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in archivio dal 03 ago 2015

Cecilia Cozzi

23 luglio 1992, Ancona - Italia
Segni particolari: Lascia che siano solo la tua passione e i tuoi sogni a guidarti: è solo così che otterrai le ricompense più grandi
Mi descrivo così: Scrittrice. Studio e amo divulgare la storia e la letteratura classica, problematizzare e attualizzare l'antico - Collegio di Merito Bernardo Clesio Trento, Università degli Studi di Trento, Corso di laurea Magistrale in Filologia e Critica Letteraria
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  • 05 agosto 2015 alle ore 17:46
    Lunedì 11/05/2015 Celebrate now!

    Come comincia: Siamo davvero strani, noi uomini. Fissiamo una giornata e decidiamo che, in quelle 24 ore, abbiamo la possibilità di festeggiare e ricordarci di chi amiamo, anzi, meglio, di gridare ai quattro venti quanto quella persona sia importante nella nostra vita. Dobbiamo farlo, perché è nello spirito della festa e perché, subito dopo, saremmo così riassorbiti dal flusso incalzante del tempo, che sembrerà inopportuno farlo o dirlo di nuovo, in un giorno ordinario. Ne volete una prova? Ripercorrete i post e le foto dei vostri amici facebook: quasi nessuno, ieri, avrà dimenticato di celebrare la propria madre, di mostrare ai suoi contatti una di quelle deliziose foto scattate durante la propria infanzia, di ribadire, a suon di proverbi e di citazioni famose, quanto amore possa sfoderare una mamma.
    Se tornate quest'oggi sul luogo del delitto, troverete un nuovo, impressionante silenzio: la festa è finita, si ricomincia l'inevitabile giungla di impegni quotidiani, si aggiorna il proprio profilo, con la volontà, stavolta, di condividere le solite foto o qualche altra frase ironica, detta con gli amici. I riflettori si sono spenti e , per tornare ad assaporare quell'ondata di affetto, che, per alcuni, potrebbe persino risultare prossima all'insorgenza del diabete, dovremo aspettare l'anno prossimo: stesso giorno, stessa ora, il circo mediatico di ricordi, riflessioni e dichiarazioni zuccherose ricomincerà ancora, nell'alveo delle migliori tradizioni e del più classico dei conformismi. Ma negli altri giorni, mi chiedo io? In tutti gli altri 364 giorni che compongono un anno, che cosa se ne fa di quell'amore, di quella gratitudine tanto sbandierata nella rete? Sembrerebbe quasi che abbiamo bisogno di appuntamenti ben fissati, di feste ricorrenti per fermarci un attimo, alzare per un momento lo sguardo dal nostro piccolo mondo quotidiano e realizzare quanto quell'amore materno, umile, dolce ed incondizionato, ci abbia permesso di diventare le persone che siamo. Eppure, quell'amore viscerale ci accompagna sempre, ogni giorno: non ha bisogno di occorrenze da calendario per uscire alla ribalta ed, anzi, anche a costo di farsi quasi invisibile ed accantonarsi in un angolino, ci assiste sempre, ci guarda da lontano e continua a proteggerci, vegliando su di noi, quasi come un angelo custode. E noi, invece di fermarci un istante e farne tesoro, riconoscendone tutta la bellezza, aspettiamo con impazienza una giornata incipiente di maggio: quello è il momento, quella è l'occasione per farlo, ci ripetiamo. E se quella festa della mamma, quella celebrazione di un affetto straordinario e di una dedizione incondizionata, fosse dentro di noi, ogni giorno? A volte, basterebbe così poco per sentirla: dire un grazie dal profondo del cuore, dare un abbraccio al termine di una chiacchierata sofferta, sentire il calore di una carezza sulle guance inumidite di pianto, dimenticarsi i fascicoli sulla scrivania e rimanere al telefono, raccontandosi tutto, come quando si è bambini. Sono gesti semplici, innocui, ma capaci di mettere al riparo il nostro animo da quello che, credo, sia davvero il male maggiore: il vuoto interiore, l'aridità, l'apatia. Si deve esprimere l'amore, si deve trovare del tempo per ringraziare chi si ha vicino e renderlo partecipe della gioia di averlo nella propria vita. Altrimenti, si rischia di rimanere imprigionati solo su di sé, sul proprio mondo, pensando che nulla, all'esterno, possa essere così importante da farci alzare la testa e sollevare lo sguardo che tenevamo a lungo abbassato.
    Non aspettate il calendario, la festa rituale, i giorni prestabiliti: non c'è cosa più bella che accantonare, per un attimo, i propri impegni e celebrare, dentro di sé, nell'intimità del proprio cuore, la bellezza di un amore, la forza dell'amicizia, la gratitudine verso chi ci ha voluto e sostenuto fin dal principio. Regalate un sorriso, aprite il vostro animo, fate una chiamata che state rimandando da tempo o vi dimenticate sempre di fare. Perché sono questi, in fondo, i regali più belli che si possa ricevere: quelli inaspettati, quelli che rischiarano una piovosa giornata ordinaria e, non si sa come mai, fanno spuntare sul nostro volto un sorriso più potente della bufera e del temporale.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/05/celebrate-now.html

     
  • 05 agosto 2015 alle ore 17:44
    Sabato 18/04/2015 È tempo di passione

    Come comincia: Siamo quotidianamente in balia di messaggi inquietanti, preoccupanti e caotici: sembra quasi che interpretare il mondo circostante diventi sempre più difficile, sempre più complesso. Dalla nostra, abbiamo una sola consapevolezza, quella di vivere in un'epoca di crisi, in un lungo, interminabile tramonto di grandi ideali e sogni, dove un inestinguibile grigio si è impossessato di tutto e ci impedisce di vedere i colori con la stessa lucentezza di qualche generazione fa. La parola crisi (segue)
    rimbomba spesso nelle nostre teste, riecheggia spesso nei nostri discorsi e, lentamente, diventa l'alibi per non andare oltre, per giustificare stancamente ciò che di storto ci capita, quasi come una patente di accettazione e rassegnazione con cui proteggerci, con cui falsamente rassicurarci. Nessuno, però, spende un po' del suo tempo a spiegare come sia questo rumore di fondo pessimista e martellante, questo ritornello ormai irrinunciabile per tutti noi a cominciare la crisi, ad avallarne lo sviluppo e a rinforzarne la cupa presenza nelle nostre menti, nei nostri cuori. La crisi comincia soprattutto quando la si percepisce dentro di sé, quando si sente, nella "pancia", che ormai la battaglia è persa e che il mondo è troppo corrotto e contaminato per essere ancora quel bel giardino fiorito che ci immaginavamo da bambini. La crisi siamo noi, con i nostri dubbi e i nostri sconforti, con quel velo che annerisce tutto e non solleviamo mai per vedere da vicino ciò che ci circonda e che pensiamo, a torto, di conoscere bene. Crediamo ci sia sempre tempo per controllare statistiche poco rassicuranti, per alzare la voce e prendercela contro lo stesso sistema che ci ha reso quali siamo tuttora, ma mai per dare un po' di speranza, mai per dar voce alla bellezza di un tramonto, di una canzone o di un incontro fortunato. Sembra che non ci sia spazio per tutto questo e, lentamente, cominciamo a farne a meno e a pensare che davvero non ci sia più nulla di cui rallegrarsi, che i bombardamenti mediatici hanno ragione e la nostra vita scorrerà implacabilmente rinchiusa nei binari della crisi e della recessione. Cosa succederebbe, invece, se ognuno di noi perdesse qualche minuto prezioso per raccontare qualcosa di bello, qualcosa che lo ha appassionato, qualcosa che lo ha emozionato? Continuiamo a dire che nulla, nella decadenza contemporanea, può stupirci più, ma, in realtà, l'uomo è nato per meravigliarsi, per guardare l'ambiente circostante, senza smettere di farsi domande e scoprire, spesso, come ci sia più gusto nel porsi interrogativi, che non nel rispondersi. Perché, allora, non prendersi qualche minuto, in treno, per appoggiare la schiena allo schienale ed osservare un sole nascondersi nelle montagne o le onde infrangersi contro una spiaggia ancora deserta? Certo, all'apparenza sembra meno interessante, perché ormai ci siamo abituati a  ricordare gli innumerevoli ritardi di Trentitalia, a lamentarci per la scortesia degli altri passeggeri e a sbuffare frequentemente pensando a quante ore ancora ci aspettino. Eppure, è proprio un gesto così semplice, così puro nella sua ingenuità, a poterci ridare, anche se per pochi minuti, quel sorriso che, magari, latitava da tanto sulle nostre labbra, una gioia inebriante ed appagante di cui siamo sempre alla disperata ricerca. Mentre ci angustiamo, mentre siamo chini a curarci di noi e guardare solo alle nostre quotidiane disavventure, il mondo, là fuori, continua: il sole continuerà sempre a tramontare con la sua bellissima luce arancione, le montagne innevate continueranno a stagliarsi in lontananza, il mare continuerà ad abbracciare il cielo azzurro in un nodo inscindibile. E se questi spettacoli, invece di scomparire, sono ancora vicini a noi, davanti ai nostri occhi un po' disattenti, perché non ne siamo grati? Perché continuiamo a parlare di crisi, invece di parlare di luci, colori, emozioni?

