username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Bruno Panebarco

in archivio dal 05 mar 2012

16 marzo 1959, Roma - Italia

segni particolari:
Non può vivere senza arte, musica e letteratura. 

mi descrivo così:
Scrivo, dipingo e faccio musica da trent'anni. Cinque romanzi e un libro di fotografie pubblicati, un documentario (L'ultimo balcone) invitato ufficialmente in concorso al 33° TFF (2015). Scriverò e suonerò anche in punto di morte. Lunga vita al lupo

09 marzo 2012 alle ore 18:40

La spaccata

Intro: "La spaccata" fa parte di una serie di racconti brevi, ancora inediti, intitolati "Freak Memories". Sono flash velocissimi e duri, storie di vita vissuta, narrata con disincanto, sulla tossicodipendenza e altre disavventure come il carcere, i viaggi e l'amore ai tempi dell'eroina.

Il racconto

Chiede un’altra birra nonostante abbia la nausea. Il bancone del pub non sta fermo un attimo, gli ondeggia sotto il naso come se avesse le ruote. Sente gli occhi bruciare per il fumo che riempie il locale e mentre se li stropiccia reprime un conato di vomito. Rutta rumorosamente, senza curarsi di chi gli sta vicino.
Salute maiali!
Solleva in alto il calice, mentre ruota sullo sgabello girevole.
Ehi fratello! Datti una calmata o vai fuori a rinfrescarti le idee.
Il barista è uno alto e magro come un chiodo, con i dreadlocks che gli scendono sulle spalle e un goffo cappello di lana in testa che sembra una cipolla.
Gli alza la mano in un gesto di scusa e scende dallo sgabello. Al fondo del locale c’è un tavolino libero. Fa un casino infernale per centrare la sedia. La sposta a destra e sinistra senza sollevarla da terra e la gente intorno lo guarda con la faccia contrariata per i rumori molesti che produce.
Prosit!
Scruta uno a uno i tavoli che lo circondano. Sono affollati di gente vociante, ragazzi e ragazze intenti a bere, a ridere e parlare. Punta gli occhi su di una giovane che gli sta giusto di fronte, le gambe bianche accavallate sotto una gonna corta. Si alza di scatto e le si avvicina.
Posso offrirti da bere?
La voce è impastata e lenta come in una scena al rallentatore. Gli occupanti del tavolo lo guardano stupiti, convinti che quello a cui stanno assistendo non può avere nessun senso. Lo avvertono che la ragazza non è da sola e ha già un bicchiere in mano, ma lui insiste, facendo come se quelli non ci fossero neanche.
Sei proprio carina, sai?
Un giovane seduto al fianco della donna si alza e gli si avvicina. Con una mano spinge sul suo avambraccio, per allontanarlo da lei.
Adesso stai esagerando. Meglio che vai a farti un giro.
Lui si scrolla la mano di dosso e nella concitazione del gesto rovescia il resto della birra in terra.
‘Cazzo vuoi tu? Non stavo parlando con te!
Il ragazzo gli si fa sotto minaccioso. È l’intervento degli amici della tavolata a bloccarlo.
Lascia stare, non ne vale la pena. Non vedi che è ubriaco?
Lui indietreggiando appena, li sfotte, imitando una scimmia che si gratta le ascelle e riproducendone il verso gutturale ma quelli fanno finta di non vederlo, curandosi unicamente di riaccompagnare l’amico al proprio posto. Ora è il barista a tirarlo per un braccio.
Ok. Adesso tu, buono buono te ne vai fuori. Hai fatto abbastanza casino per stasera.
Il giovane lo scorta fino all’uscita stringendogli il braccio con forza.
Dai retta a me. Vattene a casa, prima che ti succeda qualcosa di spiacevole.
Lui gli alza il medio in segno di spregio, poi si gira e si avvia sul marciapiedi.
