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in archivio dal 20 ott 2006

Bruna Alasia

12 giugno 1956, Sesto San Giovanni (MI)
Segni particolari: "I racconti di Versailles" hanno ricevuto una menzione speciale al premio "CRIS PIETROBELLI" 2008, patrocinato dal Comune di Pisa. "La leggenda delle brioches" è stato pubblicato nell'antologia "Poeti e scrittori italiani", Pietrobelli editrice.
Mi descrivo così: Ho pubblicato con Vangelista due romanzi "L'erba nasce verde" - sulla droga - "Tre anni così", sull'università negli "anni di piombo", entrambi acquisiti da biblioteche italiane e straniere.

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  • 22 luglio 2008
    Un diadema scomodo

    Come comincia:

    11 giugno 1775. Il sole sorgeva su Reims quando ebbe inizio il rito sacro.
    Il duca di Bouillon, gran ciambellano, sentendo bussare, alzò il mento e, impostando il tono,  chiese:
    - Chi venite a cercare?
    - Il re – rispose il vescovo di Laon.

    Nessuno si mosse, bussarono di nuovo.
    - Il re dorme – disse il duca.
    - Vogliamo il re – ripeté il prelato.
    Nessuno aprì.
    - Vogliamo Luigi XVI, che Dio ci ha dato come re! – la terza volta il vescovo gridò altisonante e le porte si spalancarono.
    Seduto sul letto, pronto per l’incoronazione, apparve Luigi nell’ abito argenteo, calze e scarpe abbinate, giarrettiere al ginocchio, tocco nero con candide piume fra i diamanti, mantello foderato di ermellino,  così pesante per quel giorno estivo! L’aria imbambolata, stanco del viaggio, stressato dai preparativi, aveva caldo al punto da grondare sudore. Si mosse verso la cattedrale, scortato dal seguito. Sin dall’alba la folla si era raccolta lungo il percorso, avida  del magnifico corteo di prelati,  guardie, alabardieri, aristocratici, gran dame,  ufficiali della corona: ammirata e curiosa ma  infastidita tuttavia da quel lusso spudorato.
    Al passaggio delle carrozze molti invocavano a mani giunte:
    - Maestà dateci il pane… - 
    Orribili volti emaciati, bocche sdentate!
    Primi a entrare in chiesa i membri più elevati del clero e dell’aristocrazia, al braccio del Vescovo di Laon Luigi si raccolse accanto all’acquasantiera, poi prese a marciare lungo la navata centrale mentre insieme all’organo squillavano le trombe, rullavano i tamburi. Aprivano la strada il connestabile di Francia, che brandiva la spada, le autorità di corte, i principi del sangue. Il cardinale La Roche-Aymon, grato a Dio per avergli fatto  celebrare i momenti più importanti di quel secolo, ricevette il sovrano all’altare sul quale stavano disposti gli abiti regali. Ebbe luogo il rito dell’acqua benedetta, fu intonato il Veni creator. Emozionato e confuso, Luigi giurò solennemente di mantenere la pace nella chiesa e, più flebilmente perché poco convinto, di sterminare gli eretici. La vestizione iniziò con la camicia cremisi, il gran ciambellano gli calzò stivali viola speronati,  mantello celeste coi gigli di Francia. L’arcivescovo gli cinse la spada di Carlo Magno e  Luigi la tenne con la punta in alto mentre il coro cantava.
    Nella luce che fendeva la navata, Papillon de la Ferté, levigato intendente  dei minuti piaceri, che tanto si era speso per quel grande giorno, d’un tratto si sentì meno preoccupato perché il più era stato fatto. Guardando l’ anfiteatro costruito per  Maria Antonietta, i pari, il  palcoscenico su cui poggiava il trono, si concedette il lusso di pensare: “Non aveva torto il duca di Croy a definirlo spettacolo d’opera, ma l’effetto è grandioso… se solo sapessi quanto costa, abbiamo superato il preventivo…” si grattò la parrucca.  “ Turgot per risparmiare voleva restare a Parigi…. ”
    Poi, finalmente, vide il cardinale La Roche-Aymon prendere la corona.
    “Seimila luigi” calcolò Papillon sapendo che era stata fatta apposta perché quella del nonno era stretta, ma guardando il brillante concluse: “il regent è splendido”.
    La Roche-Aymon  tenne alto quel diadema d’ oro, rubini, smeraldi, zaffiri, per un tempo che sembrò interminabile.
    Finalmente lo pose sul capo:
    - Che Dio vi cinga di gloria e giustizia. Vi armi di forza e coraggio, che benedetto dalle nostre mani, pieno di fede e santità, arriviate alla corona del regno eterno”.
    I presenti trattennero il fiato. Il silenzio si fece solenne.
    Luigi inaspettatamente sussurrò:
    - Mi dà fastidio…
    Il cardinale finse di non sentire. Chi udì rimase interdetto, trasalì Papillon de La Ferté. Subito si levò il  coro,  si formò un corteo, il re fu sollevato e posto sul trono dal quale benedisse gli astanti.  Per tre volte La Roche-Aymon gridò:
    - Vivat Rex in aeternum!
    Le porte della cattedrale si spalancarono, la folla irruppe, gli uccellatori liberarono in cielo centinaia di colombe, si alzò il Te deum.
    Papillon de la Fertè, finite le sei stressanti ore del cerimoniale, lasciò la cattedrale di Reims schiacciato nella ressa.
    Provato come dopo un esame, si avviò pensando che finalmente poteva riposare:
    - Contando toghe, mantelli, paramenti e parures, avremo speso un milione di luigi… ma resterà indimenticabile…
    Sul piazzale sorrise.

    ***

    Maria Antonietta non amava la sua camera da letto a Versailles, sapeva che quel sontuoso talamo era un trono, simbolo del potere di chi assicura la dinastia, desiderava ardentemente mettervi al mondo dei Delfini: sua madre lo aveva fatto con arte e lei non poteva essere da meno, ma proprio questo paragone sommato alle aspettative altrui erano un peso, solenne, inospitale, enorme come quel salone. Sapeva che lì avrebbe ricevuto da regnante le visite ufficiali e la corte, lì avrebbe misurato la propria  onnipotenza e immortalità, privilegio concesso agli eletti ma, senza capirne il motivo, anche dopo l’incoronazione, aveva continuato a preferire i “piccoli appartamenti”, ai quali accedeva attraverso porte nascoste  dietro le tende dell’ alcova d’apparato. Sotto Luigi XIV e XV i piccoli appartamenti, in una costruzione a tre piani che si affacciava su un cortile buio, erano stati vani di servizio: le loro stanze minuscole, non più spaziose di quelle dove oggi vive la classe media, si prestavano all’intimità e sfuggivano all’ etichetta, cosa che Antonia adorava. Le due biblioteche, il salone dorato, soprattutto l’ ottagonale Meridiana,  col suo lettuccio a specchio, le consolles, i cagnolini in lacca del Giappone inviati da Maria Teresa , le poltroncine pastello, nascondevano un regno privato.
    Le undici del mattino, a uno scrittoio della Meridiana Antonietta attendeva Rose Bertin, la modista che le aveva confezionato l’abito per la cerimonia di Reims: creazione con ricami in  pietre talmente pesanti che alla maestra del guardaroba, la duchessa di Cossé,  per portarlo era stato consigliato un sostegno apposito e costoso.
    La regina lesse la lettera da spedire: 

    Versailles 22 giugno 1775

    Signora, mia cara madre.
    L’incoronazione è stata perfetta. Tutti sembravano essere felici di vedere il re.(…) Le cerimonie della chiesa sono state interrotte al momento dell’incoronazione dalle acclamazioni più toccanti. Non ho saputo trattenermi, le lacrime sono colate mio malgrado e mi è sembrato che ciò fosse apprezzato. Per tutto il tempo del viaggio ho fatto del mio meglio per rispondere ai saluti  popolari benché facesse davvero caldo e la folla fosse immensa, ma non recrimino per la fatica che non mi ha  turbato. E’ cosa sconvolgente e insieme felice  essere ricevuti tanto  bene solo due mesi dopo la rivolta e malgrado il caro prezzo del pane, che malauguratamente continua. E’ cosa prodigiosa, propria dei Francesi, lasciarsi influenzare dai cattivi consigli ma ritornare in se rapidamente. E’ certo che scoprendo gente che nella disgrazia ci tratta tanto bene, ci sentiamo ancora più obbligati a lavorare per il loro benessere. Il re mi è sembrato penetrato da questa verità. Da parte mia, so bene che non dimenticherò mai in tutta la mia vita (dovesse durare cent’anni)  il giorno dell’incoronazione.
    Sentendo le guardie vociare nel cortile capì che stava arrivando qualcuno,  nascose i fogli. Fu annunciata la sarta che entrò, le guance fulgide di belletto, il sorriso largo e invitante. Il personale di servizio la fulminò: una plebea accedeva alle intimità della regina, non era mai successo! Scandaloso!
    Rose si inchinò profondamente.
    La regina,  in una lunga veste da camera.
    -  Fate  vedere i tessuti…
    -  Certo Maestà…. – Rose aprì un bauletto, ne trasse una seta ricamata con penne di pavone.
    Maria Antonietta scosse la testa.
    – Ricorda le tende del letto…
    - Cosa dite mai!  -  continuò a frugare… -  ecco qualcosa di più semplice, un blu meno vivo…
    - No…
    La modista tirò fuori tutto disponendolo sulle poltrone.
    - Avrei voluto vedervi durante l’incoronazione…  mi è spiaciuto che madame de Cossé non abbia portato l’abito sull’apposito sostegno!
    - Il figlio di madame è malato – disse Maria Antonietta -  dopo una vaccinazione è diventato zoppo…  dovrà portarlo in certe terme della Savoia, bisognerà  fare a meno della duchessa…
    -  Speriamo che la contessa di Artois faccia un bambino sanissimo e bellissimo!  -  ma, incontrato lo sguardo dell’altra, la Bertin si bloccò. Che gaffe: il parto della cognata non metteva certo sua maestà di buon umore!

    ***

    Il 6 agosto 1775, alla presenza di tutta la corte, la contessa di Artois diede alla luce il primo nato dell’ultima generazione dei Borboni. Come per ogni evento ufficiale fin dal mattino e per tutta la giornata, incuranti del caldo, gli abitanti di Versailles e di Parigi si erano precipitati a palazzo per seguire da vicino la situazione: assiepati attorno alla camera della partoriente, a stento  tenuti a bada dalle guardie, nel chiasso e nella calca, bramavano sapere. Quando corse voce che il bambino era un maschio, grosso e sanissimo, ci fu chi inneggiò e brindò al nuovo delfino. Luigi XVI assegnò al nipote il titolo di duca di Angoulême. Maria Antonietta rimase accanto alla cognata fino a sera, reprimendo disagio e umiliazione. Appena la puerpera fu riportata nel suo letto, decise anche lei di accomiatarsi. Provata, depressa e stanca, sentiva il bisogno di star sola: attraversò la sala delle guardie e raggiunse le scale ma, d’improvviso,  con stupore  si trovò di fronte una folla immensa. Deglutì. Avanzò cercando di darsi un tono.
    Alcune  pescivendole si staccarono dal gruppo:
    - Maestà… quando arriva la bella notizia?
    Antonietta finse di non capire.
    - Un delfino non lo fate?
    Si diresse verso la sua camera, le donne la seguirono.
    - Il re non ce la fa? Cercate di incoraggiarlo! Che aspettate?! Gli uomini non vi piacciono?
    Le risa si fecero irrefrenabili.
    Antonietta affrettò il passo, tra sghignazzi e bestemmie correva, nel timore di scoppiare in singhiozzi, per infilare la porta.
    - Madame Campan! –  chiamò con sgomento aprendola e subito richiuse.

    ***

    Nell’attesa di un figlio che non veniva, di un marito che non era tale, nonostante gli sforzi e  la costruzione di un passaggio tra i loro appartamenti, Maria Antonietta si circondava di bambini, quelli delle dame del seguito o delle cameriere. Ricoprendoli di attenzioni viveva l’illusione di accarezzare il suo erede al trono: le piaceva coccolare i piccoli, sbaciucchiarli, affondare i polpastrelli nelle loro carni tenere, ne desiderava ardentemente uno suo perché si  sarebbe riscattata.
    Un giorno di fine estate, mentre attraversava in calesse Louvaciennes, cielo terso e vento delicato rendevano più facile il respiro. Ascoltava stormire gli alberi e pensava alla sua infanzia, alle distese verdi dell’impero austriaco, a sua madre. Al casale Saint Michel, sotto un passaggio ad arco, una nuvola le ricordò un cavallo nell’atto di saltare. La indicò al postiglione ma  una frenata gettò tutti nello scompiglio.
    - Che succede?! – Maria Antonietta balzò in piedi.
    - Un bambino è finito sotto gli zoccoli...
    Il cocchiere scese, lo estrasse e lo palpò attentamente.  La regina si sporse e incontrando uno sguardo azzurro di quattro anni, biondissimo, viso tondo, sano e luminoso, si intenerì.
    - Si è fatto male?
    - Neanche un graffio maestà.
    Sua nonna, uscita dalla capanna, afferrò il  nipote.
    - Jacques! Perché dai fastidio? Vieni via…
    - Aspettate! – ordinò Maria Antonietta – questo bambino ha la madre?
    - No madame, mia figlia è morta lasciandomene cinque…
    Il viso della regina si fece raggiante:
    - E’ il cielo che me lo ha mandato! Questo bambino è mio…
    La vecchia la guardò interrogativa.
    - Con me prendo questo piccolino – si infervorò la regina -  e avrò cura di tutti gli altri…
    - Davvero?
    - Non siete d’accordo?
    - Ne sono felice… – la nonna allargò un sorriso dovuto – ma Jacques è cattivo, vorrà rimanere con voi?
    - Datemelo.
    Maria Antonietta lo prese tra le braccia e lo fece sedere sulle sue ginocchia.
    - Starà bene, state tranquilla… quando vorrete venire a trovarlo vi sarà permesso…  gli altri li metteremo in collegio, cresceranno come dei gentiluomini…
    - Ah, beh… - fece la vecchia a metà tra lo stupore e un sollievo misto a dolorosa incertezza -  E’ un bambino molto cattivo, siete sicura?
    - Sono sicura, Jacques si abituerà a me e sarà felice.
    Il suo tono era perentorio, l’anziana non osò replicare.
    - E’ il destino che me lo ha mandato – chiarì sua maestà – senza dubbio per consolarmi finché non avrò un bambino mio…
    La nonna guardava il nipotino con apprensione, non realizzando cosa fosse capitato: supponeva un colpo di fortuna ma provava una sofferenza acuta all’idea di lasciarlo andare. La regina baciò il delizioso visetto, lui la guardava serio.
    - Continuiamo la passeggiata – ordinò al cocchiere e  rivolta alla contadina – vi daremo notizie…
    Tuttavia appena il calesse si mosse Jacques prese a scalciare e a lanciare altissimi urli.
    - Lasciami puttana, dove mi porti?!  Nonna, nonna… aiutooo!
    - Fai il buono…
    - Va a farti fottere … - le diede un calcio in uno stinco.
    - Vi siete fatta male? – gridò madame Campan che le sedeva accanto – è davvero pestifero!
    - Non è nulla – rispose Maria Antonietta – ma è meglio tornare subito a casa.
    Partirono al galoppo.
    A palazzo la meraviglia di vedere la regina con un contadinello per mano fu grande!  Quando compresero che sarebbe  stato adottato, scambiarono quel capriccio per un atto di benevolenza senza tener conto di Jacques che tutta la notte urlò, pianse, chiamò sua nonna, suo fratello Luigi, sua sorella Marianna. Maria Antonietta non si intenerì, lo affidò alla moglie di un lacché perché gli facesse da bambinaia e gli mise nome Armand.
    Il piccolo due giorni dopo fu ricondotto da lei. Indossava un abitino bianco con i merletti, una sciarpa rosa a frange d’argento, un cappello guarnito di piume.
    - Sei bellissimo! -  esclamò Maria Antonietta
    Jacques non rispose.
    - Adesso andiamo a colazione insieme, contento?
    Il bambino avrebbe voluto rispondere di no ma lo avevano ammonito a non dispiacere sua maestà: ebbe paura e rimase zitto.
    Sedettero a tavola.
    - Verrai da me tutte le mattine… alle nove… pranzeremo insieme e qualche volta pranzeremo anche con il re…
    Una lacrima cadde nel piatto di Jacques.
    - Mangia – ordinò perentoria Maria Antonietta.
    Lui ingollò un cucchiaio di minestra,  sgradevole come mai era capitato dall’ amata nonna che lo nutriva di verdura appassita.
    Jacques con il tempo si abituò, rimase a corte molti anni: non si sa quanti, né si conosce con esattezza il suo destino. Di sicuro Maria Antonietta all’inizio, almeno finché non ebbe figli suoi, si  prodigò per lui, si interessò alla sua educazione, lo chiamava il mio bambino, lo baciava e lo stringeva al seno come faceva da piccola con il suo bambolotto preferito.

     
  • Come comincia: 12 novembre 1774. La mattina presagiva pioggia e tirava una leggera tramontana. Con un cappello di piume bianche e un abito da cerimonia viola Luigi XVI, scortato dai fratelli e dagli ufficiali della corona, attraversò l’ Ile de la Cité e salì le scale del Louvre. Alla sua vista procuratori, avvocati, cancellieri, studenti, azzeccagarbugli, uscieri, spie, maestri di procedure, sospesero le faccende scoppiando in un applauso che lo accompagnò sino alla Sala grande quel giorno affollata. Entrato, il re prese posto su un seggio che dominava i principi del sangue e i pari della corona, assunse un’aria altezzosa  ma provava disagio perché, miope com’era, non distingueva chi gli stava attorno. Percepì un silenzio di attesa, si raschiò la gola e vincendo la paura annunciò con voce ferma:

     

    - Il parlamento sarà ristabilito nelle sue antiche forme!

    Si volse verso il presidente in toga rossa ed ermellino, accanto ai consiglieri in zimarra nera:

    - Signori prendete i vostri posti – dopo una pausa il suo tono crebbe sino a divenire vibrante, quasi minaccioso – signori, Luigi XV, mio signore e avo, forzato dalla vostra resistenza ai suoi ordini, ha fatto ciò che saggezza esigeva per il mantenimento dell’ autorità e  della giustizia. Oggi io vi richiamo a funzioni che non avreste mai dovuto lasciare… Voglio seppellire il passato ma vedrò con grande malcontento qualsiasi divisione turbi il buon ordine e la tranquillità…
    Quindi chiese di dare lettura agli editti che ristabilivano il parlamento di Parigi, il gran Consiglio, la Corte delle imposte indirette. Al termine, dopo una pausa, i presenti superarono l’esitazione lanciandosi in acclamazioni di gioia . Il re, sentendo la tensione allentarsi, sorrise. Guardò l’allegra baraonda improvvisamente stanco, sgravato e soddisfatto: era riuscito in una prova difficile, si era messo in gioco suo malgrado, ora desiderava tornare a casa. Il grande passo era compiuto.
    Trascorsa l’estate tra dossiers di  Opinioni favorevoli al ritorno dell’antico parlamento  e dossier contrari, alla fine aveva dato retta al suo mentore, Maurepas, che aveva manovrato  perché la nobiltà di toga, cacciata  dal Beneamato, tornasse al potere.
     “I parlamenti dirimono cause di principi e pari, intervengono sul clero, ma anche se si oppongono al sovrano, non possono mobilitare truppe”, si rassicurava Luigi, “ un governo energico li tiene a bada… e un re popolare non ha bisogno di difendersi”. Lui voleva essere soprattutto accettato dal suo popolo ed era convinto che la disponibilità verso i contestatori dell’ autorità divina gli avrebbe attirato simpatie. Quando Maurepas gli aveva raccontato che a Palazzo Reale vendevano cofanetti con sul fondo l’immagine di Luigi XII, di Enrico IV e la sua , con la scritta “ XII e IV fanno XVI”, era arrossito di piacere: “essere magnanimo procura amore e stima”, pensava, “cose senza le quali non si vive”.

    ***

    Il salotto di madame de Geoffrin era stato per decenni, uno dei più raffinati e frequentati di Parigi, famosi i pranzi del mercoledì vietati alle donne. In casa sua erano passati Marivaux, Montesquieu, Marmontel, il pittore Van Loo, soltanto per citare i più famosi. Sua figlia Maria Teresa, che aveva con lei rapporti pessimi, diceva che la madre escludeva le signore per primeggiare. Ma le donne non mancavano alle cene per pochi intimi che continuava a dare anche in età avanzata.

    Una sera davanti all’hotel di rue Saint Honoré, dove era di casa l’intellighentia, si fermò una  carrozza  dalla quale scesero due signori che entrando si fecero annunciare:

    - Il conte di Maurepas e il barone Turgot.

    Un servitore li accompagnò dove la de Geoffrin, mademoiselle de Lespinasse che abitava con lei, la figlia Maria Teresa, l’ enciclopedista D’Alembert, li attendevano con impazienza. La tappezzeria bordò, i candelabri in ottone, le grandi specchiere, davano un’aria opulenta alla sala dove si cenava e i due si sentirono a casa.

    - Benvenuti – la padrona andò loro incontro.
    - Siamo in ritardo…
    - Accomodatevi…

    La sera fredda aveva stuzzicato l’appetito di Maurepas e Turgot che presero posto volentieri. Anne Robert Jacques Turgot, barone de l’Aulne, nell’agosto del 1774 era stato voluto da Maurepas al controllo generale delle finanze.  Aveva quarantasette anni, come tradiva il viso appena appesantito ma, sotto la chioma naturalmente ondulata, la fronte ampia e gli occhi miti rivelavano intelligenza e animo illuminato. Entrato in magistratura, era stato consigliere al parlamento di Parigi, aveva collaborato all’Enciclopedia, scritto libri ispirati a principi liberali e fortemente riformatori come le Lettere sulla libertà del commercio del grano.

    Fu dunque con un largo sorriso che il vecchio D’Alembert sedette  a tavola di fronte a lui:

    - Quando ho saputo della vostra nomina – disse il famoso matematico – ho subito pensato che il regno avrebbe conosciuto la prosperità.

    Turgot alzò una mano:

    - Lo spero e farò di tutto per attuare le riforme…
    - Con voi – aggiunse d’Alembert – la filosofia è al potere…
    -  Oh no! – esclamò  Maurepas  – non l’abbiamo certo chiamato per questo! Diciamo che il re e io contiamo sulla sua competenza…

    In quel momento la gracile mademoiselle de Lespinasse ebbe un accesso di tosse:

    - Bevete – la soccorse madame de Geoffrin.

    Julie deglutì. Prima di abitare con la de Geoffrin, mademoiselle de Lespinasse aveva vissuto  con la marchesa du Deffand, grande libertina e salottiera, che divenuta cieca l’aveva presa come lettrice. Accortasi che Julie riceveva i suoi amici intellettuali anche da sola, in preda alla gelosia la du Deffand l’aveva cacciata, ma Turgot e d’Alembert l’aiutarono  a ricostituire un suo circolo. Si insinuava che lei e d’Alembert fossero amanti, in realtà il suo cuore batteva altrove. Era convinta sostenitrice delle idee di Turgot.
    Calmatasi,  la Lespinasse guardò il controllore delle finanze:

    - Raccontateci il vostro programma, siamo ansiosi di conoscerlo…

    Il barone si umettò le labbra:
    - Economia è la parola d’ordine! Niente prestiti, né bancarotta, ne nuove imposte… anzi sostituzione delle tasse con una sola da imporre a tutti i proprietari… libertà di industria e di commercio…
    - Il commercio e la libera circolazione dei grani – assentì Julie - è un duro colpo al dirigismo e in favore della libertà… 

    Maria Teresa, figlia quasi coetanea della de Geoffrin, aveva ascoltato in silenzio. Fedele a monarchia, chiesa e parlamenti, trovava le idee del controllore pericolose, detestava d’Alembert e aveva fiducia soltanto in Maurepas, che sapeva legato alla tradizione.  Sua madre, esperta intrattenitrice di quattordici anni più vecchia, l’aveva invitata  per avere una sorta di “par condicio” nella conversazione.
    Guardò  con scetticismo il ministro:

    - Il re e la regina sono d’accordo con una simile rivoluzione?
    - Maria Antonietta mi adora – disse Turgot
    - E come può?
    - Le ho aumentato l’appannaggio.

    Tutti scoppiarono a ridere, tranne la figlia di madame de Geoffrin.

    “Quest’uomo” – pensò scandalizzata – “non ha nessun rispetto per la superiorità divina dei reali!”
    La genitrice intervenne:

    - Signori, champagne! Alla prosperità del nuovo regno!
    ***

    Luigi XVI aveva accettato di non dichiarare bancarotta e ridurre le rendite, per non danneggiare i piccoli risparmiatori che avevano affidato le economie al tesoro: atteggiamento illuminato, in contrasto con quello sleale dell’Ancien regime che abitualmente mancava di parola alla mercé di ufficiali contabili, fattori generali e gruppi di pressione. Appoggiato dal re Turgot affrontava l’impresa con lo slancio di chi pensa di porre la prima pietra di una banca di Francia, felice che Maria Antonietta, recalcitrante a risparmiare, non si intromettesse.  Impegnata a slittare sulla neve con il conte di Artois, a organizzare feste galanti, ricevimenti, gite, sfilate di moda, a ristrutturare la splendida tenuta del Petit Trianon, la giovane regina sembrava dimenticare persino l’incoronazione del marito.
    Già in passato, quando era stato amministratore di Limoges,  Turgot aveva abolito la tassa sul pane e i privilegi dei forni urbani: l’istituzione del libero scambio del grano nelle sue intenzioni, aveva lo scopo di far scendere il prezzo di quello che, più di oggi, era cibo per eccellenza. Però nel 1774, disgraziatamente, un raccolto molto cattivo permise agli speculatori di accaparrarsi le riserve di frumento e far salire il suo costo alle stelle: divenne introvabile e più prezioso dell’oro. Sopraggiunse la carestia, la situazione si aggravò sino a diventare vera  “guerra della farina”: nella primavera del 1775 in tutta la Francia scoppiarono sommosse, assaltate le panetterie, i mulini invasi e saccheggiati da gente affamata, infuriata, esasperata, manipolata forse, ma sicuramente  felice di scaricare finalmente il malcontento.
    Fu allora che la regina venne coinvolta dai sostenitori di Choiseaul i quali, sapendo quanto si sentisse in debito con l’uomo a cui doveva il matrimonio, le sottoposero un memorandum contro Turgot chiedendole di intercedere perché il re richiamasse al suo posto l’ex ministro. Senza starci a pensare, Maria Antonietta stabilì di parlare a Luigi mentre era nello studio, calmo e concentrato sugli hobbies dai quali non amava essere disturbato. 
    Lo vide alla scrivania, intento a far girare un mappamondo:

    - Che guardate?
    - L’America… - 
    - Permettete che sieda?
    - Accomodatevi.
    - Cosa leggete?

    La guardò seccato, immaginò che stesse per chiedergli dei soldi e tagliò corto.

    - Avete deciso per il Trianon?
    - Niente ananas, aloe, fichi, caffè… non mi interessano… - si infervorò Maria Antonietta –  desidero un giardino anglo-americano copiato dalla natura…
    - Lo avrete.
    - Ma… non sono venuta per questo!

    Rimase di stucco, la osservò interrogativo.

    - Sono qui – sottolineò con calma la regina – per via della pericolosa situazione in cui siamo… la gente assalta i forni a Saint German, a Nanterre…
    - E allora?
    - Tutta colpa di quel Turgot! Ci vuole un uomo capace… un uomo come il duca di Choiseaul…

    Luigi si alzò, percorse a passi lenti la stanza, la sua voce ora era fredda:

    - Dite pure al vostro amico che da me non deve aspettarsi niente…

    ***

    Il maresciallo Biron, colonnello delle guardie francesi,  aveva settantacinque anni e ne aveva passati di momenti brutti: la notte dei fuochi d’artificio per il matrimonio dei delfini, era stato travolto dalla folla e, se i suoi uomini non lo avessero protetto, sarebbe morto. Biron era  popolarissimo, non amava usare le maniere forti, si fidava dei suoi concittadini. Convocato da Turgot per concordare misure preventive insieme a Lenoir, luogotenente generale di polizia, lo ascoltava in piedi trovando le sue preoccupazioni esagerate.

    -  La rapidità con la quale i moti si diffondono – spiegava Turgot - mi ha convinto che non hanno niente di spontaneo ma sono manovrati,  il re condivide il mio punto di vista…
    - Manovrati da chi? – chiese Biron attento
    - Dai nemici delle riforme… dallo stesso parlamento… Necker ha pubblicato  un trattato contro la liberalizzazione del grano… pensare che gliel’ho concesso io!
    - Quali sono gli ordini di sua maestà ?
    - Difendere Parigi, arrestare tutte le teste calde! Da quando i rivoltosi hanno invaso Versailles i moschettieri sono allertati…
    - A Parigi non succederà.

    Si congedarono. Seguirono ore di attesa tranquilla. La vecchiaia aveva reso Biron saggio e distaccato,  così la sua sorpresa fu enorme appena lo informarono che a  Porta della Conferenza una moltitudine scarmigliata e lacera di uomini, donne, bambini, armati di bastoni, zappe, forconi, fionde, si stava ammassando. I cittadini, curiosi e solidali, affluivano per vederli sfilare come assistessero a una processione.
    Accorse, senza merce, la venditrice ambulante Caroline Chevrier. Ai tempi in cui vendeva caffelatte e brioches guadagnava quattordici soldi al giorno, ora un pane di quattro libbre  costava sedici. Per mezza pagnotta da dare  ai figli era arrivata a prostituirsi con un cliente dei caffè per cui aveva lavorato. Stupita, arrabbiata, commossa davanti alla folla, Caroline batté le mani quando un gruppo di bambini prese a sprangate il portone di una panetteria, ruppe il catenaccio ed entrò. La gente si accalcò, spinse, si tuffò assatanata, facendosi male,  ma che  delusione scoprire che la farina non c’era! Allora iniziò a sfasciare ciò che capitava sottomano. Sul piazzale scandivano:

    Maestà abbiamo fame
    mandateci del pane
    brioches dalla regina
    fermate Jean Farina!

    Però  “Jean Farina”, come era soprannominato il maresciallo Biron, stava ancora riflettendo se inviare la guardia a cavallo e, quando controvoglia lo fece, ordinò di non spargere sangue. Caroline Chevrier temeva i gendarmi, gli zoccoli delle bestie, ma la rabbia era tale che appena uno di loro si parò davanti non pensò al pericolo e gli sputò contro.
    L’altro la rincorse e l’afferrò per i capelli:

    - A chi ?
    - Lasciami!

    Balzò a terra, la sbatté contro il muro.

    - Cosa fai qui?

    Caroline ora aveva paura:

    – Sono  una venditrice ambulante…
    - Cosa vendi?
    - Caffellatte e brioches…
    - Non avete pane ma mangiate brioches?

    Caroline  abbassò gli occhi, l’ufficiale scoppiò a ridere:

    - Sai cosa dice la regina?

    Silenzio.

    - Sai cosa dice?!

    Allargò le orbite come un pazzo:

    - … Se non hanno pane che mangino brioches!