    Tutti hanno paura della recessione, della disoccupazione e della precarietà, con dei motivi troppo validi per essere respinti, ma c'è un altro bene, assai più grande, che nessuno di noi sembra abbia timore di perdere o sembra ricordare nei suoi pensieri: la passione. La passione è la forza che continua a spingere ancora questo mondo, pur con le sue storture e i suoi stanchi ingranaggi: è la passione del falegname che intaglia nel suo legno e lo sente vivo al suo tocco, è quella dell'insegnante che, nonostante lo abbia ripetuto milioni di volte, continua ad emozionarsi leggendo per i suoi alunni la storia dell'Innominato, è quella del ballerino  a cui bastano poche note per sentirsi bene e lanciarsi nella pista, incurante dei giudici pronti a misurarne minutamente ogni movimento. Siamo noi a non darle mai spazio, a trascurarla sempre nei nostri discorsi, a fingere che non esista e che, nella vita, sia il guadagno o l'avidità a spingerci. Eppure, la crisi vera sarebbe questa: non incontrare persone dallo sguardo sognante, con gli occhi vivaci ed il sorriso evidente, perché certe di aver trovato uno scopo, una intima ragione per alzarsi ogni mattina ed affrontare continue sfide e prove. E mentre tutti controllano strani indici numerici ed urlano alla perdita di valori, io sento la speranza, sento la gioia di essere viva e di sapere che, ancora oggi, ognuno di noi può fare la differenza ed accendere il mondo di bellezza e luce. Perché la passione non è morta, ma, anzi, scorre veloce nelle nostre vene e, finché ci saranno scrittori ispirati, medici devoti alla loro causa o maestre contente dei progressi dei loro bambini, nessuna crisi potrà davvero fermarci o farci desistere dall'amare questa vita.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/04/e-tempo-di-passione.html

     
  • 05 agosto 2015 alle ore 17:39
    Sabato 4/4/2015 Parole che s'incrociano

    Come comincia: Quest'oggi, un bellissimo sole si staglia su un cielo senza nuvole: è difficile dover radunare le proprie cose, preparare i  bagagli e correre in stazione per prender il treno. A volte, basterebbe davvero così poco per essere felici: già appoggiarsi sul davanzale della propria finestra e vedere la città attraversata da questa luce calda e avvolgente riempiono il proprio cuore di gioia più di quanto si possa dire. Sembra, per un momento, che tutto il mondo si sia magicamente arrestato, che nulla di brutto possa davvero accadere per interrompere questo piccolo, meraviglioso spettacolo. Ma, soprattutto, si sente
    quel calore, quel tepore diffuso dai raggi del sole che accarezza la pelle e pare darle una luce nuova, con il suo tocco tenero, ma deciso. Mi ricordo che, da bambina, dopo ore trascorse in spiaggia, fra giochi e bagni in mare, senza fermarsi un attimo, mi avvicinavo il braccio al naso e sentivo un profumo diverso, inebriante:  con quell'odore, ad occhi socchiusi, ripercorrevo la mia giornata e riuscivo a percepire, anche di sera, la fragranza della salsedine, unita al calore della pelle esposta così a lungo alla luce del sole, formando un connubio meraviglioso e , per una bambina come me, irresistibile.
    Crescendo, ho imparato a ripetere questo gesto meccanicamente, quasi per rispolverare una cara abitudine della mia infanzia, di quell'età per tutti dorata e persa in ricordi puri ed immacolati, proprio come un cielo terso in Aprile. Ora, però, se anche lo stupore non è più lo stesso di fronte a gesti come questo, è nata una nuova, più grande consapevolezza: abbiamo ancora bisogno di calore e non solo quello di una bella mattinata di primavera. Ciò di cui abbiamo bisogno, davvero, è del calore delle persone, dei nostri simili, di chi ci circonda. Pensiamo sempre che il nostro tempo sia prezioso e che, nella tortuosa gincana della giungla metropolitana, poco tempo sia rimasto per fare una sana chiacchierata, per rivedere il compagno di banco del liceo o per  concedersi un buon caffè con un amico caro. Amiamo circondarci di SmartPhone, Tablet, WhatsApp e Social Network, pur di sentirci parte di un grande flusso globale, quando in realtà, prima di andare a dormire, fissando per lunghi minuti il soffitto, sentiamo che, nonostante tutto, siamo soli, vuoti e, forse, anche nudi davanti a noi stessi. Crediamo di avere qualcosa di ben più importante da fare o che, forse, le gratificazioni del lavoro possano supplire alla mancanza di avere persone disposte ad ascoltarci. Ci diciamo che va bene così, che in fondo siamo tutti venuti al mondo da soli, con le nostre forze e che, con le nostre stesse forze, dobbiamo lottare, ogni giorno. 
    Quanto mentiamo a noi stessi, quanto andiamo contro ad una delle più grandi verità di questa terra: l'uomo è fatto per parlare, per condividere il suo viaggio e la sua vita con i propri simili. Come faccio ad esserne così sicura, a pretendere di aver capito, poco più che ventenne, come funzioni la vita? 
    Da due eventi, semplici nella loro essenza, ma entrambi importanti per capire, sentire come sia solo questa la strada giusta. Ieri, ho ascoltato un amico: l'ho ascoltato mentre, casualmente, la nostra conversazione toccava tematiche importanti e , senza nessun preavviso, si soffermasse su di lui, su un evento del suo passato che ancora lo lasciava stupito, se non amareggiato. Vedevo la sua timidezza nel mettermi a conoscenza del suo profondo rammarico, ma allo stesso tempo, il sollievo nel dare sfogo, nel nominare, anche se per pochi minuti, quel piccolo dolore accantonato in nome della quotidianità, della routine, dell'andare avanti ad ogni costo. Mi sono intrufolata in punta di piedi nella sua vita, cercando di dimenticare la mia storia ed abbracciare la sua visuale, di far mia la sua delusione. Eppure, non ho permesso che tutto ciò scemasse in un repertorio di brutti ricordi: ho cercato di confortarlo, di rincuorarlo non con parole di circostanza o con frasi stereotipe, ma mostrandogli qualcosa di me, regalandogli qualcosa di mio in cambio. Decisi di raccontargli una mia esperienza, molto simile alla sua, e quanto io ne avessi tratto per essere migliore, per non farmene fermare: ho semplicemente condiviso con lui qualcosa del mio profondo, qualcosa del mio io e ho cercato di infondere in lui la stessa speranza, lo stesso entusiasmo con cui ho superato il mio impasse, pur con le stesse paure ed incertezze. Bastavano i suoi occhi per capire che la mia mossa avesse colto nel segno: ora erano accesi, ridenti, non più velati della stessa malinconia di prima ed il viso aveva anche il suo solito sorriso spuntato nelle labbra. Certo, una bella chiacchierata a cuore aperto non modificherà quanto è successo, non toglierà a lui il suo dolore, come non annullerà le mie cattive esperienze: eppure, è bastato ascoltarsi un po' e condividere la propria vita per sentirsi meno soli, più vicini, più sereni. E come si può barattare questo, cosa può sostituire il calore umano di un abbraccio sentito o di una stretta di mano decisa? In quel momento, una mia parola ha potuto fare la differenza, un gesto così piccolo come un sorriso ha dato qualcosa di prezioso a qualcuno che ne aveva bisogno, pur senza averlo specificamente chiesto. Questo è il potere della condivisione, dello stare in mezzo agli altri ed irradiare la gioia e la speranza, anche quando sembra che non possa esserci più nulla da fare, anche quando tutto sembra perduto. Ma, ci si potrebbe chiedere, perché dovremmo disperdere nostre energie nel farlo? Che senso avrebbe aiutare altre persone, se ciascuno di noi è così diverso e ha compiuto esperienze totalmente differenti? 
    Professor Lamberto MaffeiA questa domanda, risponderò grazie alle parole di qualcun altro, che mi ha fatto indirettamente capire come questa sia la strada giusta. Questo tale non è una persona qualsiasi: sto alludendo al professor Maffei, presidente dell'Accademia dei Lincei, nonché neuroscienziato di fama mondiale, con un curriculum troppo lungo per essere anche solo ripercorso in breve. Ebbene, questo uomo, così famoso eppure così umile e pronto ad ascoltarci, ha concluso il suo intervento, quest'oggi a Trento, con una bellissima frase: il cervello umano ha bisogno di stimoli, ha bisogno di un ambiente recettivo in cui svilupparsi, altrimenti muore. Di primo acchito, sembra un'affermazione perfino ovvia e scontata, ma, in verità, mentre la annotavo  velocemente fra i miei appunti, ne ho percepito davvero la portata e l'effettivo significato : ognuno di noi può stimolare, incuriosire ed affascinare gli altri molto più di quanto si crede. Ognuno di noi può fare qualcosa di speciale e divenire un esempio per tutti gli altri. Ognuno di noi può venire in questo mondo ed inciderlo profondamente, perché ne abbiamo tutti gli strumenti e la forza. Siete ancora scettici? Le ricerche del professor Maffei lo comprovano: alcuni anziani, con i tipici segni iniziali della demenza senile, se opportunamente coinvolti in una terapia comprendente attività mirate e coinvolgenti, hanno presentato un ritardo significative nell'insorgere dei sintomi più gravi. E sapete quale è stata una delle attività offerte al suo interno?? Proprio l'ascolto, il confronto con l'altro, il comunicare insieme. Non credo ci sia nulla di casuale in tutto ciò, ma anzi la conferma di quanto sospettavo da tempo: la parola è un motore grande, immenso, le cui potenzialità sono spesso taciute, perché non sempre è facile buon uso e non sempre i contenuti da affidare all'altro sono facili, semplici o piacevoli.  E se tenessimo più a mente che anche una macchina potente come il nostro cervello ha bisogno di stimoli, di aprirsi all'esterno e alle sue molteplici possibilità, perché la solitudine e l'isolamento non fanno altro che minarne lo stesso funzionamento, forse davvero carpiremmo l'elisir di lunga vita. Perché la vita è questo: una lunga, sorprendente serie di suoni, immagini, parole che si incrociano inestricabilmente con altre combinazioni, per creare qualcosa di diverso, ma pur sempre meraviglioso.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/04/parole-che-si-incrociano-di-cecilia.html

