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Autore

Barbara Catta

in archivio dal 29 ott 2013

14 febbraio 1970, Capena (RM) - Italia

segni particolari:
Quando ho ritrovato su facebook i miei compagni delle elementari quasi tutti mi hanno detto: sì mi ricordo di te, sei quella con gli occhi chiari e le lentiggini sul naso!

mi descrivo così:
Mamma mi chiama " La passionaria" perchè quando amo qualcosa lo faccio con entusiasmo travolgente. Amo tutto ciò che è vita, amo leggere e scrivere, amo la mia famiglia, i miei cagnolini, amo la quercia che torreggia da sempre nel giardino di mamma e papà, amo scartare i regali a Natale.

30 ottobre 2013 alle ore 12:19

Un incontro moooolto romantico

Intro: Il timido approccio di Valentina, adolescente imbranata e innamorata del ragazzo sbagliato

Il racconto

 
Non avrò mai più il coraggio di rivolgere la parola ad un ragazzo che non conosco. Non per prima.
Tutto è perduto. Il castello di sabbia, da me costruito granello su granello in tutte queste settimane e cementato con le lacrime, con i sogni e con i sospiri, si è dissolto all’improvviso, spazzato via da una gelida ondata di indifferenza che mi ha aperto gli occhi lasciandomi svuotata di ogni illusione. Niente era come credevo che fosse. Possibile che tutto sia avvenuto nel mio cervello? Se così fosse, vorrebbe dire che ho completamente smarrito il contatto con la realtà. Tanto ciò che è successo è lontano da quanto sognato.
Ma veniamo ai fatti. Ieri sera sono stata quasi un’ora al telefono con Elisabetta. Lei sospirava sul suo Nicola (con il quale aveva, se non altro, avuto una breve storia, pur se contrastata dalla lontananza e dai suoi genitori), io sul mio ermetico Danilo, vivo solo nello sguardo, rigido ed inespressivo nel linguaggio di tutta la sua restante anatomia (se avessi dato maggior peso a questo strano particolare, forse non mi sarei prestata alla figura barbina che ho fatto poco fa).
Ely, amica mia, questa volta non mi è stato di aiuto il tuo ottimismo, né la semplice ironia con la quale affronti la vita e che per magia riesci ad infondermi ogni volta che parlo con te. Quella telefonata, ieri sera, è riuscita a trasformare i miei sospiri in singhiozzi di ilarità, tanto mi hai fatto ridere mentre scherzosamente mi descrivevi il nostro prossimo incontro romantico: io guardo lui, lui guarda me, ci corriamo incontro ognuno perso negli occhi dell’altro, lui non vede una buccia di banana e mi atterra rovinosamente sui piedi. Ho ritrovato la mia grinta (non lo avessi mai fatto!) e questa mattina mi sono svegliata più decisa che mai a parlargli a qualunque costo.
Per tutto il giorno ho creduto di scorgere segnali propiziatori, incoraggianti. Sono arrivata in classe e sulla porta c’erano Dario e Mauro che mi hanno salutata in modo straordinariamente amichevole. L’entusiasmo è cresciuto, la mia determinazione, già salda come una roccia, si è ulteriormente rafforzata, caricandosi anche di un’eccitazione che mi ha accompagnata per tutta la giornata. Quando lui mi ha guardata in corridoio, ho scorto sulle sue labbra un accenno di sorriso (l’ho forse immaginato?) e questo segnale mi ha più che mai convinta nella mia risoluzione.
Sono tornata a casa, ho mangiato in fretta, sono uscita di nuovo per recarmi al galoppatoio, il pensiero sempre fisso su di lui, concentrato, per paura che lasciandomelo scappare di mente, non sarei poi più riuscita a portare a termine l’impresa. La giornata è stata un successo anche al maneggio, sono riuscita a montare il mio Domingo, abbiamo galoppato a lungo insieme, il freddo mi arrossava le guance, il naso era un pezzo di ghiaccio, ma non sentivo niente, ero solo felice. Ho persino avuto l’impressione che Alba e Antonietta mi dedicassero più attenzioni del solito, tutto il mondo ruotava intorno a me. Sono tornata a casa, ho studiato senza problemi storia e italiano, non c’era altro perché domani si esce prima, mi sono appostata in balcone. Erano le cinque e mezza. Non volevo correre il rischio di lasciarmelo sfuggire. È passato alle sei e dieci, mamma nel frattempo era tornata, mi ha incoraggiata una volta di più, dandomi la spinta definitiva verso il disastro.
