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in archivio dal 29 ott 2013

Barbara Catta

14 febbraio 1970, Capena (RM) - Italia
Segni particolari: Quando ho ritrovato su facebook i miei compagni delle elementari quasi tutti mi hanno detto: sì mi ricordo di te, sei quella con gli occhi chiari e le lentiggini sul naso!
Mi descrivo così: Mamma mi chiama " La passionaria" perchè quando amo qualcosa lo faccio con entusiasmo travolgente. Amo tutto ciò che è vita, amo leggere e scrivere, amo la mia famiglia, i miei cagnolini, amo la quercia che torreggia da sempre nel giardino di mamma e papà, amo scartare i regali a Natale.
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  • Come comincia: Da qualche giorno mi capita di parlare, durante la ricreazione, con una ragazza che sta in classe di Nuccio, quello che mi ha corteggiato inutilmente per settimane. L’avevo conosciuta quando ancora lo frequentavo ed era stata subito molto amichevole. E’ piccolina di statura, magrolina e sembra più giovane dei suoi diciotto anni. Si chiama Simona e fin dal primo momento mi aveva colpita per i suoi modi franchi e spontanei. Ultimamente, mi aveva anche presentato un suo amico di nome Stefano che, come lei, si è dimostrato subito più che disponibile a fare nuove amicizie. In settimana mi hanno detto che frequentano una comitiva di ragazzi che si riunisce ogni sabato pomeriggio e mi hanno chiesto se mi sarebbe piaciuto andare con loro questo sabato. 
    Ho detto sì, non mi sembrava vero, poter far parte di una comitiva, per di più di ragazzi così simpatici e accoglienti.
    Però non avevo voglia di andarci da sola e allora ho pensato di invitare Anna Rosa, l’edera rampicante che dove trova linfa lì si attacca. Lei ha una personalità poco sviluppata, vive per conformarsi il più possibile al gruppo senza però imporsi, piuttosto essendone trascinata. Lo si vede già da come si veste, indossa l’uniforme tipica della nostra generazione: jeans a cavallo bassissimo, converse  e piumone blu; viso truccatissimo, capelli ricci e neri con un taglio corto. Lei ha bisogno di appoggiarsi a qualcuno che reputi interessante e questo qualcuno al momento è Fabiana, la vamp della classe. La segue docilmente dappertutto come un cagnolino, in adorazione quasi, ed è proprio quello di cui ha bisogno una primadonna come la Marra. Con me non le era riuscito. Aveva provato un paio di volte a portarmi fuori, ma ci siamo trovate male fin da subito e la cosa è cessata spontaneamente e senza traumi. Non potevo certo trovarmi a mio agio con una che cammina due metri sopra il livello di tutti gli altri, mentre lei probabilmente non si sentiva abbastanza riverita da me.
    Comunque, conoscendo l’ansia di Anna Rosa di sentirsi inserita e di conoscere gente, per farmi bella e dimostrarle che posso essere più interessante di Fabiana, le ho chiesto di accompagnarmi a conoscere questo nuovo gruppo di persone e lei ha accettato.
    L’incontro era alle cinque ad un indirizzo ad un paio di fermate di autobus da casa mia. Dovevo vedermi alle quattro e mezzo con Anna Rosa per recarci insieme  all’appuntamento. Arrivate all’indirizzo che mi era stato dato, ci siamo trovate davanti ad un portone dall’aspetto alquanto dimesso, incorniciato dalle rovine di un palazzetto popolare, che doveva aver visto giorni migliori intorno al periodo postbellico.
    Abbiamo suonato e ci hanno fatto entrare all’interno di una grande stanza vuota. C’erano solo una ventina di sedie, tipo quelle scolastiche, disposte in cerchio e per la maggior parte già occupate da ragazzi e ragazze dalla faccia pulita e vestiti in modo semplice, senza omaggio alcuno all’ultima moda: Anna Rosa in mezzo a loro spiccava come un fagiolo in mezzo alle lenticchie. Simona e Stefano ci sono venuti incontro affabili e sorridenti e ci hanno invitate a sederci, dopodiché è iniziato l’incontro.
     Inizialmente pensavo che avremmo fatto o detto qualcosa di interessante. Invece questi ragazzi si sono limitati a stare seduti e a parlare del più e del meno. Mi è stato subito chiaro che molti di loro, come me e Anna Rosa, erano nuovi e rimorchiati come noi allo scopo di allargare la comitiva. La conversazione procedeva stentava, in modo forzato e innaturale, la situazione è ben presto diventata patetica.
    Mi sono girata un poco verso Anna Rosa, volevo spiare la sua reazione. Era seduta rigida alla mia destra, immobile come uno stoccafisso, se possibile più a disagio di me. Probabilmente dentro di se stava pensando:
    “Ma chi me lo ha fatto fare a seguire questa deficiente, lo sapevo che non dovevo fidarmi e rimanere con Fabiana.”
    Che mortificazione!  Stefano faceva da intrattenitore,  cercando cose interessanti da dire, ma stavamo tutti fermi e imbarazzati, giurerei a sperare di trovare qualche scusa per sgattaiolare via da lì. Una comitiva non si può creare semplicemente assemblando un certo numero di persone e certamente in quel gruppo a conoscersi veramente non erano in più di sei o sette.
    Credo di essere diventata rossa come un peperone e successivamente bianca come un lenzuolo e poi nuovamente rossa e così via per tutta la mezz’ora che sono riuscita a costringermi a stare seduta. Poi, soprattutto vedendo crescere sempre più l’irrequietezza di Anna Rosa, ho preso coraggio e con una scusa ho salutato e me ne sono andata seguita dalla mia amica.