    Montò in sella e galoppò via.

    ***

    L’autorità sospettò un piano per isolare i villaggi, intercettare le navi, impedire il trasporto del grano, affamare Parigi. Furono arrestate centoquarantacinque persone e quasi tutti operai. Per scoraggiare i tumulti il tribunale decise due condanne a morte: in piazza Greve finirono sulla forca un gasista di appena sedici anni e un parrucchiere di ventotto.

    - Avresti dovuto evitarlo – disse Maria Antonietta al marito
    - Avrei voluto, ma non ho potuto…

    A causa di un sistema di produzione arcaico, dove i raccolti variavano da un anno all’altro, non c’erano regole di mercato, città e campagna non comunicavano, prevalevano  intrighi di potere e interessi di parte, il tentativo generoso di liberalizzare il prezzo del pane era finito nel sangue.  Maurepas si distinse per l’assoluto silenzio, abdicò per paura e opportunismo al suo ruolo e sperò che il buon Dio calmasse le acque con una messe abbondante.
    Caroline Chevrier apprese delle esecuzioni da una vicina di casa che gliele descrisse con raccapriccio e rassegnazione.

    - Quel povero ragazzo penzolava con la lingua di fuori – diceva l’anziana donna – però hanno fatto subito un’amnistia…
    - Finiremo sgozzate da chi esce dalla Bastiglia… - rispose Caroline
    - Magari per rubarci le brioches! – rise  allusiva l’altra.

    Poi, scavalcando immondizie e liquami che scorrevano lungo il vicolo, si avviarono per andare a prendere acqua a una fontana.
    La frase sulle brioches, mai pronunciata da Maria Antonietta, corse di bocca in bocca e fu riportata in modi differenti: non si può dire sia nata così, si può supporlo. Gli storici, dal canto loro, non sanno nemmeno quando sia iniziata:  di certo si tratta solo di una leggenda, alla quale però qualcuno ancora crede.

     
  • 03 aprile 2008
    Il ministro della moda

    Come comincia: I castello di Marly, santuario di ritiro e svago di Luigi XIV, trascurato da Luigi XV, espropriato dalla rivoluzione, oggi non esiste più. Ma quando Luigi XVI il 17 giugno 1774 vi arrivò col seguito, per quanto ordine e pulizia non fossero esemplari, giardini e getti d’acqua splendevano. Fatti scendere i signori dalle carrozze, gli stallieri portarono a bere in un laghetto muli e cavalli che lanciarono nitriti di gioia.  Il re si sistemò nella prima camera a nord con vista sulla fontana dello Specchio e, riflettendo sulla decisione di farsi vaccinare contro il vaiolo, pensò non sarebbe tornato indietro, malgrado la paura. Pur convinto che Maria Antonietta dovesse restar lontana dalla politica, aveva seguito il suo consiglio di farsi inoculare insieme ai fratelli per rimandare la scelta dei  ministri: la vaccinazione, fissata  per il giorno dopo l’ arrivo a Marly,  fece vivere giorni di  apprensione.

     

    Maria Antonietta, le cognate e la principessa di Lamballe, una sera ne parlavano sedute in terrazza a prendere il fresco.

    - Siete preoccupata? – chiese alla regina la contessa di Provenza.
    - Ho fiducia in Jamberthon, è un bravo medico… i genitori della ragazza dalla quale è stato preso il pus sono lavandai che danno molte garanzie morali…
    - Il duca di Croÿ dice che abbiamo rischiato tutto in un colpo solo, i nostri mariti sono la Francia… - asserì la contessa di Artois
    - Ma per Voltaire la nazione è stata toccata e istruita…
    - Puah! I filosofi… – esclamò con disprezzo la contessa di Provenza.

    Quasi volesse cambiare discorso Maria Antonietta si alzò:

    - Rientriamo… si sta facendo buio.

    Le cognate e la principessa la seguirono. Imboccando la galleria, la regina si accorse che il pavimento era seminato di cocci e che una vetrata era andata in frantumi.

    - Cosa è successo?
    - Colpa del duca di Chartres e del signor de Fitz-James -  spiegò la principessa di Lamballe -  si divertivano a sparare con la pistola, una pallottola è rimbalzata su una statua e ha spaccato la vetrata che per poco non è caduta in testa alla duchessa di Chartres e a madame de Genlis…

    - Andiamo a vedere…

    Attraversarono corridoi e scale scortate da servitori muniti di torce che le condussero da madame de Genlis, al piano rialzato,  in un padiglione sul versante di Louvaciennes.
    Stéphanie du Crest de Saint Aubin, sposata al conte di Genlis, aveva ventotto anni. Colta e intelligente, amava lo studio, scriveva bene e si dilettava di musica. A Marly non era contenta della sistemazione perché doveva stare in una stanza divisa da un tramezzo con una dama sconosciuta: quando suonava, non sapendo se l’altra era infastidita, provava imbarazzo. Ma quella sera accordò l’arpa e decise di cantare. Le note risuonarono al buio e le quattro donne udirono quella voce intonata. Appassionata dello stesso strumento, Maria Antonietta si fermò: ebbe l’impressione di trovarsi  alle serate musicali di Schonbrün e gli occhi le si inumidirono.
    - Silenzio! - portando un dito alla bocca fece segno di non muoversi e rimasero a lungo in ascolto. Finalmente madame de Genlis, vinta dalla stanchezza, smise. Maria Antonietta applaudì imitata dalle altre. La Genlis apparve sulla porta: sorpresa, avvampò piegandosi in un inchino.

    - Non sono degna di tanto onore…
    - Anch’io suono l’arpa e l’adoro, avete un bella voce… - disse la regina
    - Suonerò per voi maestà…
    - Mi hanno detto che avete rischiato un incidente…
    - Nulla di grave: una pallottola del duca di Chartres ha rotto una vetrata, manderò a pulire appena farà giorno…
    - A me piace  cantare assieme ad altri…
    - E’ il più grande onore che fate…

    Al saluto della sovrana Madame de Genlis si inchinò di nuovo e frastornata si ritirò nella  stanza. Pensò che  Maria Antonietta l’aveva implicitamente invitata a seguire i suoi concerti privati e il cuore le si gonfiò di orgoglio. Intellettuale che aspirava a diventare scrittrice, studiosa dei filosofi, sentiva di valere solo attraverso la benevolenza della regina.  Il giorno dopo tutti erano al corrente dell’elogio.
    Il tempo passava. Luigi XVI ebbe un’eruzione di vaiolo al naso, ai polsi e al petto ma il 30 giugno lui e i suoi fratelli si ritrovarono in perfetta salute. Il popolo esultò inneggiando al loro coraggio. La corte tirò un sospiro di sollievo. La principessa di Lamballe consigliò madame de Genlis di partecipare alle serate di musica. La contessa ringraziò, promise ma non si adoperò. Con sorpresa scoprì un vago disagio al pensiero di trascurare i libri per il regale  salotto:  Maria Antonietta non leggeva quasi mai, di che avrebbero parlato? Censurò  quei pericolosi  interrogativi ripromettendosi di entrare nella cerchia di sua maestà il giorno dopo, ma in capo a due settimane era riuscita solo a farsi cambiare stanza e ad alloggiare in un appartamento più confortevole, con vista sul giardino.

    ***

    Finita la convalescenza dei rampolli reali, iniziò un periodo spensierato. La regina, che non aveva mai visto nascere il sole, ebbe dal consorte il permesso di raggiungere di notte le alture dei giardini di Marly per ammirare l’aurora. Il marito, pigro com’era, rimase a letto. Per evitare problemi lei si fece accompagnare da un seguito numeroso. Il sole si alzò prima  violaceo, poi roseo, finché brillò pienamente sul castello adagiato nel verde come una spada preziosa.
    Luigi Filippo duca di Chartres, in seguito d’Orleans, che a Marly aveva fracassato una vetrata ed era andato all’ escursione notturna con sua maestà, ne raccontava i particolari alla moglie durante un pranzo:

    - Strillava unglaublich! unglaublich! al  sole che sorgeva…
    - E che vuol dire?
    - Incredibile.
    - Dovrebbe smetterla col tedesco…

    Il duca addentò un cosciotto di cappone:

    - Purtroppo è la sua lingua… gira un libello pieno di cattiverie che si chiama Il sorgere dell’aurora…  dice che la regina trascurata dal marito quella notte è andata a  fare un’orgia con uomini e donne… c’è chi spera di farle ripassare la frontiera con le calunnie…
    La contessa di Chartres si asciugò le labbra con il tovagliolo:

    -  Le ho presentato Rose Bertin, una sarta grandiosa … riceverà  anche Boehmer un gioielliere che vuole venderle dei diamanti…
    -  Maurepas è preoccupato per le finanze! Vorrebbe ministri eccellenti, gente vicina al vecchio parlamento, agli esiliati, ai filosofi e enciclopedisti,  illuminati insomma… ma il re fa resistenza, è antiquato!
    - Bisognerà convincerlo… - concluse con calma la moglie mentre un valletto serviva il sorbetto al limone.

    ***

    La stanza di Maria Antonietta a Marly aveva quattro finestre ad angolo,  un caminetto di marmo viola, una tappezzeria preziosa, in lana e seta con ricami d’oro, rappresentante il trionfo degli dei, con in alto le armi di Francia e in basso le iniziali degli incoronati. Un porta mimetizzata nel muro comunicava con il suo gabinetto. Da lì, quel pomeriggio, fu fatto passare il gioielliere svizzero Charles August Boehmer che molti le avevano raccomandato. Cerimonioso e avido, sorrise con cupidigia deponendo davanti alla regina uno scrigno che aprì con cura.

    - Ammirate maestà…

    Maria Antonietta, miope, si avvicinò per rendersi conto: sei diamanti, di prodigiosa grandezza, a forma di pera. Ne fu colpita al cuore.

    - Quanto chiedete monsieur Boehmer?
    - Quattrocentomila luigi.
    - Diamine!

    Con la coda dell’occhio osservò la dama di compagnia: madame Campan alzò le sopracciglia.  Maria Antonietta si fece pensierosa.

    - Erano orecchini destinati a madame du Barry dal nostro Beneamato… - sottolinò Boehmer – hanno una forma splendida, sono purissimi,  perfettamente uguali tra loro…

    - Voglio attingere al mio appannaggio, non alle casse del regno monsieur Boehmer…

    Lui sistemò i diamanti come nella montatura.

    - Ammirate i pendagli… 

    Sua maestà li soppesò a lungo.

    - Nella parte alta potreste incastonare dei brillanti che già posseggo –  e restituì  al gioielliere due pietre – in basso però  i vostri sono ineguagliabili... Quanto volete?
    - Trecentosessantamila luigi –  rassegnato l’uomo sospirò.
    - Vi farò pagare ogni anno  da una mia incaricata, in quattro o cinque rate. Firmiamo il contratto?

    Boehmer prese un foglio di carta pergamena e  la regina ordinò calamaio e sigillo.

    ***

    Nel salotto ampio e luminoso con le vetrate aperte sul giardino, Maria Antonietta, la principessa di Lamballe, la contessa di Provenza, la contessa di Artois, la duchessa di Chartres  che aveva coinvolto madame de Genlis, parlottavano mentre la servitù passava con infusi, piattini di bon bon,  liquori e tabacco profumato. Aria di eccitazione e festa per un incontro importante : arrivava a Marly, a mostrare le nuove creazioni, Rose Bertin che,  dopo una folgorante carriera di modista a Parigi, aveva aperto il Grand Mogol, atelier d’ alta classe  nel faubourg Saint-Honoré, conquistando tutte le dame più in vista.
    Annunciata dal gran ciambellano Rose entrò senza imbarazzo, seguita da graziosissime lavoranti e facchini che trascinavano bauli. Si inchinò, regalando un sorriso di guance sane sotto un’acconciatura dal fiocco enorme. Aveva voce squillante e persuasiva: secoli dopo il suo elemento naturale sarebbe stato la TV. Non mise tempo in mezzo, fece portare casse e ragazze dietro un paravento e ordinò di prepararsi come stabilito. La sfilata colse occhi adoranti.

    -  Il copricapo da sempre è stato un ornamento – spiegò Rose – non era mai successo che rappresentasse un evento, fosse simbolo di qualcosa… ma con l’avvento dei miei poufs  ho cambiato la storia del cappello: ecco ad esempio il più semplice detto Ifigenia in Aulide…

    Una giovinetta slanciata, con riccioletti biondi girò la sala mostrando una testa ornata di cerchietti neri con fiori, una veletta e una falce di luna.

    - Da impazzire … - sussurrò Maria Antonietta.
    - E’ in vostro onore maestà - esclamò mademoiselle Bertin – sappiamo quanto amate Gluck!

    L’apparizione che seguì sollevò un’esclamazione di sorpresa: la modella aveva sul capo una composizione di piantine ramificate e dentellate con fiori arancio, viola e gialli. Sulla terza svettava un cipresso, sulla quarta un covone di grano, la quinta sfilò  con una cornucopia piena di frutti e altissime piume. Si disposero a un lato del salone.

    Sua altezza iniziò a battere le mani ridendo felice e tutti la seguirono.

    - Vi ho mostrato i poufs alla circostanza -  disse Rose Bertin - realizzati per esprimere  i sentimenti dell’occasione… lutto per il defunto re, speranza e abbondanza nel regno di Luigi XVI… richiedono lungo lavoro artistico e molta fantasia.
    - Assolutamente nuovo! - commentò  Maria Antonietta.
    - La vostra generosità è infinita ma - e qui la modista alzò la voce sottolineando con tono da ministro – il nuovo in realtà è sempre quello che abbiamo dimenticato.

    La frase colpì persino madame de Genlis,  la regina assentì, il silenzio si fece solenne.

    - Ora la creazione più gloriosa, quella che celebra un atto di coraggio, una nuova era… -  e sottolineò l’entrata con elegante gesto delle braccia: le signore trattennero il fiato e il paravento tremò.
    - Pouf all’inoculazione! – gridò Rose Bertin.

    Da dietro il separé apparve una seducente rossa con un cappello alto un metro che  attraverso un sole nascente, un olivo con  serpente attorcigliato, un bastone prezioso, svettante e infiorato, celebrava la vaccinazione di Luigi XVI.

    ***
    Jean Frédérich Phélypeaux de Pontchartrain, conte di Maurepas, primo consigliere di sua maestà, aveva la sensazione fastidiosa che Luigi XVI, senza mai dirgli di no, facesse tuttavia di testa sua, non lo tenesse in nessun conto e malgrado le sedute, i comitati interministeriali, le riunioni, si confidasse solo con persone del  vecchio entourage, leggesse la corrispondenza in segreto e prendesse decisioni non suscitate da lui. Non ostile per principio a filosofi e illuminati,  Maurepas era convinto della necessità di ripulire lo stato dalla vernice dispotica, riammettendo il parlamento di magistrati cacciato da Luigi XV, cambiando i ministri, malvisti e compromessi, con altri più popolari. Partigiano della monarchia assoluta ma con moderazione, credeva che ciò servisse alla sopravvivenza della corona, a stabilire tra questa e i corpi intermedi un equilibrio più utile, moderno e duraturo. Se non si fosse imposto, pensava, il suo ruolo si sarebbe esaurito e avrebbe dovuto rinunciare all’incarico per non rendersi ridicolo. Decise così di dar battaglia. Chiamato a Marly dal re, nel gabinetto della Cipria, fingendo interesse a un dipinto raffigurante  il Beneamato,  Maurepas lasciò trapelare  le sue intenzioni:

    - La parola d’ordine maestà dev’essere economia – disse con aria grave  - il paese è in piena crisi fiscale e le spese di corte l’aggravano. Dignitari e servitori sono più di novecento solo a Versailles…  senza contare che a Choisy devono portare una livrea azzurra, a Compiégne una verde… il lutto ci è costato millequattrocento livree nere, migliaia di metri di stoffa nera per gli arredi,  migliaia di viola per le carrozze…  quattro milioni di luigi costa il personale della regina… cinquantamila luigi di candele sostituite anche se non usate… ci vuole un ottimo controllore delle finanze al posto dell’attuale!

    - Ma Terray è molto competente! Perché lo dovrei cambiare?
    - Terray non si preoccupa della sorte del popolo, un controllore generale deve avere un altro spessore!

    Luigi allargò gli occhi e scrollò le spalle.

    - Comunque – continuò pacatamente Maurepas -  bisognerà assegnare gli incarichi a gente che dia un segno di cambiamento… gente come…  Malesherbes, per esempio.
    - Malesherbes? – il re si alzò e prese a camminare lungo le  librerie – Non voglio saperne, è un enciclopedista pericoloso! Ha diretto la biblioteca esercitando la censura con estrema indulgenza verso le idee nuove. Lo sanno tutti che ha fatto passare clandestinamente in Francia esemplari dell’enciclopedia nel doppio fondo della sua carrozza!
    Maurepas desistette, comprese che non era ancora il momento. Ottenne solo di esercitare una sorveglianza più stretta sul consiglio reale delle finanze. Ma, non molto tempo dopo, a Luigi XVI venne recapitata una lettera anonima, davvero opportuna, che accusava Terray di avere sottoscritto un accordo segreto, che gli lasciava profitti illeciti, con una compagnia per il commercio del grano. L’accusa, assolutamente falsa, sortì il suo effetto e il re, che era onesto e aveva molta paura degli scandali, scrisse a Maurepas di trovargli subito un altro controllore.

    ***

    Maria Antonietta a Marly vedeva il marito leggere dossiers, note e memorie, esaminare con fatica conti e cifre. Aveva notato che non era più andato a caccia e non aveva forgiato serrature. Se cercava di avvicinarlo curiosa lui copriva geloso le sue carte: “ Lasciatemi, sto lavorando”. Ma la regina non pretendeva immischiarsi, perché la politica con i suoi intrighi l’annoiava, era semmai rimproverata da sua madre perché noncurante a riguardo.  Viveva la nuova condizione con piacere, intenzionata a godere dei privilegi che le spettavano.
    Se quella sera salì le scale che conducevano al gabinetto della cipria era solo per parlare a Luigi del Petit Trianon, lo splendido padiglione appartenuto a madame Pompadour e alla du Barry, che lui le aveva appena regalato.

    - Posso disturbarvi monsieur?

    Il re le diede un’occhiata seccata.

    - E’ cosa rapida?
    - Si tratta del  Petit Trianon…
    - Ebbene?
    - Mi avete fatto un grande dono… ma vorrei valorizzarlo e pensavo all’architettto Mique per  degli abbellimenti…
    - Dobbiamo parlare ora?
    - Siete voi a disporre delle finanze…
    - Non c’è fretta, rientreremo tra mesi a Versailles…
    - Come volete…
    - Comunque – aggiunse Luigi più tenero – mi fa piacere il vostro interesse.
    - A me spiace che l’assegnazione degli incarichi vi preoccupi…  - rispose Maria Antonietta e uscì dalla stanza.

    Sbuffò: se fosse dipeso da lei avrebbe fatto presto a scegliere le persone perché, a differenza del re,  si fidava del suo fiuto e non degli altri. Primo fra tutti, se avesse potuto, avrebbe designato davvero, come qualcuno insinuava sarcastico, Rose Bertin gran ministro della moda!

     
  • 11 febbraio 2008
    L'allegra quarantena

    Come comincia: Il giorno seguente la morte di Luigi XV una piccola imbarcazione risaliva la Senna diretta al castello di Choisy, per consegnare spezie, piante, frutta esotica e semi di ananas coltivato nelle sue serre dai tempi del re Sole. Era una chiatta che riforniva le dimore aristocratiche della mercanzia più rara, tortuosamente  arrivata anche attraverso navi negriere che da Nantes e Bordeaux facevano scalo in Nuova Guinea per scambiare fucili, polvere da sparo e acquavite con uomini di pelle nera da rivendere nelle Antille, soprattutto a Santo Domingo, dove la nobiltà francese aveva bisogno di schiavi per le proprie colonie. Un gabbiano la seguiva nella speranza di cibo e quando, dopo aver scaricato, lo lasciò a digiuno, sfrecciò gridando stizzito oltre i giardini, dove un sole primaverile splendeva su gelsomini, violacciocche e lillà, al cui profumo quella mattina si era svegliata la corte in fuga dal vaiolo. 
    Al tavolo del nonno, i gomiti poggiati sul ripiano di marmo, il futuro sovrano stava pensando cosa scrivere al segretario di stato, il duca di La Vrillière,  che prima di lasciare Versailles lo aveva scocciato con richieste circa i nuovi incarichi, sui quali non aveva idea. Unica cosa ormai assodata, che avrebbe regnato nella tradizione dei suoi avi col nome di Luigi,  il sedicesimo.
    Quand’era in dubbio Luigi XVI rimuginava, per questo prima di decidersi a vergare con grafia tondeggiante temporeggiò come un gatto. Finalmente intinse la penna d’oca:

     

    Luigi XVI al Duca di La Vrillère

    Choisy 11 maggio 1774

    Signore, nel doloroso momento nel quale ieri ci siamo trovati, non ho potuto dare ordini riguardo Madame la Contessa du Barry. E’ necessario, poiché è a conoscenza di troppe cose, che sia rinchiusa il più presto possibile. Mandatele una lettera col mio sigillo affinché vada in un convento di provincia e ordinatele che non veda nessuno. Lascio a voi la scelta del luogo e dell’appannaggio (perché viva onestamente) che gli do in considerazione della memoria di mio nonno.

    Chiuse con la ceralacca e sentendo un tramestio si volse verso la porta. Furono annunciate la regina e la contessa di Artois che entrando si inchinarono. Abbandonate le  carte, Luigi andò loro incontro: poco credibile nei nuovi panni lo osservarono divertite.

    - Non avete ancora smesso di ridere? -  domandò Luigi infastidito.
    Il giorno prima infatti, dopo essere partiti da Versailles la cognata savoiarda, che parlava male francese, aveva storpiato una parola rendendola indecente e la comitiva dei parenti si era sbellicata fino alle lacrime dimenticando il morto.

    - Maestà siamo venute a chiedervi se volete che si predisponga per il grand couvert -  disse Maria Antonietta
    - Non ci penso nemmeno!
    - Sono d’accordo con voi -  asserì la contessa di Artois -  allora ci vediamo da mia sorella come al solito… o preferite pranzare al Petit Choisy?
    - Il Petit Choisy  no,  domani arrivano le mesdames tantes…
    - Non dovevano andare al Trianon? Se ci attaccano il vaiolo? -  chiese allarmata la regina
    - In attesa di essere vaccinate staranno nel padiglione del parco.

    Maria Antonietta, che sperava nel ritorno del ministro che aveva trattato il suo matrimonio, quel Choiseaul esiliato da Luigi XV, sapendolo inviso alle zie, sbuffò:

    - Cosa vengono a fare?
    - Non lo so madame… - il re deviò il discorso - ho appena scritto una lettera per far rinchiudere la Du Barry…
    - Benissimo…

    Lei pensò che era già qualcosa e, presa sotto braccio la cognata,  uscì dallo studio con la sensazione che diventar regina volesse dire realizzare finalmente tutti i desideri.

    ***

    Il Petit Choisy l’aveva fatto costruire nel giardino vent’anni prima il Beneamato,  nello stile galante e intimo che amava. Il 12 maggio 1774 suo nipote andò a incontrarvi le signore zie, appena arrivate da Versailles  per una riunione importante: si doveva decidere chi designare come primo consigliere. A parte l’ inesperienza, l’ ignoranza e l’insicurezza,  la scelta era resa difficoltosa dal fatto che ministri e segretari  erano in quarantena e non potevano essere consultati. Poche le cose chiare a Luigi XVI  fino a quel momento: lui non sarebbe stato un libertino quale il predecessore e per niente al mondo avrebbe dato incarichi, come la moglie chiedeva, al duca di Choiseaul. Figuriamoci: maman Marsan e La Vauguyon, bambinaia e tutore,  insinuavano addirittura che avesse avvelenato  suo padre! Non dubitava di lui a tal punto, però  Choiseaul aveva capeggiato l’opposizione parlamentare: privilegiati, beneficiati di titoli nobiliari,  che invece di essere riconoscenti arrivavano a voler modificare di testa propria gli editti e le ordinanze del re, tanto che Luigi XV doveva imporre la propria volontà attraverso il letto  di giustizia, stratagemma che trasformava i decreti regi in legge dello stato. “Il potere del sovrano è assoluto…”, sbuffò, “mio nonno ha fatto bene a cacciar via quel parlamento… ”.
    Fece ingresso con la scorta e grande fragore di tacchi. Le figlie di Luigi XV gli andarono incontro.

    - Siete solo? - madame Adelaide si guardò intorno circospetta
    - Solo…
    - Andiamo a tavola -  suggerì Vittoria.

    Il seguito si fermò sulla soglia. Le vetrate della sala davano sul giardino lussureggiante, la gran maestra  batté le mani e apparvero quattro dame, sei ufficiali della bocca e due valletti: servitù minima per un pranzo segreto. Poi, a poco a poco, affiorò cigolando dal piano inferiore la “tavola volante”, deliziosa idea dell’ingegner Guerin, rotonda, con al centro una composizione di fiori, imbandita per quattro dei dodici  posti. Quando si fermò, si accomodarono. Arrivarono vassoi d’argento sui quali pesci di Senna e uccelli di bosco profumavamo di bacche.  Vittoria, iniziando la preghiera, alleggerì la colpa per l’ appetito sproporzionato anche nel lutto. Si  buttarono sul cibo.
    Madame Adelaide parlò per prima:

    - Avete già in mente qualcuno maestà?
    - Non chiamatemi maestà -  disse Luigi succhiando un osso di pernice -  anche i miei fratelli non devono farlo…
    - E come volete essere chiamato?
    - Signore… monsieur…
    - Ma non è mai successo! -  esclamò preoccupata Sofia
    - Non sarà pericoloso? -  chiese Vittoria con la bocca piena -  C’è chi potrebbe non capire, ne va della vostra autorità…
    - Volete distinguervi come Luigi il buono? -  Adelaide aveva l’aria di saperla lunga.
    - Preferirei il saggio o il severo.
    - Ma a chi pensate per il vostro consiglio?

    Luigi la guardò.
    - Non ho la più pallida idea.
    - Vi serve un consigliere non tra quelli in carica, che abbia esperienza e sia fidato -  si raccomandò Adelaide -  che aiuti la vostra formazione politica e continui ciò che ha iniziato il re defunto…  uno che vi segua  dall’esterno…
    All’improvviso lui scostò il solitaire dal collo e frugò nel  frac traendone  una cassettina  che depose sul tavolo. Les mesdames si avvicinarono. Tolto il sigillo, ne uscì una pergamena.

    - Cos’è? - sussurrò Adelaide

    La srotolò. L’ansia delle donne era palpabile, guardandole negli occhi disse  grave:

    -  E’ il testamento politico di mio padre, me lo ha consegnato il vescovo di Verdun che era suo amico… c’è una lista di persone che raccomanda…
    - Fate vedere! -  disse quasi strappandogliela dalle mani Adelaide e prese a leggere, scandendo bene le parole, a voce alta:
    - Il signor di Maurepas “perché ha conservato il suo legame con i principi veri della politica, che madame de Pompadour ha misconosciuto e tradito…

    Fatti altri nomi, si aprì una discussione controversa.

    Luigi ricordava che La Vauguyon tesseva gli elogi di Jean Frédéric Phélypeaux conte di Maurepas e, per quanto stimasse poco il tutore, il suo giudizio pesava ancora. La Vauguyon gli aveva detto che a soli quindici anni Maurepas era succeduto al padre come segretario di stato del Beneamato. Poi della marina e delle colonie, dove si era adoperato per migliorare i porti e aveva soppresso, da uomo illuminato, l’arma delle galere fatta di schiavi e prigionieri.  Sospettato di aver scritto una canzoncina contro la favorita pro tempore, madame de Pompadour, Maurepas era stato esiliato da Versailles nel 1749. “Sono passati venticinque anni”, pensò, “ma  se questa è la volontà di mio padre…”. E le zie sembravano d’accordo.

    Stanco, desideroso di chiudere il discorso e azzerare l’ansia con una soluzione, disse infine:

    - Scriverò a Maurepas perché ci raggiunga subito, fate sellare il cavallo più veloce…

    Così fu scelto il consigliere del sovrano, qualcuno disse il mentore: stesso carattere indeciso del re, gli rimase accanto sette anni, fino a che visse.  Nipote del cancelliere di Luigi XIV, esperto di misteri e intrighi, di un potere succhiato con il latte, l’anziano aristocratico sembrava l’ esponente di un’età dorata e il più adatto a dividere il fardello della corona. Col senno di poi invece, si afferma che se Luigi XVI non lo avesse disgraziatamente scelto, la sua esistenza non avrebbe imboccato la china fatale. Tuttavia una sola persona non ha  influenza  su avvenimenti complessi e per la storia i “se” non contano.

    ***

    Provando acuta nostalgia della caccia, vietata per lutto, nella foresta di Sénart, Luigi non vedeva l’ora di concludere la quarantena malgrado le passeggiate piacevoli con Maria Antonietta nei giardini di Choisy o lungo la terrazza dominante il fiume. Ma un nuovo avvenimento lo distrasse: il vaiolo aveva colpito anche le signore zie, pur se in forma benigna,  e ciò obbligò la corte a rimettersi in fuga verso il castelletto di La Muette ai margini del bois  de Boulogne.
    Il “petit La Muette”, vissuto come un piéd a terre, in realtà aveva centinaia di logge, affiancate da padiglioni e dipendenze, ed era stato della regina Margot. Fattolo ristrutturare, Luigi XV vi aveva voluto un passaggio nel bosco di Boulogne per raggiungere la Senna da cui ammirare Bellevue,  dimora della Pompadour. A soli otto chilometri dal centro di Parigi, La Muette era il luogo ideale per la cerimonia delle condoglianze delle dame presentate a corte e di molti altri, che oggi chiameremmo “vip”.
    Le signore accorsero tutte, dalle più giovani alle più vecchie, dalle fidate a chi remava contro, ricercate, ingioiellate, sofisticate e vanitose, sfilarono rigorosamente in nero, porgendo un volto mesto, dilungandosi in salamelecchi. Con perle nei capelli, in sontuoso abito da lutto, Maria Antonietta attorniata da prime donne, al centro del salone come una divinità, da ore inclinava la testa, appena il busto, faceva cenno con le sopracciglia, rispondeva con parole graziose, ripeteva frasi di circostanza o rimaneva muta, in enigmatico sorriso, a seconda del rango delle mesdames e dell’opportunità. La fila delle contrite aumentava. Il tempo non passava. Doleva la stanchezza.

    - Le più sincere condoglianze maestà…
    - Dio ve ne renda merito…
    - Volevo anche segnalarvi mio figlio, valoroso ufficiale dell’esercito…

    La regina fingeva di ascoltare, annuiva con il capo, prometteva senza sapere cosa. Aveva bisogno di una pausa. Guardava le centinaia in attesa. Sbuffava. A un tratto le parve che la marchesa di Clermont-Tonnere, obbligata a stare in piedi dietro di lei, fosse scomparsa. Un attimo di incertezza. La cercò con gli occhi. Si sentì tirare la gonna e guardò in basso: la vide seduta per terra al riparo degli enormi paniers.

