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Autore

Bruno Panebarco

in archivio dal 05 mar 2012

16 marzo 1959, Roma - Italia

segni particolari:
Non può vivere senza arte, musica e letteratura. 

mi descrivo così:
Scrivo, dipingo e faccio musica da trent'anni. Cinque romanzi e un libro di fotografie pubblicati, un documentario (L'ultimo balcone) invitato ufficialmente in concorso al 33° TFF (2015). Scriverò e suonerò anche in punto di morte. Lunga vita al lupo

25 marzo 2012 alle ore 20:01

Allacciate le scarpe

Forse il sole non era più il sole di una volta, e non riusciva più a scaldarci.
Forse la gente non era più la stessa, e aveva dimenticato di essere gente.
Avevano dimenticato di essere uomini e donne.
Forse Dio si era dimenticato di noi o non aveva più voglia di occuparsi dei propri figli.
Come nelle peggiori epoche dell’umanità, giorno dopo giorno, la luce era andata scomparendo e noi passavamo attoniti da un sopruso all’altro, da una privazione all’altra, da uno spregio a una irrisione, a un abuso, a un castigo.
Come i peggiori dei delinquenti, più di loro, venimmo privati delle nostre case, delle nostre attività, dei nostri lavori e, infine, anche della dignità.
Per un po’, ancora per un po’, continuammo a sperare che ci fosse stato un errore, sulle nostre persone, sulle nostre famiglie.
Quando ci dissero che noi tutti dovevamo indossare la stella di David e portarla ben in vista sui nostri vestiti, capimmo che non c’era stato nessun errore, ma la portammo comunque con orgoglio. Quella dignità ancora non ce l’avevano strappata.
Poi salimmo sui treni. Chi in primavera, chi d’estate, chi ancora d’inverno o d’autunno, come bestie. Animali dalle sembianze umane, vedemmo scorrere i paesaggi innevati o le campagne inondate di sole dei nostri paesi e poi territori e luoghi sconosciuti, e ancora, tra coloro che non morirono di stenti, pensammo che forse non era tutto perduto, e prima o poi tutto sarebbe finito e un giorno avremmo potuto fare ritorno alle nostre case.
Quell’intima speranza durò meno di niente e quando il cancello attraverso il quale transitò il treno, fu chiuso alle nostre spalle, scomparve mischiandosi al fumo acre che si vedeva al fondo del campo e si percepiva disgustoso e nauseabondo.
“Allacciate le scarpe” dicevano, “le ritroverete più facilmente dopo la doccia”.
Ma allora, perché strapparci i denti d’oro, prima?
Allacciate le scarpe. Non era più possibile credere. Credere e sperare.
Io avevo visto le montagne.
Montagne di scarpe Montagne di valigie Montagne di capelli Montagne di vestiti Montagne di spazzole Montagne di occhiali.
E poi, montagne di dolore e di disperazione.
Allacciate le scarpe, prima di entrare.  Come se fosse un’ulteriore punizione, io li avevo visti morire.  Morivano in piedi, uno affianco all’altro, quasi abbracciati, per farsi coraggio l’un l’altro. Rimanevano in piedi, non cadevano neanche, come strani, inanimati, terribili manichini ed in terra, sparsi ovunque sul pavimento, escrementi.
Non c’è azione che io possa fare, luogo che possa visitare, pensiero che possa avere, senza ricordare quel monito:
Allacciate le scarpe
Allacciate le scarpe
Allacciate le scarpe

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