    Inutile dire che non ci andrò mai più ed inutile anche dire che ho perduto quel minimo di considerazione che Anna Rosa aveva ancora per me. Non che mi importi molto del suo rispetto, figuriamoci! Però sarebbe stato gratificante dimostrare almeno a me stessa di avere la capacità di inserirmi in modo così naturale in un gruppo. Ma a tutto c’è un limite! Preferisco stare sola, piuttosto che insieme a degli adolescenti che si comportano come vecchietti.

     
  • 31 ottobre 2013 alle ore 11:34
    Un litigio tra fratello e sorella

    Come comincia: Ho litigato ferocemente con mio fratello, uno di quei litigi che rimangono nella storia.
    Era quasi ora di pranzo, l’acqua per la pasta bolliva, mamma ci ha chiesto se doveva buttare giù i risoni o gli spaghetti. Io volevo gli spaghetti, lui naturalmente voleva i risoni. Odio i risoni. Già amo poco il riso, mangiare addirittura una pasta che ne imiti forma e consistenza è veramente troppo. Ho cercato di spiegargli con tutta la diplomazia di cui sono capace (poca in realtà quando si tratta di lui) che mangiare spaghetti per lui sarebbe stato un sacrificio molto più piccolo di quello che avrei dovuto fare io per mangiare i suoi maledetti risoni. Niente da fare. All’improvviso non poteva più vivere senza mangiare quella schifosissima pasta. Mi sono irrigidita anch’io. Mamma, subodorando l’imminente burrasca, tentava di mediare proponendo un terzo tipo di pasta, i rigatoni. Per me andava bene, ancora tentavo di mostrarmi ragionevole. Ma lui no. O risoni o niente. Allora sono esplosa. Abbiamo cominciato a lanciarci l’un l’altro insulti di ogni tipo, liberando tutto il rancore reciproco che abitualmente teniamo a freno per quieto vivere. Quando Valerio lascia uscire la belva che è in lui, diviene come folle di rabbia, incontrollabile, spaventoso. Appena ho visto che cominciava a tuonare, schiumando quasi bava dalla bocca spalancata nel suo urlo selvaggio, ho valutato per un secondo la situazione, guardandomi intorno. Mamma era già tra noi, pronta a dividerci, papà si intravedeva attraverso la portafinestra della terrazza che si affrettava nella nostra direzione. Zia Assunta e Serena ci guardavano allibite vicino alla tavola apparecchiata con le posate ancora in mano in attesa di essere posizionate accanto ai piatti sulla tovaglia. Potevo abbandonarmi alla mia rabbia.
    Mi sono riempita i polmoni di aria, poi ho aperto la bocca.  Ne è uscito un suono talmente belluino, stridulo, acuto, isterico che ora stento a credere possa essere scaturito dalle mie corde vocali. In quel momento non capivo più niente. Ho urlato, urlato, urlato, fino a farmi dolere la gola, fino a perdere la voce, che al momento è ancora rauca. Attraverso il rosso velo di rabbia che ormai mi accecava, sentivo l’essere infame che mi gridava di volermi ammazzare e vedevo le sue mani protese verso di me, nel vano tentativo di afferrarmi, mentre papà lo teneva fermo con tutto il peso del proprio corpo. Mamma gridava che non ce la faceva più a sopportarci, papà si frapponeva fisicamente tra noi, tentando di mantenere il controllo, zio Saverio, accorso nel frattempo dal giardino, ci guardava a bocca aperta dalla soglia di casa. Quando ho perduto la voce non avevo per questo esaurito il mio odio, così ho optato per una mossa ancora più plateale. Sono fuggita a precipizio attraverso la terrazza della mansarda, ho sceso le scale esterne fino in giardino, mi sono diretta al cancello e sono uscita in strada. Sono scappata per la campagna senza una meta precisa, con il solo scopo di vendicarmi contro i miei genitori per non avermi difeso abbastanza contro quell’animale di mio fratello. Volevo farli  preoccupare a morte.
    Inizialmente ho preso a vagare in direzione delle vigne e dei campi incolti di sterpi che si trovano a ovest della nostra proprietà. Ma faceva un caldo spaventoso, la strada sterrata rifletteva il sole sui ciottoli bianchi di cui è composta abbagliandomi ad ogni passo, mentre i campi  gialli di erba ormai secca completavano la sgradevole sensazione di soffocamento. Inoltre, nella mia foga rabbiosa, non mi ero resa conto di indossare soltanto il pareo sul mio ridotto bikini rosso, ai piedi zoccoletti col tacco, eleganti e femminili, ma poco adatti alle fughe. Così, esaurita in fretta la rabbia, mi sono voltata e sono tornata sui miei passi. Ma non volevo ancora capitolare. Ho aggirato la nostra proprietà e mi sono messa a spiare i movimenti all’interno di essa dal campo incolto dove c’è il fontanile, attraverso la rete verde e la siepe di alloro che dividono i due pezzi di terra. Non ho percepito nessun suono, né alcun movimento. Sembrava tutto immobile e silenzioso, pietrificato nella canicola della più calda ora di sole che potessi scegliere per darmi alla macchia. Cominciavo a pentirmi della mia impulsività che mi aveva spinto a comportarmi in modo tanto stupido, intrappolandomi con le mie stesse mani in una situazione che diventava ogni minuto più intollerabile.
