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Racconti di Aurelio Zucchi

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  • 16 giugno alle ore 12:10
    Il cuore di pietra

    Come comincia:  
    Al tramonto mancava qualche ora. La strada, seppur in discreta ascesa, era gradevole nonostante quei marciapiedi troppo stretti. In alcuni punti Simone sembrava un improbabile equilibrista tanto evidente era l’impaccio nel mantenersi ben messo, ritto per evitare di invadere l’asfalto. Stimolato dal luminoso fine pomeriggio, aveva scelto di fare a piedi l’ultimo tratto.
    La provinciale era trafficata. In tanti rientravano verso i propri paesini dopo una giornata di lavoro in città o nei campi giù a valle. Simone aveva parcheggiato la sua auto qualche chilometro prima, in uno slargo sicuro. Lì, gustando un buon caffè, aveva ripassato bene a mente le indicazioni ricevute da Chiara, una poetessa amica di vecchia data. La stessa titolare del chiosco bar, una tipa pittoresca e sognatrice, gli aveva confermato l’eccellenza e il mistero del luogo dove si stava dirigendo.
    Proseguendo nel cammino, l’attenzione volgeva al paesaggio, agli arbusti sparsi qua e là, alle prime foglie in via di decadimento, a qualche fiore selvatico, alla graduale riduzione della luce del sole. Peccato che, trattandosi di una strada tutta interna alla costa, non potesse ancora osservare il mare. L’aria pulita, fresca e godibile ricordava quella di un amabile metà settembre. La colorazione del cielo offriva suggestioni tanto numerose quanto capaci di fare scoprire un sofà su cui sostare fino al sopraggiungere di un qualunque sogno.
    Tra immagini della natura e prolungate romanticherie, giunse a una curva in un punto dove la carreggiata si restringeva non poco. Udì un brusio, poi le note inconfondibili di una banda e cori, preghiere, grida d’invocazione e canti intervallati da momenti di silenzio.
    Preceduto da un prete piuttosto anziano, il quadro della Vergine era incastonato in una cornice molto larga, illuminata da piccole lampade. Da buon cattolico, Simone fece d’istinto il segno della Croce. La Madonna dell’Addolorata sembrava volesse guardare fin dentro i suoi occhi sbigottiti. Totalmente invischiato in una scena inaspettata, dopo qualche minuto si ritrovò in mezzo ai fedeli al seguito della sacra effige. La stranezza della situazione consisteva nel fatto che centinaia di persone andavano verso una direzione e lui soltanto verso quella opposta. Gli vennero in mente i documentari sui salmoni  che risalgono i fiumi.
      Col trascorrere del tempo, un crescente nervosismo si stava impadronendo di lui. Pensando alla destinazione finale, doveva assolutamente trovare una rapida soluzione per evitare quel caos ma la strada stretta e nessuna via d’uscita disponibile acuivano le difficoltà a liberarsi dalla morsa. Allungò quindi il passo stando molto attento a non scontrarsi con chierichetti, bambini, donne, uomini e soprattutto vecchiette. Una di queste lo guardò con sospetto e un’altra, a mani rigorosamente giunte, gli rimproverò aspramente di non avere alcun rispetto per la cerimonia. Effettivamente Simone rappresentava un intralcio al transito di una moltitudine di gente di cui non era la velocità a preoccuparlo ma l’altissima densità distribuita in lungo e in largo su quel tratto di provinciale.
    A una ragazza (quant’era bella!) domandò:
    «Sai dirmi quanto manca per il “Cuore di pietra”?»
    «Ah, conosco benissimo quel posto! Dopo la prossima curva c’è un casolare diroccato. Vai a sinistra e continua sul sentiero in terra battuta per circa duecento metri. Vedrai tre querce. Guardati attorno e troverai ciò che cerchi.»
    «Sei gentile e carina, grazie! Mi chiamo Simone.»
    «Io sono Greta. Se vuoi, ti posso aspettare all’uscita del Santuario.»
    «Quale Santuario? Dove si trova?»
    «Siamo quasi arrivati. Ancora dieci minuti di processione e svolteremo verso il boschetto.»
    Un po’ confuso e forse emozionato, Simone fu tentato di mettersi al fianco di Greta e abbandonare il progetto iniziale. Decise, però, di continuare il suo cammino. Si scambiarono i numeri di cellulare e la salutò:
