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Autore

Aurelio Zucchi

in archivio dal 08 gen 2019

07 febbraio 1951, Reggio Calabria - Italia

segni particolari:
Amo definirmi uno "scrivente".
Priorità assoluta è il mare, poi viene tutto il resto.

22 gennaio alle ore 12:00

Niente fretta, Auré!

Il racconto

Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
***
Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po’ per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l’effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell’antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d’acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l’aria festaiola delle domeniche d’agosto scillese. Insomma, un punto d’osservazione ideale.
Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall’afa.
«Hai fame?» domandò Peppe.
Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa di quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l’alalonga sott’olio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l’aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d’argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
«I ragazzi non mangiano?» chiesi al mio amico.
«Quando avranno fame…» replicò Peppe.
Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata a una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore e un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché s’indugiasse a calare l’ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l’acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
«Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena».
Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
«Non c’è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!» dissi a Peppe.
«Niente fretta, Auré! Aspetta…» mi rispose a bassa voce.
Ripetutamente tirai su i miei tre ami da quattordici ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza. Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
«Deve essere grosso, Peppe!»
«Portalo su piano piano. Calma e gesso, Aure’!». 
***
 Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffè fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente.
Il sogno di stanotte - l’avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo - canta l’inno del normale. L’ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza, allorquando l’ammassavo sul fianco della Nina.
 
 
 
 
 
*
Anno di stesura 2007
(Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/2007 e sulla testata giornalistica on line www.quicalabria.it)

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