     
  • 05 agosto 2015 alle ore 17:37
    Sabato 21/03/2015 "Non calpestateci i sogni"

    Come comincia: In questo mondo, poche meraviglie possono davvero eguagliare l'entusiasmo, la passione, quel fuoco interiore per cui, la mattina, nonostante il suono stridulo della sveglia ed il caldo accogliente delle coperte, si aprono gli occhi e ci si mette comunque in moto, determinati e consapevoli. Realizziamo subito che dovremo correre, districarci in un tortuoso slalom fra impegni e appuntamenti, cercando a fatica di non essere fagocitati da incombenze che sembrano solo aumentare, ma, in fondo, tutto questo non può limitarci, non può impedire al nostro sorriso di spuntare, di illuminare il nostro viso o gli occhi stanchi per le poche ore di sonno. Ecco, senza che ce ne rendiamo davvero conto, il nostro piccolo miracolo, la chiave di volta per la felicità: sapere ciò che più amiamo e dedicarvi tutte le nostre forze, ogni nostro più minuto pensiero. Cosa potrebbe, in fondo, eguagliare una spinta, un desiderio così intenso, per cui si è disposti a varcare ogni sera la soglia di casa a passi lenti, ma con un segreto compiacimento, una remota sensazione di essere nella giusta direzione?

    Sembra una domanda retorica, ma in fondo molti di noi saprebbero avanzare una risposta: la giovinezza. Quei vent'anni di nottate in bianco, di avventure indicibili con gli amici, che scolorano presto nei ricordi, quell'energia che gli "adulti impoltroniti" rimpiangono, quasi fosse un perduto elisir, sembrava già agli antichi quanto di più vicino ci fosse al segreto dell'immortalità. E, forse, essi non erano così lontani dal vero: ci chiediamo spesso cosa potremmo ancora fare, se avessimo di nuovo quegli occhi vispi e mai sazi di esplorare, quel corpo in continuo movimento, quelle occhiaie appena visibili, che tradiscono le maratone di studio delle notti precedenti, quella sconsideratezza e temerarietà che, talvolta, può consegnarci i nostri più grandi successi. Ora, pensate ad unire questi due portenti: l'entusiasmo per ciò che più amate fare, abbinata alla selvaggia bellezza dei vostri vent'anni, tutti ancora da vivere. Crederete di aver scoperto una miscela potente, inarrestabile e avrete ragione: con il rosso Ferrari della nostra passione ed un pilota assetato di vittorie come il nostro impeto giovanile, come arrestarsi?  Il gran premio è cominciato e  i giri di pista, seppur faticosi e sempre a rischio di sorpassi, si susseguono vorticosi e ci spingono ad arrivare al traguardo, pregustandone il trionfo. Eppure, anche in una corsa come questa, dove il motore non sembra mai esaurirsi, fino a che la nostra volontà di andare avanti e di pensare in grande ci spingono a premere energicamente quell'acceleratore, ci sono diversi pit-stop, interruzioni, che abbiamo imparato a chiamare, con l'esperienza, intoppi. 
    Il guaio è che, proprio ai box, non troveremo sempre il sorriso gentile di chi ha preparato la Ferrari, lo sguardo convinto di chi crede nella nostra vittoria e già vede la bandiera sventolare per noi: la vita, grande maestra, ci ha dimostrato più volte che, sotto il casco o la tuta del compagno di corse, potrebbe nascondersi proprio il seminatore del dubbio, il polemico cronico, l'invidioso attento a non essere scavalcato e a non farsi sorpassare. Certo, con un casco così stretto e dalla visiera così rigida, sembra difficile poter spaziare, poter assaporare il gusto di traguardi inaspettati e di vittorie incerte fino all'ultimo: eppure, vedere poco non è mai stato un valido pretesto per non chiudere gli occhi e sognare di più. Ed il non saperlo fare, il non capire quanto l'immaginazione sia più efficace di gomme adatte al bagnato, o motori di ultima generazione, non deve essere nemmeno un buon motivo per trattenere il pilota e distoglierlo dalla sua corsa. Figurarsi, poi, nel caso di un pilota un po' ribelle, curioso ed impaziente di stringere quel trofeo, come il nostro ventenne: fatica sprecata, visto che la sua benzina scorre nelle sue vene, nell'adrenalina che lo invade ogni volta che sente di essere nel posto giusto, al momento giusto. 
    Ora, abbandonate gli esotici circuiti di formula uno, sparsi fra mete da sogno e deserti afosi, per tornare alle nostre vie, ai centri storici illuminati dal timido sole primaverile, alle strade dal traffico congestionato: scorgerete quel pilota nel volto di tanti ragazzi, magari con lo zaino in spalla, con un libro sotto il braccio o con un biglietto aereo verso un paese remoto nella mano. Sono quei ventenni fortunati che incidono la loro vita e stanno cominciando il loro gran premio, alla ricerca di una vittoria tanto agognata fra curve strettissime e prove interminabili. Sono quei giovani che sapete di temere, perché non avete mai visto nessuno con quel fuoco interiore, con quella caparbietà, con la testardaggine di andare oltre la stanchezza, il sonno, la fatica per cercare "di più". Sono quei ragazzi che sfiorano il segreto dell'invincibilità, che si sentono quasi dei titani e tengono il mondo a portata di mano, perché sentono, nel profondo del loro cuore, che nulla sia poi davvero "lontano". 