    «Chissà, magari avremo modo di rivederci, ciao e grazie!»
    Per un attimo, ma soltanto per un attimo, riguardò il cielo. Affrettò il passo e, approfittando di una sosta del corteo, sfruttò i varchi liberi per passare. Urtò più volte persone tutte assorte nella preghiera e visibilmente disturbate dalla sua presenza. I minuti intanto passavano, ormai erano le 18,30. Soltanto mezzora per essere puntuale. Da svelto il passo diventò di corsa e lo slalom cui fu sottoposto lo fece quasi sorridere poiché, a dire il vero, non era mai stato un atleta. Le vecchie Superga che portava ai piedi, tuttavia, gli furono d’aiuto e finalmente raggiunse la coda della processione. Sistemando i jeans all’ombra di un muro di sostegno, guardò indietro per valutare meglio la marea di gente dentro la quale si era, suo malgrado, infilato.
    Adesso bisognava soltanto correre. Sudato e nervoso, sollecitò al massimo la forza dei suoi ventiquattro anni in quella lotta contro il tempo. In certi punti la pendenza del percorso era assai critica ma non ci fece caso. Tirò comunque un sospiro di sollievo quando, finalmente, infilò il sentiero in terra battuta. Si concedette qualche attimo per prendere fiato. La totale assenza di nuvole favoriva ancora un’ottima visibilità ma l’azzurro del cielo virava già verso toni lievemente rosei. Riprese a volare scansando rami secchi e sassi taglienti. Le tre querce ora le vedeva. Bisognava soltanto oltrepassarle, cosa che gli riuscì agevolmente per poi trovarsi in mezzo ad un agglomerato di grandi sassi disseminati in prossimità di uno strapiombo sul mare.
    «Uhm, dove sarà questo cuore di pietra?»
    Si arrampicò su una roccia per godere di una visuale migliore. Da lì scorse ciò che andava cercando: il masso si trovava un po’ di metri sotto, proprio sul punto critico del precipizio. Scese giù prestando attenzione a non scivolare ed evitando di distrarsi alla vista della scogliera. Alla fine, stanco ma soddisfatto, raggiunse la pietra. Che strana! A parte la forma di cuore perfetto, guardandola da vicino, il colore tendeva al rosa e la superficie levigata, quasi lucida, pareva emanasse qualcosa di molto simile a energia.
    Simone era avvolto in una spirale di magia. Di fronte a lui il mare, il cielo e il sole, c’era di che sentirsi straricchi. Da quella posizione, lo sguardo attonito assorbiva l’essenza della sua profondità più interiore, l’anima. Sì, l’anima che a volte si pensa sia soltanto una derivazione psico-filosofica, eterea, e che invece quel ragazzo avvertiva come cosa concreta, un’appendice del corpo legata a muscoli e ossa, al battito del cuore, al proprio respiro.
    Il silenzio occupò la scena. Per rispettarlo, qualche gabbiano evitava di battere le ali, le ultime lucertole restavano immobili per non rumoreggiare strisciando, i passeri se ne stavano zitti quasi fossero stati privati del dono del canto. L’unico brusio proveniva da giù, dal mare con il suo costante toccare e lasciare la falesia. Lo strapiombo era inquietante eppure a Simone non sfuggì la schiuma delle onde che si disperdeva tutt’intorno per poi ricomparire in un gioco d’aria e acqua di frizzante sincronismo.
    Come quando stiamo sorbendo un cono gelato, piano piano per non privarci troppo presto dei nostri gusti preferiti, allo stesso modo lui sollevava gli occhi, lentamente, quasi col timore di abbracciare troppo presto il mare. Il variare dei colori sull’acqua lo incuriosiva a tal punto da chiedersi come cavolo facesse il sole a governare quelle sfumature di luce.
    Man mano che lo sguardo s’innalzava, si sentiva fortunato prigioniero della potenza della natura. Da quella prospettiva la linea dell’orizzonte coincideva con una retta impeccabile, spezzata qua e là soltanto dalle sagome delle navi di passaggio.
    Perché tanto stupore? Da sempre adorava il mare e chissà in quante altre occasioni lo aveva già ammirato, alba o tramonto che fosse. Adesso, questa era la novità, afferrava con più convinzione il bisogno della poesia. L’accorato invito di Chiara a non privarsi di quella veduta, lo aveva condizionato? Oppure, il cuore di pietra sul quale stava seduto, quasi ipnotizzato, nascondeva un qualche arcaico mistero?