    - Non ce la faccio più, mi fanno male i piedi…

    Maria Antonietta scoppiò in una risata che mimetizzò con il ventaglio.

    - Che barba… mi siederei volentieri anch’io…

    Lo scambio di risatine, gli incomprensibili ammiccamenti, non sfuggirono alle signore più anziane, più altolocate e  più arcigne.

    - La regina si sta prendendo gioco di noi -  sibilò una
    - Ci tratta male perché siamo vecchie… come non l’avessimo mai avuta…
    - Non metterò più piede a corte, che beffarda!

    E l’indomani qualcuno inventò una canzonetta sarcastica, quasi un avvertimento, che passò di bocca in bocca:

    Reginetta di vent’anni,
    insolente e forestiera,
    da rispetto e non far danni
    o ripassi la frontiera!

    ***

    A La Muette però si trascorrevano gli ultimi giorni di una quarantena felice. Il re aveva disdetto il servizio degli “ufficiali della bocca”, fastidiosa etichetta a scapito di comodità e privacy,  inaugurando la dolce abitudine di pasteggiare nelle stanze della regina, senza cerimoniale. A Luigi piaceva star solo con lei, erano ormai in confidenza, sebbene non ancora fisica. Fiero della moglie che tutti definivano bella come una dea. Fiero di poterla esibire, passeggiando per i giardini del castello senza scorta, a  chi veniva ad ammirarli e applaudirli. Non conoscevano la canzonetta irriverente e, anche se lo avessero saputo, non avrebbe incrinato la loro fiducia.
    Quel giorno a pranzo furono serviti da un solo cameriere che tagliò il filetto, servì il puré,  versò il vino e si eclissò come avevano chiesto. La finestra spalancata lasciava entrare il sole e l’aria boschiva. Maria Antonietta indossava una semplice veste da camera ampia, scura, ricamata e aveva i capelli sciolti.

    - Siete molto graziosa madame -  disse Luigi -  il lutto vi si addice…
    - Grazie monsieur… - sorrise portando il cucchiaio alle labbra ma subito si batté la tempia -  mi avete fatto venire in mente una cosa….

    Si alzò dirigendosi alla consolle su cui poggiava un portagioie, lo aprì, ne trasse un astuccio, tornò a sedersi e lo consegnò al marito. Lui  lo esaminò curioso: era una tabacchiera nera  in oro e pelle di zigrino, su un lato, incastonata come un cammeo, l’ immagine di Maria Antonietta e  la scritta “La consolazione nel dolore”. In francese la parola chagrin  traduce sia dolore che zigrino.

    - Bellissimo gioco di parole… perfetto per il lutto…  - commentò il re
    - Me l’ha portata la principessa di Lamballe, ha detto che ha fatto la fortuna di chi l’ha messa in commercio…
    - Il popolo vi ama, siete davvero la sua consolazione… - la guardò come un innamorato timido.

    Compiaciuta Maria Antonietta bevve un sorso.

    - Come va con Maurepas?
    - Non me ne parlate… vuole che scelga il ministro degli esteri e dell’economia tra persone  vicine al vecchio parlamento…
    - Quello soppresso dal nonno?
    - Esattamente…
    - Per riflettere e prendere tempo potreste sempre farvi vaccinare…
    - Una buona scusa….-  Luigi si asciugò la bocca col tovagliolo - non sarà pericoloso? E’ proprio vaiolo quello che inoculano…
    - I medici dicono che la novità stia facendo miracoli…
    - Mmh…  - lui allungò la mano verso il Borgogna, fermando il valletto, e ne versò un dito alla consorte -  con Maurepas ho convenuto di tagliare il diritto alla cintura e quello alla successione…

    Il diritto alla cintura, in riferimento alla borsa attaccata alla cintura della regina, era una tassa sui vini che serviva a mantenere i suoi dipendenti. Il diritto alla lieta successione  una gabella che si pagava per ogni ascesa al trono.

    - Farà una gran bella impressione e vi ameranno -  convenne Maria Antonietta -  ma i nostri soldi?
    - Dopo si vedrà…

    Così, il 30 maggio 1774 Luigi XVI fece rinuncia con un editto a ventiquattro milioni di luigi.
    La notizia si propagò in un baleno tra la gente che, piena di speranza, uscì dalle case signorili, dalle topaie, dagli abbaini,  dai vicoli sporchi e malfamati, dai caffè, dai mercati puzzolenti, dalle bettole, dalle bische, dai teatri, dalle fabbriche, dai postriboli, dalle grotte e dalle risorte  “corti dei miracoli”.
    Parigi corse al castello di La Muette inneggiando al nuovo corso:

    - Viva il re! Viva la Regina! Lunga vita al re! Lunga vita alla regina!

    Luigi e Maria Antonietta commossi e stupiti si affacciarono alla finestra per salutare una folla in luna di miele, che acclamava alimentata dal “passaparola”, dalle menzogne, dai rumori, dalle consorterie, dai fogli clandestini e dalle discussioni illuminate. Un fenomeno nuovo capace di critica: la pubblica opinione, la cui potenza, tutt’altro che effimera, anche i signori delle moderne democrazie temono e manipolano.

     
  • 17 dicembre 2007
    La candela spenta

    Come comincia:

    Il 19 aprile 1774, alle cinque e mezza del pomeriggio, il grandioso teatro dell’Opera di Parigi mandò in scena la prima di Ifigenia in Aulide di Christoph Willibald Gluck. Nel palco d’onore il conte e la contessa di Provenza, la duchessa di Chartres e di Borbone, Luigi Augusto e Maria Antonietta e accanto a lei la principessa di Lamballe, sua amica del cuore, tanto pia quanto buffa, col naso a patata sotto un’acconciatura a grattacielo.
    -  Angelo mio – la Delfina in apprensione le prese la mano - speriamo vada tutto bene… qui sono favorevoli all’opera italiana… Gluck si batte contro questa moda, utile solo ai virtuosismi dei cantanti…
    -  Non c’è motivo di temere… - la tranquillizzò la Lamballe -  dicono che si sia convertito a Gluck persino Jean Jacques Rousseau…
    - Mmmh, di filosofi e enciclopedisti non mi sono mai fidata…
    - Questa volta dovete farlo per sconfiggere Piccinni e la du Barry…
    - Silenzio! Comincia… tra cinque ore e mezzo sapremo – le zittì il Delfino, riferendosi alla durata dello spettacolo.

    Ma non ci fu bisogno di attendere. Sin dall’ouverture gli accenti tragici di Agamennone, padre e sovrano disperato, che implora Diana di risparmiargli il sacrificio della figlia,  sull’emozione di una melodia innovativa, toccarono il pubblico che cominciò ad applaudire seguito da Maria Antonietta le cui esclamazioni si udirono:

    - Wunderbar! Das ist prima…*

    E fortificati dal sigillo dell’autorità i battimani aumentarono prolungandosi fino a decretarne il successo.

    ***

    -  Non ci può essere competizione tra i compositori italiani e francesi e quel Gluck! – la settimana dopo madame du Barry ne parlava al duca d’Aiguillon in quei giorni ospite al Petit Trianon.
    - Sono d’accordo…  sarà presto dimenticato…
    - Sarei lieto se si cambiasse discorso – Luigi XV s’intromise irritato  - queste dispute mi sono venute a noia, sono cose che mi affaticano…  stasera andrò a dormire presto.

    Il Beneamato,  che aveva avuto la fortuna di compiere sessantaquattro anni in un periodo in cui la vita media era di ventotto, sentiva le forze mancargli di ora in ora. Il suo  viso, un tempo maestoso, si era afflosciato, la stanchezza lo tormentava. Le stanze semplici del piccolo Trianon, soffuse d’una luce parca, lontane dalla confusione di Versailles lo rilassavano, ma avrebbe desiderato più silenzio, per sempre, soprattutto su argomenti per i quali non era il caso di accalorarsi come quello dell’insegnante di musica di Maria Antonietta. Mentre veniva accompagnato a letto,  rifletté che Gluck a sessant’anni aveva affrontato un viaggio da Vienna a Parigi, chiedendosi se l’indomani avrebbe seguito il delfino in una battuta di caccia. “Lo accompagnerò in calesse” si disse, sbrigandosi a congedare il valletto che rimase a vegliarlo dietro la porta.

    Il giorno seguente  Luigi Augusto e suo nonno partirono dopo colazione in direzione di Marly. Sin dal risveglio il re aveva un fastidioso mal di testa ma, nella convinzione che l’aria fresca e  il profumo del bosco gli avrebbero fatto bene, salì sulla carrozzella avvolto nel mantello. “ Da quando non vado laggiù?” si domandò con nostalgia, mentre il calesse si avviava per viottoli tracciati dagli zoccoli delle bestie, coperti di erba fragrante della sua gioventù. Rammentava il primo soggiorno a Marly nel 1724, per sfuggire una epidemia di vaiolo da cui era scampato immune.  Pensò che Luigi XIV, quando vi risiedeva, imponeva la chiusura della reggia e lui aveva permesso invece di entrarci e di giocare fiumi di danaro. Ricordi commoventi mentre l’odore della foresta solleticava le narici! Però il cielo adesso girava, cresceva il dolore alle tempie. Di colpo ebbe l’impressione di trovarsi su una nave il cui ondeggiamento nauseava.  Un singulto squassò il suo diaframma e un fiotto risalì la gola. Si sporse a vomitare la cacciagione pesante consumata con suo nipote. Accanto a lui il duca di Aiguillon lanciò un grido di allarme ordinando al cocchiere di rientrare. Una frustata e i cavalli galopparono ma la carrozza, pur lanciata, sembrava non arrivare mai.  Al petit Trianon il sovrano andò a letto senza cena, ammaccato come dopo un pestaggio, ma ebbe ancora voglia di chiedere a madame du Barry:
    - Com’ è andata la caccia?
    -  Mi hanno detto che il Delfino ha mancato un cervo al ponte di La Villedieu ed è rientrato a Versailles.
    - Peccato!
    - Non pensate a questo ora… ho mandato a chiamare il dottor Le Monnier…

    Che venne il mattino dopo e riscontrando una febbre molto alta prescrisse il riposo assoluto. L’amante, scoprendo  che la temperatura non scemava, lo vegliò, inumidendogli a intervalli regolari con un contagocce le labbra riarse.
    Luigi XV non riusciva a parlare.

    - Ho pau… pau…
    - Non capisco…
    - Ho paura… sta con me…

    Il pomeriggio seguente, alle tre, La Martinière, l’eminente praticone che mai aveva tollerato la favorita accanto a sua maestà,  apparve sulla porta come un messo del signore.

    - Sire – sentenziò – è a Versailles che dovete farvi curare!

    “Non riusciranno a separarci” pensò madame du Barry, mettendogli mantello e bandoliera direttamente sulla biancheria per partire insieme.

    ***

    La camera del re a Versailles apparve immensa. Lei guardò i broccati in oro su fondo rosso come fosse la prima volta. Aiutò l’infermo a distendersi sull’alto giaciglio. Pregò ai bagliori del mortaio d’argento. Il valletto, con intento augurale, aveva sistemato in poltrona la tenuta delle grandi occasioni e la spada: sontuose uniformi senza vita mentre madame du Barry, gli occhi fissi sul re e la mente al cielo, invocava il miracolo.

    Il mattino dopo, Le Monnier e la Martinière, insieme ad altri dodici luminari, si consultarono e decisero “febbre umorale catarrosa” decretando un salasso. Il malato spalancò gli occhi. Quella pratica, dolorosa e sfiancante, diffusa nel XVIII secolo allo scopo di purificare l’organismo infetto, si otteneva con l’applicazione diretta sulla pelle di sanguisughe, sorta di lumache prive di guscio, che usando una mascella a ventosa incidevano la cute e ne succhiavano il sangue.

    Luigi XV si sottopose a un primo salasso, poi a un secondo. Ma il mal di testa si accaniva, così la febbre.

    - Se occorre ne faremo un terzo – disse la Martinière
    - E proprio il caso ? –  protestò il re con l’ultimo fiato.

    Un terzo significava infatti che era in punto di morte e che, più che di una terapia, aveva bisogno di un sacerdote. Poi lo fecero deporre su una branda da campo, ai piedi del letto a baldacchino, perché respirasse di più e sudasse di meno. A notte La Martinière, portandogli da bere, sentì l’agitazione e chiese al valletto di avvicinarsi con la candela: sul viso erano apparse vesciche gonfie di siero e aureolate di rosso. Sobbalzò. Chiamò i colleghi a raccolta. Gli scrutarono la lingua. Si guardarono.
    Le figlie di Luigi XV e la favorita seguirono la scena con angoscia.

    - Allora? – chiese madame du Barry

    Silenzio.

    - Parlate! – ordinò madame Adelaide.

    Gli archiatri si consultarono, vennero verso di loro e quando furono certi di non essere uditi pronunciarono il verdetto terrificante: vaiolo!

    ***

    “Non posso crederci”, rifletté la favorita mentre inutilmente cercava di addormentarsi, “ non aveva detto di essere immune?” Girandosi su un fianco ricordò che da bambina era stata terrorizzata da una suora guarita da una forma benigna: “E’ tutta spruzzata di caffè!” aveva gridato riferendosi al viso deturpato da cicatrici. Ma ora tutto era accettabile, pur che il re restasse in vita! Aveva sentito raccontare che la forma maligna copriva il corpo di pustole fino a decomporlo e la morte arrivava tra sofferenze atroci. Si rizzò a sedere, andò alla finestra, inspirò l’aria, sudava: si mise a pregare con forza rivolgendosi a Dio con il tu.
    Quando il giorno seguente i medici riunirono la famiglia per dare disposizioni non credette alle proprie orecchie:

    -  Maria Antonietta è stata vaccinata a Vienna? – chiese la Martinière sapendo che la malattia aveva falcidiato gli Asburgo.
    - Non so… - rispose madame Adelaide
    -  I Delfini non devono uscire dai loro appartamenti nella maniera più assoluta… comunque non fatene parola, sua maestà crede si tratti di febbre miliare…
    - Che altro possiamo fare? – implorò la du Barry
    - Sperare…. – La Martinière guardò il cielo

    Madame du Barry, angosciata e riconoscente,  non si allontanò e non si chiuse nelle sue stanze, a costo di ammalarsi, attese con le figlie del re e i dignitari più fidati.
    Una sera il duca di Aiguillon le sussurrò:

    - A Parigi l’Opera ha interrotto l’Ifigenia in Aulide… segno del destino.

    Lei lo guardò ma non sorrise, stava perdendo tutti i sogni e niente poteva essere importante.

    ***

    La camera di Luigi XV aveva altissime finestre, con tende che di giorno oscuravano la luce e di notte la curiosità esterna. Vicino a una vetrata, nascosto da un drappo di broccato, fu messo un tavolino con un candelabro sul quale poggiava una candela sempre accesa.

    - A che serve? – chiese la favorita al primo valletto
    - Madame, appena spirerà la spegneremo e il mondo saprà che il re è morto.

    “Non succederà, alla faccia di quelli che mi vogliono male!” pensò,  ma il petto le si strinse scorgendo nel sottostante cortile la contessa di Brionne, madre di mademoiselle di Lorraine, amante del duca di Choiseaul che il re aveva esiliato, felice di veder risorgere la propria fazione, guardare la fiamma in attesa. “Gli choiseaulisti, i devoti vogliono  dargli l’estrema unzione con l’augurio che tolga il disturbo…” rifletté.

    Quando giorni dopo il sovrano la chiamò per mostrarle le vesciche sulle braccia e sul viso, atterrito e certo che fosse vaiolo:

    - Non lo è – lo rassicurò – ne siete immune… E se devoti e choiseaulisti vogliono farvi prendere i sacramenti dategli soddisfazione solo per quietarli… vi raggiungerò di nuovo fra qualche giorno…

    Più tardi, pentitosi di averla lasciata partire, Luigi XV la richiamò a se, ma ormai la sua Jeanne era lontana.  Madame du Barry obbligata a partire da chi voleva fosse lavato il peccato di lussuria, quando fu sola scoppiò in singhiozzi.
    A sera le figlie di Luigi XV ne parlarono sommessamente cenando nei loro appartamenti.

    - Dov’era diretta? – chiese Sofia
    - A la Ruel,  dal duca di Aiguillon – sussurrò Adelaide
    -  Ha dimostrato devozione, non avrei creduto sfidasse la malattia – ammise Vittoria -  Ho contato quindici carrozze…  tutti suoi amici o ne hanno approfittano per darsela a gambe?

    Le tre mesdames rimasero accanto al padre, rassegnate anche al contagio, finché il suo volto si fece nero e terrificante, finché un puzzo tremendo di carne in decomposizione invase la camera e ne annunciò la fine. Appena arrivò La Roche Aymon, grande elemosiniere di Francia, tutti pensarono all’ora del trapasso: l’agitazione serpeggiò tra  servitori, ministri, principi di sangue e cortigiani. Si guardò alla candela come a una fumata di San Pietro. Il confessore di sua maestà ascoltò i peccati e stabilì che il re doveva fare pubblica ammenda  prima di ricevere la comunione, potere più grande di quello del sovrano, atteso per una vita intera. Così, il mattino seguente, il cardinale ebbe il suo grandioso quarto d’ora: salì, tra le guardie schierate lungo la sontuosa scala, sotto il baldacchino che reggeva il ciborio, accompagnando il Santo Sacramento nella stanza reale, seguito dalle mesdames di Francia e dai principi non ereditari.  Il  Delfino, i suoi due fratelli, Maria Antonietta e le loro mogli, non poterono oltrepassare la porta e  rimasero ad attendere in fondo alla gradinata con un cero in mano.

    All’esterno la voce cardinalizia arrivò prima indistinta e sommessa ma, dopo avere dato al sovrano la comunione, La Roche Aymon si avvicinò al vestibolo e pronunciò ieratico e altisonante: Signori il re mi incarica di dirvi che chiede perdono a Dio per averlo offeso e per lo scandalo procurato al suo popolo…

    ***

    Un cielo pulito si stendeva sulla reggia in attesa. L’agonia durava da quasi due settimane: stillicidio doloroso che ormai, anche i più affezionati, desideravano finisse. I cortigiani si stavano abituando all’idea che Luigi Augusto salisse al trono, non lo consideravano all’altezza del re Sole però erano intenzionati a ingraziarsene il favore e a sfruttarne malleabilità e debolezze. Versailles e Parigi avevano risposto con indifferenza alla malattia del Beneamato:  le campane delle chiese piansero a lungo ma nessuno entrò a pregare. In quella calma apparente e surreale, madame Campan, lettrice e prima cameriere della Delfina, il 10 maggio 1774 attraversava la Corte dei marmi per raggiungere il suocero nell’anticamera del re, ricevere notizie e dare  disposizioni sulla partenza per Choisy.

    Luigi Augusto e Maria Antonietta, zie, fratelli e sorelle del Delfino con mogli e governanti, avevano infatti deciso, prima possibile, di fuggire a otto chilometri dalla capitale per scampare qualsiasi pericolo di contagio.  Tre e un quarto alle lancette dorate dell’orologio incastonato tra Ercole e Marte. “Il fresco di Choisy ci salverà” , pensava la lettrice alla quale pareva di sentire il tanfo orribile di Luigi XV. Dicevano fosse in coma, quanto sarebbe andato avanti? Che responsabilità per i Delfini! “Che Dio li protegga, sono troppo giovani per governare!” sospirò affrettando il passo. Salendo le scale ritrasse la mano dalla balaustra: si favoleggiava di cinquanta morti tra coloro che avevano percorso la Galleria degli specchi ed era terrorizzata. Entrata nell’occhio di bue, tra la siepe silenziosa dei presenti, sentì una leggera nausea e cercò suo suocero. La folla era tale che il salone, vasto e abitualmente luminoso grazie alle altissime specchiere e all’oro degli stucchi, appariva soffocante.  I cortigiani aspettando tessevano trame, facevano pronostici, cercavano di guadagnarsi meriti sfidando la malattia.

    - Avete visto il signor Campan? – chiese a un valletto
    - Era qui poco fa…

    Voleva tornare quanto prima, se solo lo avesse trovato!  In quel momento sulla soglia dell’anticamera apparve il gran ciambellano, il duca di Bouillon che, battuto un colpo per richiamare l’attenzione, annunciò con voce solenne:

    - Signori, il re è morto! Viva il re!

    La candela era spenta.
    Risposero all’unisono:

    - Viva il re!

    Madam Campan ebbe un tuffo al cuore. Grandioso! Pensò solo a correre in direzione dei Delfini, insieme a un fiume di gente che schizzò fuori dall’Occhio di bue come champagne da una bottiglia. Veloci, si urtarono, lanciando esclamazioni, diffondendo la notizia aumentarono via via, sollevando con i tacchi per corridoi e gallerie un fracasso che parve rombo di tuono o di cannone.

    Luigi e Maria Antonetta, seduti nella loro sala,  balzarono in piedi:

    - Che succede ?!

    Non ebbero tempo di realizzare, la folla fece irruzione.

    - Il re è morto! Viva il re!

    Per prima avanzò madame de Noailles, si inchinò profondamente:

    - I miei omaggi al re e alla regina.

    - Maestà… - la imitarono un duca e una duchessa.

    Dignitari porsero le congratulazioni, rullarono i tamburi, ufficiali levarono la spada, squillarono le trombe e centinaia di labbra inneggiarono.

    Luigi e Maria Antonietta attendevano da giorni quel momento: non li colse impreparati ma la confusione li frastornò.  Guardarono i presenti, si guardarono, giunsero le mani mettendosi in ginocchio. Il Delfino sentì apaticamente la faticosa responsabilità. Potrò fare come voglio? Si  chiese Maria Antonietta. Ora muovevano le labbra senza farsi udire.

    - Che dicono? –  una contessa si rivolse a madame Campan
    - Pregano Dio che li protegga perché sono troppo giovani…
    - Ah… - assentì la contessa.

    Quella frase rimbalzò di bocca in bocca con molte variazioni.

    In realtà nessuno aveva capito cosa stessero dicendo e nel grande subbuglio ognuno immaginava ciò che voleva, ma di sicuro si avvertiva ovunque che un’epoca era finita. Per le strade di Versailles e di Parigi il popolo si era già riversato ad acclamare il nuovo sovrano e la sua graziosa consorte. Faceva festa, bevendo, cantando e ballando, come se insieme al vecchio re si fosse estinta la miseria, come se stesse per sorgere finalmente l’alba grandiosa di un mondo nuovo.

    *Meraviglioso! Di prima qualità!

     
  • 26 settembre 2007
    Maria Antonietta la diva

    Come comincia: Parigi, Porta della Conferenza, 8 giugno 1773, ore 11.30: la prima carrozza,  proveniente dalla strada di Versailles, sollevò grida di giubilo quando apparve. Un fremito scosse Brissac, governatore della città, Michodière, comandante della gendarmeria, Sartine, responsabile dell’ordine pubblico. L’orchestra iniziò ad accordare gli strumenti. Fu detto ai trombettieri di squillare. Nello stesso istante il cannone degli Invalidi sparò un colpo di saluto, così dall’Hotel de Ville, così dalla Bastiglia. Man mano le salve tuonavano, una nube di fumo offuscò il cielo terso. Lucide e nere,  con il giglio dei borboni in oro, trainate da eleganti puledri, sei vetture entrarono in piazza. Dalla folla il mormorio sfociò in applauso e i parigini si spinsero verso il corteo ricacciati indietro dalla guardia a cavallo.

     - Non puoi stare qui! – urlò un gendarme a una venditrice ambulante.
    - Non sto vendendo niente!
    - Fa lo stesso, vai via!

    La donna, con in spalla una brocca di stagno, si allontanò rimanendo a guardare.  Slungò il collo tra la marea di teste e vide il maresciallo Brissac genuflettersi e porgere al delfino le chiavi della città, poi Michodière pronunciare un discorso tra applausi e fischi. Infine Maria Antonietta, la sola di cui fosse curiosa.

    - Brutta non lo  è…  vero? –  chiese a una vicina
    - Bellissima, direi!

    Esaminavano la diciassettenne bionda, proporzionata, sorridente e un po’ slavata, che l’illusione ottica della regalità promuoveva a diva.

    -  Altezza, fateci un bambino! – osò una pescivendola, sommersa da schiamazzi e risate perché tutti erano al corrente delle difficoltà sessuali del futuro re. Poi tra la folla circolarono fogli con canzoni per la “gioiosa entrata” e un gruppo le intonò spronando la venditrice a cantare.

    -  Non sono capace – si sottrasse lei cercando un varco.

    Si chiamava Caroline Chevrier, vedova di Jean-Baptiste morto nella calca di Rue Royale, sprofondato nei lavori in corso la notte del 30 maggio 1770, quando Parigi assisteva ai fuochi d’artificio per le nozze dei delfini. Di suo marito, negli archivi, si conservano queste annotazioni: Jean-Baptiste Chevrier 21 anni/ attrezzista teatrale di Chorier via Galand/ riconosciuto da suo padre/ abiti. veste. calzoni. stoffa di cotone/ spada blu e grigia/bottoni in riga/basco di lana nero/camicia a collo di basino/1 vecchio fazzoletto con le iniziali/1 collare di cane e un guinzaglio/un bastone di canna.
    Sposati e con due bambini, lei e Jean Baptiste si avviavano a una vita rispettabile e agiata ma la morte del marito l’aveva gettata sul lastrico. L’ obolo dei Delfini era svanito subito e per sopravvivere si era inventata un lavoro: vendeva alle pasticcerie dolci fatti in casa e, in occasioni come quella, brioches, caffellatte a due soldi la tazza, tisane medicamentose.  La Francia pre-rivoluzionaria, poverissima rispetto a oggi, non conosceva però le grandi carestie e  il modo di sbarcare il lunario, faticosamente, si rimediava. Andava crescendo  semmai  un’insoddisfazione diffusa  per l’ inferiorità sociale e  la percezione che qualcosa di sbagliato ci fosse in chi vantava una superiorità divina. Caroline Chevrier, che frequentava per lavoro i caffè intellettuali, aveva orecchiato gli enciclopedisti e sentito predicare l’ uguaglianza: non ci aveva capito molto, né aveva letto niente essendo analfabeta, ma qualcosa si era sedimentato in lei e senza accorgersene, tornando
    a vendere, pensò che  dei Delfini non le importava scoprendosi poco riconoscente per la loro elemosina.

    ***

    L’ingresso a Parigi dei futuri sovrani avrebbe dovuto verificarsi dopo le nozze ma l’avvenimento era stato rinviato per il lutto degli oltre 130 morti durante i fuochi d’artificio. Inoltre le signore zie e Luigi XV, gelosi che i nipoti fossero applauditi mentre a loro non accadeva più, erano stati lieti di negare il permesso.  Maria Antonietta, ansiosa di vedere la città, avrebbe voluto visitarla in incognito e già sognava di passeggiare a cavallo per i boulevards quando  zia Adelaide si era intromessa per accompagnarla con la dama di corte. In casi come quello, il cerimoniale voleva che la Delfina escludesse la propria dama, cosa non facile essendo  figlia di “madame l’Etiquette”: Anne Claude Laurence contessa di Noailles, gran maestra della casa e sacerdotessa dell’etichetta, creò tante difficoltà che l’idea fu presto abbandonata.

    Quel momento era adesso arrivato: Luigi e Maria Antonietta guardavano sorpresi e inorgogliti migliaia di persone festanti che sovrastavano l’orchestra al grido di “Viva il Delfino! Viva la Delfina!”. Non ricordavano una folla così in vita loro: facce sorridenti, emaciate, sdentate, paffute,  sfregiate dal vaiolo, con cappelli, parrucche, bandane, donne, uomini, vecchi, bambini, tumultuavano intorno alla carrozza mentre lasciavano Porta della Conferenza  in direzione del Lungosenna Conti. Dopo aver assistito alla messa nella cattedrale di Notre Dame, essersi fermati a Sainte-Geneviève davanti alla Patrona di Parigi, raggiunsero  il Collège Louis le Grand, dove avevano studiato anche  Diderot e Voltaire. Furono accolti con un saluto aulico e forbito. Il rettore, davanti alla platea universitaria, elogiò l’attività didattica e gli allievi. Il volto di un promettente quindicenne lo ispirò a sottolineare:

    -  Ecco un futuro avvocato per il regno di sua maestà.

    Era un provinciale di Arras, occhi grandi, accesi, sotto un’ aureola di capelli crespi,  si inchinò profondamente:

    -  Maximilien de Robespierre… per servirvi… - e resse il loro sguardo senza tradire emozioni.

    Più tardi  l’affollatissimo pranzo in pubblico alle Tuileries,  dove Maria Antonietta e Luigi si spinsero a passeggiare per i giardini, accerchiati da scalmanati e supplicanti che impedirono  di muoversi per tre quarti d’ora. Le guardie si videro costrette ad avanzare con la frusta e la spada.

    -  Assolutamente no! – gridò Luigi, sentendosi qualcuno per la prima volta e questa mitezza fece il miracolo perché non ci furono, come d’abitudine, né morti né feriti.

    Sulla terrazza che dominava il raduno, il governatore Brissac esclamò:

    - Madame, senza pregiudizio per Monsignore, qui avete duecentomila innamorati!

    Mai si era vista una valanga di persone così sterminata e appassionata inneggiare una regina futura.  Tornarono a Versailles frastornati e a lungo ripensarono a quel giorno. Dal suo castello fuori dalla realtà, lontana dai problemi veri, il 14 luglio, Maria Antonietta scrisse in una lettera alla madre: Non dimenticherò mai quanto accaduto martedì scorso. Abbiamo fatto il nostro ingresso a Parigi. Riguardo agli onori, abbiamo ricevuto il meglio che si possa immaginare. Ma non è questo, benché importante, ciò che più mi ha colpita, bensì la tenerezza e l’affetto di questo povero popolo che, malgrado le tasse di cui è gravato, vedendoci si è fatto trasportare da una grande gioia.
    ***

    - Vostra maestà è molto amato dai Parigini, visto come ci hanno festeggiato! - la Delfina guardò compiaciuta Luigi XV che alzò le sopracciglia soddisfatto.
    -  Il merito è vostro…
    - Solo vostro sire…  -  insistette per evitare l’ invidia e ottenere il permesso di tornare nella capitale – vostro nipote ha risposto a tutte le domande con abilità, ha fatto un figurone…

    Il re acconsentì e chiese che fossero le zie ad accompagnarla in incognito. Les mesdames dal canto loro, come quasi tutti i cortigiani, furono felici di ingraziarsi la promessa sovrana. Il trionfo di Parigi aveva trasformato per incanto la vita di Maria Antonietta: ora si sentiva accettata, aveva meno nostalgia della sua terra, e suo marito, che non la invidiava ma approfittava della sua luce  riflessa,  le porgeva orgoglioso il braccio all’Opera, alla Commedia francese, al Teatro italiano, dove veniva accolta come una diva. Giovanissima e piena di energie, affogava le frustrazioni sessuali e la paura del futuro, ridendo, ballando, abbandonandosi a compere frivole tra le bancarelle alla fiera di Sant’Ovidio sull’immensa piazza Luigi XV, oggi piazza  della Concordia.
    Quando nel novembre del 1773 Carlo Filippo, conte di Artois, sposò Maria Teresa di Savoia, sorella della contessa di Provenza - come lei bruttissima, magra, con un naso esageratamente lungo ma piccolissima di statura - la Delfina non accolse l’evento con timore bensì, sapendo che la famiglia Capet  non era molto prolifica, solidarizzò con la nuova cognata.  Fra le tre coppie si instaurò una grande intimità e, all’infuori dei giorni in cui i pasti erano in pubblico, pranzavano e cenavano insieme negli appartamenti della contessa di Provenza.
     Una sera Maria Antonietta tagliava un petto di pollo, il suo piatto preferito:

    - Sarebbe bene invitare con noi le signore zie…
    - Non si usa… - fece eco il conte di Artois
    - Chiedete a Madame l’Etiquette se si può fare – suggerì Provenza con la bocca piena.

