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Poesie di Aurelio Zucchi

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  • 01 dicembre 2020 alle ore 11:19
    Goccia di goccia

     
     
    Goccia di goccia, simile a stilla
    che  il viso a baciar s’ appresta,
    è un tuo silenzio rotto,
    l’attesa vibrazione delle labbra
    nel tentativo d’essere un sorriso.
     
    Un giorno vorrò chiederti davvero
    dov’è che hai riposto il cuore,
    se lo hai depositato - intatto -
    per il timore di mostrarlo al mondo,
    di dargli voce per chi ascolta.
     
    Goccia di goccia sarà il risveglio
    da un letargo dove questo amore
    all’angolo non ha trovato branda
    su cui sdraiarsi nella dura attesa
    di accordarsi con la mia musica.
     
    *
    Anno di stesura 2008
     

  • 30 novembre 2020 alle ore 12:43
    Da Lui mi aspetto quiete

     
    Nell'era del tutto ha un prezzo,
    vorremmo barattar con Gesù Cristo
    le scialbe prove delle nostre vite
    con uno dei Suoi miracoli perfetti.
    Ma non chiediamo pani e pesci,
    la Croce é ormai monotona leggenda,
    non più icona di quell’eterna Fede
    che ora é incolta, maltrattata, offesa.
     
    Chiediamo invece nuovi luccichii,
    fulgidi denti in un corpo perfetto
    a far strada al manichino genuflesso
    capace solo di mettersi in mostra.
    Rumori a coprire silenzi,
    a rischio è il blu del mare mio,
    la fronte delle idee vibrante al sole
    e d’animo le incalcolabili bellezze.
     
    Da Lui mi aspetto quiete,
    un punto e a capo promettente,
    un altro segno d’indiscusso amore 
    che scuota l’aria, me, le genti.
    Quale perdono é da vagheggiare?
    Mentre insicuro tento di parlarGli,
    mentre vacillo anch’io coi tanti,
    da Lui mi aspetto quiete e... prego.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2008
    Tratta da “Appena finirà di piovere” edito da Global Press Italia nel giugno 2010  con Prefazione di Angela Ambrosoli.
    Pubblicata sul Mensile IL SAGGIO (04/2012)

  • 27 novembre 2020 alle ore 12:13
    Lascia cantare la mia speranza

    I fiori che ti porgo
    con premura sciocca,
    non sono per omaggio alla bellezza
    né per mostrarti sintomi d’amore.
     
    Lo sguardo che ti porgo
    con qualche ansia in più,
    trascini ai tuoi piedi le antiche pene
    e al tuo perché le mie nuove paure.
     
    Se ora ascolti queste grida,
    non aprire il tuo sorriso amaro
    in un’amorfa smorfia nera
    e lascia cantare la mia speranza.
     
    Accogli le rose che ho sottratto
    alle narici d’una donna ignara.
    Annusa il retrogusto della vita
    e, per un istante, scopriti inutile.
     
    Poi, rimani ancora più lontana
    e non seguire presto le mie orme.
    Assaporo tardi le gioie della vita
    ed oggi io ti rifiuto, o morte…
     
    *
    Anno di stesura 1981

  • 25 novembre 2020 alle ore 19:22
    I sorrisi del cielo

     
     
    Aspetto così i sorrisi del cielo,
    passo insicuro a trovare la strada
    che mi riporti al non confondermi
    dentro la nebbia che gli occhi mi colma.
     
    Guardo all’indietro stanco ma fiero,
    spulcio i momenti di appagamento
    e li catturo, li stringo e costringo
    a scivolare nel tempo dell’oggi.
     
    Lontano dall’ovattato silenzio
    quanto rumore staranno facendo
    onde al rinnovo menando scogliere;
    quale concerto staranno allestendo
     
    per farsi udire da chi sta pensando
    al modo adatto a non essere stagno,
    acqua nell’acqua che ferma rimane
    mentre ha bisogno di rigenerarsi?
     
    Lassù, mia fortuna, azzurro risponde
    ancora scarso, ma intanto si vede
    come una macchia che nuvole spiazza
    per inghiottire residue tristezze.
     