    Ho fiancheggiato la rete fin dove ho trovato un grosso foro al livello del terreno, sicuramente praticato dai cani che da lì vanno e vengono a loro piacimento. Avevo i piedi ormai feriti da una miriade di tagli e taglietti perché, per quanto facessi attenzione nei movimenti, era impossibile evitare di ferirsi con le spine dei rovi che crescono in modo incontrollato in ogni angolo di quel terreno abbandonato. Passando attraverso il buco mi sono anche graffiata una spalla, aggiungendo quel trofeo agli innumerevoli altri collezionati sui piedi. Mi sono tenuta ai margini della proprietà, sono salita in silenzio nel bosco e da lì, dominando dall’alto la casa, ho continuato a spiare i movimenti all’interno di essa. Dopo qualche minuto di apparente silenzio, ho visto mamma uscire sul terrazzo insieme a zia Assunta. Era fuori di sé dalla preoccupazione, era agitata e le stava dicendo che non sapeva più dove cercarmi, ai piani inferiori non c’ero, aveva guardato in ogni angolo polveroso senza trovare la più piccola traccia. Mio padre non si vedeva. Mi ha colto l’improvviso sospetto che fosse uscito con la macchina per cercarmi sulle strade intorno casa. Provavo rimorso per il mio gesto sconsiderato, ma se mi fossi presentata così, in quel momento, avevo paura che la loro arrabbiatura superasse la preoccupazione e mi impartissero qualche memorabile punizione. Ho maledetto cento volte in cuor mio quel neurone impazzito che ogni tanto prende il comando all’interno del mio cervello e mi spinge a commettere gesti tanto idioti quanto insensati. Mi sono rannicchiata tra le felci e i cespugli di asparagina e lì, in posizione fetale, ho cercato di raccogliere le idee per cercare di uscire al meglio dalla penosissima situazione.
    Che potevo fare? Presentarmi in terrazza come niente fosse e aspettare le loro reazioni? Non ne avevo il coraggio. Aspettare nel bosco sperando che mi trovassero rannicchiata e spaurita, suscitando così la loro compassione? Poteva fare effetto a livello psicologico, ma potevano non trovarmi per ore ed io mi sentivo sempre più nervosa e insofferente. Alla fine ho optato per una soluzione più diplomatica. Ho deciso di avvicinare mia cugina Serena e parlare per prima con lei per capire fino a che punto i miei fossero arrabbiati o preoccupati. L’occasione era a portata di mano, lei era sola in giardino, dalle parti della piscina e si aggirava sul prato. Chissà, forse pensava che mi avrebbe vista emergere dalle acque come la Venere del Botticelli! Secondo me faceva finta di girare per empatia con gli altri, in realtà era quella meno agitata, per cui la persona giusta da avvicinare. Le sono arrivata dietro in silenzio, fermandomi in piedi in attesa che mi vedesse: non sono riuscita ad evitare di commettere un ultimo gesto teatrale. Ci ha messo qualche secondo a prendere atto della mia presenza poi si è girata, mi ha vista ed è sobbalzata. Non sono riuscita a reprimere un ghigno di soddisfazione:
    “Valentina, ma dove eri? Qui sono tutti preoccupati a morte, tua madre è distrutta!”
     Ho atteggiato il viso ad una  finta indifferenza e le ho risposto sulla difensiva:
    “Ho fatto una passeggiata, così, per schiarirmi le idee e smaltire l’arrabbiatura.”
    Lei ha scosso la testa e mi ha guardata con rimprovero:
    “Vieni, andiamo su casa.”
    Lo so, mi comporto in modo sciocco a volte. Divento come pazza quando litigo con mio fratello e lui fa lo stesso. Non lo meritavo, eppure quando mi ha vista Ublina è venuta da me, gli occhi rossi e lucidi, il viso come invecchiato dalla preoccupazione. Mi ha chiesto premurosamente come mi sentivo. Cosa avrei dovuto risponderle, mi sento l’ultimo dei vermi sulla faccia della terra? Sì, ma non l’ho fatto. Anzi, ho recitato biecamente la parte dell’offesa fino in fondo, parlandole a malapena e quel poco in modo brusco. Papà era più ombroso, meno propenso a concedermi una tanto rapida assoluzione. Si è limitato a rimanere in silenzio, lo sguardo torvo e severo.
    Perdonatemi mamma e papà, ma il tarlo che mi rode dentro non mi ha permesso di implorare umilmente il vostro perdono! Forse un giorno.

     
  • 30 ottobre 2013 alle ore 12:19
    Un incontro moooolto romantico

    Come comincia:  
    Non avrò mai più il coraggio di rivolgere la parola ad un ragazzo che non conosco. Non per prima.
    Tutto è perduto. Il castello di sabbia, da me costruito granello su granello in tutte queste settimane e cementato con le lacrime, con i sogni e con i sospiri, si è dissolto all’improvviso, spazzato via da una gelida ondata di indifferenza che mi ha aperto gli occhi lasciandomi svuotata di ogni illusione. Niente era come credevo che fosse. Possibile che tutto sia avvenuto nel mio cervello? Se così fosse, vorrebbe dire che ho completamente smarrito il contatto con la realtà. Tanto ciò che è successo è lontano da quanto sognato.
    Ma veniamo ai fatti. Ieri sera sono stata quasi un’ora al telefono con Elisabetta. Lei sospirava sul suo Nicola (con il quale aveva, se non altro, avuto una breve storia, pur se contrastata dalla lontananza e dai suoi genitori), io sul mio ermetico Danilo, vivo solo nello sguardo, rigido ed inespressivo nel linguaggio di tutta la sua restante anatomia (se avessi dato maggior peso a questo strano particolare, forse non mi sarei prestata alla figura barbina che ho fatto poco fa).