    Tutti scoppiarono a ridere.

    - Decido io il da farsi – sbuffò la Delfina - Le  zie ceneranno con noi.
    - Zia Adelaide è seccata perché si gioca nei vostri appartamenti, non più nei suoi – s’intromise la contessa di Provenza.
    -  Se il gioco deve riunirsi  dalla prima dama non è colpa mia…
    - Invitiamo le zie a vedere le commedie? – azzardò la contessa di Artois.
    -  Siete impazzita? Nessuno deve sapere che recitiamo!

    C’era in quel periodo una compagnia teatrale formata dalla Delfina, i due fratelli di Luigi Augusto, le loro mogli e il fidato bibliotecario Campan con suo figlio. Con gran divertimento e in segreto interpretavano le migliori commedie del teatro francese: svago introdotto da madame Pompadour che il re e le sue figlie riprovavano. Unico spettatore il futuro Luigi XVI. Per non essere scoperti avevano scelto una sala dell’ammezzato dove nessuno entrava e il palcoscenico, che si poteva smontare, veniva nascosto in un armadio. I signori Campan erano stati coinvolti per ampliare e perfezionare il repertorio: il padre, oltre a recitare, faceva il regista. Bellissimi i costumi, storicamente fedeli. Attore bravissimo il grasso Provenza, bravo il conte di Artois, Maria Antonietta se la cavava, le cognate assolutamente no.
    Un giorno fu messa in scena l’operetta comica di Lesage “Crispino rivale del suo padrone”, imperniata sul personaggio del servo che cerca fortuna raggirando il signore innamorato. Crispino era l’anziano signor Campan; il padrone, il bel conte di Artois; la donna amata dal signore, Maria Antonietta. Luigi Augusto rideva per le battute, per le papere, per l’allegra confusione, per il piacere di scoprire graziosa l’arciduchessa austriaca che aveva dovuto sposare per forza e alla quale, malgrado l’impotenza sessuale, si stava ora affezionando.

    -  Geniale! – applaudì fino ad arrossare i palmi bianchi e grassocci.

    Finita  la recita la Delfina scese dal palcoscenico e apostrofò il signor Campan:

    -  Ho dimenticato l’occorrente per struccarmi, andate a prenderlo senza farvi vedere...

    Con l’abito di scena e ancora truccato, Campan imboccò una scala nascosta che conduceva direttamente agli appartamenti reali. Salendo gli parve di udire un rumore, si fermò dietro la porta. Un valletto aprì di colpo e trovandosi davanti la maschera di Crispino  cadde riverso per lo spavento:

    -  Aiuto!

    L’altro si chinò:

    - Sono io, non mi riconoscete? Giurate che non direte a nessuno quello che avete visto…
    - Signor Campan cosa…
    -  Giurate…
    -  Lo giuro…

    Ma quando tornò dalla Delfina e le raccontò l’ accaduto Campan si sentì rispondere:

    - Mio Dio questo gioco è diventato troppo pericoloso, non possiamo correre il rischio di essere scoperti.

    E da quel momento la compagnia si sciolse.

    ***

    L’Opera royal, inaugurata il giorno delle sue nozze, affascinava Maria Antonietta: ne adorava i balli e spesso ci si recava in incognito solo per il piacere di incontrare facce nuove. Il 30 gennaio 1774, notte di carnevale, Luigi Augusto con la Delfina,  il conte di Provenza con sua moglie e Artois con la sua, entrarono nel foyer protetti dal domino e dalle maschere. Odore di cipria, di crema, profumi di Grasse, mesdames e messieurs occhieggianti da schermi di pizzo. Risate, fruscio di paniers, candele, nicchie d’ombra. Che deliziosa atmosfera! pensò Antonietta  presa da una gran voglia di ballare e divertirsi fino all’alba, felice di non dar nell’occhio. Riconoscendo anzi,  in un  angolo, alcuni barrysti confabulare, si sistemò lo scialle sul capo  avvicinandosi per captarne furtivamente i discorsi.

    -  Niccolò Piccinni è un musicista insuperabile – sentì dire – Gluck non riuscirà  a convincere l’Opera a presentare Ifigenia in Aulide…
    - Dicono che sia raccomandato dalla Delfina perché è stato il suo insegnante di clavicembalo!
    - Madame du Barry non permetterà l’affronto! Soprattutto dopo il rifiuto dei diamanti…
    - Li ha rifiutati?!  E il re?
    - La vecchiaia è una brutta malattia…

    Temendo di svelarsi si allontanò veloce: aveva udito quanto bastava e fremette di sdegno. Giusto rifiutare i diamanti della du Barry! Credeva di potere comprare una futura regina? E si sentì rafforzata nel battersi perché Gluck presentasse in quel teatro il suo lavoro ispirato alla tragedia di Racine. Voleva bene a Gluck e sua madre lo caldeggiava: avrebbe convinto il direttore.
    Raggiunse il piano superiore. Era l’una passata ormai, si guardò intorno: gli altri dov’erano? Una voce melodiosa alle spalle:

    -  Tutta sola?

    Si voltò e arrossendo lo osservò attraverso la maschera: giovane, biondo, lineamenti nordici, slanciato, elegante, bellissimo. Che emozione…

    - Tutta sola ? – ripeté lo sconosciuto
    - E voi?
    - Anch’io… Vi divertite?
    - Certo…
    - Di dove siete?
    - E voi?
    - Sono svedese…
    - Un paese dove non sono stata.
    - Io sono stato in Germania, Svizzera, Italia… prima di raggiungere la Francia.

    Si chiamava Axel Fersen, diciotto anni, come Antonietta. Conte, erede della famiglia più ricca del suo paese. In quel periodo era in viaggio per l’ Europa accompagnato dal tutore.

    - Da quanto siete a Parigi?
    - Da un mese… sono stato anche a Versailles…
    - Davvero? – divenne insinuante e curiosa – raccontatemi…
    - Mi ha ricevuto la madre di mademoiselle di Lorraine…
    - Che ve ne pare di sua figlia?
    -  Carina ma non come dicono – rispose Fersen ignaro dello scompiglio nel quale  mademoiselle aveva gettato la corte durante un ballo.
    -  E di Maria Antonietta cosa vi è sembrato? – fece turbata.
    - Non saprei…
    - Come non sapete?!
    -  Non l’ho avvicinata… il giorno di Capodanno sono andato al castello in ritardo perché faceva molto freddo e avevo ordinato una pelliccia che non arrivava…
    - Capisco….  vi piace la musica?
    - Certamente.
    - E Gluck?
    - Non lo conosco ma mi hanno detto che è un ottimo compositore.
    “Adorabile”, pensò Maria Antonietta.

    Conversarono fino alle tre, isolati e assorti, senza accorgersi dell’ora tarda. Glielo ricordarono alcuni nobili che, riconosciuta la Delfina, le si strinsero intorno.

    - Altezza reale vi stavamo cercando…

    Mentre una piccola folla la trascinava via,  Fersen capì con stupore che aveva parlato con la prima diva di Francia. Imbarazzato sorrise, separandosi come chiedevano le circostanze. “Sua altezza, chi l’avrebbe detto! Stavamo bene…” pensò mentre si allontanava.
    Anche lei era stata colpita dall’affascinante straniero, ma dopo un attimo già pensava ad altro. Non poteva sapere che in futuro quel giovane avrebbe avuto un ruolo essenziale nel suo destino di donna.

     
  • 16 luglio 2007
    La rosa e le spine

    Come comincia: A partire dal 1772 il Beneamato, che aveva più di sessant’anni ed era per l’epoca un signore davvero anziano, abbandonò i pranzi in pubblico, relegandoli a rare cerimonie ufficiali,  e si ritirò in pace nei suoi “piccoli appartamenti” al Petit Trianon, in mezzo al verde con l’entrata principale sul giardino, costruito dall’architetto Gabriel per la precedente favorita, la marchesa di Pompadour. Ora, lontano da occhi indiscreti, da una servitù troppo numerosa e  pettegola, dalle fatiche mattutine e serali del “lever” e del “coucher”, il re si apprestava, in questa dimora perfettamente regale ma raccolta, a trascorrere l’autunno della vita sotto le carezze di Madame du Barry, la quale lo venerava come un santo protettore. Luigi XV aveva nel suo studio il primo secretaire a cilindro mai realizzato, iniziatore di una moda e di uno stile nel suo nome, ma accadeva sempre più raramente che ricevesse i ministri e firmasse missive  e documenti e quando avveniva non ci metteva granché impegno.

     

    Ritta di fronte a lui, accanto al camino in marmo violaceo, ben assortita tra mobili e suppellettili rococò, quel giorno madame du Barry lo apostrofò amabilmente:

    - Le pratiche per il mio divorzio a che punto sono cheri?
    - Non c’è da preoccuparsi se ritardano un po’… farò il possibile per il matrimonio che io desidero quanto voi… - rispose guardandola rapito, con occhio che faceva pensare a una demenza appena accennata tra le pieghe di un sorriso sempre più esangue.

    Madame du Barry gli andò vicino, si inginocchiò, posò il capo sulle sue gambe baciando quel ginocchio ossuto: “Tra poco sarò regina di Francia”, pensò sentendo che a Luigi doveva tutto, più che alla stessa madre. Il quel momento il suo potere era infatti all’apice e sul viso dei sudditi leggeva lo stupore e la paura di trovarsi all’improvviso di fronte a una sovrana. A riprova, il padiglione che il Beneamato, dopo averle regalato il castello di Louvaciennes, stava allestendo per lei era di un lusso impensabile e mai eguagliato dalle altre favorite. In quel momento la cagnetta di madame, una graziosa blenheim spaniel bianca e bionda, venne ad accucciarsi accanto.

    - Dorina… - la du Barry la sollevò – vieni da maman su…

    Le accarezzò la punta umida del naso controllando che il collare d’oro tempestato di pietre preziose, dono del re Gustavo di Svezia, fosse sempre al posto suo.

    - Il mio boudoir è magnifico… - disse la giovane – è quasi ultimato sapete? C’è una tappezzeria bianca, tutta di broccato… dovete venire a vederla.
    - Lo farò… - rispose il sovrano che in realtà preferiva la vita sedentaria e gli bastava l’estasi dell’amante di fronte ai regali.
    - Quando il padiglione sarà finito daremo una festa, voglio che tutti ammirino quello che voi avete fatto… sarà grandiosa e  degna del re Sole!
    - Lo ritenete proprio necessario?
    - Certo, perché no?
    - Non sarebbe meglio aspettare il vostro divorzio?
    - Cosa c’entrano le due cose?
    - Pensavo…
    - Vi prego Maestà, permettetemi di dare una festa e poi… poi ci ritireremo nel nostro matissimo Lucien… - con tale vezzeggiativo lei definiva la residenza principesca di Louvaciennes.
    - Non me la sento di spostarmi da Versailles…
    - Vi prego Maestà… - insisté dolcemente - diamo una festa grandiosa e fuggiamo a Lucien…
    - Lucien Lucien… - il vecchio re le fece una carezza con un sorriso così stanco da sembrare ebete.
    ***

    Accanto alla finestra che illuminava le pagine e lasciava entrare la primavera nel candido e sontuoso boudoir della du Barry, quel pomeriggio una lettrice recitava alla contessa la “Relazione della festa di Versailles del 18 luglio 1668” scritta da André Felibien, accademico del re Sole.

    - … sulla scena del teatro – interpretava con enfasi – fu allestito un magnifico spuntino, con arance del Portogallo e ogni sorta di frutti sistemati a piramide e pressati all’interno di trentasei cesti, che furono serviti a tutta la corte… Nel frattempo, il signor Launay, intendente dei Minuti Piaceri e degli Affari della Camera, distribuiva a tutti dei libretti stampa che descrivevano il soggetto della commedia e del balletto…

    Madame du Barry alzandosi di scatto e schioccando le dita la interruppe:

    – Voglio qualcosa di più, voglio centinaia di ballerini, di cantanti, i trucchi migliori dei teatri di Parigi! L’inaugurazione del mio padiglione dev’essere qualcosa di memorabile… - col pensiero al divorzio aggiunse piano - di più adatto a una regina di Francia…

    Solo quando il gran cerimoniere le illustrò lo spettacolo finale, dove troneggiava una sorta di enorme uovo pasquale che si schiudeva lasciando fuoriuscire un cupido munito di arco e frecce, si calmò e si ritenne soddisfatta. La festa rappresentava la consacrazione di ciò per cui aveva lottato, significava per lei il trionfo della sensualità, della bellezza, del piacere, delle qualità individuali sul lignaggio e dell’amore sul potere: l’apice del suo riscatto sociale. Al ricevimento erano attesi gli esponenti più eminenti della corte e con essi anche le dame che solo fino a qualche mese prima la denigravano. Madame du Barry seguì i preparativi da vicino, volle che le riferissero su tutto, nell’attesa, come aspettasse l’ incoronazione, le parve che i giorni fossero lentissimi.

    Ma la vita ha i suoi cicli e i fasti effimeri non resistono a lungo: in quel mese di marzo del 1772, quando tutto fu pronto, all’ora fissata, malgrado il cielo limpido, l’aria non fredda e la giornata senza imprevisti, delle centinaia e centinaia di invitati ce ne erano solo una trentina tra i più intimi e meno importanti. “Che stranezza!” penso la du Barry, aggirandosi nervosamente per le splendide sale appena inaugurate, dando  ordine comunque ai musicisti di iniziare nella speranza che movimento e allegria facessero da richiamo per i ritardatari, ma non fu così. Ora vedendo che anche Luigi XV non compariva cominciò ad allarmarsi. Chiamò le dame fidate, i dignitari favorevoli alla sua ascesa. Nessuno. Decise di mandare al sovrano un messaggio per  riferirgli quanto stava accadendo ma  un’idea la bloccò:  e se fosse stato il segnale di una caduta non considerata? Un complotto contro di lei? E di colpo, cosa  mai presa in considerazione,  l’idea che il re, suo unico scudo, fosse mortale come ogni uomo, gelò le sue vene.

    ***

    La festa non riuscita recava la premonizione che Jeanne Beςu, in arte contessa du Barry, passata dalle braccia di un seducente “maquereau” a quelle del re, con l’avanzare della vecchiaia e della malattia di Luigi XV  avrebbe perso i  sostenitori: il suo smacco fu presto sulla bocca di tutti e influì sugli equilibri politici. Percorsi dal vento del “si salvi chi può” i cortigiani, come i moderni parlamentari, cambiarono bandiera indirizzandosi al più forte: in quel momento i giovani delfini. Si rafforzarono così le loro fazioni e  Maria Antonietta, che aveva dovuto umiliarsi a superare antipatie personali, non poté che rallegrarsene. “La du Barry è agli sgoccioli!” pensò. Costatando per di più come il conte di Provenza, malgrado le ripetute vanterie sessuali, non avesse messo al mondo eredi,  cominciò a prendere la sua condizione di illibata con più fatalismo e a sperare in segreto che anche il matrimonio dell’ultimogenito, il bel conte di Artois, si rivelasse sterile.
    Il grasso e spocchioso Luigi Stanislao Saverio conte di Provenza, trascorreva molto tempo con il fratello e la moglie, spesso giocando a carte con Maria Antonietta. Un pomeriggio, durante una partita a “piquet”  se ne uscì trionfante:

    - Sapete cosa scrivono i libellisti della du Barry?
    - Cosa? – chiese ansiosa la delfina.
    - Parlano dei suoi più grandi piaceri…
    - Quali?
    - Il non far proprio niente o l’essere impegnata a imbellettarsi!

    Scoppiarono in una risata divertita.

    - L’avete letto sulla Gazzetta? – domandò Maria Antonietta
    - Ma no… si dice in giro…
    - Il re che ne pensa ?
    - Il re – sbuffò il conte di Provenza – ormai non c’è più col cervello…
    - Già… proprio negli appartamenti che ha donato alla du Barry è stata sbandierata una lettera del principe Rohan al duca d’Aiguillon, nella quale si parlava malissimo di mia madre e della spartizione della Polonia!
    - Comunque il divorzio non le è stato concesso – s’intromise il futuro Luigi XVI che fino a quel momento aveva seguito in disparte la conversazione.
    - Per fortuna… - sospirò Maria Antonietta senza staccare gli occhi dalle mani del cognato, come colta da un pensiero -  vedo che  non avete più segni sulle dita… state guarendo?
    -  Sto bene… - si ritrasse imbarazzato Luigi Stanislao, che in realtà da mesi soffriva di sfoghi misteriosi sulla pelle e “umori al sangue”.
    -  Fate vedere…

    Prese tra le sue quelle tozze falangi, contenta di saperlo impotente e  malato, finse grande tenerezza e gliele accarezzò.

    - Siete in ottima forma! Vostra moglie ne godrà… - fece civettuola.

    Il conte di Provenza diventò di brace. Luigi Augusto sentendosi escluso da quelle confidenze complici, sempre più geloso e irritato verso colui che non perdeva occasione di rimarcare la sua mancata virilità, colpì il fratello sulla spalla con il frustino.
    - Ahia! - esclamò Provenza ma, accorgendosi di aver fatto una buona mossa, raccolse le carte rivolto alla cognata - Sto vincendo,  graziosissima madame…

    Di nuovo un colpetto sull’ omero.

    - Che vi prende? – sbottò Provenza fissando adirato il delfino.
    - Smettetela… - si intromise Maria Antonietta.
    - State irritando vostra moglie – si accodò l’altro.

    Improvvisa una terza frustata. A questo punto Luigi Stanislao si avventò sul maggiore: entrambi ruzzolarono avvinghiati sul pavimento mentre la delfina gridava. Provenza sferrò un pugno micidiale: il futuro re si toccò il naso accorgendosi che sanguinava e inferocito glielo restituì.

    -  Basta! Basta! - frapponendosi tra i litiganti con il frustino in mano, Maria Antonietta lo torse e lo spezzò. Si fermarono  - Vergognatevi! - prima di andarsene strillò al marito - Con voi i conti li faremo dopo!

    ***

    Alla morte del duca di La Vauguyon, Luigi Augusto si era preso la libertà di far installare nei suoi appartamenti una vasca da bagno: il suo tutore, così come l’aveva messo in guardia dall’abbandonarsi al sesso gli aveva istillato la paura e la vergogna della propria nudità e detestava l’igiene, anche la più elementare. Se La Vauguyon fosse stato vivo Luigi non avrebbe indugiato, come in quel momento, nella grande tinozza foderata d’argento piena di acqua calda, schiumosa di sapone di Marsiglia e di Savona, non avrebbe chiuso gli occhi con il capo sul bordo, rilassato, col camicione incollato alla pelle. Faceva il bagno solo prima di coricarsi con Maria Antonietta: il suo corpo bianco, con le natiche pesanti e il ventre sporgente, non gli piaceva, si sentiva brutto e profumandosi trovava sicurezza. Quella notte la Delfina sarebbe venuta in camera sua: incombenza angosciante  perché la corte, ormai da quasi tre anni, era in trepidazione per un erede. Quando ai medici aveva detto che i tentativi di “consumare il matrimonio” fallivano a causa di sensazioni dolorose al pene, la diagnosi fu “fimosi” e gli si prospettò la circoncisione. Rabbrividì pensando ai decessi per interventi non riusciti, al dolore fisico di un taglio nella carne viva. Provò rifiuto della moglie ed evitò di incontrarla. Quel giorno però aveva deciso di convocarla nel suo letto perché c’erano novità importanti. Dopo aver preso la limatura di ferro, prescritta dal medico per diventare focoso, dopo quel bagno piacevole come liquido amniotico, Luigi Augusto sprofondato tra cuscini, avrebbe dormito volentieri ma si rizzò a sedere all’apparire della consorte.

    - Buonasera madame…

    Allontanata la cameriera, lei salì sull’alto talamo e si distese accanto al marito. Rimasero alla luce fioca di una candela galleggiante sull’acqua di un recipiente chiamato “mortaio” per la forma.

    - Spegniamo? - chiese la giovinetta
    - Sì.

    La delfina si alzò, soffiò sulla fiamma, tornò a letto. Erano stati giorni faticosi tra lei, il delfino e Provenza, al quale il primo aveva anche rotto un vaso di porcellana.

    - Farete pace con vostro fratello?
    - Non perde occasione di ferirmi.
    - Migliorerete la situazione con la frusta?
    - Ce l’avete ancora con me?

    La Delfina non rispose: era solo un modo di predisporsi a una conversazione più importante, che temeva. Ultimamente avrebbe fatto a meno di dormire con Luigi: così stanca, umiliata dal suo rifiuto, timorosa del futuro e nello stesso tempo terrorizzata dall’idea che lui subisse un’operazione. Sapeva che il marito, proprio quella mattina,  era stato visitato da Lassonne , il suo primo medico, il quale doveva confermare o smentire i dettami del collega La Martinière, che riguardo all’intervento si era già dichiarato assolutamente contrario.

    - Allora? Cosa ha detto Lassonne? - chiese Maria Antonietta in un soffio
    - Non c’è bisogno di operazione, non c’è ostacolo fisico al mio problema.
    - Davvero?
    - Davvero.
    Si abbracciarono: che sollievo! Se lo avessero obbligato a un intervento, la ferita psichica sarebbe stata  più grave di quella fisica: tutti e due si erano ricordati di Borgogna, il delfino morto in seguito ad infezione dopo un taglio chirurgico. Rimasero in silenzio, l’uno nelle braccia dell’altro: desideravano solo riposare ora e scivolarono senza accorgersene nel sonno.

    ***

    L’abate di Vermond fu raccomandato a Maria Teresa e inviato in Austria quale istitutore di Maria Antonietta attraverso il ministro degli esteri decaduto Choiseaul. Divenuto suo precettore, Vermond aveva seguito la delfina alla corte di Luigi XV dove continuava a non occuparsi della sua istruzione perché il suo massimo interesse, che a Vienna era la  partecipazione serale alle riunioni della famiglia reale, gli sottraeva tutte le energie anche in Francia. Figlio del chirurgo di un villaggio, fratello di un ostetrico, si era fatto valere trattando tutti come pari e spesso e volentieri adottando il metodo, incivile ma apprezzato, di relegarli a inferiori. Pian piano era divenuto confidente e consigliere della futura regina e aveva stretto con il conte Mercy, ambasciatore degli Asburgo a Versailles, un’alleanza nota e temuta. In biblioteca, dove si erano trovati quel pomeriggio, il brutto abate Vermond e l’elegante Mercy-Argenteau parlavano della loro protetta. Il profilo del religioso risaltava sgradevolmente contro luce mentre accanto alla finestra diceva a Mercy:

    - L’imperatrice Maria Teresa mi ha chiesto di farle avere tutti i mesi una lista di quello che la figlia legge… ma lei non ama applicarsi,  vale poco che la si sproni…
    -  Sapeste quante volte le ha raccomandato di non montare a cavallo e lei continua a farlo…

    La luce pomeridiana calava e i fregi dorati sulle pareti bianche, i libri allineati dietro le vetrine, i lampadari come colliers, dissolvevano.

    - Sua maestà - spiegò Mercy  prendendosi il mento tra le mani – teme che la figlia cavalcando  possa compromettere una gravidanza.
    -  Eventualità che vedo lontana…
    -  Purtroppo - annuì l’ambasciatore
    - Eppure lei sta cercando di avvicinarsi al marito - si scaldò il prelato - pensate che si applica al suo libro preferito “Storia d’Inghilterra” di Hume…

    - Mah… - Mercy-Argenteau si fece silenzioso. Florimond Claude conte di Mercy d’Argenteau, dopo aver provato la dolce vita di Torino, San Pietroburgo e Varsavia, aveva scelto Parigi come città ideale. Scapolo impenitente, disdegnava gli sforzi delle suore per combinargli un matrimonio consacrato perché amava la cantante lirica Rosalie Levasseur: alla vista melodiosa del suo seno andava in estasi e si chiedeva come potesse quel tonto di Luigi non cogliere il bocciolo avuto in sorte.  Era preoccupato: adorava il lusso e non voleva rinunciarvi solo per colpa di un delfino che non metteva incinta la moglie!

    Si volse verso l’abate sospirando:

    - Maria Antonietta è così graziosa… non capisco come non colga questo fiore…
    -  So che Luigi si sforza, soprattutto da quando non teme di essere operato… - Vermond alzò gli occhi al cielo - preghiamo perché colga la rosa anche se per il momento non ci sono che spine…

    La sera avvolgeva il castello che si svegliava con il canto del gallo e si ritirava con la luce. Le candele venivano accese in continuazione solo negli appartamenti reali e il buio incuteva paura.
    - Meglio tornare nelle nostre stanze… - disse Mercy Argenteau. Prese l’abate sottobraccio e si incamminarono conversando mentre a Versailles un altro giorno finiva.

     
  • Come comincia:

    Il ramo materno della famiglia di Luigi XVI aveva un gene che li rendeva enormi: tranne l’avvenente conte d’Artois, sfuggito per caso a questa maledizione, il delfino e l’altro suo fratello, il conte di Provenza, la sorella più piccola Clotilde, erano sproporzionati. Clotilde, poi, che adorava mangiare a quattro palmenti, era soprannominata “Madama grossa”. Malgrado non amasse la propria ciccia, le gote paffute e il doppio mento, era capace di farsi servire montagne di crema chantilly dopo un pasto abbondante. Non erano da meno il Delfino e Provenza che, quando avevano preso lezioni di danza, si erano accasciati col fiatone tenendosi la pancia. Il conte di Provenza, che invidiava Luigi Augusto per il destino da re, gli assomigliava moltissimo in peggio: stessi occhi chiari, stesso viso pieno e largo, stessa figura tarchiata ma quando camminava sembrava proprio un orso e il suo passo, dondolante a causa di una malformazione delle anche, si reggeva su cosce tonde che sfregavano una contro l’altra. Ad aggravare la situazione c’era che, al contrario di Luigi Augusto, non poteva e non voleva andare a cavallo, non era cacciatore e non faceva alcun esercizio fisico.

    Comunque il 14 maggio 1771, un anno dopo le nozze del fratello con Maria Antonietta, Luigi Stanislao Saverio conte di Provenza  sposò la nipote di Carlo Emanuele III, Giuseppina di Savoia, che aveva diciotto anni, tre più di lui, e in quanto a bruttezza lo eguagliava.

    Quando la conobbe Maria Antonietta, sollevata di scoprire come fosse tutt’altro che una temibile rivale, ebbe uno slancio affettuoso:

    - Cara cognata… vi insegnerò tutto della nostra vita, sarò una sorella…
    - Grazie… - rispose l’altra timidamente.
    - Vi divertirete… a Versailles abbiamo un ballo a settimana…
    - Grazie… qui è tutto diverso…

    Scendevano le gradinate antistanti la reggia in direzione del parco in un pomeriggio di sole: accanto a loro le fontane fiorivano in alti zampilli, lontano scintillava il Gran canale. 

    - Dio mio che splendore! Mai vista tanta acqua… – disse estasiata la contessa di Provenza in un piemontese francesizzato che l’altra stentò a decifrare – da noi non è così…
    - Viviamo nel palazzo più importante al mondo, siamo fortunate!  - esclamò pronta Maria Antonietta.

    Giuseppina cambiò discorso:

    - Usate il belletto?
    - Certamente… voi no? -  la Delfina la osservò pensando che per quel viso olivastro e coperto di peli, per quell’ orribile naso,  ci voleva ben altro.
    - Alla corte dei Savoia non si usa… La gran maestra che ho qui voleva spalmarmelo… mi sono tirata indietro… lo trovo ripugnante…
    - Ma che dite! La moda francese è questa… – poi sottolineò con severità  – questa è una cosa che una signora deve fare per piacere al marito.
    - Ha ragione la gran maestra?
    - Sicuro.
    - Allora me ne farò mettere tanto, ne ordinerò oggi stesso molti barattoli – annuì  Giuseppina ansiosa di piacere alla cognata.

    “Una provinciale insulsa”, pensò Maria Antonietta, “piccola, racchia… chissà se suo marito ce la fa…” aveva infatti molta paura che mettesse al mondo un erede: in quel caso per lei era la fine. “Le apparenze non fanno ben sperare” si rassicurava, sapeva però che delle apparenze non bisognava fidarsi. Provava nei confronti della savoiarda un sentimento misto di pietà e competizione, non riusciva a scindere le due cose perché, per quanto forti le pressioni dell’ ambiente, sentiva che Giuseppina era come lei una ragazza sola in terra straniera. Scoprendo che Luigi Augusto stava bene in compagnia della nuova arrivata non sapeva se rallegrarsene o essere gelosa.

    ***

    Come sua madre le aveva raccomandato, Maria Antonietta si prese cura della cognata durante il periodo in cui, dopo il matrimonio, la corte si trasferì a Fontainebleau. Quella sera, mentre i loro mariti si facevano servire la cena, le mogli si preparavano al gran ballo in onore degli sposi. In Francia da più di un anno la Delfina si scopriva conoscitrice e padrona, investita di un ruolo e di un potere da esibire all’altra con orgoglio. Entrambi per l’occasione sotto le abili mani delle dame d’onore, la contessa di Noailles e la duchessa di Valentinois, che si odiavano con il sorriso sulle labbra, erano state truccate pesantemente e indossavano abiti dai colori squillanti, scollatissimi  e con grandi paniers.

    - Non stiamo esagerando? – chiese a Maria Antonietta la schiva Giuseppina quando si trovarono da sole, guardandosi allo specchio il magro decolté – Non siamo a carnevale…
    - Carnevale? Non avete idea di come si presenterà stasera madame du Barry…
    - Be', ma che c’entra…
    - C’entra…
    - Quella signora è una favorita – spiegò Giuseppina - non può fare sfigurare il re!
    - Anche voi la difendete? Devo già sorbirmi Mercy-Argenteau e mia madre che vogliono che la saluti…
    - Non la salutate?
    - Mai.
    - Mio Dio! E il nonno che dice?
    - Non so…
    - Strani i francesi, questo è uno strano paese…
    - Avete ragione – Maria Antonietta annuì improvvisamente solidarizzando con la cognata nel sentimento di “figlia acquisita” per ragioni politiche -  questi scandali a Torino non ci sono vero?
    - Per carità… mai!
    - Appunto… i francesi invece con tutta la loro grandeur… la grandeur del Re sole… poi si perdono dietro una gonnella… - dimenticando le amanti dell’imperatore suo padre, per le quali la madre aveva sofferto, sentenziò: - anche gli austriaci sono assolutamente morigerati!
    - Già… i francesi sono molto libertini…
    - Anche vostro marito? – chiese interessata la Delfina.
    - In che senso?
    - Nel senso che… ci riesce?