    Nel frattempo il disco del sole, un cerchio che più perfetto non si può, si stava immergendo in quella retta. A Simone ricordò l’intingere un biscotto nel tè.
    Il giusto amalgama di aria, luce, vento, colori e correnti sfociava in una nitidezza ottica che non ricordava di aver riscontrato in altri luoghi. Il mare, man mano che l’occhio cercava sempre più il largo, sembrava dirgli: «Vedi quanto sono calmo?»
    Magnetismi, d’accordo, ma urgeva confondersi nell’appagante territorio di quiete. La bellezza, assaporata a piccole dosi, gli strillava la certezza di essere più vivo che mai. Infelicità, stress e fatica si allontanarono repentinamente e insieme con loro gli angusti locali del Call Center, dove trascorreva le sue giornate, legato come vittima sacrificale al totem del profitto d’altri.
    Fermarsi… fermarsi un po’ allo scopo di riscoprire fascino e sedare il vortice della tempesta d’ogni giorno. Fermarsi e, prima di affidarsi al tramonto, usare il linguaggio dei silenzi della mente rivolgendo la parola soltanto alle nuances in ordinato divenire sull’acqua, alle striature inafferrabili che il cielo incideva, al sole dai contorni così netti e vicini da poter esser toccato con mano.
    Peculiarità tanto necessaria quanto temeraria in una società artefatta, la sensibilità di Simone fluiva nel posto giusto al momento giusto. E fu per questo che non si meravigliò di sentire umidi i suoi occhi. Inzuppato di atmosfere ad alto tasso glicemico, ormai pretendeva che quella straordinaria stella non morisse più. E che paura lo assaliva quando, lo sguardo ormai consegnato al cielo, sentiva il rischio di intravedere parvenze di luna esordire nel “suo” teatro! Per allontanare questo pensiero, viaggiò dentro l’amaranto e sui vermigli di riflessi impareggiabili. Intanto, l’orizzonte aveva un tenero sussulto: il sole si offriva a metà, un semicerchio disegnato col compasso, una gigantesca lampara rossa. Simone, sempre più incredulo, ebbe un tenero ricordo per Marcello, un caro amico scomparso anni prima. Fu quel pescatore a fargli scoprire il mare di notte nel corso di una battuta di pesca.
    L’ora cominciava a chiamarsi sera e, intenso, il profumo di salsedine saliva dalla scogliera. Sul mare, i tocchi degli ultimi riflessi favorivano il formarsi di un cono di luce surreale all’interno del quale il ballo cadenzato delle onde si apriva e si chiudeva a loro piacimento. Ancora qualche orlo del giorno resisteva ma il meriggio stava per lasciare la scena al crepuscolo.
    Incendiato dagli impulsi di quelle seduzioni irresistibili, Simone si fece vincere dall’introspezione. Viaggiò a ritmi felpati all’interno della sua vita battendo i sentieri del riconoscimento dei propri errori ma anche quelli dell’autostima e della gratificazione per ciò che di giusto e leale era fino a quel momento riuscito a fare. Svolazzò nel futuro accompagnato dalla fiducia e dalla speranza per una vita, non solo la sua, migliore. Si soffermò molto sul presente perché tutto impregnato dall’incanto del luogo che stava vivendo.
    Per quanto felice di aver respirato un tramonto speciale e quasi esclusivo, un velo di tristezza lo colse quando, con le ombre della sera, si sentì solo.
    A Simone mancava l’amore di una donna, l’amore vero. Qualche esperienza e qualche flirt gli avevano lasciato solo tracce gradevoli, non segni inconfondibili. La visione romantica della giovinezza che stava cavalcando e del domani che era dietro l’angolo, precludeva all’esterno la buona ricezione del suo sentire. Un ragazzo per bene, amante della famiglia e dei buoni sentimenti non ha spazio - pensò - nella giungla del tutto subito e del tutto pronto.
    «Non devo demordere! Chiamo Greta e la raggiungo all’uscita del Santuario. A volte si potrebbe mirare a un lembo di cielo e conquistarlo se solo si alzasse lo sguardo.» - si disse.
    Quel giorno si era recato al cuore di pietra su deciso invito di una poetessa sua amica. Lo aveva fatto con la passione di un cercatore d’oro, con l’entusiasmo di un bambino nella caccia al tesoro, con la fame di emozioni da soddisfare. In quell’Eldorado ritrovò se stesso, la ricchezza migliore per non essere povero del tutto.
     