    Ely, amica mia, questa volta non mi è stato di aiuto il tuo ottimismo, né la semplice ironia con la quale affronti la vita e che per magia riesci ad infondermi ogni volta che parlo con te. Quella telefonata, ieri sera, è riuscita a trasformare i miei sospiri in singhiozzi di ilarità, tanto mi hai fatto ridere mentre scherzosamente mi descrivevi il nostro prossimo incontro romantico: io guardo lui, lui guarda me, ci corriamo incontro ognuno perso negli occhi dell’altro, lui non vede una buccia di banana e mi atterra rovinosamente sui piedi. Ho ritrovato la mia grinta (non lo avessi mai fatto!) e questa mattina mi sono svegliata più decisa che mai a parlargli a qualunque costo.
    Per tutto il giorno ho creduto di scorgere segnali propiziatori, incoraggianti. Sono arrivata in classe e sulla porta c’erano Dario e Mauro che mi hanno salutata in modo straordinariamente amichevole. L’entusiasmo è cresciuto, la mia determinazione, già salda come una roccia, si è ulteriormente rafforzata, caricandosi anche di un’eccitazione che mi ha accompagnata per tutta la giornata. Quando lui mi ha guardata in corridoio, ho scorto sulle sue labbra un accenno di sorriso (l’ho forse immaginato?) e questo segnale mi ha più che mai convinta nella mia risoluzione.
    Sono tornata a casa, ho mangiato in fretta, sono uscita di nuovo per recarmi al galoppatoio, il pensiero sempre fisso su di lui, concentrato, per paura che lasciandomelo scappare di mente, non sarei poi più riuscita a portare a termine l’impresa. La giornata è stata un successo anche al maneggio, sono riuscita a montare il mio Domingo, abbiamo galoppato a lungo insieme, il freddo mi arrossava le guance, il naso era un pezzo di ghiaccio, ma non sentivo niente, ero solo felice. Ho persino avuto l’impressione che Alba e Antonietta mi dedicassero più attenzioni del solito, tutto il mondo ruotava intorno a me. Sono tornata a casa, ho studiato senza problemi storia e italiano, non c’era altro perché domani si esce prima, mi sono appostata in balcone. Erano le cinque e mezza. Non volevo correre il rischio di lasciarmelo sfuggire. È passato alle sei e dieci, mamma nel frattempo era tornata, mi ha incoraggiata una volta di più, dandomi la spinta definitiva verso il disastro.
    Che stupida, che idiota! Mentre aspettavo il suo ritorno sono corsa in bagno. Mi sono pettinata con cura, ho applicato la matita agli occhi, il fard sulle guance, il rossetto sulle labbra. Ho messo gli orecchini più belli che possiedo, quelli d’oro e smalto, a forma di cuore. Ero così carina! Ho misurato a larghi passi la mia stanza, avanti e indietro, poi la stanza dei miei, poi il salone, poi indietro di nuovo. Fino alle sei e trenta. Poi mi sono appostata di nuovo, un nodo in gola ed uno nello stomaco. Quelli non ho potuto proprio evitarli. Però non ho esitato. Come l’ho visto girare l’angolo in lontananza ho guardato mamma che mi stava a fianco:
    “Corri, senza pensarci due volte!”
     Mi sono precipitata giù, volando sulle rampe di scale che separano il mio appartamento al secondo piano dal piano terra. Ho aperto il portone a vetri e in piedi sul gradino esterno che separa l’androne del mio palazzo dal marciapiede, ho atteso che mi passasse davanti. Deve avermi vista per forza quando è arrivato a pochi metri di distanza, eppure non ha battuto ciglio, non ha modificato l’andatura indolente e non mi ha nemmeno guardata come fa sempre a scuola. Nulla. Se fossi stata una perfetta sconosciuta avrebbe sicuramente preso atto della mia presenza posando gli occhi su di me almeno per una frazione di secondo. Ma su questi particolari ho riflettuto soltanto in seguito, sul momento ero troppo concentrata su me stessa e su quello che stavo per fare per essere recettiva ai segnali respingenti che mi stava mandando. Mi ha oltrepassata continuando a guardare diritto. Sono rimasta spaesata da questa completa indifferenza ma solo per un istante, tanto grande era ormai la mia determinazione, impossibile per me continuare a vivere nel limbo di incertezza nel quale ero sprofondata. L’ho chiamato per nome da dietro e mi è sembrato strano sentire me stessa pronunciarlo ad alta voce. Si è voltato, la precedente inespressività sostituita da uno sguardo interrogativo, sorpreso dalla mia audacia. Almeno credo, perché alla luce dei fatti non sono più sicura di nulla.
    “Danilo”
     ho ripetuto il suo nome
     “Ti ricordi di me? Sai chi sono?”
    Mi ha risposto con voce piatta:
    “No, non lo so.”
    “Ma come....” - ho insistito – “...frequento la tua stessa scuola, ci vediamo sempre in corridoio, a ricreazione.”
    Non ha battuto ciglio, nella voce si intuiva giusto un filo di fastidio:
    “No, ti ripeto che non ti ho mai vista.”
    Ero incredula di fronte ad una tale menzogna. Quanto andava affermando era impossibile, incredibile anche solo da concepire per la mia mente. Tutte le volte che ci eravamo guardati! Forse è stata la totale inaccettabilità di quanto stavo sentendo, come se non potessi credere alle mie orecchie, come se aspettassi da un momento all’altro lui mi dicesse che stava scherzando, come se dovessi risvegliarmi da un brutto sogno, che mi ha costretto ad andare fino in fondo, ad insistere nonostante il rifiuto:
    “Ma non è possibile che tu non mi abbia mai vista, ci incontriamo tutti i giorni!”