    Giuseppina arrossì fino alla radice dei capelli.

    - Be’…
    - Be’… cosa?
    - Be’…

    ***

    Quella sera stessa, serviti da molti “ufficiali della bocca” Luigi Augusto e suo fratello, il conte di Provenza, stavano dando sfogo nei piccoli appartamenti al loro insaziabile appetito con molte portate di cacciagione innaffiate da un Borgogna di ottima annata fatto a corte. Il Delfino che non amava a Versailles l’esibizione dei grands couverts, era lieto quando poteva mangiare in pace a Fontainebleau, a Marly e ancora di più a Compiegne, dove i balli venivano dati ancor meno. Fu dunque infastidito quanto sentì in cortile uno scalpiccio di zoccoli, un cigolare di ruote e di carrozze sempre più numerose.

    - Gli ospiti sono già qui? – chiese a Provenza
    - Così pare…
    - Maledizione, non ne ho nessuna voglia stasera…
    - Non preoccupatevi, non è per voi che vengono…

    Il Delfino lo guardò distaccato.

    - Stasera vengono per me e per la mia consorte – continuò sussiegoso Provenza - voi avete già dato…
    - Già…
    - Anch’io comunque non mi lamento, sto dando e dando molto… - disse allusivo Provenza.
    - Che date?
    - Ci do sotto… tre o quattro volte per notte…

    “Figuriamoci, con quella bruttona…”  pensò Luigi Augusto e non fece commenti.

    - A proposito come la trovate la mia signora? – chiese ansiosamente Provenza che soffriva di non essere nato primo e padrone, di non essere stato destinato a mesdames importanti ma di secondo ordine quale sua moglie era.

    Luigi Augusto lo guardò dritto e senza tradire emozioni.

    - Volete che sia franco?
    - Certo.
    - Ebbene non mi pare un granché… se l’avessi avuta per moglie non mi sarei fatto dei problemi…
    -  Ah sì? – rispose piccato il conte di Provenza – mi fa piacere che siate caduto su una di vostro gusto. Così siamo contenti tutti e due perché la mia mi piace enormemente! Presto avremo un figlio!

    Il Delfino ammutolì fissandolo a bocca aperta.

    Da quel momento la notizia che la contessa di Provenza fosse incinta corse e non molto tempo dopo colpì al cuore come una freccia avvelenata Maria Antonietta, scavando nel suo animo una tristezza e un’apprensione non fugata dall’idea che, come sostenevano i cortigiani più fidati, fosse pura vanteria.  Incontrando casualmente al tavolo da gioco Luigi Stanislao Saverio, fingendo grande superiorità, osò chiedergli:

    - C’è qualche fondamento nel fatto che vostra moglie aspetta un bambino?
    - Molto Madame, non passa giorno che non possa dimostrarlo.

    La Delfina annichilì, prese le carte, non le valutò, sbagliò mossa,  perse. Si alzò, uscì dal salone, imboccò il corridoio: quando raggiunse una saletta deserta si chiuse dentro e pianse.

    ***

    Non fu facile l’ estate al castello di Fontainebleau, anche se Maria Antonietta ricevette da Luigi XV molte carezze per la premura con la quale aveva accolto la cognata, le restava un vago timore per il futuro che al momento opportuno poteva esplodere. Quel lunedì mattina il Delfino e la Delfina si trovavano nelle stanze del conte e della contessa di Provenza con i quali Luigi Augusto si vantava delle proprie qualità di cacciatore.

    - Saranno un centinaio i cinghiali che ho fatto fuori negli ultimi tempi – diceva con solennità - nemmeno riesco più a contarli…
    - Non esagerate… – ribatté Stanislao Saverio - più esagerate e meno sembra vero…
    - Volete dire che amo gonfiare le cose come fate voi? Mica vado a caccia da solo… chiedete, chiedete a chi viene con me…
    - Già chiedete! – si intromise Maria Antonietta alzando la voce e fissando adirata il consorte negli occhi – Come fosse argomento del quale vale la pena parlare! Ma non capite che questa passione smodata vi distrugge la salute? Credete che la caccia faccia bene?!

    Luigi assunse un’aria mortificata e si bloccò.

    - Non solo fa male – continuò la Delfina -  vi trasforma il corpo in peggio… non vedete come siete ridotto? – gli diede uno sguardo da capo a piedi -  Siete rude, trasandato!

    Questo era davvero troppo!  Il Delfino si sentì umiliato ma, come dettava il suo temperamento, non  fece valere le proprie ragioni, se la diede  a gambe: chiudendosi la porta alle spalle fuggì verso i suoi appartamenti privati. Maria Antonietta lo  inseguì per i corridoi finché non piombò nella sua camera da letto.

    - Dove credete di scappare? Dovete darmi ascolto! – gridò - Non sono forse vostra moglie? Oppure alla vostra salute, a quella dei vostri discendenti, non ci tenete proprio?!

    Luigi comprese che dietro quelle frasi dure si celava molto più che un semplice alterco, c’era la tensione delle ultime settimane, lei lo stava processando perché era un fallito.  Non riuscì a trattenere l’emozione,  scoppiò in singhiozzi.

    - Basta Monsignore… - disse la giovinetta venendogli più vicino.

    E d’improvviso lo abbracciò mischiando le sue lacrime a quelle di lui.

    ***

    Per il suo sedicesimo compleanno Maria Antonietta ricevette dalla madre una missiva che la scosse e la indusse a modificare, come spesso succedeva, una sua ferrea presa di posizione. La lettera veniva da Vienna e datava 31 ottobre 1771.

    “Le belle notizie di vostra sorella regina di Napoli mi riempiono di gioia, come pure quelle di Ferdinando, che è incantato dalla moglie; vi accludo qui la lettera che mi ha scritto sul loro primo incontro, e vi confido in segreto che la prima notte è stata quella in cui lei  è diventata  sua, tutti e due sono visibilmente innamorati, anche se la visita delle generalessa, arrivata a sproposito il 17, ha provocato molta impazienza”.

    Maria Antonietta pensò che “la generalessa”, come sua madre chiamava le mestruazioni, con lei era un cronometro mentre sua sorella Maria Carolina aspettava un figlio e suo fratello, l’ arciduca Ferdinando, presto lo avrebbe fatto. Sospirò.

    “Ma queste buone notizie, che dovrebbero colmarmi di contentezza, sono avvelenate dalle preoccupazioni per la tua pericolosa situazione, resa ancor peggiore per il fatto che non comprendi, o non vuoi comprendere, il pericolo. Ti rifiuti semplicemente di usare i mezzi necessari per uscirne”. Maria Antonietta respirò prima di continuare. “Mi dite che avete parlato al re. Questa deve essere la vostra occupazione di tutti i giorni, non solo quando avete domande da fare. Un padre così buono, un principe così buono…”

    Già, si disse la Delfina, soprattutto nella sua condizione di sposa illibata era necessario essere conciliante con il sovrano, guadagnarsi la sua benevolenza,  se voleva vivere a Versailles: e lei lo voleva. Per entrare nelle grazie di Luigi XV bisognava accettare la sua vita privata… Questo desiderava sua madre, anche per il proprio tornaconto. Capiva che le chiedeva di rinsaldare l’alleanza franco-asburgica messa in pericolo dai recenti fatti di Polonia: tale era il potere della du Barry! Maledizione, pensò, ma sentiva il peso della responsabilità.

    La Polonia a quel tempo era travagliata da una guerra civile, cosa che per le grandi potenze quali Russia, Austria, Prussia, rappresentava una ghiotta occasione per arraffarne i territori, a condizione di riuscire a mettersi d’accordo su come spartirsi la torta, senza piombare a loro volta in nuovi conflitti. La Francia, tradizionalmente amica della Polonia, come avrebbe reagito a questo esproprio? Ne avrebbe risentito l’alleanza franco-asburgica?  Preoccupazioni senza risposta per l’avida Maria Teresa d’Austria.

    Maria Antonietta volle parlarne con l’ambasciatore Merci-Argenteau che convocò nel suo gabinetto:

    - La linea che abbiamo adottato nei confronti della Polonia potrebbe suscitare scalpore in Francia – disse Mercy-Argenteau guardandola serio – ma l’alleanza con la Francia deve continuare a essere il pilastro della politica austriaca…
    - E’ come trovarsi di fronte a una crisi familiare… - sussurrò allarmata la Delfina.
    - Esatto… e chi potrebbe appianarla questa crisi?

    Maria Antonietta pendeva dalle sue labbra.

    - Soltanto voi altezza… con l’aiuto dei miei consigli…

    ***
    La notte del 31 dicembre 1771 fu memorabile a Versailles. Aveva talmente nevicato che la fontana di Latona era coperta per intero, tuttavia nel piazzale davanti alla reggia le carrozze continuavano ad arrivare incuranti del cattivo tempo. Ne discendevano mesdames e monsieurs che unendosi agli abitanti del palazzo formavano una piccola città: i presenti quella notte furono migliaia. Ci fu chi disse che le portate del sontuoso cenone fossero quarantotto, chi settantasette. Con precisione non lo sappiamo perché i cuochi, sotto il comando del gran cerimoniere, erano decine e non riuscirono a farsi un quadro preciso della situazione. Nel castello, mirabilmente illuminato, lo champagne scorreva a fiumi sin dalle prime ore della sera. La tavola, lunghissima negli enormi saloni, apparecchiata per un grandissimo couvert, aveva una tovaglia di damasco ricamata in oro, ogni posto  segnato con precisione per rango. Maria Antonietta, la contessa di Provenza, “Madama grossa”, la principessa di Lamballe, madame du Barry, la stessa madame l’Etiquette si preparavano all’evento: l’entrata  in scena tra la noblesse al gran completo, davanti al re. E poi si sarebbe danzato sino a tardi! Per le stanze già echeggiavano le prove dei musicisti e un minuetto alla moda.

    - Altezza reale – disse l’ambasciatore Mercy-Argenteau a Maria Antonietta – ho saputo che madame du Barry sta venendo da voi.

    Lei lo guardò interrogativa: doveva augurargli buon anno? Cercò con gli occhi la contessa di Noailles, la gran maestra della casa: cosa dettava l’etichetta in quei momenti? All’improvviso Madame du Barry apparve: era insieme al sovrano e a uno stuolo di dignitari, sensuale, come raramente può esserlo una donna, ma casta nel sorriso timido incorniciato dai riccioli chiari. Si inchinò davanti alla Delfina.

    - C’è molta gente questa sera a Versailles… - disse Maria Antonietta.
    -  C’è molta gente… - fece eco Madame du Barry.  Sorrise. Accanto a lei sorrise Luigi XV che, prendendola sotto braccio, si allontanò  scortato dai cortigiani.

    “Può bastare per salvare l’alleanza?”  la piccola austriaca, futura regina di Francia, cominciò l’anno con questo quesito. Poi il 21 gennaio 1772 scrisse a sua madre: Non dubito che Mercy vi abbia riferito della mia condotta a capodanno e spero che ne siate contenta. Credetemi, sacrifico tutti i giorni pregiudizi e ripugnanza, purché non mi si proponga nulla contro la mia dignità. Sarebbe stata la disgrazia della mia intera vita un disaccordo tra le nostre famiglie. Il mio cuore è sempre vicino alla mia…

    Si sentiva investita di una missione grande, felice di scoprirsi eroica e messaggera di pace tra i due casati e loro popoli ignari e inferiori.

    In realtà, se Luigi XV non dichiarò guerra a nessuno, era perché la Polonia  non rappresentava un vero problema, altrimenti nulla avrebbero potuto Maria Antonietta e la du Barry. Ma non si può negare che fatti insignificanti e privati come quello qui raccontato, abbiamo un potere enorme: siano inizio della storia, non solo dell’anno in corso, ma di molti altri a venire.

     
  • Come comincia:

    I racconti di Versailles - N. 6

    Agli appartamenti di sua altezza reale si entrava attraverso una olimpica scala di marmo, protetta da un corpo di guardia numeroso e sfaccendato che ingannava il tempo spettegolando, giocando d’azzardo, tenendo a distanza i venditori che, come farebbero oggi firme rinomate, rifilavano a prezzo esorbitante normale mercanzia. Visitatori e corrieri, sbandierando affari imperdibili, riuscivano a intrufolarsi fino all’anticamera della sala pranzo dove uno stuolo di domestici, ciascuno con la divisa che stabiliva la gerarchia delle mansioni, attendevano in attesa di ordini. Mops, l’amatissimo cane di Maria Antonietta, un carlino fulvo e con la coda ricurva che era stata costretta ad abbandonare durante il viaggio verso la Francia e che con grandi proteste si era fatta rispedire a Versailles, correva sul parquet con rinnovato vigore assieme a un suo compagno, libero e viziatissimo,facendo cacca e pipì dove gli pareva.

    La fece anche quel pomeriggio, mentre l’arciduchessa prendeva lezione di canto.

    Quando Madame de Noailles, la dama d’onore, entrando se n’accorse, impietrì: un odore nauseabondosviliva i gorgheggi della pupilla.

    - Altezza! - sussurrò cercando di attirare l’attenzione.

    Gli acuti di Maria Antonietta coprirono la sua voce.

    - Ooooooh! Aaaaaah!
    -Fa diesis, altezza reale! Fa diesis! – disse il maestro al clavicembalo.
    - Altezza! Per carità di Dio… - esclamò disperata Madame de Noailles.

    La musica tacque.

    - Altezza reale, Mops ha mollato qualcosa di… - e turandosi il naso la guardò scandalizzata.
    - Ebbene? - rispose l’altra imperturbabile - Fate provvedere…
    - Sarebbe opportuno che i cani stessero fuori…

    Ma la Delfina, alzando un ciglio, la gelò con lo sguardo.

    Nessuno dei servitori aveva, in effetti, l’incarico di badare agli animali che erano, per questo, veramente sudici. Mops passava il tempo a rosicchiare gli arazzi pregiati che coprivano fino a terra le pareti, grattava il mobilio, strappava la tappezzeria delle poltrone, si rotolava sul pavimento con il figlio del primo valletto e della prima cameriera di Maria Antonietta, due bambini di quattro e cinque anni che si divertivano a rincorrerlo e che, proprio in quel momento, si fecero sulla porta.

    - Venite qui! – li chiamò la Delfina appena li vide.

    Timidi i piccoli avanzarono.

    - Andate a pulire la cacca del cane, prendetela e portatela via.

    I bambini si guardarono incerti.

    - Su… andate! - ribadì imperiosa sua altezza.

    I monelli scattarono chinandosi sotto il tavolo, strisciarono sotto il clavicembalo, sotto le poltrone, ballonzolando raggiunsero una consolle a mezza luna e cercarono di aprire il suo cassetto decorato di foglioline d’oro.
    - Ma dove state cercando, stupidi! – strillò Maria Antonietta.

    Finalmente, in un angolo contro il muro, trovarono gli escrementi, li avvolsero in uno straccio lurido cavato da una tasca e vociando corsero via, fuggendo a piedi scalzi insieme ai cani.

    Facendosi vento con le mani Madame de Noailles, rossa in viso, sembrava stare male: Maria Antonietta osservandola provò piacere, una sorta di inconsapevole rivalsa per la sottile violenza che le infliggeva la gran maestra della casa con la pretesa di stenderle un tappeto di fiori.

    Sacerdotessa dell’etichetta, delle sue regole e delle buone maniere, che esercitava con portamento altero, severità, compita freddezza, Anne Claude Laurence contessa di Noailles, era totalmente assorta nel ruolo, al quale dava importanza assoluta perché rappresentava per lei l’apice di quella grandezza che la sua famiglia, attraverso intrighi abilissimi, aveva raggiunto a corte.L’ incontro tra la Delfina e Madame de Noailles, o meglio Madame l’Etiquette,come era stata soprannominata da Maria Antonietta, era avvenuto all’isola delle Spezie, durante la cerimonia del commiato, il giorno che la piccola austriaca era stata ufficialmente accolta in territorio francese. Allora Maria Antonietta di slancio le aveva teso le braccia, ma l’altra si era scansata perché il cerimoniale prevedeva che per primo l’abbraccio spettasse a suo marito, il conte di Noailles. Da quel momento Madame l’Etiquette non aveva smesso di tallonarla da vicino, tormentandola sul modo con il quale salutare il tale o il tal altro: quando fare un cenno con la testa, quando inclinare il busto, quando, in caso di una principessa di sangue, far l’atto di alzarsi restandoseduta;quando destreggiarsi con lo strascico dell’abito, quando gli inchini prescritti,quando la riverenza che doveva essere secondo i maestri “umile, graziosa e nobile”. Una serie di regole rigide e faticose, un formalismo incredibile che cozzava con l’abituale cattiva igiene etrasandatezza di Versailles. Una schiavitù che la Delfina mal sopportava, anche perché a Schonbrϋnn non si era mai applicata.

    - Altezza, sono sconvolta… non dovreste permettere ai vostri animali tutte queste libertà! - esclamò Madame l’Etiquette, quando si riebbe dallo shock.
    - E perché no? Io amo i cani, per me hanno i nostri stessi diritti…- poi rivolta all’insegnante di musica Maria Antonietta fece cenno di chiudere il clavicembalo- abbiamo finito…potete andare.
    - Ma altezza reale… - le corse dietro la gran maestra della casa.
    -Pensavo un giorno di farmi scolpire teste di cagnolino sui braccioli delle sedie, non lo trovate originale? – rise la ragazzina uscendo dalla sala.

    La formale Madame de Noailles, ferita nell’amor proprio, allargò gli occhi offesa.

    ***
    Si alzava una tersa mattina, fredda come un lago all’alba, nel boudoir della Delfina il fuoco era stato acceso.Dopo la vestizione alla presenza di tutti, durante la quale aveva sentito la pelle accapponarsi per gli spifferi gelati, era grata di poter sedere al caldo.

    Vestirsi un’esibizione faticosa, che il cerimoniale rendeva in certi casi un supplizio. Le dame consideravano l’atto di porgere i panni alla futura regina un onore che sottolineavano con estrema lentezza e che difendevano con le unghie e con i denti: da sola l’arciduchessa non avrebbe potuto indossare alcun indumento, così stava mezza nuda per un tempo interminabile.Madame l’Etiquette aveva ispezionato la biancheria preparata dalla prima cameriera e solennemente l’aveva offerta alla Delfina. Poi aveva esibito il bustino di stecche di balena.

    - No Madame! Sapete bene che non lo sopporto! – aveva protestato la giovinetta.
    - Altezza reale oggi è domenica… c’è il grand couvert… molti verranno a vedere il vostro pranzo, l’abbigliamento dovrà essere perfetto…
    - Non insistete… ho detto che non lo sopporto!

    La gran maestra della casa aveva alzato gli occhi al cielo rassegnata, come a chiedere perdono.

    Ora, seduta davanti al bureau a cilindro, il suo angolo privato, Maria Antonietta gustava finalmenteun momento di relax: leggeva, per la terza volta e con grande gusto, la lettera di sua madre.Avrebbe voluto poterla toccare, sentire il suo calore, il pensiero che quel foglio fosse stato tra le sue mani le dava sollievo. Quando vivevano insieme pensava di essere trascurata, era gelosa della sua predilezione per “Mimi”, la sorella Maria Cristina, ma la separazione aveva reso il legame più forte.

    Gli occhi le si velarono scorrendo le frasi che portavano la data del 6 gennaio 1771:

    Madame mia cara figlia

    … Ieri il corriere ci ha portato la notizia della disgrazia di Choiseaul. Riconosco di esserne stata colpita: nella sua condotta non ho visto che onestà, umanità e attaccamento all’alleanza, per il resto non voglio entrare nelle ragioni del re, e voi ci entrerete ancora meno. Spero che il re lo rimpiazzi e che i suoi successori meritino la nostra fiducia. Non dimenticate che la vostra attuale sistemazione è stata opera sua e di dovergli della riconoscenza. Ora più che mai avete bisogno, figlia mia, dei consigli di Mercy e dell’abate Vermond che, sapendo la sua onestà, avrà sicuramente avvertito il colpo;ma voinon lasciatevi indurre in alcuna fazione, restate neutrale in tutto, fate a ciascuno il saluto dovuto, fate ciò che fa piacere al re ela volontà del vostro sposo. Fate buone letture, sono più necessarie di qualsiasi altra cosa… soprattutto in inverno non va messa da parte questa risorsa… incaricate l’abate Vermond di farmi conoscere tutti i mesi a cosa vi siete applicata e cosa contate di cominciare… Mi raccomando di essere riservata su tutto, di non concedervi alcuna confidenza o curiosità, se volete conservare tranquillità e approvazione generale… Sono incantata dai balli che si danno davoi e che fanno gran bene al Delfino…

    Maria Antonietta sospirò e ripose la lettera in un cassetto del bureau che chiuse a chiave. Non aveva capito granché del motivo che aveva spinto Luigi XV a esiliare il duca di Choiseaul, colui al quale doveva il matrimonio, colui che aveva fatto molto per l’alleanza tra Francia e Austria. La sua caduta le spiaceva perché decretava il trionfo della favorita del re, la scandalosa du Barry, e dei suoi alleati.Nonché il ridimensionamento di persone avverse a quella fazione, membri del suo entourage, come la contessa Du Grammont, sorella del duca. Più in là dei piccoli drammi delle persone vicine, l’adolescente Delfina non vedeva, sentiva le problematiche politiche astruse e lontane, non la riguardavano ed era sicura non potessero esistere situazioni di insoddisfazione: i reali in quanto divini non sbagliavano mai. Si occupava solo di sé stessa e considerava normale essere la prescelta, un dono che il signore aveva fatto al popolo,da coltivare e difendere.

    Invece, proprio in quel periodo, Luigi XV aveva questioni gravi: la Francia andava incontro a una crisi fiscale, bisognava imporre nuove tasse perché il tesoro era sull’orlo di una bancarotta. Il sistema tributario aveva necessità di una riforma, ma questa era impossibile perché l’autorità del sovrano era tenuta in scacco dai parlamenti locali, dove la nobiltà pretendeva di avere il veto sugli editti del re. Ogni volta che i ministri reali cercavano di fare pagare le tasse ai nobili i parlamenti insorgevano: Choiseaul, che appoggiava questi parlamenti,aveva ovviamente perso il posto. Per dirla in parole semplici: monarchia e aristocrazia erano impegnate in una lotta per il potere all’ultimo sangue. Venire a patti non era facile e fu uno dei tanti aspetti che, tra gli altri, diciotto anni dopo sfociarono nella rivoluzione.

    “Mia madre vorrebbe che leggessi, ma non c’è tempo” - pensò Maria Antonietta e guardò il pendolo: doveva andare, farsi preparare per il trucco, presenziare alla cerimonia del pranzo, il grandcouvert - “chissà cosa dirà Madame l’Etiquette quando vedrà che ho invitato la principessa di Lamballe”…

    ***
    Il grand couvert, o pranzo pubblico, era un avvenimento al quale, nei giorni di festa, chiunque fosse vestito decentemente, poteva andare a curiosare. L’etichetta voleva che gli uomini portassero la spada, ma per chi non ne disponeva ce n’era sempre una pronta ai cancelli della reggia, così come oggi chi entra al Parlamento, se non ha la giacca, può farsela prestare. Il pranzo dei reali era considerato una visione talmente appetibile che per le scale di Versailles gli spettatori correvano da una all’altra ala del palazzo per non perdere gli spettacoli in atto: il pasto di Luigi XV, di Maria Antonietta e Luigi Augusto, delle signore zie, del conte di Provenza e di Artois, fratelli del futuro Luigi XVI, che avevano residenze separate. In quei momenti i sudditi erano lune che giravano intorno al sole e vivevano di luce riflessa, così come il duca di Choigny,che aveva il compitodi porgere la candela al sovrano durante la cerimonia del coucher, si sentiva risplendere in quell’atto servile perché lo metteva vicinissimo al suo signore.

    Al grand couvert della Delfina e di Luigi Augusto quel giorno erano stati invitati i fratelli di Luigi e la principessa di Lamballe che Maria Antonietta aveva conosciuto, all’inizio del carnevale, a uno dei balli che la gran maestra dava nei suoi appartamenti, compito per il quale veniva strapagata. Madame l’Etiquette era gelosa di tutto l’entourage della pupilla, ma in particolare della principessa di Lamballe, perché aveva capito come fosse entrata nel cuore della sua protetta.

    Quando Maria Antonietta apparve in sala insieme al Delfino, gli altri commensali erano già a tavola, Madame l’Etiquette, inginocchiata su uno sgabello con il tovagliolo su un braccio, con accanto quattro dame ad assisterla, ispezionava con gli occhi gli ufficiali della bocca per dare disposizioni. La sua posa pietrificata fu per l’arciduchessa motivo si ilarità:

    - Rilassatevi Madame – commentò sedendosi.

    Madame l’Etiquette la fulminò con un’occhiata, “piccola austriaca incolta” pensò ricordando come tempo prima, scivolata sul pavimento sopra il panier, le avesse chiesto: “Quando una dama va per terra col sedere che si fa?”. D’altro canto, l’impertinenza di Maria Antonietta non era ben vista da nessuna signora anziana, la sua diversità, l’appartenenza a un casato straniero, erano di ostacolo a corte. Proprio per questo la Delfina sentiva il bisogno di un’amica vera e la principessa di Lamballe, per niente intrigante, timida, arrendevole, più grande di sette anni, decantata per la purezza, vedova infelice di un dissoluto discendente di Luigi XIV prematuramente morto,sembrava la più adatta.

    - Angelo mio – disse Maria Antonietta rivolta alla Lamballe – ho saputo che il caso di Mademoiselle de Lorraine è arrivato sino a Luigi XV…
    - Sì, è stato un grande scandalo…il sovrano ha risposto che se Mademoiselle dovesse aprire il ballo questo non creerà nessun precedente e non ha ancora dato disposizioni…

    Bisogna sapere che quello di aprire iballi a corte era un grande privilegio e l’etichetta voleva che ciò toccasse alle duchesse. La madre di Mademoiselle de Lorraine, contessa lontanamente imparentata con gli Asburgo-Lorena, per promuovere la figlia aveva premuto perché si facesse un’eccezione al cerimoniale epotesse iniziare il minuetto: insomma una cenerentola in carne ed ossa che tentava la scalata sociale. Ma l’avanzamento mondano di Mademoiselle di Lorraine era sembrato una tale minaccia all’ordine costituito che l’arcivescovo di Reims e il Vescovo di Noyon furono obbligati aprotestare presso Luigi XV.
    - Al re questo da molto fastidio – s’intromise il conte di Artois, il più giovane dei nipoti, che non ancora quattordicenne era sveglio in queste cose – cerca di lavarsene le mani ma gliene parlerò…la soluzione sarebbefar aprire le danze a Mademoiselle senza offendere gli altri…
    - E come? - domandò ansiosa la principessa di Lamballe.

    Maria Antonietta sapeva che quello era un pasticcio architettato dal suo ambasciatore Mercy-Argenteau per favorire gli alleati. La madre di Mademoiselle de Lorraine era stata amante del duca di Choiseul e l’imperatrice Maria Teresa avrebbe visto di buon occhio la promozione di qualcuno che veniva da uno dei tanti rami del suo casato. Non potendo prendere posizione, cercò di capire il punto di vista di chi le stava intorno.

    - Non avete nulla da dire in proposito? – chiese al marito.

    Assorto in un’animata discussione sulla caccia con il conte di Provenza, l’altro fratello ancora più grasso e più sgraziato di lui,Luigi cadde dalle nuvole:

    - Perdonatemi, non ho sentito…

    Infastidita si voltò e ripose la domanda alla gran maestra:

    - Voi cosa dite?
    - Sia fatta la volontà del re – rispose Madame l’Etiquette, ma in cuor suo ritenevaignobile che una ragazzina viziata, appena arrivata lì, potesse favorire i parenti anche a costo di trasgredire le regole di Versailles.

    ***

    All’imbrunire del giorno fissato per il ballo si videro le duchesse ferite nell’orgoglio, giovani e meno giovani, aggirarsi intorno alla corte in abiti informali, nonostante i preparativi per le toilettes della sera richiedessero molto tempo.Avevano minacciato di disertare la festa.Qualcuno se ne andò in giro canticchiando un motivetto nato lì per lì …

    Sire i grandi alle vostre danze
    vedranno con immensa pena
    un’umile principessa di Lorena
    aprir senza pudor le maestranze.

    Nell’imbarazzo generale, il ricevimento iniziò con un paio d’ore di ritardo, quando la maggior parte degli invitati si decise finalmente a prendervi parte. Sebbene l’inverno non fosse finito e i vasti appartamenti, a dispetto di camini e bracieri, fossero gelati, gli ospiti che erano una moltitudine riuscirono a scaldare con i loro corpi il salone delle feste. Dappertutto fruscio di raso e velluti, bisbigliare di voci, piacevoli accordi di clavicembali e viole amplificate  all’acustica. Dappertutto l’odore inconfondibile di Versailles: quello della cipria e della pomata che serviva a fissarla. Poi, allo scoccare della fatidica apertura del minuetto, un silenzio glaciale.

    Si levarono le prime note e sembrarono eterne. Mademoiselle di Lorranine avanzò in un grazioso abito rosa e amaranto sostenuto da un voluminoso panier: cenerentola avversata, ora splendeva di rivalsa. Un volteggio, un grazioso inchino. Tornò al posto con la soddisfazione stampata in volto tra la costernazione generale. Subito dopo si vide il conte di Artois, il più agile e bello dei rampolli reali, invitare una duchessa e condurla sulla scena. Un passo, due, tre. Via col minuetto. A quel puntoun sospiro di sollievo si diffuse: “Anche se balla per secondo, un membro della famiglia del re
    è infinitamente più illustre di una Mademoiselle qualsiasi- pensarono tutti i nobili importanti – dunque questa messa in scena è solo una bizzarria, un’infrazione al cerimoniale senza conseguenze”…

    Fu così che la vittoria di Mademoiselle de Lorraine venne a mancare e tra il plauso generale si ritornò all’ordine costituito: l’etichetta continuò a stabilire caste e gerarchie, il rango trionfò, le differenze tra gli uomini furono esaltate, la meschinità fu scambiata per grandezza. E la vicenda di Cerentola tornò al regno di legittima appartenenza: quello trasgressivo e incantato dei sogni.

     
  • Come comincia:

    I racconti di Versailles - N. 5

    Entrando in sala da gioco al castello di Fontainebleau dove la corte si era trasferita Mercy-Argenteau vide la Delfina alle prese con il cavagnol, una sorta di lotto del quale era appassionata. Maria Antonietta accorgendosi di lui gli fece ansiosamente cenno.

    - Avete delle nuove? – chiese, quando l’ebbe raggiunta
    - Lasciate il gioco e seguitemi.

    L’ambasciatore la condusse in una sala appartata, con esasperante lentezza frugò in una tasca interna dell’abito e trasse una busta che con solennità depose tra quelle mani infantili.

    - Gott sei dank!* - esclamò Maria Antonietta ed eccitata corse a sedersi su una poltroncina.

    Il fidato Mercy le aveva portato una lettera dell’imperatrice madre: che gioia quelle parole, come scaldavano il cuore, prediche sagge! Geniale Mercy che riusciva a far recapitare la corrispondenza più riservata senza essere intercettato e in brevissimo tempo.

