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in archivio dal 30 ago 2017

Cristina Colace

03 marzo 2000, Avellino - Italia
Segni particolari: > Inserita nell'antologia Scriviamoci 2016/17 edita da Giulio Perrone (Fondazione Maria e Goffredo Bellonci)
> ​Semifinalista al Premio Campiello Giovani 2017.
Mi descrivo così: Amante dell'arte ed inguaribile romantica, mi sono autodiagnosticata claustrofobia, ipocondria e sindrome di Stendhal. Mi definisco un topo di biblioteca e di pinacoteca, lettrice onnivora.
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  • 30 agosto alle ore 11:32
    Gravità Zero

    M’accingo dunque a poetare
    D’amore e d’odio; tuttavia temo
    Che la mia flebile voce ed il mio gracile corpo
    Non possano affrontare tali argomenti da solisti.
    Chiederò pertanto ispirazione,
    Ma non ad Apollo né ad Erato,
    Bensì a Demetra, dea delle messi e del suolo fecondo,
    Poiché siamo ospiti in Sicilia, a lei consacrata.
    Qui, la natura sublime stupisce,
    La dea s’incarna
    Nel grano biondo
    E nell’acqua di cristallo
    E nella terra scura
    E nel rosso vivo del fuoco, che sgorga come fiume dalla Montagna.
    Pensiamo che lei, madre amorevole, ci doni tali bellezze perché siamo suoi figli,
    Pensiamo di meritarle, perché il suo amore è incondizionato.
    Con queste convinzioni, quotidianamente la uccidiamo.
    Infliggiamo a Demetra ferite profonde,
    La avveleniamo con le nostre alchimie,
    La soffochiamo coi nostri fumi,
    La accechiamo con le luci abbaglianti del nostro insulso progresso
    Ogni/singolo/giorno.
    Per un nostro capriccio, soffre.
    E la terra trema,
    E il ghiaccio fonde,
    E la bufera imperversa,
    E torniamo a sentirci piccoli, insignificanti, siamo pulviscolo;
    Amorevole genitrice o crudele matrigna?
    Figliol prodigo, matricida, fermati, torna suoi tuoi passi.
    Uomini, amate, onorate la madre, non odiare i vostri fratelli:
    Non siate isole, mondi lontani anni-luce,
    Perché come l’amore sarà gravità che ci attrae
    L’odio sarà forza centrifuga, che ci allontana.

     
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  • I profili delle cime, erosi dall’azione delle piogge e dei venti; il ghiacciaio, testimonianza delle nevi d’inverni centenari; l’acqua sorgiva che, sotto forma di torrente, attraversa il pendio fino a valle, offrendo alle trote piccoli ristagni in cui cacciare. Questi sono i tratti del protagonista del romanzo di Paolo Cognetti, che non si limita a far da sfondo alle vicende narrate, ma che diventa parte attiva, pulsante e mutevole della trama. Sono gli alpeggi ed i boschi di conifere ad accogliere le esperienze, le scoperte e la neonata amicizia tra Pietro e Bruno, a cui il monte assiste dall’alto, come fosse il narratore della storia. Bruno, indomito e “selvatico”, sembra possederne pienamente l’essenza, respirandola a pieni polmoni ed istaurando un rapporto quasi simbiotico; Pietro invece ne subisce l’attrazione magnetica, cogliendone la potenza e la bellezza aspra, a tratti struggente: il lettore condivide il suo sgomento dinnanzi a quei giganti rocciosi, magistralmente descritti dall’autore, il quale riesce ad evocarne l’atmosfera senza rallentare il ritmo narrativo. Desiderosi di sfuggire all’eventualità di riflettere, preferiamo lo stordimento che provocano la fretta ed i mille impegni che affollano le nostre giornate: Paolo Cognetti conduce il lettore alla riscoperta della bellezza e della piacevolezza del silenzio, che regna incontrastato sui rilievi e le valli. Se per Mario Rigoni Stern la preghiera consiste nello stare in silenzio in un bosco, in questo caso è invece una scalata senza sosta né riposo per raggiungere l’agognata vetta. Il romanzo è un punto d’osservazione privilegiato su un paesaggio affascinante e misterioso, lontano dalla frenesia della città e dalle altezze artificiali dei grattacieli metropolitani. “Le otto montagne” è una lettera d’amore indirizzata alla montagna, che contemporaneamente attrae e inquieta, ed un invito a non considerarla una vacua meta turistica, ma un rifugio meditativo ed un mezzo per entrare in comunione con la natura.

    [... continua]