    Ha cominciato a manifestare impazienza, il fastidio non più dissimulato:
    “Senti, ti dico che non ti ho mai vista, né a scuola né altrove, adesso devo andare.”
     Così dicendo ha fatto per voltarsi e riprendere il suo cammino. Caparbia, ormai preda di un’inarrestabile follia che mi costringeva ad insistere a dispetto di ogni buonsenso, forse proprio per tentare di dare un senso a quanto stava succedendo, ho continuato a placcarlo:
    “Aspetta, non andare via così, anche se non mi hai mai notata, comunque sto a scuola con te, parliamo un po’. Io mi chiamo Valentina.”
     Si è voltato solo per un altro istante, il tempo di rispondermi brevemente:
    “No, ho fretta, devo tornare a casa.”
    Neanche il tempo di finire la frase che già si era incamminato di nuovo. Ottusamente ho insistito, contro ogni ragionevolezza, contro ogni speranza di successo, contro ogni senso di dignità. Gli sono corsa dietro e mentre lui tirava dritto senza minimamente decelerare io gli saltellavo intorno come meglio potevo:
    “Ti prego, fermati un attimo, parliamo solo per cinque minuti!”
    Su quest’ultima affermazione mi ha guardata un attimo negli occhi. Aveva uno strano luccichio nello sguardo, come di bestia braccata, che comincia a sentire il panico montargli nelle viscere:
    “Lasciami andare, ti ho detto che ho da fare!”
     Un accenno di allarme nel tono di voce. Non ci potevo credere e non ci posso credere tuttora! Si sentiva molestato da me, lo stavo turbando e reagiva in modo quasi isterico. Ma chi diavolo sei Danilo Bonanno? Di cosa è fatta la tua vita per dover reagire in questo modo agli assalti innocenti di una piccola ragazza quindicenne? Quali gli arcani meccanismi che governano quella spugna grigia e gelatinosa che si trova nella tua scatola cranica? Purtroppo queste considerazioni le sto facendo solo adesso, a mente lucida, che in strada, con lui davanti a me, di lucidità me ne era rimasta molto poca.
    “Va bene, allora ti accompagno per un pezzo di strada, così parliamo camminando.”
    Ha accelerato il passo, io ho accelerato con lui, decisa a rimanere al suo fianco sino a quando non avesse varcato la soglia del suo portone. In quei pochi minuti di strada ho cercato come meglio potevo di attirare il suo interesse, facendogli domande e strappandogli riluttanti risposte:
    “Stai andando a studiare?”
     “Sì, ho molto da fare per domani.”
     “Che cosa stai studiando?”
     “Filosofia.”
     “Che bella materia, sono sicura che mi piacerà moltissimo l’anno prossimo quando comincerò a studiarla anch’io!”
    Silenzio. Insisto:
     “Com’è la filosofia, a te piace?”
     “Non particolarmente.”
    Uno squallido botta e risposta, penoso per entrambi. Ma ormai dovevo - come si dice? - bere l’amaro calice fino in fondo. Non riuscivo a costringermi a voltare i tacchi, andavo avanti calpestando il mio orgoglio nella irrazionale speranza che mi concedesse qualcosa di più che il suo fastidio. Non volevo tornare a casa con una tale cocente umiliazione nel cuore, dovevo fare qualcosa che modificasse la tragi-comicità della situazione. Siamo arrivati davanti all’androne del suo palazzo, lui più ansioso che mai di varcare l’ingresso e buttarsi la rompiscatole alle spalle. Non sapevo più cosa fare così, come umiliazione finale, mi sono trovata quasi ad implorarlo di salutarmi domani a scuola. Mi ha promesso che lo avrebbe fatto, credo più per togliersi di torno la pulce fastidiosa che per altri motivi. Tornata su casa ho raccontato a mamma l’esito del nostro “romantico incontro”. Svuotatosi poco a poco il cervello dell’insania che lo aveva colpito, mi sono trovata scioccata da quanto fatto e soprattutto da quanto suscitato. Non ho pianto, non mi sono disperata, non ho fatto nulla. Ora mi sto solo chiedendo come ho potuto travisare in questo modo quanto avevo davanti, al punto di decidermi a fare quello che ho fatto. Lui mi guardava. Di questo sono sicura. Chissà per quale motivo.
     
     
     

     
  • 29 ottobre 2013 alle ore 11:49
    Gita a Firenze

    Come comincia: Ieri sono andata in gita a Firenze con la mia classe e con il “V” B, la classe degli snob.
    Non ricordo nulla di ciò che ho visto, la giornata è stata un incubo. Sembra che quando qualcosa va storto, poi tutto debba continuare sullo stesso tono, almeno per un po’. E’ cominciata come una normale gita fuori porta, il pullman affittato dalla scuola è passato a prenderci puntuale davanti al liceo alle otto e trenta di ieri mattina. Con noi, in veste di accompagnatrice, la professoressa Paiello insieme ad un insegnante dell’altra classe. Non conoscevo nessuno dei ragazzi della sezione B, se non di vista o per averci parlato casualmente in qualche rara occasione. Le uniche due persone che conoscevo per nome erano Angela, figlia della nostra professoressa e un tale Massimo.