    Appoggiato a uno stipite della porta il diplomatico osservava sua altezza. Claude Florimond, conte di Mercy-Argenteau, dopo il matrimonio tra Maria Antonietta e Luigi Augusto, era riuscito a mettere in piedi per l’imperatrice Maria Teresa un’organizzazione postale che aveva del miracoloso: in tempi di spie al soldo di chiunque i canali normali non permettevano segreti, lo stesso Luigi XV e i suoi ministri avevano seminato informatori in tutta Europa, ma i corrieri austriaci e ungheresi reclutati dall’ambasciatore sapevano astutamente eludere ogni controllo, così diventava possibile scriversi con confidenza e sincerità.

    La delfina scorreva le parole materne del 2 dicembre 1770: “Andare a cavallo. Fate bene a pensare che a quindici anni non lo approverò mai. Le vostre zie lo hanno fatto a trenta…. Montare a cavallo guasta la carnagione, la vostra corporatura alla lunga ne risentirà… E’ pericoloso e cattivo se si portano in grembo dei bambini, cosa cui siete chiamata, cosa da cui dipende la vostra felicità… Promettetemi che non andrete mai a caccia a cavallo…”

    Lesse fino alla fine. Caccia a cavallo? Se ci aveva provato era per piacere al marito, per condividere con lui qualcosa. Da che si erano sposati Luigi cercava di far fuori il cinghiale due o tre volte a settimana, saputo che prima accadeva più di rado era rimasta senza parole. Erano così diversi: Maria Antonietta aveva orecchio per la musica, volentieri prendeva lezioni di clavicembalo, amava il canto, la danza, la recitazione al punto da fantasticare un palcoscenico solo per lei, si divertiva ai balli in maschera, portava parure e abiti sfarzosi, ma in quelle occasioni lui si annoiava e se non sbudellava qualche animale si rinchiudeva a leggere. Pericoloso cavalcare se si è incinte? Non rischiava certo di mettere al mondo eredi! Sospirò e piegò la lettera nascondendola nel corsetto.

    - Grazie.

    L’ambasciatore esitò.

    - Posso fare altro?
    - No, avete già fatto tanto...

    Certo un figlio non poteva metterlo al mondo da sola, mica era colpa sua: perché toccava sempre alle donne essere ripudiate? Quell’idea la dispose al cattivo umore: il gioco l’aveva stancata, meglio ritirarsi. Si rese conto che Luigi dormiva da troppi giorni sul lato opposto della reggia, la sistemazione della camera comunicante con la sua era interminabile come il maglione che sferruzzava per il nonno: come mai?

    Non sarebbe stato facile quella notte prendere sonno, chiarirsi necessario. Ma attraversare il castello le metteva paura, i corridoi al buio, la galleria, apparivano spettrali: si sarebbe fatta accompagnare da madame Campan, così discreta.

    - Madame – le disse – portatemi da Monsignore il Delfino…

    Madame Campan la guardò interrogativa.

    - Accompagnatemi ho detto…
    - Subito altezza!
    Centinaia di stanze a Fontainebleau di cui molte disadorne e in ristrutturazione, i camini spenti in quel gelido inverno facevano apparire senza vita una parte del palazzo. Raccolse la mantella intorno al corpo mentre Madame Campan, preceduta dal guardiano con la torcia, chiedeva al valletto di camera di annunciare l’arciduchessa a Monsignore. Maria Antonietta aveva freddo e soprattutto era in ansia: spronata dalla lettera della madre stava facendo forza a se stessa. Difficile problema per i suoi quindici anni, ma il regno da ereditare aveva otto secoli: doveva. Percependo tensioni misteriose per difesa andava all’attacco.

    Il valletto fece passare. Luigi le venne incontro e con lo sguardo ordinò di essere lasciato solo. Sembrava sulle spine, accanto alla moglie la sua timidezza si accentuava.

    - Accomodatevi Madame, come mai a quest’ora? Credevo foste al gioco…
    - Volevo dirvi delle cose importanti.

    Lui raschiò la gola. Antonietta esordì con calma disperata:

    - E voi? Come mai non venite a giocare? Cosa fate qui tutto il tempo?
    - Io? Io… - si confuse Luigi – sto studiando delle carte…
    - Carte di cosa?
    - Geografiche…
    - Geografiche?
    - Non vi ho mai fatto vedere la Descrizione della foresta di Compiégne?
    - L’avete fatta voi, lo so, ma… io volevo sapere altro… come mai vi siete sistemato così lontano? – non c’era astio nella sua voce piuttosto un’afflizione che non poteva essere repressa - Siamo a Fontainebleau da settimane e la vostra camera, quella che comunica con la mia, è sempre sottosopra… ve ne state quaggiù e non mi degnate di una parola…

    Aveva le lacrime agli occhi e il delfino la fece accomodare in poltrona:
    - Vi prego Madame… pensavo che stare separati ci facesse bene…
    - Bene? – allargò gli occhi smarrita
    - Certo, lo dice monsieur de La Vauguyon…
    - Il vostro tutore dice questo?
    - Dice che i bambini nati da un padre troppo giovane sono di costituzione delicata e muoiono presto… dice che il padre stesso si espone al rischio di divenire un libertino…

    Maria Antonietta sentì girare la testa, non sapeva se quelle argomentazioni avessero fondamento, ma Mercy-Argenteau l’aveva messa in guardia dal tutore.

    - I bambini muoiono e voi diventate un depravato? – arrossì – mia madre dice tutto il contrario, dice che sono fonte di felicità… e mia madre é una persona che si preoccupa molto di voi e di me…
    - Non ne dubito – trasalì Luigi

    Il tono della Delfina ora era sospettoso:
    - Ma è La Vauguyon che si occupa della sistemazione delle stanze?
    - Sì, perché?
    - E non è strano che proprio la vostra non sia ancora pronta? Ne avete parlato a vostro nonno?
    - Per carità, no! Il re non deve entrarci in queste cose… vi prego!
    - Bisogna parlargli invece, bisogna sapere se La Vauguyon ha ragione… a me dicono il contrario….

    I due sposini al centro di un enorme potere, di equilibri delicatissimi per la pace tra gli stati, di fortune economiche incalcolabili, erano pedine sullo scacchiere politico e la loro unione poteva influenzare positivamente o negativamente questo o quel partito: così sulla loro pelle per tornaconto personale venivano architettati i più impensati intrighi.
    C’era ad esempio il duca di Choiseaul, artefice di quel matrimonio che consolidava l’alleanza tra Francia e Austria, che nel successo della relazione leggeva il proprio trionfo e la propria lungimiranza diplomatica. All’opposto il duca di La Vauguyon detestava tanto gli austriaci quanto gli choiseaulisti, i quali ricambiavano definendolo “furbo, cattivo e bacchettone”. L’ambasciatore Mercy-Argenteau aveva tentato di aprire gli occhi alla sua pupilla sulle brame del tutore quando La Vauguyon, divenuto primo gentiluomo di camera e sovrintendente della casa del Delfino, aveva piazzato intorno a sé solo persone di strettissima fiducia cercando di fare altrettanto con l’entourage dell’arciduchessa all’unico scopo di dominarla, tal quale succede oggi in tutti i luoghi di potere. Così la Vauguyon era riuscito a far ritirare all’abate Vermond, precettore di Maria Antonietta, il diritto di confessarla. Aveva poi cercato di metterle accanto come dama la propria nuora, cosa a cui la Delfina si era opposta e il suo infelice marito, combattuto tra il desiderio di piacere alla moglie e di non dispiacere al tutore, si era comportato da perfetto Ponzio Pilato. Dopo avere tentato invano di estendere la sua influenza su Maria Antonietta il duca di La Vauguyon accarezzava ora l’idea di un ridimensionamento dell’ austriaca, finanche di un ripudio, cosa che gli avrebbe dato un prestigio enorme e avrebbe decretato il suo trionfo sulle fazioni avverse.

    I disastrosi consigli propinati da La Vauguyon per “educare” Luigi nascevano dunque, questa volta come altre, da una volontà manipolatoria dalla quale persino i re sono obbligati a difendersi.

    Quando Maria Antonietta, con decisione e coraggio, riferì tutto a Luigi XV, il Beneamato si adirò: non ebbe dubbi che si trattasse di un intrigo, che ci fossero persone capaci di comprarsi la complicità dei muratori per ritardare i lavori e qualcuno mirasse a guadagnarci dal fallimento del matrimonio dei nipoti. Fece una sfuriata e, come per incanto, la ristrutturazione della camera terminò in una sola settimana. I due sposini presero così a dormire nello stesso letto, sebbene lui lo facesse solo per dovere e, dopo essersi piazzato accanto alla moglie, a volte scivolava nel sonno senza averle rivolto la parola. Maria Antonietta pur sentendosi a disagio, continuando a chiedersi cosa ci fosse che non andava in lei, era tuttavia contenta di essere riuscita a salvare a Fontainebleau almeno le apparenze.

    Il giorno che tornarono a Versailles il Delfino tirò un sospiro di sollievo: poteva riprendere le solite abitudini, essere meno notato se stava solo, isolarsi a leggere in santa pace, ricominciare il lavoro con mastro Gamain, il fabbro specializzato in serrature e chiavi che gli stava insegnando il mestiere e nella cui officina aveva allestito un comparto tutto suo. Luigi ci aveva messo una forgia, un banco, due incudini, un’abbondanza di martelli, pinze e strumenti utili. Gli piaceva la bottega di Gamain con quell’ odore particolare di ferro, di fuoco, di ruggine, di limatura, la sua umidità e il calore, la duttilità dei metalli, il fornello che li arroventava.

    Gamain sorvegliava il suo apprendista con severità.

    - Maestà che cavolo combinate?! - protestava di fronte all’imperizia e alla goffaggine del ragazzo - Questa è una chiave, una chiave… avete presente la differenza tra una chiave e una brioche? Stile ci vuole, il colpo esatto… state facendo un disastro!

    Sua Altezza ricominciava diligente. Arroventare e fondere. Un colpo, due colpi. Con aria di compatimento Gamain gli toglieva l’attrezzo dalle mani per mostrargli quale fosse la vera classe.

    - Ecco vedete? Così si fa! Ora sta diventando una chiave… sennò è una focaccia…

    L’allievo guardava, taceva e apprendeva.

    - Cristo! Avete capito come si fa o no? – insisteva burbero Gamain - Provate e metteteci attenzione!

    Docile sua Maestà ricominciava. A Luigi piaceva forgiare: con le pinze deponeva il blocchetto incandescente sull’incudine e poi lo martellava, lo vedeva scintillare, gemere, spasimare tra le sue mani. C’era un rapporto erotico con quel lavoro, una sensualità che non riusciva a sfogarsi in altro modo, un’aggressività che si scaricata a colpi di fatica e sudore. Quando stremato andava a letto dormiva profondamente. E tutto ciò era la sua salvezza, la difesa inconscia da una depressione antica che il matrimonio aveva aggravato.

    Il duca di La Vauguyon, dopo l’imbarazzante intermezzo di Fontainebleau, era in rotta con Luigi ma cercò di riguadagnare terreno presso Maria Antonietta che in fondo non lo odiava, semplicemente non si fidava di lui. Lei era gentile , formalmente disponibile e fingeva di ascoltarlo: nei fatti era rovinato perché quello che diceva non era più autorevole. Un pomeriggio, alla fine della lezione di clavicembalo della Delfina, La Vauguyon esclamò:

    - Maestà suonate in maniera incantevole… anche vostro marito dovrebbe applicarsi… ho cercato più volte di spronarlo ma senza risultato…
    - Luigi non è adatto a queste cose… sarei già contenta che volesse prendere qualche lezione di danza…

    La Vauguyon, fatto tesoro del suo desiderio, si recò dal marito credendosi portatore di chissà quali opportunità:

    - La danza? Cosa volete che mi importi della danza! - ribatté Luigi infastidito - vi pregherei da oggi in poi di non mettere più bocca nei miei affari privati…

    L ‘altro constatando la sua stella in discesa pensò che stava invecchiando.

    - Siete strano maestà – sibilò tuttavia livido – preferite le serrature e i catenacci... vi sembrano lavori degni di un re?
    - Non ricominciamo! E poi mio nonno, non amava cucinare? Non lavorava l’avorio, il legno di rosa, con mademoiselle Maubois?

    La Vauguyon si sentì messo all’angolo e non osò replicare.

    Il Gran Canale, bacino a forma di croce lungo un chilometro ai piedi della reggia, dove con il bel tempo si svolgevano feste solcate da gondole, negli inverni più rigidi ghiacciava: dall’alto e da lontano lo si ammirava dentro il parco come un vassoio lucido. La vegetazione, di un verde più cupo, grondava di neve che avvolgeva le statue.

    Dopo una cavalcata Luigi, tornando verso il castello, ammirò quei boschi: gli davano un senso di vertiginosa libertà, quella che non aveva. E d’improvviso gli venne in mente La Vauguyon, quando gli faceva lezione con aria ispirata quasi fosse Socrate. Una conversazione nella quale squillavano i concetti di liberté, egalité: “La libertà è uno dei diritti degli uomini, il governo è stato stabilito per conservarla”. Ma gli sembravano vuote quelle frasi visto che il suo tutore aveva impiegato tutte le energie per limitare la libertà degli altri. Si arrestò, guardò una scultura della fontana di Latona: un contadino trasformato in ranocchia, il getto che schizzava dalla sua enorme bocca era ghiacciato e disegnava nell’aria una curva: “stalagmite ”, rifletté. Amava tutto quello che era natura, geografia, calcolo, misurazione. Quando La Vauguyon aveva assecondato questa sua inclinazione gli aveva voluto bene, ma solo allora. Se fosse stato possibile, pensava confusamente ora, avrebbe appreso un mestiere nel campo della cartografia o dell’ingegneria o delle scienze naturali, se diventare re non fosse stato il suo dovere. Rammentò che veniva condotto ogni mercoledì e sabato dal tutore e fu contento che quei tempi fossero finiti. Gli era arrivato all’orecchio come La Vauguyon avesse soprannominato lui e i fratelli con quattro effe: Borgogna “il fine”, Provenza “il falso”, Artois “il franco” e lui “il fiacco”. Dunque non lo stimava? Che andasse al diavolo!

    Di colpo un ricordo solleticò la sua ilarità al punto che, vedendolo sorridere, uno scudiero chiese meravigliato:
    - Avete visto qualcosa Monsignore?
    - Ero soprappensiero…

    Gli erano tornate in mente le Massime morali e politiche tratte da Telemaco sulla scienza del re e la felicità del popolo. Il romanzo Le avventure di Telemaco che Fenelon pubblicò a Parigi nel 1699 per istruire l’erede al trono del Re Sole, ispirato al viaggio di Telemaco nell’Odissea, oggi appare ingarbugliato e noioso ma allora presso l’intelligentia di corte era considerato un capolavoro pedagogico. Delle massime tratte dal Telemaco Luigi Augusto stampò 25 esemplari che con grande orgoglio corse a distribuire a tutta la famiglia e ai dignitari più importanti. Il testo conteneva una critica severa dei sovrani moralmente indegni che col cattivo esempio mettevano in pericolo la regalità, nella quale Luigi XV si era pienamente riconosciuto.

    Presto chiamò a se il nipote.

    - Signor Delfino – sibilò quando il bambino gli fu di fronte – con questo tipo di lavori avete chiuso, toglietevi dai piedi!

    La Vauguyon indirettamente, rifletté fra se Luigi, era riuscito a rompere le scatole persino a suo nonno!

    Antoine Paul Jacques de Stuer, di Quelén e di Cassade, conte e poi duca di La Vauguyon, marchese di Saint-Mègrin, era nato nel 1706 a Tonneins, una cittadina adagiata su bastioni di roccia a picco sulla riva destra della Garonna. Il suo viaggio dalla provincia a Versailles era stato lungo settecento chilometri, la sua marcia verso il potere facilitata, oltre che dal caso, da un insieme di caratteristiche psicologiche che anche oggi servono al successo: benché si professasse religioso e appartenesse al partito dei devoti, dietro le apparenze era interessato, privo di scrupoli, determinato, forte, maligno, oltremodo adulatore, presuntuoso e furbo ma, di conseguenza, poco intelligente. Da qui, dopo una carriera nell’esercito, gli si spalancarono le porte ambite della corte. Ambiente a cui si sentiva destinato tanto da credere lui stesso alla favola che si era inventata: una parentela di sangue coi Borboni. Anche gli uomini di smisurata avidità non possono però sfuggire alle leggi universali che rendono ciascuno uguale all’altro.

    Quel giorno Luigi Augusto stava rientrando dalla caccia. Aveva fame e non vedeva l’ora di arrivare. Il bottino era ricco di selvaggina, pensava a quelle carni succulente. Si stupì quando al cancello vide la servitù gesticolare concitata nella sua direzione. Preoccupato accelerò il passo chiedendosi cosa fosse successo. Sulla porta smontò da cavallo. Maria Antoniettà gli andò incontro, gli prese la mano e disse:

    - Monsignore un attimo di ritardo e non avreste più fatto in tempo…
    - Per che cosa?
    - Gli hanno appena dato l’estrema unzione…
    - A chi?
    - Al duca di La Vauguyon…

    Luigi rimase in silenzio. In cielo si sentì un corvo gracchiare.

    - Avete dimenticato quando origliava alle nostre porte? – chiese alla moglie
    - Ormai se ne sta andando… - ribatté lei turbata.

    Luigi provò un senso di irrealtà e di vuoto, si sentì vacillare ma non fece un passo.

    - Andate da lui Monsignore – insisté Maria Antonietta.


    A un tratto gli parve che le sue gambe avessero un moto di ribellione:

    - Non voglio – rispose duro - fate preparare la cena.

    E si allontanò, senza versare una sola lacrima, in direzione contraria. Non molto dopo Antoin Paul Jacques de Stuer, di Quelén e di Cassade, conte e poi duca di La Vauguyon, marchese di Saint-Mègrin, portò nella tomba quei titoli nobilari che i maligni dicevano si fosse affibiati da solo avendo fatto parte dell'istituto che assegnava onorificenze e signorie: era il 4 febbraio 1772.

     

    * Gott sei dank = Dio sia ringraziato!

     
  • Come comincia:

    I racconti di Versailles - N. 4

    Maria Antonietta sbadigliò cercando di aprire un occhio gonfio di sonno, il sole riflesso nella specchiera l’accecò per un attimo.

    - Chiudi le tende, per carità! – strillò alla cameriera che arieggiava la stanza.
    - Sono le nove, altezza, non vi alzate?
    - Non di colpo… lasciami prendere fiato…
    - Madame, le signore zie…
    - Le signore zie, le signore zie… - disse stizzita la Delfina sedendosi di scatto, buttando indietro  il copriletto fucsia per scendere dall’enorme letto.

    - Madame, vi prego… – le corse dietro la giovane – eccovi la toilette…
    - Scheiße… - bofonchiò Maria Antonietta. - Prego?
    - Scheiße!

    L’altra la guardò interdetta. La Delfina rise pensando che poteva pronunciare quella parola  e che mai avrebbero saputo che in tedesco significava merde: libidine infinita! Come quando da bambina usava con Carolina, la sorella più cara, un linguaggio cifrato e nessuno ne carpiva i segreti.

    - Scheiße… - disse ancora, ma più pacatamente, ormai sottomessa al rituale quotidiano.

    Arrivò la colazione: latte di mucca appena munto, schiumoso, in una tazza di porcellana con le sue iniziali. Lo bevve sbocconcellando croissants appena sfornati per lei. Passò velocemente alle preghiere raccogliendosi in silenzio: i ricordi di Hofburg e di Schönbrunn le trafissero lo sterno. Erano trascorsi pochi mesi da che aveva lasciato Vienna e la separazione doleva. In Francia era chiamata con distacco “l’austriaca”. Di questo, in fondo, provava orgoglio ma la sua, pur invidiabile, nuova condizione aveva un caro prezzo: a Versailles cercava di sentirsi in famiglia senza riuscirci. Chissà se avrebbe finito per abituarsi. Quindici anni! La vita sembrava lunga e lenta. Si alzò facendosi il segno della croce.

    - Andiamo – disse e le cameriere le fecero strada aprendo una porta mimetizzata nella tappezzeria, con una chiave segreta, quella dei corridoi particolari del castello, dono che le figlie di Luigi XV avevano fatto a Maria Antonietta appena arrivata. Con quella la Delfina, senza essere vista ne seguita, poteva raggiungere le stanze delle zie, anche se solo madame Vittoria l’aveva con affetto autorizzata a trattenersi. Entrando nell’appartamento di tante Vittoria, la Delfina le vide tutte e tre sedute sul divano.

    - Bonjour mesdames tantes – sorrise con un inchino grazioso.
    - Bonjour cherie.

    Uno dei luoghi più belli del castello, un tempo il bagno del re Sole. Maria Antonietta apprezzava il caminetto di squisita fattura, di un marmo così denso e scuro da avere riflessi azzurri se c’era una certa luce. Spazioso, elegante, di una sobrietà raffinata: poltroncine chiare, divanetti essenziali, lampadari come ghirlande. Sedette osservandole in silenzio.

    Le mesdames di Francia, tre grassocce zitellone oltre i quaranta, precocemente invecchiate, si aggiravano come scuri uccelli per la corte, intrigando e lavorando a maglia. Alla nipote avevano insegnato l’uncinetto, col quale tentava di fare per il nonno un panciotto che non riusciva a terminare. Un tempo il Beneamato trascorreva la mattina con le figlie preparando loro il caffè e le zie andavano ogni sera a trovare il padre. Alle sei, l’ora in cui al re venivano tolti gli stivali, indossavano enormi paniers, giubbe ricamate d’oro, mantelli di nero taffetas e sfilavano con cavalieri, dame, paggi, scudieri, guardiani con potenti fiaccole, per corridoi e scale. Il pigro palazzo sembrava animarsi per incanto. Attraversavano il salone di Venere, quello di Diana con gli imperatori, il trono in porpora solenne, scintillavano le fiamme negli specchi della galleria e finalmente la grande camera dove la corte assisteva alle intimità del sovrano. Lì, quel Dio onnipotente, avanzava poggiando le labbra sulla loro fronte per deporvi un bacio. E subito rientravano. Che tempi meravigliosi! Che rimpianto!

    Quando in scena era arrivata la favorita, una svergognata di infimo rango, le signore di Francia sentirono di avere perso il solo genitore rimasto. Il giorno che madame du Barry, dopo aver soggiornato dal valletto di camera del re, ricevette l’onore di una migliore sistemazione, toccò a Vittoria cedere alcune sale: per quanto abituata a traslochi e ristrutturazioni, madame Vittoria non glielo perdonò mai e, senza dubbio, questo episodio fu di importanza basilare per cementare ed espandere a corte le numerose fazioni antibarryste.

    Maria Antonietta, su una poltroncina dai braccioli imbottiti, ora guardava le tre aspettando.
    - Zie carissime, allora? Siete riuscite a convocare il re?
    - Ma certo – disse Adelaide con tono volitivo.
    - Anzi è lui che ha convocato noi – puntualizzò Sofia
    - Cioè? –
    - Siamo invitate a pranzo nei suoi appartamenti – spiegò con calma madame Vittoria.
    - E quando?
    - Oggi, alla mezza.
    Antonietta batté le mani in segno di approvazione.
    – Avete anticipato il motivo del colloquio?
    - Gli abbiamo fatto cenno, ma voi saprete trovare parole migliori delle nostre.
    Madame Vittoria porse un dolcetto che l’altra rifiutò.
    - Bene, benissimo… allora vado a prepararmi e a farmi pettinare.

    Sollevata Maria Antonietta salutò con un sorriso e, dopo un inchino, si avviò dal parrucchiere che come ogni mattina le avrebbe sistemato i capelli sulla sommità del capo. Nella cerchia delle zie la ragazzina era entrata per placare la nostalgia, alla ricerca di un affetto: le piaceva che avessero l’età di sua madre; a loro volta le mesdames avevano trovato in lei un appoggio utilissimo a esercitare l’ostilità sottile e implacabile nei confronti dell’amante del padre. Di loro il Beneamato non era mai andato fiero, pur se in generale non considerava le donne a meno che non fossero giovani e sensuali. A ciascuna aveva affibbiato un nomignolo: “Porcellino” a Vittoria, “Straccio” ad Adelaide, “Pezzuola” a Sofia. Figlie di re senza ulteriori fortune, ammesso che l’esserlo lo sia, erano state afflitte da un’educazione affilata come uno scudiscio.

    Vittoria, la più gradevole fisicamente ed espansiva, aveva trascorso l’infanzia a 300 chilometri da Versailles nell’abbazia di Fontévrault, prescelta dalle famiglie nobili per l’educazione dei figli, ambita perché custodiva le tombe di Riccardo Cuor di Leone e di Isabella di Angoulême. Ma lei ne ricordava il chiostro, i lunghi colonnati in ombra, il risuonare di passi misteriosi, i sotterranei con le tombe delle monache dove i bambini venivano condotti a fare penitenza. “Dio mio dove sei?!” aveva un giorno gridato al buio, in ginocchio e con le mani sulla testa, mentre un pazzo, incarcerato nei sotterranei, rispondeva con urla farneticanti. Ancora oggi portava i segni di quella brutta esperienza dormendo male, eccitandosi per nulla, cercando di affogare le crisi di panico nella buona tavola senza badare se ingrassava, preoccupata solo di osservare, a suo modo, digiuni e quaresime.

    Durante uno di quei periodi di contrizione, avendo per di più a cena un vescovo, si tormentava:

    - L’uccello acquatico che ci viene servito sarà magro Padre, possiamo permetterci di mangiarlo?

    Il prelato, assumendo un’aria grave, dopo avere riflettuto a lungo:

    - Per saperlo bisogna farlo pungere sopra un vassoio d’argento ben freddo: se il succo si rapprende l’animale è grasso, se rimane sotto forma di olio l’animale è magro. Allora potremo mangiarlo.

    Così fu fatto: attimi di timore, silenzio, poi un mormorio di sollievo quando “Porcellino” e i suoi ospiti capirono che avrebbero potuto saziarsi con grande voluttà.

    Sofia era brutta al punto da destare ribrezzo o pietà, la sua altezzosità nascondeva diffidenza, durezza sorprendente d’animo, dettata dalla scarsa considerazione di sé e dalla paura: percorreva i lunghi corridoi in fretta e non rivolgeva la parola a nessuno, o quasi. Per evitare di essere interpellata aveva preso l’abitudine di guardare di sguincio fingendo di non vedere gli altri. Le dava fastidio persino madame Campan, la lettrice umile e affezionata che consumava per la corte i propri polmoni. Soltanto i temporali sapevano domare Sofia.

    - Madame Campan vi prego, fermatevi… leggete, leggete, mi farà bene… - e le afferrava le mani in preda al terrore durante un fragoroso acquazzone estivo, ma appena spuntato l’arcobaleno: “C’è il sole, nostro signore ci ha graziate… potete andare adesso”.

    Adelaide aveva una personalità spiccata, un temperamento forte e ostinato che si era manifestato fin dall’infanzia. Raccontavano che il maestro di danza, unico insegnante di arti ricreative che avesse potuto seguirle a Fontévrault, stava un giorno istruendola su un ballo in voga, il minuetto color di rosa.  Adelaide, che avrebbe preferito fosse chiamato in altro modo, lo canzonò:

    - Blu blu blu… questo nome mi piace di più!
    - Si chiama minuetto color di rosa…
    - Blu blu blu … questo nome mi piace di più! - puntò i piedi e rifiutò di fare un solo passo.
    - Volete provare il  #minuetto color di rosa? – il maestro sorrise con malcelata la stizza.

    Adelaide per tutta risposta lasciò la lezione. L’ostinazione della principessa ora rendeva il gioco serio, allarmate dalla gravità del caso, le suore indissero un’assemblea nella quale si schierarono, manco a dirlo, dalla parte della figlia del re; dopo mezz’ora tornarono nel salone da ballo dove con ridicola austerità si misero in cerchio battendo le mani a tempo, sostenendo Adelaide che al centro gridava:

    - Blu blu blu… questo nome ci piace di più! Blu blu blu… questo nome ci piace di più!
    Il minuetto fu ribattezzato in blu.

    Adelaide era stata poi quella che si era opposta con decisione al matrimonio tra Luigi Augusto e “l’austriaca”. Essendo però intelligente e avendo la malleabilità di un politico, pur mantenendo una rivalità e un’avversione tacita verso la straniera, coltivò con diplomazia la sua amicizia pensando che potesse essere conveniente: anzi fu proprio sotto la sua guida che le zie manovrarono perché la ragazzina cadesse sotto la loro influenza. La cosa non sfuggì all’ambasciatore Mercy Argenteau che preoccupato scrisse alla madre, l’imperatrice Maria Teresa: “Le mesdames tantes amano immischiarsi in piccoli intrighi, pericoloso sarebbe se vi attirassero anche la Delfina”.

    Quando Luigi XV entrò nella sala da pranzo, arredata in verde, con arazzi ispirati alla caccia, trovò le donne ad attenderlo. Sedette a capo tavola, Adelaide e Sofia alla sua destra, Maria Antonietta e Vittoria alla sinistra. Durante quel pasto informale, con una servitù ridotta al minimo, dimezzate le stoviglie in porcellana, i camerieri disposero piatti per il brodo, per gli antipasti, per gli arrosti, per le insalate e per la frutta.

    Il re si fece portare un uovo alla coque. L’addetto al servizio mise il portauovo di fronte a lui, porse una forchetta che il Beneamato prese, capovolse e tenne con manico oscillante rivolto all’oggetto. Silenzio. Finalmente sferrò il colpo.

    - Parbleu! – tra i presenti corse un mormorio.

    Scoperchiato il guscio in maniera perfetta, Sua Maestà mostrò orgoglioso la calotta: esibizione che ripeteva la domenica, davanti a cortigiani imbarazzati e prodighi di elogi sconcertanti.

    Iniziarono. Il sovrano sapeva che l’incontro andava oltre il piacere del trovarsi, conosceva la seccatura cui far fronte, ma volutamente ignorò l’argomento e portò il discorso sullo stile del servizio e l’etichetta.

    - Trovo sia bene che dal 1750 in poi si vadano abbandonando i piatti d’oro, d’argento, di vermeil… tranne ovviamente nelle occasioni che meritano.

    - Oh sì, e poi vostro nipote adora le porcellane di Sévres – fece eco Maria Antonietta.
    - Lo so… mio nipote è giovane, dunque è alla moda… ma adesso dov’è? – chiese accorgendosi all’improvviso della sua assenza.

    Madame Vittoria celò un risolino, lo stesso fece Adelaide. A Sofia sfuggì una risata imprevista, fulminea come uno starnuto, che accentuò la sua altezzosa bruttezza.

    - Vorrei ridere anch’io – disse Luigi XV irritato. Silenzio.
    - Allora… dov’è mio nipote?

    Madame Victoria intervenne: - E’ andato ad aiutare i mastri muratori che stanno ristrutturando l’ala nord, rientrerà stasera.

    Silenzio. Il sovrano fece una smorfia di disappunto.