  • 22 gennaio alle ore 12:00
    Niente fretta, Auré!

    Come comincia: Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
    ***
    Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
    Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall’afa.
    «Hai fame?» domandò Peppe.
    Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sott’olio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
    «I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
    «Quando avranno fame…» replicò Peppe.
    Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
    «Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
    Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
    «Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
    «Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
    Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
    «Deve essere grosso, Peppe!»
    «Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!». 
    ***
     Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
    Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
     
     
     
     
     
    *
    Anno di stesura 2007
    (Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/2007 e sulla testata giornalistica on line www.quicalabria.it)

  • 20 luglio 2019 alle ore 11:35
    Come se ci fossimo amati

    Come comincia:  
    Il sole era ormai ubriaco del suo stesso esagerato calore. Cadeva in acqua tuffandosi piano sulla retta che separava il cielo dal mare di Sabaudia. Visibilmente affascinato da questa leggiadria, Saverio, nell’attesa di Fabiana continuava a seguire l’evoluzione di un tramonto per lui così importante. Probabilmente, in una sorta d’irriverente sfida, il pensiero era corso al “suo” mare di Pentimele, in quel di Reggio Calabria dov’era nato e dove aveva vissuto la giovinezza prima di trasferirsi a Roma. Il suo animo romantico ancora una volta non lo abbandonava e non a caso aveva voluto scegliere, sarebbe meglio dire imporre, lui, il luogo dell’incontro.
    “Pensavo non venissi.”
    “E perché mai? Ti dissi, se ben ricordi, che adoro questo tratto di spiaggia. Lo trovo riposante. Non c’è mai tanta gente e, per quanto isolato, un panino e una birra li rimedi sempre. Stasera poi alla vecchia pianola del bar c’è Nico, mio cugino.”
    Saverio guardò con insistenza la collega d’ufficio per registrarne l’aria che sentiva già gradevole. Come in cuor suo aveva sperato, quei capelli neri non erano stati legati alla nuca. Fluivano con garbo sulle spalle e sulle orecchie e in parte anche sulla fronte senza per questo sacrificare alla vista il verde degli occhi. Pantaloni e camicetta attillata, Fabiana vestiva di bianco e ciò gli appariva strano sapendo quanto quella donna amasse i colori. Per fortuna non aveva dimenticato di indossare il foulard smeraldo che a lui piaceva tantissimo. In quei ventotto anni vi era straripante bellezza da cogliere e custodire con cura.
    In azienda i primi approcci promettevano bene. Giorno dopo giorno s’infittivano. Si arricchivano di qualche confidenza in più e si coloravano d’intimità per via di certi tentativi di messa a fuoco, ancora timidi ma promettenti. E tuttavia, sul lavoro, stavano obbedendo al rituale rispetto dei ruoli e all’esigenza di trovare un comune riparo da occhi indiscreti e orecchie un po’ troppo deste.
    “Se penso al rientro in ufficio, sento già il gelo dell’inverno! Come sono andate le ferie? ” - domandò Fabiana.
    “Quando torno a Reggio, per me va sempre bene. Tu, però, goditi questi ultimi giorni e fammi la cortesia di non pensare al commendator Marengo.” - rispose Saverio, tradendo un tono pressoché paternalistico.
    Il viso di Fabiana s’incupì:
    “Non nominarlo, ti prego. Non sopporto quel vecchio fanatico e fargli da segretaria mi procura un senso di fastidio e disistima.”
    Tutte cose che Saverio sapeva, nonostante fosse trascorso poco tempo dalla sua assunzione come direttore editoriale della Maredit S.p.A.
