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Poesie di Bruno Panebarco

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  • 29 marzo 2012 alle ore 18:16
    Nell'attesa

    Nell’attesa
    porto a termine le mie elucubrazioni
    Guardo
    Osservo la gente
    Ne spio quasi le movenze
    Gli atteggiamenti
    Cerco una sorta di dialogo con gli occhi
    In vece di quel rapporto
    Disperatamente anelato
    Linfa vitale dell’esistenza
    E quasi mai realizzato
    Qui è tutto uno sfilare
    Di gente indaffarata nel proprio lavoro
    Vanno tutti di corsa
    Vanno tutti di corsa...
    Che voglio dire?
    Non so!
    Qui ci son tavoli
    E gente che mangia
    E va beh! Mangiate...
    Mangiate...
    Io lo so che non vi potete fermare
    Solamente per parlare con me
    E che non potete parlare
    Mentre tutto un cibo vi ingolfa la bocca
    Solo trilli di cellulari
    Arrestano perentoriamente
    Il triturare delle vostre mandibole
    Avete uno sguardo adirato
    Si vede
    Mentre la mamma la moglie
    l’amante la zia l’amico vi chiama
    Che cazzo ti chiami?
    Non vedi che mangio?
    Eppure ridete
    Fingendo piacere...
    Osservo
    Continuo a osservare
    Io solo
    Distante dal tavolo
    Son come quell’occhio malato
    Che spinto da insana passione
    Registra ogni schiocco di lingua
    Del vostro agitato mangiare
    È un’insulsa serata
    Poco speciale
    Guardare gli altri
    Sostare ad una tavolo
    A rifornire le viscere?
    No!... Non lo credo...
    Può sembrare ossessivo
    E così è, se vi aggrada...
    A me
    Di persona
    Non me ne può fregare di meno
    Di ciò che vi aggrada
    Io so ch’è un’arte
    Osservare
    Cibare gl’occhi di sguardi
    Di membra, di fette di culo e sorrisi,
    di smorfie e pensieri
    Di quelli che fingono assenza beata
    Mentre impudico
    Scruto l’essenza
    Di quel loro ispirato mangiare.

  • 25 marzo 2012 alle ore 20:01
    Allacciate le scarpe

    Forse il sole non era più il sole di una volta, e non riusciva più a scaldarci.
    Forse la gente non era più la stessa, e aveva dimenticato di essere gente.
    Avevano dimenticato di essere uomini e donne.
    Forse Dio si era dimenticato di noi o non aveva più voglia di occuparsi dei propri figli.
    Come nelle peggiori epoche dell’umanità, giorno dopo giorno, la luce era andata scomparendo e noi passavamo attoniti da un sopruso all’altro, da una privazione all’altra, da uno spregio a una irrisione, a un abuso, a un castigo.
    Come i peggiori dei delinquenti, più di loro, venimmo privati delle nostre case, delle nostre attività, dei nostri lavori e, infine, anche della dignità.
    Per un po’, ancora per un po’, continuammo a sperare che ci fosse stato un errore, sulle nostre persone, sulle nostre famiglie.
    Quando ci dissero che noi tutti dovevamo indossare la stella di David e portarla ben in vista sui nostri vestiti, capimmo che non c’era stato nessun errore, ma la portammo comunque con orgoglio. Quella dignità ancora non ce l’avevano strappata.
    Poi salimmo sui treni. Chi in primavera, chi d’estate, chi ancora d’inverno o d’autunno, come bestie. Animali dalle sembianze umane, vedemmo scorrere i paesaggi innevati o le campagne inondate di sole dei nostri paesi e poi territori e luoghi sconosciuti, e ancora, tra coloro che non morirono di stenti, pensammo che forse non era tutto perduto, e prima o poi tutto sarebbe finito e un giorno avremmo potuto fare ritorno alle nostre case.
    Quell’intima speranza durò meno di niente e quando il cancello attraverso il quale transitò il treno, fu chiuso alle nostre spalle, scomparve mischiandosi al fumo acre che si vedeva al fondo del campo e si percepiva disgustoso e nauseabondo.
    “Allacciate le scarpe” dicevano, “le ritroverete più facilmente dopo la doccia”.
    Ma allora, perché strapparci i denti d’oro, prima?
    Allacciate le scarpe. Non era più possibile credere. Credere e sperare.
    Io avevo visto le montagne.
    Montagne di scarpe Montagne di valigie Montagne di capelli Montagne di vestiti Montagne di spazzole Montagne di occhiali.
    E poi, montagne di dolore e di disperazione.
    Allacciate le scarpe, prima di entrare.  Come se fosse un’ulteriore punizione, io li avevo visti morire.  Morivano in piedi, uno affianco all’altro, quasi abbracciati, per farsi coraggio l’un l’altro. Rimanevano in piedi, non cadevano neanche, come strani, inanimati, terribili manichini ed in terra, sparsi ovunque sul pavimento, escrementi.
    Non c’è azione che io possa fare, luogo che possa visitare, pensiero che possa avere, senza ricordare quel monito:
    Allacciate le scarpe
    Allacciate le scarpe
    Allacciate le scarpe