    - Non gli bastano le serrature? Pure questa ora? Ma che cogl… dove si è visto un Delfino che si ammazza di fatica, si insozza come un plebeo dalla testa ai piedi? Che senso ha?! - alzò la voce, ma incontrando lo sguardo desolato di Maria Antonietta capì all’istante che era giunto il momento di parlar d’altro - Comunque… non c’era qualcosa che dovevate dirmi… di che si tratta?

    La giovinetta prese fiato, si schiarì la voce e bevve un sorso d’acqua. Dietro consiglio del suo ambasciatore Mercy Argenteau aveva voluto quell’incontro per una ragione precisa: la contessa Du Grammont, che faceva parte della cerchia della Delfina, durante uno spettacolo teatrale si era rifiutata di cedere il posto alla discussa Madame Du Barry, la favorita se ne era lamentata con il re e la contessa Du Grammont era stata allontanata dalla corte. Personaggio di secondo piano, la contessa era però parente del duca di Choiseul, ministro degli esteri: implicazione di grande rilievo. Con Antonietta Mercy Argenteau si era raccomandato di usare molto tatto e diplomazia, ma bisognava pur parlarne giacché anche il maresciallo di Beauvau e la duchessa di Choiseul avevano preferito rinunciare agli onori dell’intima società reale, pur di non trovarsi accanto quella donna: troppo.

    - Monsignore – esordì la Delfina – sono veramente dispiaciuta per il comportamento assolutamente esecrabile della contessa Du Grammont, riconosco che essa ha sbagliato, sia nei vostri confronti che nei confronti di Madame. Tuttavia…

    - Tuttavia? – disse Luigi xv, mentre un “ufficiale della bocca” gli versava del Borgogna
    - Tuttavia avrei desiderato che prima di allontanare Madame du Grammont voi informaste me, avrei pensato a redarguirla io, a farle riconoscere il suo errore… lo avrei ritenuto un atto di cortesia da parte vostra… dal momento che, come ben sapete, la Du Grammont fa parte del mio entourage, sarebbe stato squisitamente gentile…

    Il re bevve d’un fiato, sul volto lungo, grassoccio e cascante, si dipinse un’espressione di imbarazzo che rese più a punta il suo mento.

    - Davvero? La Du Grammont è stata allontanata da Versailles? – mentì sapendo di mentire – Ma guarda… non lo avrei mai creduto! – dibattuto tra la cieca infatuazione per la sua amante e l’affetto per la nipote pensò di negare ogni responsabilità – Ma come! Non capisco… o forse sì, deve essere stata una decisione del duca di La Vrillière… ah! Quel maledetto La Vrillière… - e strascicò il cognome del Ministro con intento denigratorio.

    Gli occhi di Adelaide gli comunicarono scetticismo e rampogna e si zittì.

    - Ora cosa intendete fare? - chiese Maria Antonietta
    Il Beneamato sembrò pensarci un attimo, allargò le braccia:
    - Ovviamente far tornare a Versailles madame du Grammont…
    Maria Antonietta battè le mani sciogliendosi in un sorriso:
    - Oh… siete il sovrano più grande della terra!

    Il re rise soddisfatto.
    - Potete ben dirlo!
    - Grazie, grazie Monsignore.
    - Grazie a voi figliole per questo incontro… ma adesso rompete i ranghi… tornate nei vostri alloggi… - guardò una pendola dorata su una mensola: era ora di tornare da Jeanne! Madame du Barry lo aspettava per rendergli più amabile la vita.

    Adelaide, Vittoria e Sofia, si alzarono. Luigi XV le osservò confrontandole con la giovinezza radiosa dell’amante e gli apparvero senza speranza. Sospirò scuotendo la testa, pensò che in fondo non aveva sbagliato Luisa, quarta di loro, a farsi monaca. Aveva lasciato il mondo per la pace di Dio. Di lei restava a Versailles soltanto qualche mesto ritratto. Cresciuta nell’abbazia di Fontévrault dagli undici mesi ai tredici anni, si era sentita a disagio, quando, rientrata in famiglia per un breve periodo, era stata presa nel vortice della corte. Suo padre, sua madre, i suoi parenti, mai venuti a trovarla da bambina, persino le sorelle più grandi dalle quali era stata separata, erano estranei. Non capiva le loro abitudini. La reggia con le stanze labirintiche, gli interminabili corridoi, faceva paura. Sapeva a malapena leggere, non conosceva l’etichetta, non apprezzava i piaceri mondani, ma rammentava l’odore delle monache, il caldo della loro pelle, il silenzio del chiostro e stava male. Ne parlò con l’arcivescovo di Parigi accoratamente. Lui l’ascoltò. Così nell’aprile del 1770, poco prima del matrimonio di Maria Antonietta, Luisa prese la decisione di rifugiarsi nel convento carmelitano di Saint Denis, tra i più rigidi e spartani. Solo suo padre ne era al corrente: consenziente e smarrito non ne fece parola a nessuno. Appresa la scelta le sorelle sbalordirono: “Non è da noi che abita la felicità”.

    La figlia di Luigi XV assunse il nome di suor Teresa di Sant’Agostino. Si disse che era stata illuminata da una grande vocazione, che avrebbe dovuto essere santificata, che aveva patito per essere ultima per rango: in realtà aveva sofferto tanto di solitudine, di segregazione dal mondo. Solo suor Paris de Soulanges aveva rappresentato il caldo seno di una madre e ora non voleva altro

    Sulla porta le zie e Maria Antonietta salutarono il re con un inchino.

    - Andate… andate pure…
    - Grazie ancora Maestà.

    La Delfina uscì dalla sala a testa alta, nello sguardo la luce del successo ottenuto, il cuore gonfio di orgoglio. Si proponeva, quella sera stessa, di scrivere alla mamma. non c’era dubbio alcuno, le avrebbe detto, che le sue qualità politiche e diplomatiche erano impareggiabili e che sarebbe diventata un giorno come lei: una grandissima regina.

     
  • 19 dicembre 2006
    Quando Luigi XVI era bambino

    Come comincia:

    I racconti di Versailles - N. 3

    Rientrato da Compiégne, la residenza vicino alla foresta dove aveva trascorso un appassionante periodo di caccia e in solitudine si era riletto Robinson Crosue,  stanco del viaggio Luigi Augusto si buttò a dormire dopo avere esagerato con la cena: montagne di creme Chantilly sopra la frutta con ghiaccio tritato! Mangiare per lui una droga. Al buio, nella stanza  col letto dal baldacchino contornato di tende doppie, lo stomaco pesante come un macigno, stentò a prendere sonno: ripensava, come accadeva spesso, a suo padre e a sua madre entrambi morti prima delle nozze con Maria Antonietta. Che tour de force quel matrimonio, banco di prova, quotidianità stravolta dall’ obbligo dinastico con un’ estranea, una consorte che parlava francese con un accento che intimidiva. Per questo scaricava le energie rincorrendo i cervi, dilettandosi a fare chiavi insieme al fabbro, contento quando poteva andare a letto da solo. Non era felice come marito, cosciente di non essere tale a causa dei suoi problemi sessuali: l’idea di fallire, di non sapere fare figli, lo ossessionava. Avrebbe preferito restare bambino, se avesse potuto. La responsabilità di diventare re, la nuova condizione di render conto a madame delfina, lo disturbava al punto che l’ infanzia pur avara di affetti, a ripensarci, diventava fatata.

    Lo stancavano della sua graziosa moglie i continui rimbrotti. Lui applicava la filosofia del “vivi e lascia vivere” assumendo un atteggiamento che avrebbe definito di distacco, ma lei un giorno gli aveva chiesto “a che si deve la vostra apatia Monsignore?”. Si era sentito denudato. Maria Antonietta si ergeva a giudice, voleva condizionare gli altri! Ad esempio, non sopportava Madame du Barry e premeva perché fosse isolata. Non aveva completamente torto dal momento che Madame era passata da una casa di piacere a quella di Luigi XV, ma se suo nonno voleva così, avrebbe potuto mettersi contro di lui?  A parte il fatto che segretamente finiva per trovarla simpatica: allegra, sincera, quando lo invitava a cena con sua maestà era  affettuosa e sorridente, troppo naïve forse ma non calcolatrice, capace di  raffinati intrighi. Una del popolo certo, però buona: a Versailles ciò era merce rara e  accettarla significava farsi benvolere dal sovrano senza prenderne a modello la condotta.

    Ricordava che una sera, rientrando dal gabinetto del Pendolo dove aveva tirato tardi giocando a carte con la du Barry e suo nonno, Maria Antonietta gli aveva sbarrato il passo:

    - Monsignore, la vostra condotta è esecrabile!
    - Cosa?
    - Siete stato ricevuto da quella signora…
    - Sono stato dal re…
    - Come potete avallare questo scandalo a corte?
    - Non posso decidere io per il sovrano…
    - Ma siete voi il futuro re di Francia, quale esempio darete?!
    - Madame, non esagerate…  conviene essere gentili con Luigi XV…
    - A Schönbrunn tutto questo non sarebbe successo…
    - Madame, qui non siamo in Austria…
    - Purtroppo… - e Maria Antonietta era scappata via.

    Cosa avrebbe dato Luigi Augusto in momenti come quello, insopportabili per il suo carattere, per affondare ancora il viso nel petto di maman Marsan e sentirne il profumo, o meglio la puzza di sudore…

    Mamma Marsan, vedova di un principe di Lorena, governante dei figli di Francia, che si era coscienziosamente occupata di lui e dei suoi fratelli giacché la loro madre, sua altezza Maria Giuseppina di Sassonia, non aveva tempo. Luigi sentiva ancora il bisogno di una vera mamma, gli era mancata una persona che lo accettasse per quello che era:  dolore da cui neanche i re guariscono. Per di più  aveva avvertito  con grande sofferenza come madame de Marsan, “la sua piccola amica”, gli aveva preferito il fratello, il duca di Borgogna, l’erede al trono, l’idolo da cui tutti erano attratti.

    Girandosi emise un rutto liberatorio e dietro le palpebre rivide la  stanza dei giochi com’era allora, con il camino acceso, dove insieme avevano percorso il primo tratto della vita.

    Suo fratello era duca di Borgogna, lui duca di Berry: da piccoli venivano chiamati Borgogna e Berry. Luigi era nato il 23 agosto del 1754, Borgogna aveva tre anni di più. Erano molto diversi, persino fisicamente: Borgogna delicato, con lucenti capelli corvini e un viso appuntito, Berry tarchiato, biondo con la mascella quadrata. Mamma Marsan diceva che gli occhi di Borgogna esprimevano uno sguardo da maestro e andava in estasi per le sue frasi argute che il Mercurio di Francia riportava:  -“ Che acume… sentite questa…”  Berry, timido e taciturno, all’ombra dell’altro si sentiva dimenticato.  Più veniva messo da parte più si appartava e il delfino per lui diventava sempre più irraggiungibile.

    Nel 1758, quando Borgogna ebbe sette anni, certi signori imparruccati e austeri, chiamati “membri della facoltà”, lo presero in disparte e gli fecero molte domande. Sprofondato in una seggiola con braccioli troppo alti il piccolo rispose con padronanza. Richiesto quale fosse il suo più grande desiderio Borgogna dichiarò:

    - Diventare re… inviato da Dio per incoraggiare il popolo.

    I signori si guardarono eloquenti  e stabilirono che l’esame era terminato e che il delfino era pronto. Mamma Marsan, cambiati i suoi abitini infantili con un vestito da grande, lo affidò a quegli sconosciuti con commozione e si eclissò per non tradire emozioni.

    Il mattino dopo Berry si svegliò da solo.

    - Borgogna dov’è?
    - E’ passato agli uomini – rispose madame de Marsan aiutandolo a indossare il pagliaccetto.
    - Ma dov’è andato?
    - Te l’ho detto è passato agli uomini… è diventato grande… ora farà una vita veramente seria… dovrà imparare il protocollo, l’etichetta, le riverenze…  di lui si occuperà il duca di La Vauguyon…

    Berry la guardò interrogativo e sospettoso.

    - Borgogna adesso è grande… – spiegò la governante -  Avrà gentiluomini personali, paggi personali, scudieri personali, il suo elemosiniere, il suo cappellano… hai capito?

    - No.
    - Borgogna assisterà alle cerimonie in pubblico come un grande… - lo mise a sedere e gli allacciò i nastri delle scarpe.

    Cerimonie in pubblico? Penso angosciato Berry ricordando vagamente come, a due anni e dieci mesi, quando suo nonno gli aveva fatto conferire l’onorificenza degli ordini di Saint Lazare e del Mont Carmel davanti a uno stuolo di sconosciuti era scappato per la paura…

    - Ma Borgogna dov’è? Perché non c’è? – Berry chiamò il suo nome, attese, nessuna risposta. Corse fuori dell’enorme camera da letto, guardò nelle altre stanze, allineate senza fine in sinistro silenzio. Quando capì che suo fratello non sarebbe tornato scoppiò in un pianto dirotto e inconsolabile.

    Borgogna invece divenne presto fiero del suo ruolo. A otto anni era altezzoso, calato nel rango, prendeva sul serio il fatto di ascendere da Dio, cosciente di ciò che rappresentava, era beffardo, arrogante e redarguiva tutti, fino all’insolenza. Pigro e soddisfatto non voleva studiare: il latino in particolare gli ributtava. La sua intelligenza e il suo acume, pur aiutandolo, non potevano sempre colmare il vuoto di chi preferiva trascorrere il tempo a trastullarsi e i cortigiani assecondavano, per calcolo e per paura, il suo amore per il divertimento.
    Un giorno accadde che Borgogna si trovasse sopra un bellissimo cavallo di cartapesta nella sala dei giochi con un  gentiluomo della Manica al suo servizio, il marchese di La Haye. Il piccolo delfino lo spronava fingendo di essere inseguito e lo stesso faceva il marchese.

    - Forza Monsignore! Seminate i vostri nemici… - diceva La Haye al piccolo e nella foga, senza rendersi conto della potenza impressa, gli diede una manata. Il bambino perse l’equilibrio, precipitò da oltre un metro, si slogò l’anca rimanendo malamente impigliato con un piede in una staffa.  Una terribile fitta. Scoppiò a piangere.

    -  Monsignore, vi siete fatto male? – balbettò il marchese sbiancando.
    -  Sì. -
    -  Molto?
    -  Sì.
    -  Fate vedere  - la Haye tastò l’anca del duca che mugolò più forte.
    -  Coraggio – il marchese cercò di calmarlo e di asciugargli le lacrime pensando terrorizzato che sarebbe stato cacciato da Versailles se fosse sorto un problema – non è nulla… non fatevene accorgere o ci puniranno. Promettetemi di non di dire niente a nessuno altrimenti ci proibiranno di giocare ancora, avete capito?

    -  Dite davvero? -  Borgogna lo guardò perplesso.
    -  Ma certo… promettete di mantenere il segreto?
    -  Ve lo prometto – rispose il piccolo alzandosi e nel farlo sentì che la gamba gli doleva moltissimo ma, onestamente e stoicamente, mantenne la parola data a la Haye.

    Fino al giorno in cui l’ascesso all’attaccatura della coscia non divenne così doloroso e gonfio da impedirgli di camminare. Venne messo a letto. Spesso aveva la febbre. L’edema si  andava facendo più scuro e i chirurghi decisero di incidere la piaga. Tagliarono, senza anestesia, con un bisturi che entrò a tre dita di profondità e grattò l’osso. Terrorizzato e debole, Borgogna quasi non fiatò. Purtroppo, a causa degli strumenti non sterilizzati e di un’incisione condotta senza  cognizione, il male si aggravò. La piaga si fece purulenta e la tubercolosi vi si stabilì. Era ogni giorno più esangue, la febbre toccò vette da far temere per la sua vita. Per alleggerirne la sofferenza i genitori pensarono di dargli un compagno di giochi. E fu così che il duca di Berry, a soli sei anni, uno prima del tempo, fu anch’esso obbligato a “passare agli uomini”. La cerimonia ebbe luogo l’8 settembre 1760: quel giorno il futuro Luigi XVI smise l’abituale  pagliaccetto di velluto bordato di pelliccia per un completino da grande, coi pantaloni lunghi, secondo  l’ultima moda francese.

    Essere separato da mamma Marsan fu di nuovo traumatico:

    - Maman…. Non lasciarmi…  maman…  – gli tese le braccia senza esito Berry.
    La governante aveva totalmente rimpiazzato la madre vera, Maria Giuseppina di Sassonia che, alle prese con le toilettes, le messe, i pranzi e le cene, le tappezzerie, la musica,  le letture pie, non aveva mai vissuto con  i propri figli. La separazione e la condizione nuova  costarono a Berry una lunga misteriosa malattia. L’adattamento alla vita col fratello non fu facile: era grande fatica accontentarlo, tanto più  che l’immobilità e la sofferenza lo avevano reso irascibile. Berry lo riteneva un sovrano e si sentiva il suo servitore.

    Un giorno giocando a carte con lui si accorse che barava.

    - Ma che fate, mi fregate l’asso?
    -  No,  quest’asso è mio! – esclamò Borgogna levandolo dal mazzo dell’altro, Luigi  fece per replicare ma il delfino lo zittì con un’occhiata.  Per quanto sempre meno in forze il primogenito era imbevuto del potere, dell’immagine deificata e falsa, del principe ereditario, e non per cattiveria ma perché così era stato educato.

    Al fratello minore impartiva dei sermoni moralizzatori. 

    -  Voglio prendere nelle mie mani la vostra educazione… -  sentenziava il malato in direzione di Berry, chiedendo al tutore di leggere ad alta voce La gazzetta di Versailles, che elencava le sue debolezze e i progressi spirituali.  Quindi, al fratellino che lo guardava con occhi sbarrati, pontificava:  – Cercate di imparare come amo correggermi dai difetti… farà bene anche a voi!

    Se il tutore si imbatteva in un passo imbarazzante e critico, Borgogna alzava la voce:

    - Basta! Da tutto questo ormai mi sono corretto!

    Berry con quei boccoli biondi, la fossetta sul mento cicciotello, gli occhi cerulei e limpidi, la bocca a cuore, pur trattato con prepotenza e umiliato dal confronto, voleva comunque bene al fratellino, che sentiva come unico protettore. Per questo quando a Borgogna venne impartita l’estrema unzione perché stava per raggiungere il regno dei cieli, Luigi non capì: che voleva dire “passare al Signore”, dove lo mandavano questa volta? Il male però era inesorabilmente giunto allo stadio finale: alla tubercolosi ossea si era aggiunta quella polmonare e Borgogna morì la notte di Pasqua mentre una campana batteva le due. Era il 21 marzo 1761. 

    Il povero duca di Berry continuò ad abitare le lussuose sale che l’altro aveva abbandonato e si sentì solo.  Era intimamente  certo, per di più, di non contare agli occhi dei suoi genitori: non era facile succedere a qualcuno che aveva qualità eccezionali, non era facile essere  il sopravvissuto, non lo era diventare a sua volta delfino. Ora infatti, dopo suo padre, il principe ereditario sarebbe stato lui perché primo dei figli rimasti. E questa consegna, giunta a seguito di un lutto al quale aveva assistito giorno dopo giorno,  gli aveva istillato una segreta ansia, oltre alla sensazione nient’affatto vaga di inadeguatezza e di timore per il futuro.

    L’anno seguente si ammalò suo papà: anche il principe Luigi Ferdinando morì  a causa della tubercolosi, nel dicembre del 1765, a soli trentasei anni e dopo molte sofferenze. Fu sotterrato con grande solennità sotto l’altare candido della cattedrale di Sens. Il piccolo Luigi aveva di quel giorno un ricordo nebuloso: come di grande vuoto, di smarrimento alla comunicazione che adesso il suo nome cambiava e che per tutti sarebbe divenuto Monsignore il delfino. Poi suo nonno Luigi XV, sulla porta della chiesa, lo accarezzò asciugandogli le lacrime: “Povera Francia… – mormorò –  un delfino undicenne, un re di cinquantasei anni…”.

    A quel tempo le epidemie, le malattie, non risparmiavano proprio nessuno, nemmeno i più ricchi: fra loro solo i più forti sopravvivevano. Così un paio di anni dopo morì sua madre, Maria Giuseppina di Sassonia, infettata a sua volta dalla tubercolosi al capezzale del marito. A vegliare sul suo futuro non restò che il tutore, il bigotto e interessato duca di La Vauguyon. Ma già anni prima il duca, appena scomparso suo padre, andava accarezzandogli le spalle con languide dita adunche, meditando su quale capitale sarebbero state le confidenze di un futuro sovrano.

    Nel freddo marzo del 1766, La Vauguyon e Berry, una mattina stavano percorrendo in carrozza il lungosenna verso Notre Dame. Il protocollo impediva a Luigi XV di assistere a una cerimonia mortuaria e La Vauguyon, accompagnando il piccolo assumeva il delicato incarico di sostituirlo.  Scesi sul piazzale i due si avviarono alla cattedrale dove si sarebbe svolta la messa da requiem per il riposo del principe Luigi Ferdinando: vedendo le statue dei re di Israele e di Giudea, ora che suo padre non c’era più,  Berry  pensò alla caducità dei sovrani ed ebbe un attimo di vero sgomento. Entrarono. C’era odore di incenso, sotto i piedi l’ammattonato diseguale. Presero posto. Il suono dell’organo, osservò interrogativo la vergine. Gli tremò il mento. Dietro le lacrime i rosoni variopinti diventarono fiori bagnati.  Provato dall’ufficio stancante sulla via del ritorno Luigi Augusto, depresso, non disse una parola. Di nuovo a Versailles il tutore insistette per condurlo davanti al ritratto di suo padre. Bui corridoi, labirintiche sale, scorciatoie misteriose con porte mimetiche. Poi, rischiarato dalle candele, quel volto, dipinto appena l’anno prima, forse un po’ smagrito ma sereno, la fronte ampia e illuminata.

    “Abbiamo reso al delfino gli ultimi doveri – disse ieratico il duca di La Vauguyon - lui non c’è più, ma non potremo mai dimenticarlo e lo piangeremo insieme. Sappiate fin da ora che sarò io a rimpiazzare vostro padre: lui mi ha dato la più grande prova della sua fiducia incaricandomi di prendere il suo posto presso di voi per insegnarvi a diventarne degno”.

    Il piccolo scoppiò in singhiozzi e si gettò fra le braccia del tutore.

    La Vauguyon, con inconsapevole sadismo,  continuò:

    “Promettetemi che l’imiterete, che vi impegnerete sin da ora”. Poi indicò il quadro: “Vedete il suo ritratto? Immaginate che respiri ancora, venite a meditare davanti alla sua immagine, proponetevi ogni giorno di copiare una delle sue virtù… ripetete, ripetete le sue orme sempre… fate che io possa un giorno dire: Dio mi ha innalzato tra gli uomini migliori, ha dato alla Francia il più grande dei principi e me lo ha restituito nella persona di suo figlio!” 

    Quelle parole cariche di morte e di responsabilità piegarono definitivamente il bambino.  Il volto mummificato del tutore sembrò ravvivarsi, gli tremò il doppio mento, il naso aquilino fremette di orgoglio, sorrise: - Ecco… vedo che avete capito.

    Luigi pianse, si fece accompagnare a letto, gli chiese di restare e di tenergli la mano. Quando La Vauguyon sparì si addormentò con la testa piena di immensità : aveva un modello da perseguire, altissimi livelli da raggiungere, doveva diventare un dio, degno dei suoi avi. Essere se stesso una colpa e un lusso che non poteva permettersi.  Dormì male rigirandosi più volte e  verso il mattino sognò una scala a chiocciola che lo portava in cielo e non finiva: di colpo si svegliò tutto sudato, vide la stanza piena di ombre misteriose.  Affreschi sul soffitto come mostri. Spaventato chiamò il valletto di camera:

    - Dell’acqua… presto!

    Indugiò a bere finché non fu più calmo.
    Sensibile, insicuro, con un’infanzia di sofferenze, di inclinazioni naturali soffocate, fragile, senza particolari talenti, senza grinta. Paffutello e sgraziato, un bambino ordinario come milioni: ma per inesorabile forza d’inerzia Luigi Augusto Capet era sospinto dagli eventi, prigioniero orgoglioso di una tradizione secolare, verso un destino da re, incredibilmente straordinario quanto deciso dal caso.

     
  • Come comincia:

    I racconti di Versailles - N. 2


    Luigi XV, detto il Beneamato,  non si era mai posto il problema di cosa fosse nella sua essenza la regalità, viveva nella certezza che il sovrano fosse un essere superiore e del tutto diverso dai comuni mortali, come i suoi precettori gli avevano inculcato. Asceso all’età di cinque anni al trono di Francia, si sentiva investito da Dio per elezione con la missione di difendere la religione cattolica. Credendosi una emanazione della divina provvidenza fu sempre sicuro che il padreterno non lo avrebbe mai punito, fossero pure i suoi peccati gravissimi. Senza preoccuparsene, dunque, tutta la vita si crogiolò nella tentazione. A sessant’anni aveva già regnato per più di mezzo secolo ma, indolente e poco amante del mestiere di re, lo aveva fatto delegando ad altri gli spinosi affari della politica per dedicarsi a ciò che gli premeva: le donne belle, la buona tavola e la caccia al cervo.


    Come marito e  come padre il Beneamato non si era impegnato molto, così non si impegnò come nonno. Suo nipote, il futuro Luigi XVI, evitava di incontrarlo perché ne aveva soggezione ma, pur credendolo un eletto,  in fondo biasimava la sua esistenza libertina. Lo stesso faceva sua moglie Maria Antonietta che, appena arrivata a Versailles, era rimasta fortemente scioccata dall’incontro con la sua favorita, Madame du Barry.


    Al tempo in cui il delfino Luigi Augusto festeggiava le nozze con l’ arciduchessa Antonietta, una quarantina di membri della famiglia reale si erano riuniti per cenare  nel grazioso castello di La Muette, situato nel Bois de Boulogne. Tra gli invitati Maria Antonietta era stata colpita dall’avvenenza di una donna alta, dallo sguardo tenero incorniciato di riccioli color grano, dal seno candido e prorompente evidenziato da un abito sontuoso. Invidiandone l’  eccezionale bellezza si domandò perché nessuno si fosse preoccupato di presentargliela.


    - Chi è quella signora? – chiese a Madame de Noailles, sua dama di compagnia.


    - Madame su Barry è incaricata di far divertire il re… – rispose  l’altra a metà tra l’ imbarazzo e il disappunto.


    - Che bella occupazione! Vorrei essere al posto suo – ciarlò la ragazzina.


    Madame de Noailles alzò un ciglio:


    - Cosa ? Maestà, sapete quel che dite?


    Maria Antonietta, dopo un attimo di esitazione, all’improvviso capì che si trattava dell’amante ufficiale del nonno. Non lo avrebbe detto in quel luogo e in quella occasione: pensò che doveva avere un grande ascendente sul re visto che le era permesso, malgrado facesse scandalo, sedere a tavola con tutta la crema dell’aristocratica parentela e degli ospiti illustri. Com’era bella quella donna! Com’era sfrontata, com’ era potente senza titolo alcuno. Da quel momento la delfina entrò in competizione con lei dichiarandole guerra. La detestava perché di fronte a quel fascino primitivo e sensuale, persino il lignaggio veniva sminuito e  per una futura regina, titolo a cui Maria Antonietta aspirava, questo rappresentava una minaccia, tanto più grande quando scoprì che la du Barry veniva dai bassifondi, come in seguito seppe dalle zie che la odiavano senza pudore.


    Era il 1768. Sulla soglia dei sessant’anni, il sovrano si ammalò di depressione per la scomparsa di madame Pompadour, sua amante per un ventennio e stimata consigliera. La  dolorosa perdita  si sommava inoltre a gravi lutti familiari: a distanza ravvicinata gli erano mancati la figlia, il figlio e il nipote delfino.  L’interesse del re per la vita sembrò essersene andato, la cattiva salute della regina peggiorò la situazione.  Ma inspiegabilmente,  proprio negli ultimi mesi della malattia della moglie, Luigi XV di colpo era sembrato risorgere. Non si trattava però di un miracolo: presto si scoprì che la guarigione si doveva a l’Ange, cioè  all’ “Angelo”, come era chiamata Jeanne Béçu, una signorina molto nota  negli ambienti più  libertini di Parigi.


    Luigi XV l’aveva incontrata durante una delle solite uscite di palazzo.


    La carrozza reale attraversava due ali di folla quando una giovanetta procace, vestita in maniera vistosa, ritta sul suo percorso, si era lanciata verso di lui tentando di  prendergli la mano:


    - Maestà, vi adoro… – e liberò da nastri e spilloni, con gesto inconsueto e trasgressivo,  la sua chioma di seta.


    Sedotto da tanta leggiadria, il vecchio sovrano aveva sorriso e in seguito si era affrettato a domandare chi fosse a Le Bel, il valletto di camera che con lei aveva scambiato due parole.


    - Si chiama Jeanne – aveva risposto Le Bel -  ma per tutti è l’Ange…  giovane signora che ha contratto un matrimonio in bianco.


    Sul volto del re apparve un sorriso molto soddisfatto:


    - E’ il caso che io la conosca, Le Bel, datti da fare per portarla a corte.


    Ciò che Luigi XV non sapeva era che l’Ange era una prostituta che con le sue arti aveva convinto lo stesso valletto affinché la ponesse bene in vista sul percorso regale, facendolo  contravvenire con grande rischio alla norma che ne vietava l’ accesso alle cortigiane professioniste.


    La vita di Jeanne era stata avventurosa: nata nel 1743 a Vaucouleurs da un frate francescano, chiamato fratello Ange, e da una donna di umili origini, cresciuta a Parigi, aveva ricevuto un minimo di educazione nel convento delle Adoratrici del Sacro Cuore di Gesù. A quindici anni, tornata in famiglia, le era toccato pensare al proprio mantenimento. Sua madre, sarta e cuoca, spesso aveva contato sulla generosità di amanti occasionali e d’istinto Jeanne la prese ad esempio. Domestica prima,  commessa poi in un negozio di moda, quindi aiuto parrucchiera, si era data senza risparmiarsi a numerosi ammiratori ma, a causa di un’ avvenenza folgorante unita alla fragilità di donna sola, spesso era finita nei guai. Ambiva come tutti a una vita piacevole, a indossare bei vestiti, a possedere gioielli. Era disposta a investire molto: suo capitale una grande sensualità che voleva far fruttare. Quando a ventuno anni conobbe il sedicente conte Jean Baptiste du Barry pensò che questo avventuriero scaltro le sarebbe stato di aiuto. Divenne sua amante e di li a poco lui fece di Jeanne quella che oggi chiameremmo “una squillo di alto bordo”.


    Jean Baptiste du Barry discendeva da una famiglia di notabili provinciali che possedevano  a Levignac sulla Save alcuni appezzamenti di terreno.  A Tolosa, dopo aver cercato di farsi strada come avvocato sposando una moglie ad hoc, si era ricoperto di debiti rischiando la rovina. Megalomane e ambizioso,  aveva cercato la rivincita nella grande capitale dove  trasformò il suo amore per la dissolutezza in una redditizia professione. Energico, temerario sino alla violenza e alla sopraffazione, possedeva ciò che anche oggi distingue molti uomini di potere: il gusto della provocazione fine a se stessa e un’assoluta mancanza di scrupoli. Lo chiamavano roué, ruotato, meritevole cioè del supplizio della ruota, come Filippo d’Orleans definiva i compagni di bagordi. Con il danaro si permetteva una vita da gran signore: nella sua fastosa casa attirava libertini, scrittori di successo, curiosi. In compagnia delle giovanissime e graziose protette frequentava i luoghi alla moda ma, pur vendendo bene i favori delle fanciulle, era ancora in attesa dell’occasione che avrebbe definitivamente cambiato la sua vita.