    Perciò, la prossima volta che vedete uno di loro, che lo accogliete nei vostri box per una sosta tecnica, per una riparazione o per una revisione, ricordatevi del dolce miracolo davanti a cui vi trovate. Ricordatevi dell'importanza di ciò che state facendo e di averne cura, come se maneggiaste un oggetto prezioso e delicato, invece di sminuire quel giovane pilota per rinforzare la vostra consapevolezza un po' ingrigita dalle difficoltà della vita. Ma, soprattutto, ricordatevi che aggiungere curve tortuose o sabotare le gomme non porrà mai fine al gran premio, ma, anzi, renderà quella corsa ancora più emozionante. E che quel pilota, su cui avete visto riflesso i vostri rimpianti e le vostre frustrazioni, guarderà proprio voi, dal podio, mentre stringerà il suo trofeo, dedicandovi la sua vittoria.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/03/non-calpestateci-i-sogni-di-cecilia.html
     

     
  • 05 agosto 2015 alle ore 17:35
    Domenica 15/03/2015 Il Viaggio dell'anima

    Come comincia: A volte, le più grandi intuizioni sulla vita, sulla nostra essenza, sui grandi perché del nostro cammino, non sono altro che il bagaglio, insperato e provvidenziale, di un viaggio.
    Suona banale o quasi scontato, ma spesso dimentichiamo quanto viaggiare sia importante, quanto quelle immagini, che corrono davanti ai nostri occhi, siano destinate a rimanere impresse e, forse, a far scaturire qualcosa. E non servono grandi mete, luoghi esotici o avventure da mille ed una notte: basta solo aprire gli occhi, ascoltare il proprio cuore e lasciare la mente libera di spaziare e di intrufolarsi anche negli angoli più
    remoti ed indesiderati del nostro animo.
    Non è difficile, ci diciamo, crediamo sia un'operazione tanto banale, quanto inutile, ma, in realtà, si minimizza sempre ciò di cui, in fondo, si ha un pò paura, ma si fa fatica ad ammetterlo. E allora ci nascondiamo dietro a tecnologici tablet, a giornali pieni di notizie apocalittiche o all'ultimo album del nostro cantante preferito, cercando di smorzare quel rumore di fondo che ci assilla e, magari, ci chiede di essere considerato un po' di più, perché anche lui ha qualcosa da dire.
    Eppure, di tutto l'incessante vociare, condividere e twittare della società moderna, forse ci è sfuggita proprio la pacata bellezza di una consapevolezza interiore, di una voce interna che conosce i nostri pensieri e continua ad accompagnarci, commentando gioie, delusioni, sorprese di ogni giorno che passa.
    Ho imparato ad intrattenere deliziosi dialoghi con questa voce tempo fa, all'inizio della mia avventura nel mondo universitario trentino: imparai presto che fare l'università in un luogo distante non significa solo grande autonomia e un nuovo capitolo tutto da percorrere, ma anche avere tanto tempo a propria disposizione, in quei regionali veloci che tanti lavoratori, pendolari, giovani italiani prendono frequentemente, proprio come me. Così, ho cominciato a guardare fuori, a lasciare che i miei occhi abbracciassero i differenti paesaggi che incontravo, a sbirciare cosa facessero i miei compagni di viaggi, scrutare i loro volti e cercare di interpretare le loro emozioni, le loro smorfie. E, credetemi, nulla sorpassa la bellezza di questo lento soffermarsi, di questa silenziosa esplorazione della realtà, di questo tempo speso a capire se stessi ed il perché si è proprio lì, in quel momento.
    Ho capito così che un raggio di sole, abbagliante e con la sua luce avvolgente, è capace di rischiarare qualsiasi nube possa addensarsi nel mio cuore e riesce sempre a strapparmi un sorriso e rendermi grata per essere qui, anche oggi, ad ammirare questo spettacolo.
    Ho capito che non c'è nulla di più bello di osservare il mare con le sue coste, increspate dalle onde, con gli scogli che affiorano appena dalle acque e l'orizzonte da abbracciare con lo sguardo, per poi alzare gli occhi e ritrovarsi, come d'incanto, davanti a cime impreziosite dal candore puro della neve, a montagne imperiose e possenti, pronte a toccare il cielo: nulla, come questi due paesaggi, potrebbe meglio descrivere il percorso della mia vita.
    Ho capito, infine, che la vera umanità è quella che si incontra nei binari di una stazione, fra le sue scale labirintiche e davanti a quegli enormi tabelloni elettronici: è racchiusa nella gioia di una nonna nel riabbracciare il nipotino che non vedeva da tempo, nel fidanzato che stupisce la sua amata e le darà quel bacio bramato da settimane, nel padre che torna a prendere la figlia e le sussurra, con grande commozione, "bentornata a casa".
    E se noi ci immergessimo un po' più in questo viaggio e sentissimo dentro di noi le emozioni provate da quei volti, da quegli sguardi, da quegli sconosciuti, eppure così simili a noi, il mondo, ne sono sicura, sarebbe davvero un posto migliore.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/2015/02/il-viaggio-dellanima.html