Che stupida, che idiota! Mentre aspettavo il suo ritorno sono corsa in bagno. Mi sono pettinata con cura, ho applicato la matita agli occhi, il fard sulle guance, il rossetto sulle labbra. Ho messo gli orecchini più belli che possiedo, quelli d’oro e smalto, a forma di cuore. Ero così carina! Ho misurato a larghi passi la mia stanza, avanti e indietro, poi la stanza dei miei, poi il salone, poi indietro di nuovo. Fino alle sei e trenta. Poi mi sono appostata di nuovo, un nodo in gola ed uno nello stomaco. Quelli non ho potuto proprio evitarli. Però non ho esitato. Come l’ho visto girare l’angolo in lontananza ho guardato mamma che mi stava a fianco:
“Corri, senza pensarci due volte!”
 Mi sono precipitata giù, volando sulle rampe di scale che separano il mio appartamento al secondo piano dal piano terra. Ho aperto il portone a vetri e in piedi sul gradino esterno che separa l’androne del mio palazzo dal marciapiede, ho atteso che mi passasse davanti. Deve avermi vista per forza quando è arrivato a pochi metri di distanza, eppure non ha battuto ciglio, non ha modificato l’andatura indolente e non mi ha nemmeno guardata come fa sempre a scuola. Nulla. Se fossi stata una perfetta sconosciuta avrebbe sicuramente preso atto della mia presenza posando gli occhi su di me almeno per una frazione di secondo. Ma su questi particolari ho riflettuto soltanto in seguito, sul momento ero troppo concentrata su me stessa e su quello che stavo per fare per essere recettiva ai segnali respingenti che mi stava mandando. Mi ha oltrepassata continuando a guardare diritto. Sono rimasta spaesata da questa completa indifferenza ma solo per un istante, tanto grande era ormai la mia determinazione, impossibile per me continuare a vivere nel limbo di incertezza nel quale ero sprofondata. L’ho chiamato per nome da dietro e mi è sembrato strano sentire me stessa pronunciarlo ad alta voce. Si è voltato, la precedente inespressività sostituita da uno sguardo interrogativo, sorpreso dalla mia audacia. Almeno credo, perché alla luce dei fatti non sono più sicura di nulla.
“Danilo”
 ho ripetuto il suo nome
 “Ti ricordi di me? Sai chi sono?”
Mi ha risposto con voce piatta:
“No, non lo so.”
“Ma come....” - ho insistito – “...frequento la tua stessa scuola, ci vediamo sempre in corridoio, a ricreazione.”
Non ha battuto ciglio, nella voce si intuiva giusto un filo di fastidio:
“No, ti ripeto che non ti ho mai vista.”
Ero incredula di fronte ad una tale menzogna. Quanto andava affermando era impossibile, incredibile anche solo da concepire per la mia mente. Tutte le volte che ci eravamo guardati! Forse è stata la totale inaccettabilità di quanto stavo sentendo, come se non potessi credere alle mie orecchie, come se aspettassi da un momento all’altro lui mi dicesse che stava scherzando, come se dovessi risvegliarmi da un brutto sogno, che mi ha costretto ad andare fino in fondo, ad insistere nonostante il rifiuto:
“Ma non è possibile che tu non mi abbia mai vista, ci incontriamo tutti i giorni!”
Ha cominciato a manifestare impazienza, il fastidio non più dissimulato:
“Senti, ti dico che non ti ho mai vista, né a scuola né altrove, adesso devo andare.”