    Quest’ultimo, è un ragazzino della nostra età, anzi più grande, è ripetente, ma che dimostra forse dodici anni. E’ bellino, bel viso, lineamenti regolari, occhi chiari molto vivaci, lentiggini, espressione da monello impenitente. Però sembra un bambino, non solo per la statura veramente ridotta, soprattutto per la levigatezza del viso, senza un’ombra di peluria. L’anno scorso mi aveva colpita perché un giorno era entrato nella nostra classe insieme ad un suo amico ed aveva cominciato a fare complimenti alle ragazze, senza rivolgersi a nessuna in particolare:
    “Siete tutte così belle, sembra di stare in un paradiso di vergini. Non come nella mia classe, lì sono tutte brutte!”
    Sì, aveva usato proprio queste parole e mi aveva colpita per la disinvoltura dei modi e per le espressioni usate. Così sono salita su quel maledetto pulmino senza malumori o prevenzioni di nessun tipo. Io e Gaia ci siamo infilate in un posto intorno alla metà del veicolo, dall’altra parte del corridoio, alla nostra stessa altezza, Mara e Caterina. Sui sedili in fondo, notoriamente occupati dal gruppo più turbolento della scolaresca, si era insediato un rumoroso assembramento del “V” B: tra di loro c’era anche questo Massimo.
    Siamo partiti e per un po’ è andato tutto bene; certe situazioni hanno bisogno di tempo per decollare. Ero rilassata, guardavo fuori dal finestrino con Gaia accanto che ascoltava musica dal suo walkman. Intorno a me sentivo ragazze che parlavano, anche dietro erano tranquilli, all’inizio è sempre così. Poi le voci da dietro sono cresciute di tono, ragazzi che si alzavano, ragazzi che si spostavano di posto, che andavano a fare visita ad altri ragazzi seduti in altri posti. Gli elementi perturbatori della mia classe e quelli dell’altra hanno cominciato a scherzare insieme. Mi sono voltata a guardare e ho visto Mauro e Pietro, i galletti della mia classe, che fumavano in fondo insieme a tre o quattro ragazzi dell’altra sezione.
    Queste situazioni mi hanno sempre messa a disagio, non mi appartengono, acuiscono il mio senso di estraneità, mi scatenano elucubrazioni di ogni tipo. Però ero ancora abbastanza tranquilla, sono in buoni rapporti con Mauro, gli altri non li conoscevo, anche se ridevano e scherzavano in modo derisorio. Poi Mauro e Pietro hanno condotto Massimo ed un altro, che in seguito ho scoperto chiamarsi Fabrizio, da Caterina per presentare loro l’idiota della nostra classe e prendersi gioco di lei:
    “Vi presento Kukki, la ragazza più sexi della scuola. Caterina girati, saluta, non essere scontrosa!”
    Lei guardava fuori dal finestrino, faceva finta di niente sperando che perdessero interesse. Ma loro avevano un lungo e noioso viaggio davanti, due lunghe ore da far passare in qualche modo. Allora si è girata, li ha guardati con quei suoi occhietti piccoli e ottusi, poi ha atteggiato le labbra carnose ad un timido sorriso.
    “Ciao.”
    Ha detto loro timidamente, la voce bassa, un bisbiglio, il viso sollevato a guardarli in attesa. Massimo ha ridacchiato, Mauro ha fatto una smorfia simile ad un sorriso, poi ha continuato ad umiliarla:
    “Vedi, questo ragazzo qui si chiama Massimo ed è in cerca di una ragazza. Ho pensato che potevo presentargli te. Ti piace?”
    Caterina è rimasta in silenzio, Mauro ha insistito:
    “Non essere maleducata Kukki, ti piace Massimo? Guarda che bel ragazzetto! Allora rispondi!”
    Sorriso impacciato, un altro bisbiglio:
    “Ma, non lo so, che ti devo dire?”
    Hanno continuato così per qualche minuto, ma lei reagiva poco. Mara stava in silenzio, lei non parla mai in queste situazioni, né loro hanno provato a coinvolgerla. E’ quasi paranormale il modo in cui viene rispettata nonostante stia sempre assieme a Caterina, come se intorno a lei ci fosse una sorta di aura protettiva. Mistero! Mauro e Pietro si sono allontanati, sono tornati dietro, Massimo e Fabrizio sono rimasti a scherzare con due loro compagne di classe, sedute proprio davanti a Gaia e a me.
    Questa circostanza ha decretato l’inizio della mia persecuzione. Mi sono chinata verso Mara e Caterina, ho cominciato a chiacchierare con loro, con Mara per lo più. Le chiedevo se fosse mai stata a Firenze prima d’ora. Massimo si è girato verso di noi, ha notato che Caterina si era animata grazie al mio intervento:
    “Kukki, se non sei interessata a me almeno presentami questa tua amica!”
    Non mi piaceva la piega che stavano prendendo gli eventi e tuttavia ho reagito. Stupidamente, mi sono impegolata in un braccio di ferro verbale dal quale non sono più riuscita a divincolarmi. Mi ha guardata con quella sua faccia da schiaffi, la faccia che ho sempre immaginato dovesse avere il protagonista del “Giornalino di Gian Burrasca”, poi ha teso la mano verso di me: “Piacere, mi chiamo Massimo; lui è Fabrizio.”
    Se li avessi ignorati sarebbe stato anche peggio, così ho accettato di presentarmi. Nel tendere la mano all’altro ragazzo, l’ho osservato per la prima volta. Anche lui un viso liscio, bambinesco, ma alto di statura, ben strutturato. La testa un po’ troppo grande ed il viso un po’ troppo largo, capelli corti ed orecchie a sventola, ma lineamenti gradevoli, occhi espressivi, nel complesso un bel ragazzo. Anche lui aveva sfoderato quel genere di sorriso beffardo, preludio a qualche sfottimento. Massimo:
    “Senti Valentina, ma tu che tipo di ragazza sei? Voglio dire sei una che la dà – risatina di scherno - oppure sei una morta tutta casa e scuola?”
