Peppe!»
    «Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!». 
    ***
     Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
    Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    (Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/2007 e sulla testata giornalistica on line www.quicalabria.it)

     
  • 20 luglio 2019 alle ore 11:35
    Come se ci fossimo amati

    Come comincia:  
    Il sole era ormai ubriaco del suo stesso esagerato calore. Cadeva in acqua tuffandosi piano sulla retta che separava il cielo dal mare di Sabaudia. Visibilmente affascinato da questa leggiadria, Saverio, nell’attesa di Fabiana continuava a seguire l’evoluzione di un tramonto per lui così importante. Probabilmente, in una sorta d’irriverente sfida, il pensiero era corso al “suo” mare di Pentimele, in quel di Reggio Calabria dov’era nato e dove aveva vissuto la giovinezza prima di trasferirsi a Roma. Il suo animo romantico ancora una volta non lo abbandonava e non a caso aveva voluto scegliere, sarebbe meglio dire imporre, lui, il luogo dell’incontro.
    “Pensavo non venissi.”
    “E perché mai? Ti dissi, se ben ricordi, che adoro questo tratto di spiaggia. Lo trovo riposante. Non c’è mai tanta gente e, per quanto isolato, un panino e una birra li rimedi sempre. Stasera poi alla vecchia pianola del bar c’è Nico, mio cugino.”
    Saverio guardò con insistenza la collega d’ufficio per registrarne l’aria che sentiva già gradevole. Come in cuor suo aveva sperato, quei capelli neri non erano stati legati alla nuca. Fluivano con garbo sulle spalle e sulle orecchie e in parte anche sulla fronte senza per questo sacrificare alla vista il verde degli occhi. Pantaloni e camicetta attillata, Fabiana vestiva di bianco e ciò gli appariva strano sapendo quanto quella donna amasse i colori. Per fortuna non aveva dimenticato di indossare il foulard smeraldo che a lui piaceva tantissimo. In quei ventotto anni vi era straripante bellezza da cogliere e custodire con cura.
    In azienda i primi approcci promettevano bene. Giorno dopo giorno s’infittivano. Si arricchivano di qualche confidenza in più e si coloravano d’intimità per via di certi tentativi di messa a fuoco, ancora timidi ma promettenti. E tuttavia, sul lavoro, stavano obbedendo al rituale rispetto dei ruoli e all’esigenza di trovare un comune riparo da occhi indiscreti e orecchie un po’ troppo deste.
    “Se penso al rientro in ufficio, sento già il gelo dell’inverno! Come sono andate le ferie? ” - domandò Fabiana.
    “Quando torno a Reggio, per me va sempre bene. Tu, però, goditi questi ultimi giorni e fammi la cortesia di non pensare al commendator Marengo.” - rispose Saverio, tradendo un tono pressoché paternalistico.
    Il viso di Fabiana s’incupì:
    “Non nominarlo, ti prego. Non sopporto quel vecchio fanatico e fargli da segretaria mi procura un senso di fastidio e disistima.”
    Tutte cose che Saverio sapeva, nonostante fosse trascorso poco tempo dalla sua assunzione come direttore editoriale della Maredit S.p.A.
    Scrittore di lungo corso, non poteva certo definirsi un romanziere di successo. A dire il vero, qualche riconoscimento importante non era mancato ma ciò di cui avvertiva costantemente l’assenza era l’ispirazione illuminata per un progetto narrativo di più alto respiro che pure aveva sempre inseguito. Così, forte di un’intensa esperienza maturata nei salotti letterari dell’Urbe, pensò bene di fare gavetta come critico letterario presso una piccola casa editrice e successivamente presso un’altra, più grande, che gli consentì di fare un buon salto di carriera accettando la Maredit. I suoi cinquant’anni, considerata la crisi economica, erano quindi ben difesi in attesa di tempi migliori. Di contro, sotto altri aspetti più personali, quell’età nascondeva notevoli insidie. Qualche storia d’amore di buona intensità e un’altra, più seria, non furono del tutto fortunate e non è il caso adesso di andare a cercare i motivi e i colpevoli. Abituato da sempre a stare in mezzo alla gente, era cosciente del fatto che vivere da solo non lo realizzava compiutamente. Del single riusciva, però, a cogliere certi vantaggi. Si appropriava di un senso di più ampia libertà che lo metteva nelle condizioni di sgocciolare ugualmente un’esistenza dignitosa in cui c’era spazio per i rapporti umani e per qualche amicizia da coltivare.