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2010
    Poesia pubblicata nell’Antologia “L'integrazione culturale attraverso la letteratura” (Anno 2012)
    a cura del Premio Letterario internazionale di Poesia e Narrativa CEAC
     
     
     
     
     
     
     

  • 23 novembre 2020 alle ore 13:52
    Continuo a sognare

    Ribelle all’acidità del tempo
    in cui dovrò specchiarmi ancora,
    continuo imperterrito a sognare
    e non per questo chiamatemi vigliacco.
     
    Chiamatemi vigliacco quelle volte
    che mi vedrete impallidito e muto
    senza la forza di reagire un po’
    alla richiesta che d’affetto preme.
     
    Continuo a sognare
    scordando performance dell’oggi
    mentre i respiri vorrei sentire
    nascosti nel cuore della baldoria.
     
    *
    Anno di stesura 2008

  • 20 novembre 2020 alle ore 14:20
    Poi nulla più

    Al primo cenno d’alba volli il mare.
    Lo vidi, come me, in dormiveglia
    con onde basse a far da mite coltre.
    E lungo la battigia passeggiava
    la brezza dai respiri così calmi
    da non solleticar le sabbie stufe
    di quella notte assai lunga e fredda.

    M’avvicinai al nero scoglio mio 
    e poi da lì guardai l’orizzonte.
    Il solito saluto al nuovo cielo,
    i neri occhi di Peppe il pescatore
    e quindi lesti in barca a ordinare
    le lenze e l’esche per allietare i cuori.

    Poi nulla più, soltanto vibrazioni
    secrete da possenti emozioni.
    Sul tavolo in cucina, caffè nero 
    versato nell’amaro denso cruccio
    per un sogno impiccato al patibolo del tempo. 

    *
    Roma, 20/11/2020

  • 19 novembre 2020 alle ore 14:05
    Sospesi in un tempo che divora (Covid 19)

     
    Nei giorni tutti lisi dalla rabbia
    dovrei guardare il cielo per scrutare
    sentieri non immaginati ancora
    perche il sole o un cirro audace
    bastavano da soli a far colore.
     
    Nelle notti scolpite dall’angoscia 
    dovrei guardare il cielo per scrutare
    sentieri non immaginati ancora
    perché la luna o qualche stella amica
    bastavano da sole a dar calore.
     
    Sospesi in un tempo che divora
    si rischia di privarsi di bellezze,
    di gusti e di odori dell’ingenuità
    già messi nello scrigno dei tesori,
    preziose prove di normalità.
     
    Gli aneliti di sempre vorrebbero
    adesso farsi largo a gomitate
    tra i giganti della cattiveria
    per spingere ogni cuore ribelle
    ben oltre i confini dell’umana sventura.
     
    *
    Roma, 19/11/2020

  • 09 novembre 2020 alle ore 12:20
    Solo?

     
    Solo, in una notte orfana del tempo,
    solo il fruscio dei più bei ricordi,
    saprei pur sempre dedicar me stesso
    e quanto ancor di me rimane, al mare.

    Quante stelle chiamerei a raccolta…
    per prime, quelle in cui spesso m’imbatto
    al primo mio voltarmi in alto
    quando quaggiù stanco è lo sguardo.
    .
    Solo, invischiato nelle lunghe ombre 
    delle colline inginocchiate a riva,
    nulla avrei di che dividere con altri
    se non, poi, il raccontar l’evento. 

    Solo, anche se a farmi compagnia
    di onde e onde ci fosse il bacio,
    di linea d’orizzonte la presenza
    e di sirene ridestate il suono.
    .
    Quante cose potrei dire, solo…
    a un lombrico in lotta con la sabbia,
    a una barca che a salpar m’invita,
    a un amore celato chissà dove.

    Solo, in una notte orfana del tempo,
    solo il fruscio di certi nuovi sogni,
    saprei pur sempre dedicar me stesso,
    e quanto ancor di me rimane, al mare.
    .
    Solo?
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2009
     

  • 27 ottobre 2020 alle ore 12:21
    Nell’ottobre che pigro si dilegua

     
    Nell’ottobre che pigro si dilegua,
    assente è il preludio dell’inverno
    e sono sereno a guardia d’un sole
    inflessibile sull’incerto autunno.
     