     
  • Come comincia: E’ sorprendente constatare come questi giorni trascorsi a Cambridge scorrano velocemente ed instancabilmente, accostandosi l’uno all’altro senza soluzione di continuità: abbiamo già varcato la soglia di Ottobre e, senza aver avuto nemmeno il tempo di realizzarlo, le mie prime settimane settembrine di ambientamento non sono altro, ora, che preziosi e lontani ricordi.
    La mia preoccupazione più grande è che questa esperienza, così affascinante e travolgente, finisca troppo presto, proprio come il più bello dei sogni notturni svanisce nel giro di qualche minuto al risveglio mattutino: per fortuna, però, tutto questo non è un parto della mia  fervida fantasia, anche se talvolta, lo ammetto, mi do un leggero pizzicotto, per provare anche a me stessa che non sto affatto sognando, anzi
    vivendo l’avventura più emozionante della mia esistenza!
    Esatto, avete capito proprio bene, è così, seppure ogni parola che uso per descriverla e raccontarvela mi sembra insufficiente ed inadeguata, inadatta a restituire tutta la ricchezza di ciò che mi sta generosamente donando.
    Eppure, ogni  singolo vocabolo.trasuda e racchiude al suo interno tutte le multiformi emozioni provate lungo questo tortuoso, imprevedibile cammino: accostandoli gli uni agli altri, avrete ricostruito non una semplice permanenza all’estero, bensì un viaggio alla scoperta di me stessa, di chi sono e di chi voglio essere.
    Perchè ciò che di più prezioso ed importante ho imparato in queste settimane non è custodito fra le preziose pagine di un voluminoso libro della Classical Faculty Library, bensì fra le pieghe palpitanti ed umbratili del mio animo: credevo di venire qua solo per arricchire il mio bagaglio di conoscenza ed invece ho finito per esplorare me stessa, per comprendermi meglio di quanto facessi prima.
    Ora sento acuta e vibrante, dentro di me, la consapevolezza di volere il meglio, di desiderare il massimo ed è proprio questo che mi sta dando Cambridge, insieme alla certezza che tutto questo è vicino, raggiungibile e straordinariamente a portata di mano.
    Lo conferma la mia ricerca quotidiana in biblioteca: con tutto quel materiale così sterminato e monumentale a disposizione, sono sempre nuove e diverse le idee  e gli spunti che mi vengono in mente, mentre la mia ipotesi di lavoro prende gradualmente forma e si sostanzia ogni giorno di più, spingendomi a proseguire ancor più ardita e volenterosa.
    Non potrei arrecare prove certe ed oggettive, ma non è affatto un caso che tutti questi stimoli ed incentivi provengano dalle lunghe, ma intense ore trascorse in biblioteca: spero proprio che fra le righe della mia tesi traspaia quell’aria di laborioso, ma appassionato studio respirata qui, in uno degli atenei più prestigioso del mondo.
    A volte, quando esco per pochi minuti dalla biblioteca per prendere il pranzo o mangiarmi velocemente uno spuntino, preoccupata che i rumori turbolenti ed incessanti del mio stomaco disturbino troppo il silenzio e la ricerca altrui, osservo con attenzione le foto dei professori e dei ricercatori, tutte minutamente raccolte in un piccolo quadro sulla parete: tra tanti nomi, venerabili ed altisonanti, di studiosi prima sentiti solo per fama durante qualche lezione, mi piacerebbe molto che un giorno, per adesso ancora lontano, campeggiasse e comparisse il mio nome , a coronamento di un percorso inizato tanti anni fa e ancora ininterrotto.
    Di certo la mia immaginazione rimane ancora fervida ed attiva pure nella nebbiosa terra inglese, ma la mia determinazione e l’aspirazione non mancano ed, anzi, la permanenza a Cambridge le stanno sempre più risvegliando e portando alla ribalta.
    Ma non temete: non mi sto prendendo troppo sul serio come potreste pensare o, peggio, seppellendo fra montagne di libri e manuali, dandomi arie da classicista attempata.
    Molto spesso, anche se non si direbbe, ricordo a me stessa di essere una semplice ragazza di 21 anni ed evito che la smania di conoscere e sapere prenda definitivamente il sopravvento: per questo, dalle 5 del venerdì pomeriggio, orario di chiusura della biblioteca, l’unico scopo che io e le mie due compagne di avventura Giulia e Laura ci proponiamo è quello di divertirci  e ridere in compagnia, come qualsiasi altra nostra coetanea.
    E abbiamo preso molto seriamente questo impegno: lo scorso venerdì, per esempio, abbiamo degnamente salutato la nostra settimana di intensa ricerca con un buonissimo ed immancabile fish and chips, accompagnato da una buona pepsi, il tutto per la modica cifra di  sole cinque sterline: tutto merito di una fantastica promozione, “friday fish”, assolutamente decisiva nel fatidico momento della scelta del pub, nella miriade di locali e ristoranti che caratterizza Regent Street, una delle vie più frequentate ed importanti di Cambridge.
    E’ stato bello poter osservare finalmente Cambridge nella sua veste notturna, piena di giovani pronti a divertirsi e a godersi la loro prima serata libera nel week end: ci siamo ben mimetizzati fra loro, mentre passeggiavamo per le vie illuminate, stavolta senza il pensiero e la fretta di doverci recare in biblioteca.
    E’ stato tutto merito di Laura e della sua gentilezza se ho potuto apprezzare e vedere Cambridge by night, con le sue numerose chiese e di suoi imponenti college avvolti nel manto oscuro della notte: purtroppo gli autobus diretti a Bottisham sono frequenti durante il giorno, ma non durante la sera e l’ultimo parte da Cambridge alle 18,45, davvero troppo presto per assaporare la movida universitaria.
    Per fortuna, Laura si è offerta di ospitarmi per i prossimi venerdì e serate in programma nella sua ampia stanza ad Hargwick, un village poco distante da Cambridge, ma sicuramente meglio collegato del mio in materia di trasporti: nonostante le vie poco illuminate, con le luci dei pochi lampioni che producono ombre strane ed, a tratti, inquietanti, ci siamo incamminate spedite verso casa, dove ho potuto fare la conoscenza della sua padrona di casa Giulia, una donna cortese e carismatica e ringraziarla per l’ospitalità.
    Dopo una lunga chiacchierata, in cui ripercorrevamo i momenti più belli della nostra giornata, un sonno profondo e ristoratore ci ha fatto subito sprofondare nel regno di Morfeo.