    In questo collaudato microcosmo, Fabiana era un’opportunità da non trascurare e nel cuore di Saverio, man mano che i due si conoscevano meglio, quella donna ora rischiava di andare a occupare uno spazio delicatissimo. La sensibilità di Saverio costituiva un pericolo per entrambi. In lui la predisposizione a percepire in anticipo reazioni e contro reazioni dell’animo umano, tracciava un viatico di sofferenza affettiva. La serietà che riversava nel fiutare e sentire amore verso l’altro sesso rappresentava un freno nella capacità di prendere iniziative convincenti per dar vita a un serio rapporto.
    In Fabiana, l’iniziale approfondimento di pregi e difetti caratteriali e il passaggio a una comune visione intima e reciprocamente gratificante, incuteva timore. L’ultima delusione sentimentale, di cui aveva parlato a Saverio, le aveva lasciato un segno netto, inconfondibile, una cicatrice ancora lungi dal sentirla guarita.
    Intanto il sole stava completando il suo tuffo. I lampioni e l’insegna del piccolo bar presto si sarebbero accesi.
    “Dai! Avviciniamoci un po’ a riva.” - disse Fabiana la cui attenzione era stata catturata da una barca con i fianchi verdi e azzurri e sulla quale un pescatore stava sbrogliando una rete.
    “Ascoltami mio caro Saverio. Se tu guardi attentamente quella rete, vedi me. Io sono tutta ingarbugliata e devo trovare il bandolo per liberarmi.”
    “Posso provarci io, posso farcela.”
    “No! Devo farlo da sola. Soltanto così potrò ritrovarmi integra, pronta per sentirmi utile.”
    “Non so se mi sto innamorando di te, ma so che se mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    “Cos’è? Un meraviglioso incipit per il tuo prossimo romanzo?”
    “No, Fabiana. È Saverio Marra che ti sta parlando qui in riva al mare, in questo fine agosto e davanti a questo sole che prima di tramontare del tutto vorrebbe essere testimone di quanto ho detto.”
    “La tua è un’affermazione che mi pare non richieda risposta, o sbaglio?”
    “Richiede comunque una replica, qualunque essa sia.”
    “E allora concedimi di dirti anch’io una cosa… non so se non mi sto innamorando di te, ma so che se non mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    Il viso di Saverio si rabbuiò:
    “Che sciocco sono stato a prefigurarmi una bella storia. I sogni d’amore sono sempre i più difficili da realizzare. Diventano utopie quando si vorrebbero fondere armonicamente cinquant’anni da una parte e ventotto dall’altra. Scusami Fabiana. Sono un ingenuo, un romantico perdente.”
    “Non mi sento pronta per questo viaggio da fare insieme ma sappi che ti voglio bene. Se anche tu me ne vuoi, ho un’idea meravigliosa.”
    “Dimmi.”
    “Tu scrivi bene, sto leggendo il tuo ultimo libro.”
    “Non capisco cosa c’entri con l’idea meravigliosa…”
    “Quando tornerai a casa, accendi subito il PC e fai lavorare la tastiera senza sosta. Dai inizio a un nuovo romanzo, al nostro romanzo. Racconta questa nostra storia e portala a compimento, esattamente per come l’avevi immaginata. Vedrai, sarà come se ci fossimo amati.”
    Saverio annuì non senza averle prima dato un bacio.
    Sulle note di “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, Fabiana lo afferrò per un braccio, gli sistemò il giubbotto blu, gli passò una mano sui baffi, gli accarezzò i capelli brizzolati e spalancò un sorriso:
    “Forza Saverio, andiamo ad ascoltare la pianola di Nico. Stasera offro io: una pizza, una birra, un caffè e del whisky. Ma non farci l’abitudine, eh!”
    Il sole affondava l’ultima parte di semicerchio. Il mare già faceva da guardiano alla sera che, quieta, avanzava per fare spazio alla notte.