    Svilendo un po’ il freddo Generale,
    distratta è la mia inquietudine
    come la vista dentro un campo di grano,
    incurante delle spighe claudicanti.
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2011
     
     

  • 26 ottobre 2020 alle ore 13:22
    Perso nel fluire del tempo

     
    Puntuale ma stufo
    di questo inceder lesto della sera,
    il sole annega dietro l’orizzonte.
    Confini informi sono quelli del cielo
    e tutto tace, tutto si scolora.
     
    Ed io sulla spiaggia
    mi sento solo, perso nel fluire
    d’un tempo che governa le cadenze
    schivando le impellenze del cuore,
    tiranno allorquando l’ora arriva.
     
    So già che è tutto vano
    ma posso, devo almeno domandargli:
    potresti a volte romper gli ingranaggi,
    fermarti il giusto per riprender passo
    intanto ch’ogni uomo i sogni affina?
     
    Quest’oggi, per esempio,
    avrei voluto cogliere più a lungo
    i toni dell’azzurro nel meriggio
    per custodirli con estrema cura
    nell’album d’una magica mania.
     
    il mare mi conosce.
    Sa di questa frenesia fasciante
    d’andare sempre a caccia di bellezza
    e lui mi invita a rimaner la notte
    per sbaraccare draghi dalla mente.
     
    So di non esser pronto.
    Ancora non ho vinto insicurezze,
    lasciatemi l’introspezione, tutta,
    tra una moka ed il provar scrittura
    accomodato nella mia cucina.
     
    Sicuro, lui non mente.
    Di notte anche esistono colori
    nei vicoli narranti l’abbandono,
    nella facciata d’una chiesa antica,
    in onde e onde a guadagnar la riva.
     
     
    23/12/2019

  • 17 ottobre 2020 alle ore 12:23
    Il ricamo

     
    Ai margini del tempo si consuma
    il pregiato ricamo dei ricordi,
    perfetto e colorato a tal punto
    da farmi creder d’esser prediletto.
     
    In verità il merito l’affido
    ai silenzi di tenere aurore,
    al ciao d’albe complici e lucenti,
    ad un colore o forse mille del mio mare.

  • 11 ottobre 2020 alle ore 18:45
    Verso l’inverno

     
     
    Verso l’inverno
    la via è lastricata di gobbe
    e il fango già si fa largo.
     
    L’aria ancora non è fredda
    ma copro le spalle per cercare
    quel tepore che mi fa sentire meglio.
     
    Verso l’inverno
    ordino e raccolgo i miei anni
    per mantenerli più al sicuro.
     
    Forse sarà la paura del buio
    che prima davvero non conoscevo
    ingenuo come sono sempre stato.
     
    Verso l’inverno
    proteggo il cuore dalle tempeste
    e intanto bevo questi ultimi raggi di sole.

     
    *
    Anno di stesura 2014

  • 07 ottobre 2020 alle ore 1:57
    Dove le onde, in sincronia perfetta

    Come quando non ho voglia di fissare altro
    se davanti ho il sorriso di un bambino,
    allo stesso modo, se il mar m’è lì di fronte
    non guardo quasi mai il cielo su di me.
     
    Ma quel meriggio di settembre fui distratto
    dal fragore di un tuono impertinente
    che decretava cosa buona e giusta
    rinunciare all’idea di andare a pesca.
     
    Ricordo astruse forme di nuvole  obese
    abbassarsi sempre più e mostrare il ghigno.
    Non ebbi paura neanche d’un vanesio lampo
    che vidi contorcersi fino al confine del tempo.
     
    Così, dalla mia duna preferita
    scesi giù con calma verso la battigia
    dove le onde, in sincronia perfetta,
    muoiono di bellezza e nella bellezza rinascono.
     
    Fresche, or mi lambivano or mi toccavano
    i piedi offerti come pegno della mia fedeltà.
    Non so per quanto tempo feci sosta
    su quella striscia d’imperdibili miracoli.
     
    A sera mi fu detto di un forte temporale
    con acqua a catinelle e a fare danni.
     