    Questa occasione gliela offrì l’Ange.


    Incontratala nel 1764, il sedicente conte capì subito come possedesse qualità eccezionali, dovute non solo alla bellezza. La portò a vivere con sé, guidò il suo tirocinio erotico. Quando arrivarono i clienti fu un successo tale che l’ispettore di polizia Mathieu Marais, il 27 settembre 1765, classificò come “esistenza infame” il numero quotidiano di appuntamenti con uomini di tutte le età. L’Ange, mise a verbale Marais scandalizzato, veniva “affittata a chiunque purché nobile e facoltoso”.


    Tra i tanti signori a cui era stata offerta,  c’era anche il duca di Richelieu. Costui, grande gaudente e libertino, apprezzava molto i favori sessuali dell’Angelo e dopo l’amore qualche volta si fermava da du Barry a cenare. Una sera, nel salotto ricco di broccati, alla fine di un pasticcio di selvaggina generosamente accompagnato da un vino delle  Borgogna, Richelieu sciolse la lingua con più convinzione e allegria del solito:


    - Sapeste… sua maestà si sta spegnendo, pensare che era un tombeur des femmes! Tutti si danno da fare per trovargli una sostituta della Pompadour,  ma finora non c’è riuscito nessuno…  farebbe un bel colpo chi potesse…


    - E perché pensate abbiano fallito? – chiese du Barry


    - Ci vuole carne fresca e di prima scelta. Con l’età il re è diventato molto esigente!  – rise allusivo Richelieu.


    Il ruotato si accodò, ma non osò confessare l’intuizione che improvvisa lo aveva folgorato: Jeanne  era l’amante perfetta da proporre a Luigi XV! Il giorno dopo era già corso a cercare l’ onnipotente valletto di sua Maestà.


    La sera che Jeanne Bécu fu introdotta alla presenza  del re indossava una veste immacolata, elegante e virginale, adatta alla parte di “sposa in bianco”. Si era lavata con molta acqua calda e il suo sesso aveva ricevuto il battesimo d’ambra, quel rito di profumazione per cui era famosa. Al tempo in cui gli aristocratici si pulivano pochissimo, pisciavano a ogni angolo della reggia, indossavano parrucche intrise di sudore,  Jeanne  si lasciava dietro una scia di primavera, si muoveva con passi seducenti, avviluppava nelle sue spire amorose. Luigi XV, malgrado la vita da gaudente e le molte esperienze amatorie, non aveva mai conosciuto un’autentica professionista. Nemmeno al Parco dei cervi,  ritiro di Versailles dove aveva messo al mondo una dozzina di bastardi,  gli era capitato di provare ciò che sperimentò quella notte.  Jeanne Beçu, istruita dal du Barry e per nulla intimidita dal regale cliente che sentiva  disarmato nella nudità, compì il suo capolavoro.


    Alcuni giorni dopo passeggiando per il parco con il bigotto duca di Noailles il re confidò estatico:


    - Quella donna possiede l’arte di rianimare i miei desideri.


    - Sua Maestà non è mai stato in un bordello – rispose con sincerità il duca.


    Ma Luigi XV,  trasognato e con la mente altrove,  non afferrò.


    Il monarca e l’Ange si incontrarono ancora e poi ancora e presto divenne chiaro a tutti  che la loro frequentazione stava passando da saltuaria a stabile. Preoccupato per lo scandalo che ne sarebbe derivato, assalito dai rimorsi, Le Bel decise, non senza angoscia, di rivelare  al re la verità. Con pazienza lo sorvegliò dall’ occhio di bue, sala attigua a quella del sovrano così chiamata per la finestra tonda, dove i visitatori illanguidivano lusingati di fare anticamera per ore sotto una volta di stucchi e putti d’oro. Nel momento in cui fu solo, fattosi coraggio, il valletto chiese di parlargli. Il Beneamato , stupito e temendo noie, lo guardò diffidente.


    - E’ per via di madame… -  lasciò cadere Le Bel.


    - Madame?


    - Maestà perdonatemi…


    - Dimmi Le Bel…


    L’altro deglutì sibilando:


    - Si dice che Madame abbia avuto molti amanti, addirittura che sia una professionista…


    Attimi di panico e silenzio.


    - E chi lo dice?


    - Tutti… la corte,  Maestà… il passato di madame…


    Il sovrano lo bloccò:


    - Quale passato? Il passato non esiste…


    - Maestà…


    - Chi ti dice che non siano panzane?


    - L’intera Parigi è testimone…


    A quelle parole il re si adirò davvero:


    - Calunnie! Non ci credo…  se anche fosse non me ne importa!


    - Maestà…


    - Lasciatemi in pace!


    - Maestà…


    - Vattene! Voglio stare solo…


    Superati lo sconcerto e il dolore, l’ansia per un problema che non si era posto e che non voleva sentirsi porre, Luigi XV si ritirò nelle sue stanze rifiutando di incontrare chicchessia, ma dopo qualche giorno capì con disperazione che a Jeanne Béçu mai avrebbe rinunciato, fosse pure uscita da un bordello. Quella donna era l’ emanazione giovane delle sue vecchie carni: un fiore da non recidere! Col tempo, però, maturò l’idea che le offese alla morale non dovevano essere sottovalutate perché alla lunga avrebbero minato il suo potere divino e, proprio per  vivere quella relazione in libertà, stabili di far qualcosa per salvare l’onore e per zittire cortigiani e sudditi.


    Fu Jean Baptiste du Barry a trovargli la soluzione, un escamotage soddisfacente per il reciproco tornaconto. Nell’impossibilità di sposare Jeanne lui stesso,  in cambio di una lauta ricompensa propose un matrimonio di facciata con il proprio fratello scapolo, e poiché la famiglia du Barry millantava titoli nobiliari Jeanne sarebbe divenuta contessa e le sorelle del du Barry sue dame di compagnie.  Il ruotato trafficò con così pochi scrupoli e tanta abilità che quando ritornò a Levignac sulla Save, il paese natio della Guascogna disteso accanto a un corso d’acqua, lo fece dotato di un capitale invidiabile e della promozione a  Conte dell’isola di Jourdain. 


    L’Ange nell’autunno del 1768 si trasferì definitivamente a Versailles dove divenne la contessa du Barry.  Luigi XV,  mai largo di manica con le favorite precedenti,  per assecondare i suoi desideri attinse alle casse dell’erario come fossero senza fondo: nei cinque anni che li videro insieme il sovrano le regalò vestiti, gioielli, residenze lussuose. Anche se Madame du Barry, istintiva, generosa e semplice, unica a trattare la servitù con cameratismo, all’inizio si sistemò volentieri col piccolo seguito nell’appartamento lasciato libero da Le Bel.  Il povero valletto, infatti, poco tempo prima,  era morto a causa di una crisi epatica.  A Versailles si malignava che se ne fosse andato per il dispiacere di aver contribuito alla disfatta morale del suo signore, per non essere riuscito a impedirgli di esporsi al ridicolo della corte e alla perdita di stima dei sudditi.


    Erano infatti molti i denigratori dell’Ange. Il duca di Choiseul primo tra questi: aizzato dalla sorella, livida per aver visto sfumare la possibilità di diventare a sua volta favorita, le fece una tale guerra che gli costò l’esilio. Madame du Barry non si curava troppo delle maldicenze, grata del potere che aveva ricevuto  partecipando alle nozze dei tre nipoti del re. Girava per il Trianon con abiti che fluttuavano sulle sue forme armoniose: una moda nuova e un modo per restituire al sovrano il giusto  lustro. Via stecche e panier, via ogni forma di trucco, annodati con nonchalance i riccioli biondi, l’Ange era splendida!


    La stella di madame du Barry declinò il giorno che Luigi XV scomparve. Dopo la sua morte, Luigi XVI con una lettera le ordinava il confino a molte miglia da Parigi, nel monastero di Pont aux Dames. Partì piangendo in una fredda alba primaverile e la sera si ritrovò nella cella lugubre di un edificio in rovina. Difficile prova, giorni interminabili e senza futuro,  ma col tempo si fece benvolere dalle suore e in capo a un anno il principe di Ligne, uno dei più grandi signori dell’epoca, mosso a pietà, si decise a chiedere udienza a Maria Antonietta:


    - Madame – disse dopo un profondo inchino – Iddio vi ricompenserà per la vostra indulgenza… permettete che Madame du Barry ritorni a essere libera.


    - Signore come potete chiedermi questo?


    - Madame, lassù la carità è riconosciuta…. – e guardò il cielo - non dubito che voi siate caritatevole…


    Il labbro inferiore della regina fremette, sul volto un’ombra sprezzante e un lungo silenzio. Pensò alla rivale come a un idolo infranto. Deglutì.


    - E va bene, purché abiti a non meno di dieci miglia da Parigi e da Versailles…


    La nuova residenza di Madame du Barry fu il castello di Louveciennes, regalo del defunto re di Francia arredato da lei con stile personale. A soli trentatre anni, bellissima, di nuovo in possesso di ricchezze notevoli, non volle cercarsi un marito. Divenne seguace delle idee di Jean Jacques Rousseau scoprendo le gioie della natura, passeggiando nel parco all’inglese, godendosi i quadri, i mobili e gli oggetti preziosi, ricevendo la crema della società, partecipando alla vita di Louveciennes e facendo molta carità ai suoi paesani. Ma nel 1789 neanche quel ritiro di campagna si salvò dalla tempesta della rivoluzione. In quel periodo Madame du Barry  con generosità e coraggio aiutò gli amici nascondendoli nella sua residenza e riallacciò i rapporti con la famiglia reale, superando  l’ antica asprezza e  prodigandosi per loro. Nel 1791, dopo un malaugurato furto di diamanti preziosissimi, dovette recarsi più volte a Londra per recuperarli. I suoi viaggi insospettirono le autorità francesi e al ritorno di uno di questi fu arrestata e imprigionata alla Conciergerie dove subì un processo. Testimoni d’accusa non pochi ingrati abitanti di Louveciennes e la servitù che pure aveva beneficiato della sua generosità. I suoi concittadini, gli amici e i conoscenti, le  rivolgevano sguardi inquisitori, perversi e ottusi, mentre Fouquier-Tinville, implacabile accusa agli ordini del comitato di salute pubblica durante il Terrore, camminando avanti e indietro sottolineava la requisitoria con enfasi ieratica: - Colpendo una Messalina colpevole di cospirazione contro la patria, non soltanto vendicherete la repubblica delle sue offese!... ma sradicherete uno scandalo pubblico e affermerete il dominio della morale!...


    Povera madame du Barry! Quando la condussero al patibolo pareva un vitello al mattatoio: urlò, pianse, stracciandosi le vesti implorò clemenza. La folla si commosse. Il boia, toccato nel profondo, si affrettò a concluderne il supplizio.  Stessa sorte toccò al vecchio pigmalione:  era un freddo giorno di gennaio del 1794 quando Jean Baptiste du Barry pose il capo sul ceppo e incrociando con lo sguardo il cielo livido si sentì trafiggere dall’inutilità della posta per cui aveva tanto combattuto.

     
  • 20 ottobre 2006
    La prima notte di Luigi XVI

    Come comincia: Racconto primo

     

    Maria Teresa d’Austria nel 1736 andò in sposa al principe Francesco di Lorena, uno degli uomini più belli del suo tempo,  ed ebbe la fortuna, rarissima tra le giovani del suo rango, di legarsi a qualcuno che le piaceva davvero. Lo dominò e ne fu rapita, gli si concesse con tale trasporto che per un intero ventennio rimase incinta. Quando l’imperatore morì,  Maria Teresa cadde in depressione, si tagliò i capelli che erano stati il suo orgoglio, non mangiò e non dormì, si vestì di nero, calcolò le ore insieme 258.774. Faticò molto a riprendersi ma la sua ferrea salute alla fine ebbe il sopravvento e a quel punto, quasi prosecuzione della naturale prolificità, ragione di vita per lei divenne l’espansione della dinastia e degli stati. Usò i suoi figli per raggiungere questo scopo: i maschi furono chiamati a responsabilità di governo, a prescindere dalle loro inclinazioni, le femmine a contrarre matrimoni vantaggiosi per gli Asburgo. Malgrado avesse avuto una famiglia affettivamente armoniosa - o al contrario forse proprio perché non aveva mai conosciuto la sofferenza di questa privazione -  non considerò che ciò fosse importante anche per loro: fu una madre rigida, insensibile e invadente. Ma tutta la nobiltà europea all’epoca pensava che l’imperatrice fosse un esempio.

    Da anni Maria Teresa coltivava una grande ambizione: consolidare l’alleanza con la Francia attraverso le nozze di una delle figlie più piccole, le adolescenti arciduchesse,  con l’erede al trono Luigi Augusto, nipote di Luigi XV.  Così quando nel 1768  Maria Teresa seppe che il re di Francia era rimasto vedovo, se ne rallegrò molto e studiò subito un doppio affare: offrire a Luigi XV ormai sessantenne la sedicenne  Elisabetta, al nipote Antonia di appena tredici anni. Ne parlò un giorno con il conte Mercy-Argentau, ambasciatore austriaco a Versailles. Pranzando con lui a Hofburg, in uno dei suoi lussuosi appartamenti, l’imperatrice gli confidò i suoi piani. L’elegante, dinoccolato Mercy, servendosi la verdura che sempre consigliava Van Swieten, il celebre medico  di corte, le diede una delusione:

    - Maestà devo purtroppo mettervi al corrente che il Re di Francia si è saputo consolare con una favorita bellissima e molto giovane… la  Contessa du Barry…

    - La Contessa Du Barry?
    - Così è stata insignita… - Mercy - Argenteau le si avvicinò abbassando la voce -  in realtà un sedicente conte Du Barry l’ha fatta prima sua amante, poi prostituta d’alto bordo… e poi Luigi XV…
    - Oh, mio Dio!
    - Per dare alla fanciulla prove di nobiltà – continuò il fedele Mercy-Argenteau – il duca di Richelieu ha scovato una contessa decaduta che per danaro si è prestata a far da madrina… a Versailles non si parla d’altro… madame du Barry è potentissima, Luigi XV stravede per lei…

    Ma il destino condusse gli eventi in modo che il re di Francia ritenesse infine utile inviare la proposta di matrimonio tra il delfino Luigi Augusto e l’arciduchessa Antonia,  quindicesima figlia di Maria Teresa. La domenica di Pasqua del 1770 l’ambasciatore francese, in qualità di rappresentante di Luigi XV, fece pubblicamente ingresso a Vienna alla testa di quarantotto magnifiche carrozze, trainate ciascuna da sei cavalli e scortate da centodiciassette fanti. A Vienna i festeggiamenti presero l’avvio.

    Dopo aver fatto ufficiale rinuncia al diritto di successione alla madre, nei giorni seguenti la piccola Antonia, dovette congedarsi con dolore dalla corte viennese e partire per il regno di Francia.  Un viaggio di otto-nove ore quotidiane su una carrozza che velluti e oro non rendevano più comodo, attraverso stati asburgici, principati, città-stato tedesche, tenendosi accanto Mops, l’adorato cane, un carlino fulvo, unico legame fisico con ciò che lasciava. Tre settimane dopo giunse all’isola delle Spezie, una lingua di terra in mezzo al Reno considerata  neutrale, scelta per la sua consegna alle autorità francesi. Sull’isola per quella cerimonia, chiamata del commiato, era stato costruito un piccolo castello di legno che comprendeva cinque stanze - due in territorio austriaco, due in quello francese, una in centro – che i ricchi di Strasburgo avevano contribuito ad arredare con mobili e suppellettili. Il giorno stabilito Maria Antonietta, tutta vestita d’oro, frastornata, collocata dalla delegazione austriaca su un palco  preso in prestito dall’università luterana, poté ammirare la sala centrale ornata di arazzi: grandi e vivaci rappresentavano il mito di Medea che, respinta dall’amato Giasone, per punirlo aveva ucciso i figli. Davanti a quella macabra rappresentazione, uno sconosciuto visitatore di nome Wolfgang Goethe, a quel tempo studente di legge a Strasburgo, era rimasto scandalizzato al punto da annotarlo nei suoi libri. Ma la futura Maria Antonietta stanca, stressata dal cambiamento e interessata ad altro, non ci fece caso: del resto non ne conosceva il significato perché, a parte il fatto di essere molto giovane, detestava lo studio.

    Gli addii furono strazianti: Antonia non poté tenere con sé nemmeno Mops.

    - Devi separartene –  disse Mercy-Argenteau guardandola dalla sua alta statura.
    - Ma perché?!
    - Adesso sei in territorio francese.
    - E allora?
    - Questi sono gli ordini.

    Mentre il cagnolino veniva condotto via la ragazzina scoppiò in lacrime.

    Il 14 maggio 1770 la Delfina giunse a destinazione a Compiégne, residenza di campagna dei reali, attigua a una verdissima foresta. Si erano dati appuntamento nel punto in cui la strada attraversava il fiume Oise, sul ponte di Berne, dove la natura respirava. Luigi XV arrivò in una carrozza sulla quale avevano trovato posto tre delle sue figlie nubili e il promesso sposo Luigi Augusto che stranamente sembrava seccato dell’incombenza. Il re di Francia, al contrario, non vedeva l’ora di appagare la curiosità: si trovò di fronte un’adolescente non molto alta, snella, scarsa di petto, chiara di pelle, di occhi e di capigliatura. Una tipica austriaca la cui fronte spaziosa, il naso aquilino, il labbro inferiore pronunciato, conferivano un’aria rispettabile.  Non ne fu deluso. Antonia era stata pettinata alla francese, portava un abito con la crinolina, sontuoso e gonfio come una vela. Mentre a distanza la folla curiosa l’acclamava, il duca di Choiseul, che aveva curato le trattative matrimoniali, le diede il benvenuto. Poi si fecero avanti Luigi XV e il Delfino in una profusione di cerimonie e inchini. Antonia salì in carrozza sedendo tra i due. Sbirciava lo sposo con la coda dell’occhio trovandolo ordinario: corpulento, pienotto di viso, l’aria imbronciata sotto le scure sopracciglia. Lui, visibilmente imbarazzato, non la guardava.  Antonia prese a conversare con il vecchio re. Quel giorno,  il futuro Luigi XVI, non degnò la nuova arrivata di una sola gentilezza. Rassegnato agli eventi, ai quali si sentiva obbligato, prima di coricarsi si limitò a scrivere sul diario “Incontro con madame Delfina”. Fu tutto. Ma la sera Maria Antonietta ebbe  la  sorpresa di trovare in bella mostra sulla toilette, riflessi nella grande specchiera dalla cornice dorata,  i gioielli di valore inestimabile che erano appartenuti alla regina defunta e che avrebbe indossati il giorno delle nozze, 16 maggio 1770.

    Quindici anni lei, sedici lui: l’età degli sposi. Il popolo era stato invitato al matrimonio: nella reggia di Versailles, nei suoi giardini, ammessi tutti coloro che erano vestiti decentemente, nelle strade, nelle piazze il cibo distribuito, il vino versato a chi voleva brindare alla loro salute. Al mattino, attraversando i cancelli del celebre palazzo, la Delfina fu sbalordita dall’andirivieni. Carpentieri, pirotecnici, tappezzieri, mobilieri, cuochi. Il cortile dei marmi, col suo ammattonato di losanghe bianche e nere, lavato da poco sembrava risplendere. Poi una moltitudine di dame di corte, cameriere, acconciatrici, la rapì  per la  toilette. All’una, in uno splendido abito di broccato bianco, Maria Antonietta entrò nella stanza del re dove il Delfino la stava aspettando. Lui le diede la mano come richiedeva il protocollo e la condusse dove i cortigiani li attendevano, nella galleria degli Specchi di cui ogni corte europea invidiava lo scintillio di luci sotto soffitti d’oro.  L’arcivescovo di Reims celebrò la funzione religiosa nella cappella di Versailles.

    Galantina d’uccelli, fagioli alla bretone, cavolfiori alla parmigiana, pane ai funghi, aringhe  alla mostarda, piccoli paté, trota alla Chambord, sogliola alle erbe fini, luccio alla polacca, merluzzo alla crema, arrosto di montone di Choisy, manzo alla scarlatta, piccioni all’ortolana, tordi, fagiani, crema alla Genest, profiterolles, dolce di Baviera, innaffiati di borgogna e di champagne, erano solo alcune delle portate del fastoso banchetto che, accompagnato da musiche e luminarie, seguì la cerimonia. Luigi Augusto e Antonia, storditi, fecero appena un assaggio. A notte, dopo la cena, ebbe inizio l’antica cerimonia che i francesi chiamavano del coucher. Furono accompagnati nella loro camera, immensa, con grandi specchi e drappi di broccato.  Tradizione voleva che la corte fosse presente la prima notte che i principi andavano a letto insieme. Luigi XV, in segno di stima, diede la propria camicia al Delfino e la duchessa di Chartres, nuora del primo principe di sangue reale, la sua alla Delfina. L’arcivescovo benedì il talamo davanti a cui stavano gli sposi: Maria Antonietta con studiata compostezza, Luigi Augusto, malgrado gli incoraggiamenti del nonno libertino, con enigmatico mutismo, bloccato dall’ansia della prestazione. I due si infilarono sotto le lenzuola studiati dalla folla: le cortine del baldacchino vennero chiuse, poi di nuovo riaperte perché il mondo constatasse che giacevano insieme. Quando, dileguati i presenti, rimasero soli, storditi dalle cerimonie,  impacciati, non fiatarono e non si avvicinarono l’uno all’altra. Del resto oltre a non conoscersi parlavano lui francese e lei tedesco. Fu Maria Antonietta a esordire nella lingua del consorte che aveva imparata dall’abate Vermond, suo precettore sin dai tempi di Hofburg:

    - Mi sembrate molto provato.
    - Si madame, sono molto stanco.
    - Non preoccupatevi, abbiamo tempo.

    La giovinetta fece scivolare la sua mano verso quella del Delfino ma, impercettibilmente, lui si ritrasse. Silenzio pesante. Antonia raschiò la gola:

    - Dormite?
    - Non ancora.
    - Nemmeno io.

    Lei avvertiva il suo respiro lieve. Dei colpetti di tosse imbarazzati. Si girarono su un fianco voltandosi le spalle. Sapendosi lontano da casa, Maria Antonietta provò una fitta: il viaggio era durato quasi un mese e ora cominciava un’esistenza diversa, se ne rendeva conto perché il peso di quei giorni turbinosi le cadeva addosso. Pensava a sua madre, alla quale aveva sempre ubbidito per farsi amare e dalla quale non si era mai sentita completamente protetta. Pensò alla sorella data in sposa a un sovrano debole di mente per consolidare gli Asburgo nel regno di Napoli e ricordò quello che la mamma aveva scritto sulla sorella : “Sarò contenta finché adempirà ai suoi doveri verso Dio e verso suo marito e si guadagnerà la salvezza, anche se questo la renderà infelice”. Lei, cosa l’aspettava? Sarebbe stata felice?

    Il Delfino immobile intuiva l’alba dietro le grandi vetrate, non aveva chiuso occhio tutta la notte, prostrato come davanti a troppi esami. Il futuro Luigi XVI era un insicuro. I suoi genitori avevano prediletto con decisione il fratello maggiore, un bambino che ritenevano dotato di tutte le virtù adatte a un principe  ma che, come spesso accadeva a quel tempo, era morto in tenera età. Luigi, quasi ne avesse usurpato il titolo,  ora non si sentiva degno della sorte regale. Quando sua madre e suo padre morirono di tubercolosi, passò nelle mani del duca di La Vauguyon, tutore autoritario e meschino che finì di castrare la sua fragile personalità e ne accentuò l’introversione. Convinto di non suscitare interesse non osava lasciarsi andare all’amore di nessuno.

    Al mattino i domestici non permisero agli sposi di oziare a letto perché la giornata era dedicata alla noiosa presentazione alla Delfina di una schiera infinita di cortigiani. Maria Antonietta si alzò,  con rassegnata compostezza si affidò alle dame per la vestizione.  In un momento in cui si trovò solo il futuro Luigi XVI appuntò velocemente sul diario: “Nulla”.

    Nei giorni seguenti la Delfina cercò spesso l’abate  Vermond, che da Vienna l’aveva seguita a Versailles e del quale ora, in terra straniera, sentiva di avere ancora più bisogno.  L’arciduchessa non sapeva come ci si dovesse comportare tra marito e moglie e provava un certo imbarazzo a parlarne con il sacerdote ma, proprio per questo, la sua benedizione era importante.

    - Fino ad oggi il Delfino non mi ha baciata, non mi ha neanche toccato la mano - si confidava percorrendo con lui in carrozza i vialetti intorno all’aranceto, così perfetto da sembrare finto.

    - Date tempo al tempo e non preoccupatevi – rispose  l’abate, che aveva sempre saputo guadagnarsi con tatto e discrezione la sua benevolenza e che, rassicurandola, aveva  cementato il suo incarico. Ma la notizia in realtà era sulla bocca di tutti e, seppur sembrasse prematuro dolersene troppo, non era apparsa di buon auspicio, come non lo era la sciagura del 30 maggio, giorno in cui i festeggiamenti nuziali si erano conclusi a Parigi con uno spettacolo di  luminarie, spari e fuochi d’artificio.

    Al termine dei fuochi notturni la folla tumultuosa che si era radunata sull’immensa piazza Luigi XV, oggi Place de la Concorde, ansiosa di andare a far baldoria nei boulevards aveva imboccato nel buio pesto la rue Royale, sventrata da canali in costruzione. Quasi senza accorgersene i parigini vi era caduti dentro come topi, uno sull’altro, schiacciati, calpestati, soffocati,  insieme a cocchieri e cavalli. Il panico, dilagato in un pigia-pigia mortale, aveva fatto il resto e alle prime luci dell’alba il numero dei deceduti era arrivato a centotrentatre.  L’elemosina di Luigi Augusto e di Maria Antonietta non ripagò il dolore dei sopravvissuti.

    Con gli anni la confidenza tra il Delfino  e madame si approfondì ma non il loro rapporto fisico. I due giovani a volte si evitavano e accennavano alla “cosa” con imbarazzo. Il povero Luigi, che viveva il problema come un imputato sul banco, era sotto stress, tanto più che qualcuno aveva iniziato a ventilare la necessità di un’operazione chirurgica. Per rilassarsi  amava ritirarsi nella residenza di Compiégne castello che suo nonno stava facendo ristrutturare, vicino alla foresta nella quale  preferiva andare a caccia.

    Un giorno il futuro re di Francia riuscì finalmente a dire alla moglie :

    - Non ignoro ciò che il matrimonio comporta. Vivrò con voi in intimità coniugale durante il tradizionale soggiorno estivo della corte a Compiègne.
    - Dal momento che dobbiamo vivere in intima amicizia – rispose Maria Antonietta – dobbiamo fidarci e parlare di tutto tra di noi.

    Tuttavia quando giunsero a Compiègne, così invitante con la sua aria fresca e boscosa, il Delfino mangiò tanto, come spesso accadeva, ma questa volta al punto da averne un’indigestione molto seria. Che lo avesse fatto apposta? Fatto sta che si sentì male, vomitò,  ebbe la febbre e  di nuovo fu deciso che i due dormissero separati. Le notizie che arrivavano dalla Francia esasperavano Maria Teresa d’Austria: l’inettitudine del genero rischiava infatti di mandare a monte quel capolavoro strategico che  aveva tessuto in anni di rapporti diplomatici e per di più sua figlia sembrava non saper far fronte all’impasse. Luigi Augusto si sottopose  alle cure dei medici: fece bagni, bevve pozioni, ingerì limatura di ferro. Fu auspicato nuovamente un intervento ma il chirurgo, per fortuna, stabilì che avrebbe peggiorato il suo stato psicologico e che tutto dipendeva solo dalla sua volontà. Il nonno, che di persona aveva controllato che non ci fossero malformazioni, fu d’accordo. Luigi, che di regnare avrebbe fatto a meno bisognoso com’era di affetto, malgrado i problemi sembrava essersi affezionato  alla moglie che gli avevano imposto, e spesso si ritirava con lei per cenare da soli. Finalmente tre anni dopo la Delfina scrisse una lettera alla madre nella quale affermava che il marito era stato “ più premuroso del solito”. Era accaduto proprio a Compiègne: lui  assicurò di aver fatto sua Maria Antonietta e il nonno raggiante, presi i nipoti per mano, li baciò.  In realtà il regale giovanotto era riuscito soltanto a deflorarla senza completare l’atto e per molto tempo ancora Maria Antonietta non rimase incinta.

    Nel 1777 accade un fatto nuovo. Giuseppe II, imperatore d’Austria e del sacro romano impero, fratello di Maria Antonietta divenuta nel frattempo regina di Francia, decise di affrontare la fatica del viaggio per recarsi a trovare la coppia infeconda, con l’intenzione di esaminare accuratamente il caso. Viaggiava sotto le false spoglie del “conte di Falkestein” e quando arrivò a Parigi il suo ambasciatore Mercy-Argenteau non poté riceverlo perché era a letto sofferente di emorroidi. L’imperatore non se ne curò e preferì prendere alloggio in una locanda di Versailles evitando di partecipare ai rituali mondani della corte. Ma fu assiduo con i due coniugi, per tre settimane li studiò, li rimproverò e li sorresse, quando finalmente riuscì a capirne il mistero, in una lettera al fratello Leopoldo, Granduca di Toscana, spiegò dettagliatamente: Luigi ha erezioni forti, di buona tenuta; introduce il membro, resta là un paio di minuti e si ritira senza mai eiaculare, sempre in erezione, e augura la buonanotte… Si accontenta di questo dichiarando semplicemente che lo fa solo per dovere e non prova alcun piacere. Ah, se potessi essere presente una volta gliel’avrei fatta vedere io! Bisognerebbe frustarlo per farlo eiaculare di rabbia come gli asini.

    Luigi XVI aveva un blocco psichico, dal quale neanche i re sono esenti. Ma gli altri di affannavano tanto perché la nascita di un erede aveva precise implicazioni politiche, garantiva la continuazione della monarchia ereditaria e di ascendenza divina, era la vittoria della vita sulla morte!  Sicché quando, a tre mesi dalla partenza di Giuseppe II, a sette lunghi anni dalle nozze, Maria Antonietta scrisse  alla madre che il matrimonio era stato realmente consumato  e che la prova si era ripetuta, il fratello di Luigi XVI che aspirava al trono per il proprio primogenito, rimase deluso, ma tirarono un sospiro di sollievo l’Imperatrice d’Austria e tutti coloro che avevano nella faccenda qualche interesse.  Anche se i costumi andavano mutando e spirava un filosofico vento di liberazione, la vita dei sovrani coinvolgeva, eccome! Si sa che era soprattutto la vita sessuale quella che, come oggi, suscitava la più grande curiosità e i più forti sentimenti di odio e di amore.