    E ne avremmo avuto tanto bisogno, visto che il giorno dopo ci avrebbe atteso una giornata di nuovo all’insgena della cultura: avremmo partecipato all’evento celebrativo della carriera della celebre Joyce Reynolds, che la facoltà di Cmabridge ha l’onore di annoverare fra i suoi docenti emeriti.. e che io ho il piacere di vedere tutti i giorni seduta in biblioteca a leggere libri e prendere note, proprio come me, nonostante la sua età avanzata.
    Ma non dovete immaginarvi una noiosa e formale conferenza, piena di topi di biblioteca intenti ad aggiornarsi sulle loro pedanti ricerche: come chiariva la brochure distribuita all’entrata, l’intenzione degli organizzatori era dar vita ad un incontro informale ed amichevole fra colleghi e l’atmosfera così serena ed armoniosa dava loro ragione!
    Ancora una volta, ho potuto constatare che l’Italia, così travagliata al suo interno, dia splendida mostra di sè all’estero: molti erano gli interventi di studiosi italiani giovani ed affermati e, fra il pubblico, ho persino  riconosciuto un dottorando, in cui mi ero imbattuta a Trento nel primo anno di università ad un ciclo di incontri organizzati da un’altra studentessa chi avrebbe mai potuto pensare che, da allora, lo avrei rivisto e , per giunta, proprio a Cambridge?
    Ma la sorpresa più grande e gradita è stata vedere la cordialità e la disponibilità con le quali alcuni importanti studiosi, intervenuti nella mattinata, si sono approcciati a noi, timide scolarette ritrose, durante il ricco buffet, offerto a tutti i presenti, nella suggestiva cornice del lussuoso Newnham College: mi ha dato soddisfazione poter esporre il mio progetto di ricerca per la tesi ed ottenere la loro attenzione, osservare i loro sguardi intenti ed assorti mentre formulavo la mia prima opinione critica (che, a quanto pare, sembrava anche molto buona e ben fondata)
    Ma la cultura non ci avrebbe impedito di assaporare ancora un pò quel sabato pomeriggio stranamente soleggiato: dopo aver ascoltato gli ultimi interventi, ci siamo ritagliate del tempo per una bella passeggiata fra prati e salici, proprio in riva al fiume, sempre percorso da allegri gondolieri che trasportano miriadi di turisti, e poi fra gli ultimi colleges non ancora esplorati.
    E’ stato proprio ad una di quelli, al Corpus Christi, che abbiamo incontrato casualmente e fatto la conoscenza di Stefania, una nostra simpatica ed intraprendente connazionale che lavora come ragazza alla pari proprio qua a Cambridge, dove rimarrà fino a marzo, desiderosa di potenziare il suo inglese e di vivere un’esperienza nuova e dirompente, proprio come noi.
    Non potevamo esimerci dall’approfondire la nostra conoscenza come si usa nella nostra patria, ovvero davanti ad un buon caffè, vagamente simile al nostro indimenticabile espresso: tanti gli argomenti di cui parlare e tante le affinità che ci legano a lei, conosciuta per caso solo qualche minuto prima.
    Il desiderio di rincontrarsi e di rivedersi è presto sorto e , per quetso, non abbiamo tardato a scambiarci contatti e recapiti: se tutto va bene, domani si aggregherà a noi per una cena ad un ristorante italiano, De luca’s, sempre nell’affollata e multietnica Regent’street.
    Ma per quel giorno le mie avventure non erano ancora terminate: il mio solito autobus per tornare a Bottisham non sarebbe passato prima di un altra ’ora  e mezza ed invece di maledirmi per non aver ben controllato l’orario, ho fatto la conoscenza di un simpaticissimo ed esilarante autista di un’altro autobus, che mi ha lasciato ad una fermata proprio all’entrata del mio piccolo village.
    Nonostante i pochi attimi di panico iniziale, è stato esilarante raccontare la mia bizzarra giornata a questo strano tipo, così pieno di battute sagaci ed umoristiche, capace di salutarmi alla mia discesa con un adios e di aiutarmi con tanta solerzia e premura, pur non avendomi mai vista!
    Ma stavolta, non so come nè perchè, ma avevo ben piantata nel cuore la remota convinzione che me la sarei  comunque cavata e tutto sarebbe scorso liscio: così è stato e ricordo la contagiosa euforia e la gioia indescrivibile con cui feci ritorno a casa dopo due giornate così splendide e piene di attività, dove anche la minima difficoltà, con un pò di calma e padronanza, si sono placidamente risolte.
    Speriamo di replicare stavolta il successo della scorsa settimana: sabato, io e Laura partiremo alla volta di Brighton, per un’allegra gita tutta al femminile, in grado di darci tutta l’adrenalina e la carica di cui avremo bisogno dopo così tanti giorni di intenso lavoro.
    Invece per domenica, dopo una mattinata di ozio e relax ( e, perchè no, anche di  immancabili faccende da sbrigare ) abbiamo in programma un bel pomeriggio di shopping  e passeggiate proprio a Cambridge: con la biblioteca chiusa, possiamo goderci la città ed i suoi graziosi negozietti in tutta tranquillità, senza l’urgenza di dover correre da nessuna parte, ma anzi con il piacere di esplorarla e conoscerla sempre meglio.
    A me e Laura si unirà anche la mia nuova room-mate, Fumni, arrivata lo scorso sabato dal Sud di Londra, dove vive con la sua numerosa famiglia, anche lei matricola fresca fresca dell’università di Cambridge: ora, insieme a Chinì, formiamo un curioso, ma unito trio e abbiamo già deciso di recarci tutte e e tre insieme a Londra il prossimo sabato.
    Io non potrei essere più soddisfatta: entrambe conoscono la metropoli come le loro tasche e si prospetta all’orizzonte un’altra giornata intensa, ma divertente, senza che le battute e risate manchino mai!
    Con noi si unirà anche Giulia e sua sorella, che verrà a trovarla proprio dall’Italia: sarà bello vedere riunito, in un solo giorno, le mie compagne classiciste italiane con le mie nuove coinquiline inglesi.
    Speriamo solo che anche il tempo sia dalla nostra parte: è ancora difficile abituarsi ad alcune giornate dal cielo plumbeo e cupo, completamente grigio e magari accompagnato anche da una intermittente pioggerellina, però quando il sole risplende su Cambridge, illuminando i ponti e le enormi facciate dei colleges, non puoi non osservare, ammirato ed estasiato, il bellissimo panorama che la città svela davanti ai tuoi occhi e sentirtene così intimamente compiaciuto.
    Fino ad adesso, nonostante le sfide e gli imprevisti di ogni giorno, pare proprio aleggiare il sereno sulla mia permanenza qua, ma spero davvero e farò di tutto affinchè questo trend positivo non si esaurisca e cercherò di cavalcarla fino in fondo. Se ci riuscirò o meno, lo potrete testare voi stessi, continuando a leggere le mie righe.
    Cecilia Cozzi
    http://aspasiachannel.blogspot.it/search/label/Taccuini