    Non era stata la mia acqua…
     
    *
    Roma, 07/10/2020

  • 04 ottobre 2020 alle ore 11:56
    A caccia della fantasia perduta

     
    In spalla un fardello d’amarezza,
    il pur incerto passo rompe il silenzio
    di vicoli inodori, orfani d’aria di casa,
    tra vetrine ubriache di led per lettere cubitali 
    in perenne attesa di occhi che le guardino.
     
    I panni stesi sui fili tra i balconi
    non concedono rossi, bianchi, gialli, verdi o azzurri
    e seccano al sole il grigiore delle loro stoffe.
    Non stridono, come avrei fortemente voluto,
    con l’abbandono servito da un progresso mal pensato.
     
    Giù in fondo, dopo il bar “Caffè su Marte”,
    lo slargo s’apre, grande. Qui lo chiamano la “nostra piazza”,
    soprattutto certi giovani fruitori di birre ed altro.
    Oggi non mi va di andarci, stanco di vedere
    lattine e bottiglie vuote sui bordi della fontana rinascimentale.
     
    Tornerò a casa per salvare la mia fragile pelle di poeta
    senza smarrire la mia gravosa ingenuità, qui,
    da qualche parte di queste becere solitudini.
    Calcherò ancora questi sentieri, forse domani o domani l’altro,
    non per autolesionismo ma per trovare almeno orme.
     
    Orme, fossero anche deboli, di quella fantasia
    che una volta vedevo volare leggera nell’aria
    per poi, come prima pioggia di primavera,
    bagnare le menti e i cuori più teneramente bisognosi
    di costruire senza sconti vita, amori e sogni.
     
     
    *
    Roma 01/10/2020

  • 15 settembre 2020 alle ore 11:40
    Al primo tic d’una nube stramba

    È inutile pensare a chissà che,
    sarà una notte come tante altre.
     
    Mi avvolgeranno gli antichi dubbi
    mentre il mio letto io strapazzerò
    alla ricerca di quella posizione
    che mi consenta di dormire al meglio.
     
    Al meglio, intendo, solo per sognare
    o, perlomeno, perché chiuda gli occhi
    per districarmi tra cento nebulose
    e in pieno nero scorgere una luce.
     
    La vita va ed è impossibile fermarla
    anche in quest’ora della finta pace.
     
    Intanto, fuori, quanti cuori pulsano?
    Quante e quali note staran porgendo
    le belle musiche dal senso eterno?
    Della felicità, intendo io quel senso.
     
    Poveri cuori, anch’essi immersi
    in fondi di cielo che terso appare
    per poi, al primo tic d’una nube stramba,
    aggrovigliarsi nel più ostinato grigio!
     
    Anno 2009

  • 04 settembre 2020 alle ore 12:25
    La carezza del mio giorno che muore

     
    Quasi un segno per chiedermi perdono
    d’avermi dato accumulo d’affanni,
    la carezza del mio giorno che muore
    mi consegna nelle mani del tramonto.
     
    Sembra dirmi, mentre sfiora questa cute,
    che la sera finalmente sta arrivando
    tutta lesta a concedere alla notte
    privilegio di vedermi tutto nudo.
     
    La carezza del mio giorno che muore
    lascia il passo a sua maestà il silenzio,
    a quell’ora in cui mi libero del vento
    e la seta della luna io indosso.
     
     
    (Anno di stesura 2008)

  • 12 luglio 2020 alle ore 20:20
    Della poesia, anima e corpo

    Disagio mi procura la parola
    che non plana così come vorrei
    sull’alveo della mia poesia.
    È come vedere un ruscello secco
    assetato di quell’acqua equa
    che dia verso al giusto scorrimento,
    oppure il corpo d’una campana
    tanto armonioso nella sua fattura
    quanto privo d’anima, del suono.
    Poeta sofferente allor mi appaio
    e metto in discussione il tentativo
    di replicare emozioni e farne dono. 

  • 11 luglio 2020 alle ore 11:38
    Quando un angelo verrà

     
     
    Quando un angelo verrà a casa mia,
    prima ancora di far varcar la soglia
    mi accosterò alla finestra più vicina
    per accertarmi che invece della luna
    ci sia il sole dei mezzodì d’agosto.
     