    Scrittore di lungo corso, non poteva certo definirsi un romanziere di successo. A dire il vero, qualche riconoscimento importante non era mancato ma ciò di cui avvertiva costantemente l’assenza era l’ispirazione illuminata per un progetto narrativo di più alto respiro che pure aveva sempre inseguito. Così, forte di un’intensa esperienza maturata nei salotti letterari dell’Urbe, pensò bene di fare gavetta come critico letterario presso una piccola casa editrice e successivamente presso un’altra, più grande, che gli consentì di fare un buon salto di carriera accettando la Maredit. I suoi cinquant’anni, considerata la crisi economica, erano quindi ben difesi in attesa di tempi migliori. Di contro, sotto altri aspetti più personali, quell’età nascondeva notevoli insidie. Qualche storia d’amore di buona intensità e un’altra, più seria, non furono del tutto fortunate e non è il caso adesso di andare a cercare i motivi e i colpevoli. Abituato da sempre a stare in mezzo alla gente, era cosciente del fatto che vivere da solo non lo realizzava compiutamente. Del single riusciva, però, a cogliere certi vantaggi. Si appropriava di un senso di più ampia libertà che lo metteva nelle condizioni di sgocciolare ugualmente un’esistenza dignitosa in cui c’era spazio per i rapporti umani e per qualche amicizia da coltivare.
    In questo collaudato microcosmo, Fabiana era un’opportunità da non trascurare e nel cuore di Saverio, man mano che i due si conoscevano meglio, quella donna ora rischiava di andare a occupare uno spazio delicatissimo. La sensibilità di Saverio costituiva un pericolo per entrambi. In lui la predisposizione a percepire in anticipo reazioni e contro reazioni dell’animo umano, tracciava un viatico di sofferenza affettiva. La serietà che riversava nel fiutare e sentire amore verso l’altro sesso rappresentava un freno nella capacità di prendere iniziative convincenti per dar vita a un serio rapporto.
    In Fabiana, l’iniziale approfondimento di pregi e difetti caratteriali e il passaggio a una comune visione intima e reciprocamente gratificante, incuteva timore. L’ultima delusione sentimentale, di cui aveva parlato a Saverio, le aveva lasciato un segno netto, inconfondibile, una cicatrice ancora lungi dal sentirla guarita.
    Intanto il sole stava completando il suo tuffo. I lampioni e l’insegna del piccolo bar presto si sarebbero accesi.
    “Dai! Avviciniamoci un po’ a riva.” - disse Fabiana la cui attenzione era stata catturata da una barca con i fianchi verdi e azzurri e sulla quale un pescatore stava sbrogliando una rete.
    “Ascoltami mio caro Saverio. Se tu guardi attentamente quella rete, vedi me. Io sono tutta ingarbugliata e devo trovare il bandolo per liberarmi.”
    “Posso provarci io, posso farcela.”
    “No! Devo farlo da sola. Soltanto così potrò ritrovarmi integra, pronta per sentirmi utile.”
    “Non so se mi sto innamorando di te, ma so che se mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    “Cos’è? Un meraviglioso incipit per il tuo prossimo romanzo?”
    “No, Fabiana. È Saverio Marra che ti sta parlando qui in riva al mare, in questo fine agosto e davanti a questo sole che prima di tramontare del tutto vorrebbe essere testimone di quanto ho detto.”
    “La tua è un’affermazione che mi pare non richieda risposta, o sbaglio?”
    “Richiede comunque una replica, qualunque essa sia.”
    “E allora concedimi di dirti anch’io una cosa… non so se non mi sto innamorando di te, ma so che se non mi sto innamorando di te è giusto dirtelo.”
    Il viso di Saverio si rabbuiò:
    “Che sciocco sono stato a prefigurarmi una bella storia. I sogni d’amore sono sempre i più difficili da realizzare. Diventano utopie quando si vorrebbero fondere armonicamente cinquant’anni da una parte e ventotto dall’altra. Scusami Fabiana. Sono un ingenuo, un romantico perdente.”
    “Non mi sento pronta per questo viaggio da fare insieme ma sappi che ti voglio bene. Se anche tu me ne vuoi, ho un’idea meravigliosa.”
    “Dimmi.”
    “Tu scrivi bene, sto leggendo il tuo ultimo libro.”
    “Non capisco cosa c’entri con l’idea meravigliosa…”
    “Quando tornerai a casa, accendi subito il PC e fai lavorare la tastiera senza sosta. Dai inizio a un nuovo romanzo, al nostro romanzo. Racconta questa nostra storia e portala a compimento, esattamente per come l’avevi immaginata. Vedrai, sarà come se ci fossimo amati.”
    Saverio annuì non senza averle prima dato un bacio.
    Sulle note di “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, Fabiana lo afferrò per un braccio, gli sistemò il giubbotto blu, gli passò una mano sui baffi, gli accarezzò i capelli brizzolati e spalancò un sorriso:
    “Forza Saverio, andiamo ad ascoltare la pianola di Nico. Stasera offro io: una pizza, una birra, un caffè e del whisky. Ma non farci l’abitudine, eh!”
    Il sole affondava l’ultima parte di semicerchio. Il mare già faceva da guardiano alla sera che, quieta, avanzava per fare spazio alla notte.