    Fabrizio:
    “Dai Massimo, che domande fai? Non si tratta così una ragazza. Non lo vedi che la metti in imbarazzo?”
    Sembrava una di quelle gag che si vedono nei film americani, l’amico più buono che modera quello sadico e sembra stare dalla tua parte, in realtà si sta divertendo un mondo.
    “E di voi cosa mi dite? Scommetto che a parole muovete i treni, poi ve la fate sotto quando avete davanti qualcuna che fa sul serio!”
    Ostentavo tutta la disinvoltura di cui ero capace, speravo di batterli sul loro stesso terreno. Se gli avessi dato a credere di essere una dura come loro, forse mi avrebbero lasciata in pace. O forse cercavo di dimostrare a me stessa di essere in grado di gestire situazioni ad alto rischio di bruciature. Quali che fossero le mie intenzioni o le loro, il risultato è stato di catturare definitivamente la loro attenzione.
    Gaia ha indossato nuovamente le cuffie del suo walkman, ha cominciato a masticare ostentatamente la sua gomma americana, poi ha abbassato gli occhi guardandosi le mani con insistenza. Si sarebbe alzata e se ne sarebbe andata se non fosse stato troppo evidente il tradimento. La sua vigliaccheria è talmente patetica, le sue reazioni talmente prevedibili, che ho provato pena per lei invece della giusta indignazione.
    Massimo:
    “Ah, allora tu sei una tosta, una che ci sa fare, magari hai anche il ragazzo.”
    Silenzio.
    Fabrizio:
    “Ce l’hai il ragazzo, sì o no?”
     I suoi occhi mi scrutavano, forse era realmente interessato alla mia risposta. E’ un mio difetto, non riesco mai a mentire sulla mia vita privata, nemmeno quando sarebbe opportuno:
    “Mi piace uno, ma lui non lo sa nemmeno.”
    Risposta abbastanza sincera. In effetti, da qualche giorno a questa parte ho messo gli occhi su un tipo del “II” C, compagno di classe di un ragazzo che abita nel mio palazzo. Lo conosco di fama, per essere un ragazzo carino ma molto intellettuale, alto, moro, occhialetti, un bel tipo. L’ho incrociato un paio di volte che andava a trovare il mio coinquilino e all’improvviso l’ho trovato affascinante.
    Fabrizio:
    “Chi è questo ragazzo?”
    Perché non sono stata zitta? No, non potevo, avevo l’ansia di dimostrare a quei due imbecilli, io più imbecille di loro, che esisteva davvero questo ragazzo:
    “Daniele Campagna, lo conosci?”
    Fabrizio:
    “Sì, sta nel “II” C, giusto? Se vuoi vado a parlarci, gli dico che ti piace.”
    Perché non gli ho sparato un nome qualsiasi di qualche ragazzo inesistente?
    “No, non dirgli niente, non voglio assolutamente.”
    Mi ha guardata con uno strano sorrisetto, ho capito di avere sbagliato.
    Massimo:
     “Senti, ma torniamo a noi, scommetto che non hai mai baciato nessuno in vita tua!”
    “E invece ti sbagli, non ho nessun problema a baciare un ragazzo!”
    Massimo:
    “Non ti credo, sei una sparapalle, te la fai sotto all’idea di baciare qualcuno!”
     “Ci vuoi scommettere?”
    Gli è passato un lampo negli occhi, mi si è avvicinato e abbassando la voce ha insinuato mellifluamente:
    “Dimostramelo, baciami adesso, qui, davanti a tutti.”
    Poi si è fatto ancora più vicino, lentamente ha accostato il suo viso al mio, fino a quando la punta del suo naso quasi non toccava quella del mio. I suoi occhi erano fissi nei miei, colmi di sfida, di canzonatura, ridenti di trionfo, verdi come una palude. Non ho retto quello sguardo, ho spostato il mio sulle sue labbra, piccole, schiuse nell’attesa, leggermente screpolate. Quest’ultimo particolare ha in qualche modo scatenato il panico, che già minacciava di aggredirmi dall’inizio della conversazione. Mi sono allontanata e ho cominciato a balbettare frasi sconnesse, prive di senso alle mie stesse orecchie:
    “NNo,nnon qui, non è il momento, poi non bacio mica così, a comando…bla, bla, bla,…” Ho blaterato frasi cretine, odiandomi nel momento stesso in cui mi uscivano di bocca, ma non riuscendo a bloccare il torrente maledetto che sgorgava dalle mie stesse corde vocali. Loro mi fissavano, soddisfatti, Fabrizio forse un po’ accigliato – perché avevo l’impressione che fosse dispiaciuto dell’eccessiva crudeltà dell’amico?-, entrambi soddisfatti di avermi piegata.
    Hanno continuato a tormentarmi per tutta la durata del viaggio, due gatti sullo stesso topo, contenti di giocarci insieme e di palleggiarselo l’un l’altro. Se come un topolino mi fossi arresa, impaurita e paralizzata in un angolo, forse mi avrebbero lasciata in pace. Avrebbero mollato la presa in cerca di prede più reattive. Ma io mi sono messa in testa di uscire da questa storia a testa alta, di trovare il modo per avere l’ultima parola. Il topolino che mostra i dentini sperando che i suoi torturatori li scambino per temibili canini. Patetica. Il gatto e la volpe sull’ingenuo Pinocchio. E Gaia continuava ad ascoltare musica da quel maledetto walkman. Loro sembravano non vederla nemmeno. Riesce a mimetizzarsi talmente bene con l’ambiente da risultare invisibile. La mia amica camaleonte. Mimetizzata con la tappezzeria del pulmino.