     
  • Come comincia: E’ passata ormai poco più di una settimana da quando arrivai, timida e titubante, qui a Cambridge: è tempo di fare un bilancio di quanto vissuto finora.
    L’ansia e la preoccupazione di annoiarmi e di dover passare tutto il giorno sola in una polverosa, vecchia biblioteca, ormai, non sono che vecchi e sbiaditi ricordi: era questo martellante e tetro pensiero a farmi partire con così tante riserve e così tanti dubbi.
    Ora, invece, che i fatti mi hanno largamente smentito, mi ritrovo a chiedermi spesso come posso aver anche solo ipotizzato uno scenario tanto apocalittico: forse solo
    l’esperienza personale e diretta mi avrebbe potuto indurre a più miti e riflessioni giudizi.
    A volte, percorrendo le vie di Cambridge o sfogliando le pagine di un qualche libro della biblioteca, mi domando cosa posso aver fatto di tanto speciale per meritarmi un’opportunità unica ed irripetibile come questa: la mia, mi dico, è una fortuna e un’occasione che non posso permettermi di rovinare o sciupare, non con tutto quello che mi ha offerto e che ancora ha da offrirmi.
    E’ proprio per questo che si fa sempre più impellente e categorico l’imperativo di non sprecare, di non lasciarsi sfuggire nemmeno un secondo, nemmeno un istante di vita qui a Cambridge: è come se mi sentissi invasa da una continua e crescente voglia di sperimentare, provare, esplorare e la mia innata curiosità non fa altro che aumentare la mia irrequietezza , la mia euforia.
    Così si pianifica, si organizza e si parte, con l’unico scopo di vivere l’avventura e godersi il momento: da questo spirito sono nate la mia visita a Londra, lo scorso sabato, e al centro storico di Cambridge.
    Londra è stato l’inatteso, ma splendido regalo che mi sono voluta concedere per festeggiare degnamente la mia prima settimana in terra inglese: a distanza di una sola ora di comodo treno da Cambridge, era troppo invitante per lasciarsela sfuggire!
    La giornata è trascorsa fra intense camminate negli imponenti e maestosi streets del centro, intervallate di tanto in tanto da qualche salita in metropolitana, questa grande sconosciuta per me: Buckingham Palace, il Big Ben, Piccadilly Circus, Carnaby street, Oxford Street, Covent garden e la National Gallery sono tutti scorsi sotto i miei occhi incantati e rapiti nel giro di poche, vorticose ore.
    Il tutto fu impreziosito dall’assaggio di una specialità inglese per me nuova, ma qui molto comune ed assolutamente deliziosa: jacket potato, un degno ristoro per il mio esigente palato italiano.
    E’ stata proprio la mia amica teramana Laura a consigliarmela: le ore trascorse in compagnia, fra risate e passeggiate, a Londra ci hanno unito e legato, spronandoci a ricercare, insieme, sempre nuove occasioni di svago e di divertimento.
    Non abbiamo tardato molto a realizzare quanto ci eravamo ripromesse nel treno di ritorno a Cambridge: martedì pomeriggio abbiamo salutato la biblioteca più presto del solito e ci siamo dirette alla volta del famoso Fitzwilliam Museum, a pochi passi dalla nostra università.
    Le nostre espressioni diventavano sempre più sbalordite e ammirate, man mano che continuavamo a percorrere le numerose sale, una di seguito all’altra: passavamo dalle bellissime ceramiche orientali alle armi medievali, non facendoci mancare neppure statue e monili greci, sarcofagi egiziani e quadri del Rinascimento Italiano e dell’Impressionismo Francese.
    Già solo con questa visita, il pomeriggio sarebbe stato sufficientemente appagante, ma noi non potevamo fermarci e, in realtà, neppure lo volevamo: uscendo dal museo ci siamo volte all’esplorazione di due dei numerosi colleges che Cambridge offre ai suoi studenti, Petershouse e Pembroke College.
    E’ impossibile, una volta averne visto gli interni, non desiderare di esserne uno dei suoi fortunati coinquilini: questi giardini ben curati pieni di fiori, le grandi distese erbose, di questo verde brillante ed intenso, le stanze ampie e sontuose, le architetture così vagamente medievali, tutto contribuisce a creare un angolo di mondo pieno di pace ed armonia dove studiare, alla fine, diventa quasi un piacere, più che un dovere.
    Per concludere in bellezza il nostro stravagante pomeriggio, nulla di meglio che una tipica merenda inglese ( a base di muffin al cioccolato) in uno dei numerosi parchi di Cambridge, disseminati qua e là nel centro cittadino: mentre stavamo assecondando il nostro crescente appetito, già nuove idee per i prossimi giorni venivano raccolte ed attentamente vagliate, desiderose di replicare il successo di quella giornata.
    Ecco cosa bolle in pentola: domani ci avventureremo in un tipico pub inglese in centro, mentre sabato  pomeriggio ci ritaglieremo del tempo per una passeggiata, fra negozi e monumenti..direi che non c’è male, no?
    Inaspettatamente, anche il tempo sembra darci il suo assenso e dimostrarsi particolarmente favorevole a noi povere italiane poco abituate al freddo: la scorsa domenica si sono registrati ben 22 gradi e stamane c’è un cielo limpido e terso come non l’avevo mai visto.
    Quando è così, non si può chiedere di meglio per cominciare la giornata: seduta nel grazioso bar della facoltà, sorseggiando il mio American Coffee (che trovo delizioso, forse per osmosi culturale, al contrario di molti miei connazionali, fedelissimi all’espresso), ho davvero l’impressione che il mondo mi sorrida!
    Con il proseguire dei giorni, aggiungi accorgimenti su accorgimenti al tuo bagaglio di esperienza e, senza che tu te ne renda conto, arrivi ad un livello di padronanza della situazione sempre più alto, con l’effetto di ampliare ancor di più il ventaglio di possibilità che ti si offrono.
    Basta pensare al mio viaggio quotidiano in autobus da Bottisham a Cambridge: una volta sperimentata la bellezza dalla vista del suo secondo piano, non vi rinuncio più e ormai posso considerare come mio a tutti gli effetti il primo posto, davanti al grande vetro centrale, dal quale godo di un panorama spettacolare, soprattutto quando accarezzato dai primi raggi mattutini del sole, come oggi.
    Mi aspetta un nuovo, intenso giorno di consultazione di libri in biblioteca: ormai non noto nemmeno più in che lingua siano scritti e leggere inglese mi diventa naturale quanto l’italiano.
    Ma non disperate, le ore trascorse in biblioteca non sono affatto così tetre e silenziose: con Giulia e Laura, mentre stiamo tutti insieme con le nostre ricerche, scappa sempre una battuta, un sorriso, uno sguardo di intesa ed il tempo sembra scivolarmi via  fra le mani come se stringessi troppo forte un pungo di sabbia.
    Quando sei fuori, all’estero, da solo, all’inizio di una esperienza come questa, il legame che si crea con le persone nella tua stessa condizione è ancora più stretto e profondo: provando le tue stesse emozioni, sono proprio loro a saperti comprendere più di ogni altro e ad infonderti fiducia nei (pochi, ma immancabili) momenti di sconforto, che può essere sconfitto solo con una buona dose di solidarietà femminile e spirito di condivisione fra compatrioti.
    Anche il rapporto con i miei padroni di casa, Daniela e Lawrence, si sta approfondendo sempre di più: a cena le occasioni per ridere insieme non mancano mai ed è bello sentire qualcuno preoccuparsi per il tuo benessere e chiederti anche solo come sia andata la tua giornata.
    Le loro due bambine, Elena e Juliet, hanno eletto la domenica, mio unico giorno di riposo, come occasione perfetta per giocare insieme a mamma e figlie e vorrebbero che io prolungassi la mia permanenza qui a Cambridge in casa loro: non essendo possibile, ho proposto loro di venire in estate a casa mia per qualche giorno ed hanno prontamente accettato!
    Quella stessa domenica ho avuto anche il piacere di conoscere la mia room-mate: si chiama Chini, è di origini nigeriane e vive nel Kent e la prossima settimana comincerà a frequentare le lezioni di psicologia all’università Anglia Ruskin qui a Cambridge.
    Ci stiamo pian piano conoscendo ed ogni giorno scopriamo cose diverse l’una dell’altra: il divertimento e le battute sono assicurate ed è bello, la sera, farsi compagnia mentre si cena o si guarda la televisione, senza contare che questa nuova amicizia, per il mio inglese, è decisamente un toccasana.
    Ma Chinì non è solamente un’astratta esercitazione di english speaking quotidiana: rivedo in lei, all’inizio del suo percorso universitario, molti dei dubbi e delle aspettative che ho vissuto anche io, due anni fa, venendo a Trento.
    Da allora, sono molto cambiata, cresciuta, maturata e credo che la mia permanenza qua a Cambridge non farà altro che catalizzare ed accelerare questo processo: sono queste le esperienze che lasciano un segno indelebile dentro di te e ti rendono la persona che sei.
    Cambridge, ancor di più, Londra sono città dai variegati e multiformi stimoli culturali, caratterizzate da un’effervescenza e vivacità intellettuale così coinvolgente che non te ne puoi non sentire ispirato e rinvigorito: è proprio così che mi sento ora e la mia quotidiana dedizione allo studio e alla consultazione ne ha piacevolmente risentito.
    Non mi importa di non poter fare le cinque di mattina ballando selvaggiamente in discoteca o sorseggiando drink in un pub con altri ragazzi stranieri: non è per questo che sono venuta qua e, francamente, non è la mia massima aspirazione.
    Ritengo molto più appassionante e coinvolgente lasciarmi tentare dall’entrata, quasi sempre gratuita, di mostre e musei: qui investono molto e bene sulla cultura ed è porprio quello che voglio fare io con me stessa.
    L’entusiasmo per i miei studi ha trovato qui un humus molto fertile e ricettivo per svilupparsi e crescere sempre di più: spero non corra il rischio di subire la fine opposta, al mio rientro in Italia, che sta imboccando tutt’altra direzione in merito.
    Ma il mio ritorno in Italia è ancora molto lontano, anche se siamo arrivati all’inizio di Ottobre, senza nemmeno accorgermi: il tempo davvero vola, quando ci si trova così bene!
    Per ora, la mia affinità con Cambridge e la sua stupenda università sta crescendo sempre di più, staremo a vedere cosa ci riserva il futuro. Naturalmente, voi sarete i primi a saperlo!
    Cecilia Cozzi
    ​http://aspasiachannel.blogspot.it/search/label/Taccuini