    Poi, dopo essermi scusato,
    appenderò le ali nell’ingresso,
    lo accompagnerò di là in salotto,
    gli offrirò la mia poltrona preferita
    e cercherò di metterlo a suo agio.
     
    Intanto che sdraiato prende fiato,
    riempirò la caffettiera, quella da due.
    La metterò a sbuffare a fuoco basso
    e andrò a rispolverare dalla cristalliera
    le due tazzine con le fresie rosse incise.
     
    Se l’angelo non mi farà annunci,
    lo aggiornerò sul come ora procede
    la vita mia e quella dei miei amori
    che, nel silenzio, io lascerò dormire
    per evitare che mi credano sonnambulo.
     
     
     
     
    *
    (11/05/2009)
     

  • 05 luglio 2020 alle ore 11:30
    Disinganno

    Miravo a stelle per rubarne luce
    con cui inondar l’anima e il cuore
    ma si spegnean al primo sguardo mio.
     
    Chiedevo al sonno mare e solo mare
    per ripartire dal miglior fondale
    ma l’alba mi svegliava tra le antenne.
     
    Cadean versi su foglio immacolato,
    frantumi al tocco della bianca carta,
    racconti persi in un intenso affanno.
     
    Il sogno che si avvera non esiste
    se non per chi, poeta fino in fondo,
    s’aggrega lesto al volo del miraggio.
     
    *
    14/07/2015

  • 01 luglio 2020 alle ore 21:01
    A mia madre

    Se il tempo la smettesse
    di ricordarmi la tua assenza,
    avrei più tempo di vederti qui,
    in carne ed ossa,
    fianco a fianco.
     
    Infilerei le curve del tuo viso,
    riempirei i solchi della tua vecchiaia
    e toccherei i cieli di quegli anni
    come accadeva sempre
    quando tu mi sorridevi.
     
    Da questa età che avanza
    ti guardo e ti riguardo ancora.
    Mi frusta a sangue, oggi,
    la smania d’afferrarti tutta
    ma... neanche un lembo del vestito a fiori!
     
    Se il tempo iniziasse
    a fare rotta in quel passato,
    avrei più tempo di rivederti lì,
    in carne ed ossa,
    fianco a fianco.
     
    Se mi desse finalmente retta,
    raschierei i miei errori
    come quando, alla lavagna,
    cancellavo i nomi dei cattivi
    quando entrava la maestra.
     
    ***
    Nel maggio del 2007, non so per quale particolare motivo, il pensiero a mia madre è stato più forte del solito da quando il 22 Settembre 1989 l'ho persa. Così è nata questa poesia che in luglio 2008 ho deciso di rendere pubblica. Quando guardiamo alle nostre esistenze e a quelle che nel tempo diventano sempre più saldate al nostro io, si ha quasi l'idea che il personale bagaglio di affetti e sensazioni non possa essere "esportato". Credo che tutto ciò avvenga per un’errata interpretazione del delicato pudore o della delicata gelosia per tutto quanto attiene alle nostre esperienze più intime. Mia madre é mia e mia resterà per il resto dei tempi, naturalmente, ma ho voluto pensare a quanti, nel ricordo della propria, non trovano la forza e il coraggio di esprimere dolore, tenerezza ed affetto. Spero quindi che qualcuno/a possa identificarsi in questi versi e a quel qualcuno/a ritengo quasi giusto regalarli. Faccio tutto ciò nell’assoluta felicità del dare e nel ricordo, indistruttibile, di mia madre.
     
    *
    Anno di stesura 2007
    Poesia tratta da “Appena finirà di piovere” (Global Press Italia - 06/2010 – Prefazione di Angela Ambrosoli)
    Testo premiato alla XXXVI Edizione del Premio Firenze 2008 - Pubblicata nell’Antologia “Quando la poesia diventa vita”

  • 22 giugno 2020 alle ore 12:10
    Quelle stelle torneranno

     
    Le stelle che ricordo più splendenti,
    le stesse stelle ammirate fino all’alba,
    si son del tutto perse, ormai ingoiate
    da un cielo vorace che non amo.
     