 Così dicendo ha fatto per voltarsi e riprendere il suo cammino. Caparbia, ormai preda di un’inarrestabile follia che mi costringeva ad insistere a dispetto di ogni buonsenso, forse proprio per tentare di dare un senso a quanto stava succedendo, ho continuato a placcarlo:
“Aspetta, non andare via così, anche se non mi hai mai notata, comunque sto a scuola con te, parliamo un po’. Io mi chiamo Valentina.”
 Si è voltato solo per un altro istante, il tempo di rispondermi brevemente:
“No, ho fretta, devo tornare a casa.”
Neanche il tempo di finire la frase che già si era incamminato di nuovo. Ottusamente ho insistito, contro ogni ragionevolezza, contro ogni speranza di successo, contro ogni senso di dignità. Gli sono corsa dietro e mentre lui tirava dritto senza minimamente decelerare io gli saltellavo intorno come meglio potevo:
“Ti prego, fermati un attimo, parliamo solo per cinque minuti!”
Su quest’ultima affermazione mi ha guardata un attimo negli occhi. Aveva uno strano luccichio nello sguardo, come di bestia braccata, che comincia a sentire il panico montargli nelle viscere:
“Lasciami andare, ti ho detto che ho da fare!”
 Un accenno di allarme nel tono di voce. Non ci potevo credere e non ci posso credere tuttora! Si sentiva molestato da me, lo stavo turbando e reagiva in modo quasi isterico. Ma chi diavolo sei Danilo Bonanno? Di cosa è fatta la tua vita per dover reagire in questo modo agli assalti innocenti di una piccola ragazza quindicenne? Quali gli arcani meccanismi che governano quella spugna grigia e gelatinosa che si trova nella tua scatola cranica? Purtroppo queste considerazioni le sto facendo solo adesso, a mente lucida, che in strada, con lui davanti a me, di lucidità me ne era rimasta molto poca.
“Va bene, allora ti accompagno per un pezzo di strada, così parliamo camminando.”
Ha accelerato il passo, io ho accelerato con lui, decisa a rimanere al suo fianco sino a quando non avesse varcato la soglia del suo portone. In quei pochi minuti di strada ho cercato come meglio potevo di attirare il suo interesse, facendogli domande e strappandogli riluttanti risposte:
“Stai andando a studiare?”
 “Sì, ho molto da fare per domani.”
 “Che cosa stai studiando?”
 “Filosofia.”
 “Che bella materia, sono sicura che mi piacerà moltissimo l’anno prossimo quando comincerò a studiarla anch’io!”
Silenzio. Insisto:
 “Com’è la filosofia, a te piace?”
 “Non particolarmente.”
Uno squallido botta e risposta, penoso per entrambi. Ma ormai dovevo - come si dice? - bere l’amaro calice fino in fondo. Non riuscivo a costringermi a voltare i tacchi, andavo avanti calpestando il mio orgoglio nella irrazionale speranza che mi concedesse qualcosa di più che il suo fastidio. Non volevo tornare a casa con una tale cocente umiliazione nel cuore, dovevo fare qualcosa che modificasse la tragi-comicità della situazione. Siamo arrivati davanti all’androne del suo palazzo, lui più ansioso che mai di varcare l’ingresso e buttarsi la rompiscatole alle spalle. Non sapevo più cosa fare così, come umiliazione finale, mi sono trovata quasi ad implorarlo di salutarmi domani a scuola. Mi ha promesso che lo avrebbe fatto, credo più per togliersi di torno la pulce fastidiosa che per altri motivi. Tornata su casa ho raccontato a mamma l’esito del nostro “romantico incontro”. Svuotatosi poco a poco il cervello dell’insania che lo aveva colpito, mi sono trovata scioccata da quanto fatto e soprattutto da quanto suscitato. Non ho pianto, non mi sono disperata, non ho fatto nulla. Ora mi sto solo chiedendo come ho potuto travisare in questo modo quanto avevo davanti, al punto di decidermi a fare quello che ho fatto. Lui mi guardava. Di questo sono sicura. Chissà per quale motivo.
 
 
 

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