     
  • Come comincia: L’occasione per lo scrivere me la fornisce il mio secondo viaggio alla volta di Cambridge: d’ora in avanti, la mia routine consisterà nel prendere, alle otto di ogni mattina, questo bellissimo, pulitissimo autobus inglese per arrivare da Bottisham, piccolo paesino, a Cambridge.
    Questo piccolo viaggio mi permette di pensare a tante cose: a tutte le emozioni provate in questi giorni, a cosa significhi stare qui, al senso che avrà tutta questa esperienza per me.
    Ricordo ancora quando sono arrivata, ormai tre giorni fa: la trepidazione dell’atterraggio, la consapevolezza che la mia avventura cominciava proprio lì, a London Stansted.
    Anche il tempo mi chiariva che avrei salutato un po’ l’Italia: un cielo grigio e 
    un’aria gelida mi accolsero all’arrivo, quando ero partita da Falconara con il sole!
    Ma un po’ di Italia la rivedo ogni giorno: la mia padrona di casa, Daniela, è una ragazza romana che si è stabilita qui e ha formato, con il suo compagno Lawrence, una scoppiettante e vivace famiglia mista,  in cui si passa velocemente dall’inglese all’italiano e viceversa, senza soluzione di continuità.
    E’ divertente giocare con le loro due bambine, Elena e Juliet, sentendole alternare il loro perfetto British English ad un esilarante romanesco.
    Sono state proprio loro le persone con cui ho trascorso le mie prime ore a Bottisham ed, in un certo senso, mi sono sentita subito a casa: una bella cena in tipico english style, con verdure cotte e agnello, coronò la mia prima giornata in questo grazioso “village”.
    Mi viene ancora in mente la fierezza e la soddisfazione nel disfare la valigia e riporre le mie cose nell’armadio: sentivo che potevo farcela da sola, con le mie uniche forze e questo senso di indipendenza e di autonomia, provato anche a Trento, ora, con la mia permanenza all’estero, non faceva altro che approfondirsi e sostanziarsi  sempre di più.
    Non mancarono, però, le prime disavventure: quella gelida domenica, mi ritrovai in esplorazione a Bottisham da sola, con l’unico ausilio di un ombrelletto tartassato dalle forti ventate, alla ricerca delle fermate dell’autobus, che avrei dovuto prendere l’indomani, ma ahimè, poco visibili.
    Per fortuna, un grazioso pranzo in un pub di Bottisham, a base di “Breast chicken”, e le preziose indicazioni di Daniela e di mio padre, oltre che alla portentosa tecnologia di Google-maps, fecero tornare di nuovo il sereno: ora, martedì 17 Settembre, dopo un lunedì di rodaggio, posso ritenermi soddisfatta e dire, finalmente, che ho la situazione in pugno. 
    Perché è così: quando sei da solo, in un paese straniero in cui non conosci nessuno, ogni difficoltà appare insormontabile  e lo sconforto ti invade, facendoti credere che non sei in grado di fare nulla per tuo conto.
    Poi, però, quando le cose lentamente si raddrizzano e cominci a capirci davvero qualcosa in tutto questo, nulla ti rende più orgoglioso e felice: ti ritrovi a sussurrarti, fra te e te, “Io ce l’ho fatta, io ce la posso fare”e credere fermamente in quelle parole, perché oggi lo si è dimostrato e così i giorni a venire.
    Certo, l’emozione del primo giorno non si scorda mai: era veramente qualcosa di superlativo la mia espressione alla vista della Classical faculty library , la biblioteca degli studi classici di Cambridge.
    Non avevo mai visto nulla di simile: interi scaffali e scaffali colmi di libri, perfettamente ordinati e catalogati, con un acribia e una precisione a dir poco rassicurante.. il paradiso di ogni classicista, come me!
    Passerò lì gran parte delle mie giornate, in compagnia di due simpatiche ragazze romane conosciute ieri: direi che non avrei potuto scegliere habitat migliore!
    Ogni tanto, mentre studio o sottolineo  delle parole, alzo la testa e getto uno sguardo intorno a me: vedo tanti miei coetanei o, comunque, tanti altri studenti, alle prese coi miei stessi grattacapi, ma con quel delizioso british accent, che mi sto sforzando di adottare anche io.
    La facoltà è bellissima: è grande, tecnologica, spaziosa, con il museo di archeologia proprio sopra la biblioteca e una stanzetta accogliente, comoda per un veloce break prima di immergersi di nuovo in mezzo allo studio.
    Per ora ci sono pochi ragazzi, le lezioni cominceranno i primi di ottobre e allora Cambridge sarà più animata che mai: in tutta la città, i colleges, le residenze per gli studenti, cominceranno a riempirsi ed infoltirsi di gente, pronta per un nuovo anno accademico.
    Nonostante ciò, la biblioteca non è affatto deserta ed, anzi, ben frequentata: passandoci quasi tutta la giornata, vedo molte persone, adulte e più o meno giovani, sedersi ai desks e leggere avidamente pagine e pagine di libri, intervallando per alcuni momenti con la scrittura al computer di ciò che hanno da dire e ricercare.
    Potrà sembrare, la mia, una fredda e monotona routine, ma non è affatto così: girando per quegli scaffali, perdendomi fra tutti quegli splendidi libri, alla ricerca di quello giusto per me, è come se respirassi la grandezza e l’immortalità di quei grandi uomini, dei quali analizziamo ancora le idee e l’operato, anche a millenni di distanza.
    Certo, il senso di fallimento e piccolezza è dietro l’angolo: talvolta, mi sento quasi una timorosa formica vicino a degli inarrivabili giganti, incapace di alzare lo sguardo verso di loro, tanta l’inadeguatezza che prova.
    Poi, però, mi scuoto da questi tristi pensieri e la febbrile attività di ricerca per la tesi mi invade completamente, instillandomi la voglia di proseguire, passo dopo passo, verso la meta, anche se, per adesso, sembra ancora lontana.
    Ma non mi lamento: l’inverno sarà lungo e la biblioteca molto calda, quindi ci sarà il giusto tempo per non lasciare nulla di intentato.
    I giorni, inizialmente, sembrano non scorrere mai, invece il tempo sta già passando e, piano piano, sto sentendo Cambridge come casa mia e mi sto lentamente abituando  (anche se con molto sforzo!) alle sue giornate grigie e ai suoi orari così diversi dai nostri.
    Anche la gente è diversa: è gentile, sorridente, rispettosa, ti chiede scusa se ti urta per sbaglio in strada e ringrazia l’autista al termine della corsa.
    E’ la prova che un mondo migliore non solo è possibile, ma esiste per giunta e basta saperlo vedere: non credo, con questo, che l’Inghilterra sia un assoluto paradiso, ma penso che sia illuminante ed istruttivo, per noi italiani, starci e respirarne un pò l’aria.
    Ho scoperto, con mia meraviglia, che  Cambridge si sta trasformando in una colonia di italiani: l’università è piena di studenti e professori miei conterranei ed ogni tanto, anche camminando velocemente, sento l’eco di qualche parola italiana, che si impone subito al mio orecchio per la sua estraneità a questo contesto.
    Eppure, mi godo anche il mio silenzio, mentre ascolto di sfuggita le conversazioni degli inglesi, in autobus, al bar o negli streets: mi sembra di essere lo spettatore invisibile di un qualche spettacolo che quotidianamente va in scena e e mi ricorda come la bellezza di questo mondo consista proprio nella diversità e in tutto ciò che possiamo apprendere da questa.
    Ma, lo devo proprio ammettere, cenare così presto, rispetto ai miei precedenti canoni, mi fa ancora strano: il compagno di Daniela dice che presto mi abituerò anche a questo e ne vedrò i positivi influssi.
    Per adesso, mi accontento di accorciare le mie ore da sveglia dopo la cena e cerco di coricarmi un po’ prima del solito: la sveglia alle sette e l’intensa giornata, fra spostamenti e ricerca, si fa sentire.
    Eppure, la sera è difficile prendere sonno: tante le emozioni provate, i ricordi della giornata appena trascorsa da riassaporare e le sfide della giornata successiva da affrontare in mente.
    Ma questo è positivo: significa che sto vivendo questa esperienza proprio come andrebbe vissuta… e che sono pronta, pronta per tutte le avventure che mi riserverà nei prossimi giorni. E che continuerò a raccontarvi.
    Cecilia Cozzi
    ​http://aspasiachannel.blogspot.it/search/label/Taccuini

     
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