    Mondate d’ogni grumo degli affanni,
    nella notte del più intimo riscatto
    torneranno per spezzare quest’attesa
    così che possa finalmente rivederle:
     
    dal mare mio per sigillarne i riflessi
    o anche da questa finestra perché io goda
    del viraggio dei colori dal nero alla luce
    ed incidere sogni sul cobalto.
     
    *
    18 Maggio 2014

  • 22 giugno 2020 alle ore 1:11
    A giocare con gli azzurri del cielo

     
    E onda dopo onda,
    quando leggerai questo messaggio
    forse sarò ancora in preda ai sogni
    e ti vedrò sdraiata su una nuvola
    a giocare con gli azzurri del cielo.
     
    Mi basterà questo per cogliere a volo
    almeno la coda di quella serenità
    che inseguivamo tra la casa e il mare
    per fare un giro attorno alla vita,
    madre mia!

  • 17 giugno 2020 alle ore 13:39
    Preda che scappa

    Preda che scappa
    é il mio miglior passato,
    zampa di ricordi in corsa,
    occhio vispo nella macchia.
     
    È mira che trema
    nella destra stanca, 
    tasca bucata controvoglia
    per non perdere futuro.
     
    È bottino che svanisce
    nei pascoli dell’oggi,
    coda tra i pruni spinosi,
    lunga come notte che t’aspetti.
     
    Giuro, ritenterò la caccia
    nelle ore che non vedo,
    che nemmeno sento
    in questo tempo che sbadiglia.
     
     
    *
    Anno di stesura 2006
     

  • 05 giugno 2020 alle ore 0:19
    D’improvviso divento piccolo…

     
    In questa notte che tosta m’insegue
    quasi un esperto ladro fossi adesso,
    io chiedo aiuto a Dio e ad altri
    chiamando i loro nomi all’infinito.
     
    Mi tocco il viso - lo sento liscio -
    e poi i capelli - moltiplicati a vista -
    e gli occhi spalanco a dismisura
    per non indurli al precoce sonno.
     
    Nel buio rido, faccio fesso il buio
    e una luce quasi sempre uguale
    si mette in mezzo tra le mie paure
    e mi ubriaca, mi colora e dura!
     
    Con un così fausto soccorso
    riporto indietro, quasi a spasso, 
    il tempo che nel tempo mi divora.
    Il mio letto lo sto chiamando treno.
     
    Sono un vigliacco o non so che cosa,
    domani ristrapperò un senso alla vita,
    solo che adesso in questa lunga corsa
    io so di non rimproverarmi affatto.
     
    D’improvviso divento piccolo…
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2008
    Menzione Speciale I Ed. Premio Int/le Arti Letterarie “Thesaurus” Sezione poesia inedita “Trofeo Salvatore Quasimodo” (2012) 
     
     

  • 30 maggio 2020 alle ore 20:50
    Anch'io ho paura

    Aspetto l'ora giusta.
    Persisto nel distanziar la morte,
    accetto i pegni che sono da pagare
    in un percorso avido di prove.
     
    Dimmi, intanto, che sembianze hai,
    se sei da immaginare mia coscienza,
    se è soltanto sciocca confusione
    vedere in te la cara madre mia.
     
    O forse tu sei me, piccolo uomo,
    quando lanciai la prima sfida
    a fare carne di quei primi sogni
    dove spiare la trama del romanzo?
     
    A sera, nei momenti che mi avvito
    alla ricerca dell'angolo migliore,
    ti parlo, angelo mio, e poi ti invoco
    per essere sicuro che ci sei.
     
    Intanto che decidi di mostrarti,
    del tuo respiro dammi un cenno,
    disegna là sulla parete azzurra
    gabbiani che sorridano di me.
     
    Ti prego, non contare troppo
    sulla promessa che mi sono fatto
    di coltivare vita più che posso
    perché del non morir mi illuda.
     
    D'accordo, continuo a guardare stelle,
    nel cuore incastro flussi di marea,
    ma rassicurami, fa' presto!
    Anch'io ho paura!
     
     
    Anno di stesura 2010