    Abbiamo passato il casello per uscire dall’autostrada e loro commentavano la mia camicetta a scacchi rosa e fucsia. Abbiamo parcheggiato e scendendo i gradini del pullman sentivo i loro fiati sul collo che sghignazzando si auguravano che inciampassi. Arrivati a destinazione ho deciso, troppo tardi, che era meglio ignorarli, che forse era possibile essendo ormai in movimento, forse potevo sfuggire le loro insolenze. Mi illudevo. Ho guardato il panorama di Firenze dal belvedere di piazzale Michelangelo attraverso un velo di lacrime, ascoltando i loro commenti beffardi:
    “Mi sembra che abbia il culo basso, che te ne pare?”
     “No, Massi, non direi, dà quell’impressione perché è piatto e largo.”
    Li ho avuti perennemente dietro durante gli spostamenti a piedi per le strade della città, due voci nell’orecchio che mi raggiungevano dovunque decidessi di spostarmi all’interno del gruppo. Mi bruciava anche la magra figura che mi costringevano a fare di fronte ai miei compagni di classe che di certo non erano sordi a questa persecuzione. Non osavo guardarmi intorno per paura di leggere nei loro occhi la pietà o, peggio, una finta indifferenza. Durante la visita all’interno della Galleria Palatina dell’Accademia, i due falchi sempre sulla loro preda, ho sentito Mauro difendermi, debole tentativo per mettere fine alla persecuzione:
    “E dai ragazzi, lei no, lasciatela perdere.”
    Non ho detto nulla, ma in quel momento ho sentito di amarlo, l’unico impulso di affetto che ho provato in mezzo a tutto il livore, il risentimento e l’odio assassino che mi porterò dentro finché campo al ricordo di questa orribile giornata. Giravo per le sale della Galleria Palatina di palazzo Pitti, commentavo gli splendidi Rubens, i Tiziano, i Raffaello insieme a Mara, lei così catturata dalla bellezza dei quadri, e facevamo finta di non sentire i commenti che dietro di noi arrivavano al mio indirizzo. Mara era come sorda alle cattiverie di cui mi omaggiavano ma stava con me, mi parlava come niente fosse e questo era il suo modo per darmi coraggio, per darmi una pacca sulla spalla dicendo:
    “Non te la prendere, ignorali, non vale la pena di amareggiarsi di fronte ad una simile ottusità.”
    Mentre ci aggiravamo all’interno del Duomo, sono riuscita a prendere le distanze, grazie alla vastità dello spazio, breve momento di tregua gradito quanto un’oasi di palme nel deserto. Durante il viaggio di ritorno mi hanno graziata per una buona metà del tempo, stanchi dopo la loro dura giornata di pubbliche relazioni. Si sono ritirati nel fondo, da lì li sentivo ogni tanto ridere ad alta voce, ma per lo più sono stati  tranquilli. All’arrivo, scendendo dal pulmino, mi hanno salutata con un minaccioso:
    “Ci vediamo domani a scuola!”
     Li ho guardati per un momento perplessa, chiedendomi quali fossero le loro intenzioni, ma non ho fatto commenti, ero veramente stanca e me ne sono andata a casa. Ieri sera non ho detto nulla. Ero troppo scioccata anche per confidarmi con mamma. Ho cenato in silenzio, un nodo mi stringeva la gola, impedendomi anche di mangiare. Sono andata a letto presto, ma non riuscivo a prendere sonno. Mi sono rivoltata a lungo su un fianco, poi sull’altro, poi a pancia in sotto. E intanto pensavo, pensavo, pensavo.
    Si dice che l’adolescenza sia un'età difficile, un momento di passaggio tra la fanciullezza e l’età adulta. Per molti di noi la crudeltà è un modo come un altro per affrontare le nostre paure, un metodo a basso costo emotivo. Attraverso l’umiliazione e lo svilimento dei tuoi simili, hai l’illusione di avere il controllo: se riesci a sopraffare allora sei forte, ti sei guadagnato il rispetto del gruppo, sei accettato ed è più facile accettare te stesso. Questo ti permette di ignorare il fatto che i tuoi amici sono tutti più alti e formati di te, nonostante che tu sei stato bocciato e sei più grande di età. Puoi sentirti intelligente, magari astuto, tu conosci la vita, sei un uomo di mondo, che importa se probabilmente non arriverai al diploma perché non riesci a concentrarti sui libri. Studiare in fondo è una perdita di tempo, un’occupazione per gente inferiore, che non vede ad un palmo dal proprio naso. La tua cattiveria è il passaporto per l’accettazione nel gruppo. O forse non è così. Semplicemente esistono persone buone e persone cattive. Queste ultime, probabilmente, non sanno nemmeno di esserlo. I loro sono giochi innocenti, divertimenti innocui, per passare il tempo. E intanto ti fanno a pezzi. Scavano nel profondo e ti colpiscono dove fa più male.
    Ho sbagliato. Per questi individui non esiste niente di più irresistibile di una persona in posizione di debolezza che ostenta una sicurezza fittizia, costruita per orgoglio. E loro lo sanno. Pregustano l’umiliazione e ci arrivano per gradi, sino a piegarti sulle ginocchia, fino a quando non ti vedono piangere o supplicare pietà.
     
     

     
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