La notte è fredda ma non se ne accorge neanche. Un vento tagliente e fortissimo lo fa rallentare o lo spinge, a seconda della direzione in cui procede. Sotto i portici di via Roma il vento lo colpisce di meno ma lo sente ululare e agitare gli alberi, i cartelli stradali e le tapparelle sui balconi. Sacchetti di plastica e pagine di giornale svolazzano impazziti nell’aria. La strada è completamente deserta. Le vetrine dei negozi gli sfilano di fianco, illuminate a malapena dai lampioni posti lungo il percorso dei portici. Si sofferma a guardare quella di una profumeria. Armani, Krizia, Valentino. Profumeria di lusso. Si da uno sguardo in giro e vede la prospettiva del porticato completamente sgombra. Il vento continua a produrre la sua sarabanda di rumori, ad alcuni dei quali non riesce neanche a dare un significato. Rumore più, rumore meno. Svolta nella prima traversa e comincia a cercare qualcosa vicino ad un bidone dell’immondizia. Raccoglie una sbarra di ferro e torna sui suoi passi. Davanti alla profumeria da un ultimo sguardo in giro e poi assesta una botta alla vetrina con tutte le sue forze. Dopo il colpo, il vetro non ha neanche una scalfittura, in compenso una sirena comincia a ululare forsennatamente proprio sulla sua testa. Scaraventa la sbarra lontano e comincia a correre, svoltando nel vicolo dove c’è il bidone dell’immondizia. Vi si acquatta dietro e rimane in attesa. Dopo un paio di minuti è di nuovo il vento a farla da padrone, mentre la sirena ha smesso di gridare. Esce dal nascondiglio e torna davanti al negozio. Getta uno sguardo indifferente alla vetrina, poi si allontana alla ricerca della sbarra. La raccoglie, se la infila al fianco, all’interno dei pantaloni e riprende a camminare sotto i portici. I fari di qualche macchina solitaria sfilano sulla strada deserta. La sagoma di una gazzella dei carabinieri lo fa’irrigidire ma per fortuna non lo vedono neanche e tirano dritto per la loro strada. Gli abitanti della grande metropoli sembrano scomparsi, rintanati nelle proprie abitazioni, al caldo sotto le coperte e lui è l’unica persona ancora in giro, padrone incontrastato della città. Vicino alla stazione ferroviaria passa davanti ad un negozio di fotografia. È ancora da solo. Tira fuori la sbarra e picchia sulla vetrina. L’allarme non suona ma il risultato è identico a quello della profumeria. Il cristallo rimane integro, con una piccola ed insignificante scalfittura dove ha colpito con la punta della sbarra.
Bastardo! Non ti vuoi rompere? Te la faccio vedere io!
Comincia a menare colpi alla rinfusa, preso da una furia incontrollata, fino a quando non sente il palmo della mano dolergli per lo sforzo.
‘Affanculo!
Butta la sbarra in terra e si allontana verso la stazione. Il vento continua a soffiare imperterrito, indifferente alla sua persona e a qualsiasi altra cosa incontri sulla propria strada.
Sul bus che lo porta verso casa sono solo lui e l’autista. Sonnecchia in attesa della sua fermata e riapre gli occhi proprio mentre la stanno superando. L’autista si ferma e lo fa scendere e lui si avvia sul marciapiede deserto. Pochi metri ed è di nuovo davanti alla vetrina di un fotografo. Dentro non c’è granché di valore, un paio di flash elettronici, qualche obbiettivo e neanche una macchinetta di una certa importanza, ma ormai è un tarlo che gli rode il cervello. Come se dalla riuscita di quella azione spericolata dipendesse la sua sopravvivenza. A pochi metri dal negozio c’è l’ingresso di un cortile. In un angolo, una montagnola di sabbia e alcuni mattoni accatastati. Ne raccoglie uno spezzato a metà, torna sui suoi passi e senza neanche guardarsi in giro lo scaglia verso la vetrina. Il rumore del cristallo che va in pezzi si confonde con tutti gli altri rumori causati dal vento. Non scatta nessun allarme. Si avvicina e infilando una mano tra i rombi della saracinesca tira fuori tutto quello che gli capita a portata di mano. Un flash, un obbiettivo, due macchinette da quattro soldi, qualche scatola di rullini. Infila tutto nel giubbotto e si allontana furtivo. 
E allora? Allora? Ti ho fottuto o no?
Gesticola e parla ad alta voce, mentre barcollando si avvia verso il portone di casa a poche centinaia di metri da lì. Si sente orgoglioso di quell’impresa e pensa al giorno dopo: chissà se metteranno la notizia sul giornale?

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento