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Elena Tomaini

10 novembre 1984, Rovigo - Italia
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  • 15 settembre alle ore 18:00
    Malerba, tutto il mio folle amore.

    Come comincia: Questa storia dei biglietti sul parabrezza della macchina è durata qualche anno.
    Ogni mattina ne trovavo uno incastrato fra i tergicristalli.
    Ricordo bene il primo che ho letto.
    Faceva freddissimo, pestavo il gelo battendo i piedi per terra, cercando di infuocarmi.
    Quando c’è molto freddo la vista mi si appanna, più o meno tutto si riduce a cose sbavate le une sulle altre, ma quella macchietta bianca sul grigio del vetro la vedevo bene.
    Un foglio a righe piegato in quattro, per nulla rovinato dalle intemperie della notte e ancora tiepido di tocco.
    Mi sono guardata intorno per cercare, tra gli sguardi sfuggenti, un paio d’occhi meno schivi, ma quel via vai appariva ancora come del colore a olio trascinato in qua e in là con un dito.
    Non mi era mai successo qualcosa del genere, non sapevo cosa provare.
    L’ho preso come una vergogna e l’ho infilato in tasca.
    Ho iniziato a guidare seguendo il tragitto dei gatti quando si smarriscono, in cerchi sempre più grandi. Prima o poi avrei trovato il posto giusto per fermarmi e leggere. Un luogo abbastanza isolato, abbastanza vuoto per dare uno sfondo speciale a quel primo incontro.
    E così sono finita nel parcheggio di un supermercato.
    La gente andava e veniva, ma pensava alla sua pasta, ai suoi surgelati, non certo a me.
    La scritta sul biglietto era a matita, una riga tutta sbieca che ignorava quelle stampate.
    Diceva “Parlami ancora, per favore”.
    Forse riconoscevo la calligrafia, ma non mi importava.
    Ero abbastanza grande per non dare peso a buffonate del genere. A chi avrei dovuto parlare se non c'era scritto nemmeno un nome? Nemmeno un numero di telefono?
    Lo buttai sul sedile del passeggero e lasciai il parcheggio dopo un altro po' di respiri.
    Quello di cui non mi ero accorta è che, buttandolo lì, elessi il biglietto a mio compagno di viaggio.

    Qualche giorno dopo mi ero quasi dimenticata di quel messaggio indecifrabile, ma la scena che mi si presentò una volta giunta alla macchina fu la stessa.
    Un foglietto a righe, gli occhi appannati, io che sbuffo, lo nascondo e raggiungo il parcheggio del supermercato.
    Come se le cose fossero iniziate lì e lì dovessero continuare.
    Come se fosse una biblioteca. Un'aula studio.
    Il biglietto stavolta diceva “Ti ricordi quando non vedevi l'ora di dormire con me?”.
    Un ex, un cretino, uno stupido che si annoiava.
    D'altronde anche io, tra le mie relazioni, non annovero lumi di scienza. Una cosa così pittoresca e banalmente fuori tempo potevo aspettarmela.
    Non persi più di due minuti a pensare a quale tra gli schizzati con i quali avevo dormito poteva essere stato. Continuai la mia giornata come sempre, solamente un pochino infastidita.
    Andai al lavoro infastidita.
    Parlai del più e del meno infastidita.
    Cenai con un senso di freddo fastidioso, che se ne andò una volta raggiunta la confortante isola del divano.

    Passavano al massimo 4 giorni tra un biglietto e l'altro, e le frasi seguivano una loro costante crescita di intensità.
    “In nome di tutti i momenti che abbiamo vissuto, parlami ancora.”
    “Chi ti sfiora le labbra? Chi ti consola?”
    “Dimmi cosa sei o non sei.”
    “Quello che mi mantiene in vita adesso, è sapere che questo foglio lo toccherai anche tu. Per il resto, io possa esser dannato.”

    Quello che invece stupì me, era constatare con quale facilità io rimuovessi dai pensieri queste dichiarazioni.
    Ma fu quando, tempo dopo, mi trovai tra le mani l'ennesimo biglietto talmente impregnato di lacrime da aver cancellato la scritta, precisamente quando appallottolai anche quello, che cominciai a pensare che il problema fosse mio.
    Da qualche parte c'era sicuramente qualcuno che anche ora si stava impegnando, spremendosi le meningi, per scrivere qualcosa che mi colpisse, che mi facesse capitare innanzi a lui dicendo “Ricominciamo una storia”.
    E invece leggevo lo struggimento infinito come se leggessi la composizione chimica del detersivo.
    Più biglietti avevo, più sentivo di aver perso qualcosa.

    Per la prima volta, dopo settimane, dopo mesi, iniziai a pensare a quello che stava succedendo.
    A quello che mi stava succedendo.
    Le notti spesso le passavo a occhi sbarrati, guardando il soffitto e non vedendoci niente.
    Allo specchio c'era solamente il mio riflesso, nient'altro. Niente voli di fantasia. Ero semplicemente io, lì, a guardarmi allo specchio.
    Qualche anno fa non ero così. Tutto era una miccia che mi infuocava il cervello. Tutto aveva il potere di terrorizzarmi, di farmi felice, di cambiare completamente la mia giornata, le mie opinioni. Anche con gli occhi chiusi vedevo tutto in movimento.
    Non saprei ricostruire il percorso di eventi che mi ha portato, ora, a essere solo espressione figurativa di quello che faccio.
    Io che passeggio.
    Io che mangio.
    Io che lascio perdere.

    E così, come anni fa in una situazione come questa mi sarei buttata a capofitto, ora ci misi parecchio per decidermi a scoprire chi scrivesse le frasi.
    Quanto meno per dirgli di smetterla e di rifarsi una vita.
    Parole come queste sicuramente l'avrebbero fatto desistere.

    Dato che, quando trovavo i biglietti, erano evidentemente stati messi poco prima che io arrivassi, una mattina uscii di casa un'ora prima.
    C'era ancora buio e c'era freddo, freddissimo.
    Tenere chiuse le palpebre sembrava rendermi immune da quel difetto che mi avrebbe reso impossibile riconoscere chiunque, anche me stessa, appannandomi la vista.
    Il parabrezza dell'auto era ancora nudo, e io trovai nascondiglio dietro un albero a qualche metro di distanza.
    Con l'inizio del primo via vai, spalancai gli occhi per riconoscere qualcuno tra i cappotti che sembravano volare nella foschia, ma questo mio gesto incauto presto li trasformò nella solita macchia d'olio dai colori indistinti.
    La folla si univa ai cespugli, ai corredi esterni dei negozi, si mischiava perfettamente e sembrava distaccarsene come fluido colorato in una lampada lava.
    Mi strofinavo gli occhi, ma non cambiava nulla.
    Le mie mani erano diventate senza contorni.
    Mi sporsi di pochi passi, giusto per non rendere vano il mio appostamento, giusto per identificare meglio le macchie scure che sembravano soffermarsi vicino alla mia auto.
    Tutti mi sembravano tutti.
    Riconobbi il mio ex delle superiori, un tizio conosciuto in rete, mia madre e una sbavatura incredibilmente somigliante a un mio professore. Perlomeno quando era ancora in vita.
    E mentre mi guardavo le scarpe per cercare di dare una forma precisa a qualcosa che conoscevo, comparvero di fronte a me due macchie rosa.
    Senza contorni, senza essere segnati dai percorsi scuri dei lacci. Due piedi nudi sull'erba.
    Salendo a guardare, notai l'inizio di due fini tronchi rosa come gambe svestite, con questo freddo.
    Solo sopra le ginocchia compariva il bordo di una vestaglia leggerissima, chiara e sporca di macchie colorate e macchie di lerciume, come se ogni evento del tempo l'avesse usata come tela.
    Salendo a guardare, forse il calore della sua vicinanza iniziò a schiarirmi gli occhi.
    Si stringeva le braccia tra le mani con un abbraccio scomposto, frenetico. Artefatto, drammatico, vero, studiato e necessario.
    E finalmente il collo.
    E finalmente il viso.
    E finalmente i miei capelli giovani mangiati.
    E finalmente i miei occhi sporchi di mascara.
    La vista mi si rischiarò talmente tanto che riconobbi perfino la mia polvere.

    Quello che sentii fu una vampa. Avvolgente, dura, caldissima. Entrava dagli occhi e occupava tutti gli organi. La parte più interna di tutti i miei organi.
    E la miccia era davanti a me.
    Lei tremava come di desiderio esaudito.
    Si fece più vicino, mi toccò il petto con il suo petto, mi offrì il collo per sentire il suo odore.
    Il senso che ha più memoria è l'olfatto, puoi ricordarti qualunque cosa sentendo un profumo.
    E io, annusandola, venni invasa dal puzzo di erba, di fieno, di terra, di stantio. Ma sotto di quelli, c'era il profumo che mettevo io anni fa.
    Non feci in tempo a dirle qualcosa, a farmi dire qualcosa, che la vidi allontanarsi, donandomi la sua schiena nuda e magra.
    Come cagna abbandonata che desidera ritrovare il suo amato traditore e, una volta incontrato, tutto d'un tratto si ricorda del male subito e lo rifugge.
    Così lei.
    E io impietrita, fissata al terreno da una colpa pesante, non seppi far altro che sentire l'aria cambiare intorno a me.
    Avete presente quando pensate alle sere d'estate? Quelle di quando eravate adolescenti, il momento esatto in cui arrivavate nei pressi del lungomare, con uno svolazzare di vestiti a fiori, un vociare contento, l'aria che vi pizzicava la pelle come a trascinarvi, a invitarvi al gioco?
    Così erano le sensazioni che provavo adesso, dopo quel faccia a faccia.
    Così erano le sensazioni che mi dava l'aria, quando mezz'ora fa era solo aria.
    Questo, più la consapevolezza di averci rinunciato per anni. Di non aver mai voluto respirare abbastanza.

    Non si capisce quanto è vuota una stanza finché non ne senti l'eco, e il primo “Torna indietro” che cercai di dirle mi rimbombò dentro, dalla parete interna del petto alla parete interna del ginocchio, senza trovare alcun ostacolo. Un guscio vuoto.
    Cercando di andare verso di lei mi accorsi di quanto pesanti si erano fatti i miei passi, probabilmente uguali a ieri, uguali all'altro ieri, ma avevo zittito anche il loro bisogno, facendoli diventare muti servi.
    Appoggiando la mano al muro di un edificio lì vicino, non diverso da mille altri muri sui quali ho appoggiato le mani, notai la ruvidezza, le piccole imperfezioni pazienti che hanno tutti i mattoni.
    Provai una certa nostalgia per tutto quello che non avevo degnato di uno sguardo. Per tutto quello che non avevo ritenuto abbastanza nobile da essere descritto.
    Delle geometrie che crea la luce del sole sui muri bianchi all'alba, del tipo speciale di giallo che sceglie, me ne accorsi quando mi trovai a cercarla tra i vicoli.
    Fossi riuscita a vederla di nuovo, fossi riuscita ad averla davanti agli occhi, avrei avuto la conferma di quello che già stavo pensando.
    Le sue forme, le più grandi e le più piccole, dalle clavicole allo spessore dei nei, sarebbero andati a colmare perfettamente i miei spazi vuoti.
    Era me, ero io.
    Ero io, cristallizzata nell'età in cui mi rinnegai.

    Avesse fatto più male soffocarne le poesie, avesse fatto più male non guardare i suoi quadri fino a farne sbiadire il colore, rendere vani i suoi sforzi, non l'avrei fatto.
    Avesse fatto più rumore saperla abbandonata per strada, con lo scopo di cercare un foglio di carta su cui scrivermi per continuare a sopravvivere, giuro, non sarei stata così crudele.
    Invece la capacità che iniziai ad allenare con incomprensibile ossessione, fu quella di lasciare andare via le parole piuttosto che diventarne complice.
    Questione di comodità, di rabbia, ma ora, con la scia di polvere lasciata dai suoi capelli, dai suoi vestiti, era lei a soffocare me.

    Ho camminato forse per ore, percorrendo le strade più strette che mi venivano offerte, guardando in alto i balconi scuri di inquilini dirimpettai, immaginando che forse, durante un terremoto, sarebbero riusciti a toccarsi. Ho memorizzato l'angolo di curvatura della schiena di un levriero che ho incrociato, la modalità di trotto più adatta che calcolava per stare sempre al passo con il suo proprietario. Di come le pozzanghere portassero il cielo e le nuvole per terra, di come le persone sole a volte sembrino quelle più in compagnia.
    Di tutto questo non vedevo l'ora di raccontarle.
    D'un tratto mi trovai contenta di non averla trovata, cercandola.
    Volevo, anzi dovevo, andare a casa e scriverle.
    Non è cosa per noi il dialogo.
    Non sono brava con i discorsi e nemmeno lei; le voci fanno troppo rumore.

    Ho fatto le scale a due a due, ho spalancato il portone come se avessi rotto con un pugno il mio stesso guscio.
    Raggiunta la scrivania ero come arrivata in cima a una montagna.
    In pochi istanti, con le dita prese da un afflato di vita propria, ho annerito i fogli di righe colme di momenti persi, cesellati. Non è che ci stessi a pensare, non è che prendessi fiato, ero solo in balìa della corrente.
    E fu quando tutti i sensi dimenticarono il loro compito per dedicarsi alla scrittura, fu quando la vista non vide altro che prosa, che ho sentito chiaramente lei, lei, lei, lei dietro di me.
    Lei che mi aveva seguito mentre io la seguivo.
    Lei che ora si stava chinando a raccogliere i miei scritti, man mano che i fogli erano saturati, passandoseli sulla pelle, sulle braccia, sul collo, per pulirsi dallo strato di polvere che la inspessiva, sotto cui l'avevo condannata.
    Fu quando fu completamente levigata che riuscì a rientrare in me, ritornata della grandezza esatta per combaciare con ogni mio confine.
    Nessun organo rimbombava, nessun capillare rimase vuoto. Non ci fu nessuna eco.
    Da nessuna parte passava più un millimetro di distrazione.

    Mille volte mi chiederò scusa.

    Mille volte ti ringrazierò di non avermi buttata come ho fatto io con me.

     
  • 26 febbraio alle ore 16:59
    Sciantal D'Arco

    Come comincia: Sto facendo il giro lungo appositamente per arrivare tardi, o quasi tardi.
    Ho messo i tacchi più scomodi, il tailleur più stretto in modo da limitare i movimenti.
    Cose come queste hanno consigliato di farle di mattina, di modo che poi se ne parli per tutto il giorno.
    Sono le 10 del mattino e la città è grigia, i palazzoni sembrano gonfiarsi al mio passaggio.
    Fortunatamente trovo un semaforo ogni volta che svolto un angolo, così posso aspettare che diventi rosso e prendermi un altro po’ di tempo.
    Non ci ho fatto l’abitudine, mi chiedo ancora come io possa apparire alla gente che mi vede passare, nascosta nel mio piumino verde bottiglia. Ma viviamo in un’epoca in cui tutti si interessano degli altri solo attraverso lo schermo di un telefono, quindi gli unici occhi che incontro sono i miei, riflessi sui finestrini delle auto parcheggiate.
    Non amo parlare di me, non amo spezzettarmi. Per fortuna queste cose durano un giorno solo, poi ognuno torna a casa propria.
    Pioviggina, l’asfalto si trasforma in un quadretto di piccole stelline che posso attraversare sulle apposite strisce.
    Chi è alla guida delle macchine ferme per farmi passare forse ha più tempo per guardarmi bene, magari mi riconosce e ci sta mettendo tutto se stesso per non abbassare il finestrino e gridarmi qualcosa.
    Sicuramente conoscono il mio nome.
    Mi sono tinta i capelli di nero per sembrare più sicura di me stessa.
    Dopotutto, quelle come me non lo sono mai. Hanno bisogno di crearsi appigli. Zattere di salvataggio.
    Questa camminata decisa su tacco 12 l’ho imparata da un tutorial.
    Piovono stelle, foglie cadute dagli alberi lungo i marciapiedi volano a creare un tappeto sotto i miei piedi.
    Una versione naturale e più sfolgorante di un red carpet.
    Non è un vero e proprio tribunale, quello dove sto andando. Ne abbiamo fatto richiesta, ma la risposta ancora deve arrivarci. Nel frattempo, lo definiamo “Centro vampe di recupero”.
    La sede, per ora, è la casa dei nonni di una di noi, scelta perché il garage è grandissimo.
    In fondo ci bastano due stanze.
    Ad avere l’idea è stata Lepre, dopo essere stata nascosta nella sua tana da settimane.
    Mi ha chiamato mentre ero appena tornata a casa, rientrando dalla porta di servizio.
    In quei giorni per me era sempre così. Un estremo della mia casa era calmo e silenzioso, per poi sfumare in un delirio di pugni alle finestre man mano che mi avvicinavo alla porta d’ingresso.
    Dai suoni che facevano da sottofondo alla voce di Lepre, direi che non se la stava cavando in maniera molto diversa.
    Fu facile poi diffondere il nostro progetto e trovare nuove adepte, diventare come rockstar.
    Questa è la quinta volta che ci incontriamo, ma ogni passo per me pesa ancora tanto.
    Il passato passa quando lo decide lui.
    Lepre ha degli occhi che sembrano schermati, nonostante le minacce non le arrivino più.
    Dalla mia bocca escono solo monosillabi, nonostante nessuno buchi più le gomme della mia macchina.
    Nonostante abbia fatto di tutto per rallentare il passo, d’un tratto le riserve di confortanti palazzoni finiscono, rarefatte da giardini sempre più grandi.
    Quello che fanno è sconvolgermi le unità di misura. Non ci sono più un palazzo, due palazzi, tre palazzi uguali da superare. Ci sono immensi squarci verdi che si confondono come onde, scevri da occhiate mal riposte, ed è lì che passo dal conto alla rovescia all’esserci già.
    Questa è una hall, all’orizzonte piano piano compare già il tetto rosso di una bellissima casetta gialla.
    I balconi sono tutti aperti, probabilmente il bollitore per il tè è già sul fornello.
    Se siamo fortunati, Lepre ha fatto anche i biscotti a forma di stella.
    E' questo che succede. La tensione di pochi istanti prima sfuma, catturata dagli acchiappasogni che tintinnano appesi all’ingresso.
    Ogni volta mi accorgo che è una meraviglia e ogni volta cerco strade che mi aiutino a non arrivarci in tempo.
    C’è una certa sensazione di comfort, nell’odio che possono provare per me.
    Sui tre gradini bianchi che portano all’entrata c’è pochissimo spazio per passare, è tutto occupato da vasi di fiori bellissimi, che ti guardano e sorridono. Ovviamente è stato studiato, l’arredamento è stato pianificato nei minimi dettagli.
    Devi far fatica ad arrivare, per una volta deve essere la bellezza a impedirti di proseguire.
    Quei fiori sembrano tanti fan che ti vogliono toccare.
    La porta è in legno e pezzi di vetro colorati, disposti a formare un pavone.

    Abbiamo riempito ogni stanza di ninnoli. Statuette, vasi, candele, piante, fotografie recuperate dai bidoni e ora diventate veramente importanti. L’abbiamo fatto per riempirci la testa di immagini prima di scendere al piano inferiore.
    Lepre ha trovato anche un orologio a pendolo a forma di Garfield, il ticchettìo è il più forte ticchettìo tra tutti i ticchettii.
    Lo senti dappertutto, come se ti fosse dietro le orecchie, anche mentre scendi le scale verso lo scantinato, per poi interrompersi improvvisamente quando ti trovi davanti alla porta della Sala Saliente.
    Abbiamo deciso di appenderci un cartello al neon luminoso con scritto “On Air” quando si sta svolgendo una sessione, ma il motivo e i partecipanti non li conosciamo finché non entriamo.
    Io, che sono l'ultima a entrare, ho il compito di accendere il neon.
    Da lì in poi nessuno entrerà più, nessuno uscirà più, finché non avremo cambiato il mondo almeno un pochino.

    ON AIR.
    Quello che si vede appena entrati è la luce che entra da una finestrella molto alta. Se c'è il sole, rimani abbagliato.
    Quando gli occhi si abituano, vedi le quattro mura spoglie, azzurrine d'umidità.
    La stanza è piccola, quadrata, sarà all'incirca sei metri per sei.
    Tre sedie sono sistemate in linea, addossate alla parete di sinistra, che guardano verso la parte opposta.
    Sono sempre tre.
    Una è per Lepre, che mette a disposizione la casa, una per me, che faccio da tramite e sbrigo il lato pratico della seduta, e una per l'ospite, che in genere non vuole parlare con noi fino alla fine.
    Tutte quelle che arrivano in genere le conosciamo già, precedute da uno strato di cronache tristi che strisciando per terra fanno un rumore madornale.
    Lei, quella di oggi, la riconosco dalle scarpe.
    Tutti la riconoscono dalle scarpe.
    Le scarpe dovrebbero bastare a capirla.
    Sono eleganti, di raso azzurro, fatto appositamente per sembrare impalpabile, etereo.
    Tacco a spillo altissimo, punta pronunciata e ferma, fermissima, determinata a indicare il colpevole.
    Anche la cavigliera è la stessa che abbiamo già visto, dorata, con un ciondolo a forma di farfalla, e già ammiro questa donna per non aver buttato via tutta quella spazzatura, per non averla bruciata, presa a martellate, tritata con una mezzaluna.
    Da quello che ho imparato fin qui, ci vuole una fermezza mentale invidiabile per non eliminare le prove.
    Le gambe accavallate sono fasciate in jeans chiari, con una fila di perle bianche che ne percorre tutta la lunghezza.
    Ha una giacca rosa appoggiata alle spalle, come il mantello di un supereroe, e un top blu con Topolino disegnato a forza di paillette.
    Qualsiasi cosa di lei grida vitalità, ma è come se si riferisse a un passato in cui è stata fermata e il presente non le fosse così interessante.
    Labbra pompate da mille strati di rossetto rosso, occhi scuri pieni di ciglia nere di mascara, spalancati, come volessero assorbire tutto e non assorbissero niente.
    Ha un'incredibile massa di ricci bruni, quasi una nuvola. Altro suo tratto identificativo, altro suo biglietto per la fama. Quando vidi quello per il quale in seguito sarebbe stata ricordata, speravo che quei capelli le attutissero le cadute.
    Sciantal D'Arco, davanti a me, avrà 40 anni.
    Nella mente di tutti ne ha ancora 29. Forse anche nella sua.
    Serate come queste sono macchine del tempo. Il tempo rimasto in pausa procede velocemente e tu uscirai da qui con la tua vera età sottobraccio.
    Appena entro, la vedo di profilo.
    Davanti a lei, in fondo alla stanza, si ergono le tre croci di legno lucidato che Lepre ha personalmente cesellato. Un capolavoro. Le due più piccole, le più esterne, sono alte due metri. Quella centrale, il posto d'onore, è una croce gigante, enorme.
    A Lepre sono serviti tre mesi per prepararla. Ha perlustrato una spiaggia dopo l'altra per trovare la legna giusta. L'asse verticale è alta tre metri e larga uno, quella orizzontale poco di meno.
    Gli attrezzi usati per lisciarla non sono gli stessi delle altre. Dovevano essere speciali, devoluti solo a questo scopo. Santificati. Martirizzati.
    Abbiamo fatto un rituale, appena comprati. In realtà abbiamo utilizzato il primo rituale proposto da  internet e l'abbiamo usato.
    Mentre bruciava la salvia per disinfestare le case dagli spiriti, Lepre diceva che avrebbe funzionato, l'importante era crederci.
    Non so che prodotti avesse poi utilizzato per trattare e lucidare il legno, fatto sta che aveva assunto un colore bluastro. Quasi spariva nel colore altrettanto scuro della stanza, se non fosse stato per il corpo appeso che ne delineava i contorni.
    La tua croce esiste se la fai esistere.
    Anche per legare polsi e caviglie avevamo trovato corde speciali. Erano metri e metri di organza rosa e gialla, metri e metri di pizzo macramè, scuciti dai nostri vestitini d'infanzia.
    Qualche volta le nostre ospiti portavano speciali ninnoli che reputavano importantissimi per la riuscita dell'operazione, allora Lepre spendeva tempo a cucirli pazientemente sulle nostre funi.
    Sciantal aveva portato un sacco di campanelli, un sacco di sonagli, tutte cose che facevano rumore. E adesso, qualunque cosa gridasse questo omuncolo era accompagnata da un delicato suono di carillon che lo scherniva.
    Sembrava così misero.
    La maestosità della croce contribuiva a renderlo piccolo.
    Tutta la sua spietata violenza ora non si poteva muovere.
    Se di Sciantal mi interessavano tutti i dettagli, al posto di questo tizio ci potrebbe essere stato uno scarabocchio e non mi sarebbe importato.
    Non mi importa mai. Non riesco a ricordare nemmeno una faccia di tutti quelli che abbiamo crocefisso.

    Trasformato in un sonaglio, diceva: Scusa, ma che ti aspettavi?
    Trasformato in un tamburello, diceva: Potevi fermarmi, invece di ridere.
    Trasformato in una renna di Natale, diceva: Dì a queste psicopatiche di mettermi giù!
    Non era nient'altro che un campanaccio e diceva a Sciantal che molte ragazze sognano di diventare popolari come lo era lei.

    Anche se Sciantal non si mosse di un millimetro, io guardai Lepre di scatto e il cenno che lei mi fece fu chiaramente il nostro via alle danze.
    Posizionato sotto la mia sedia c'era un sacco di iuta gigantesco e pesantissimo. Mi ero fatta dei bicipiti incredibili trascinandolo da una stanza all'altra, avanti e indietro.
    Il trascinare sovrastò lo scampanellìo costante che continuava a esserci, sovrastava il tizio che continuava a inveire e il sacco divenne ben presto il vero protagonista, al centro della stanza, a egual distanza da Sciantal e questo Campanellino crocefisso.
    Tutti sapevamo cosa c'era lì dentro e cosa sarebbe successo, bastava solo decidere chi l'avrebbe fatto.
    Di solito passano tra i dieci e i quindici minuti prima che si giunga a una scelta, ma dopo soli due minuti Sciantal si alza dalla sedia e finalmente si sente qualcosa di lei.
    Tacco, punta, tacco, punta.
    Questo rumore lo riconosciamo, ma nel video camminava sul parquet, ora cammina sulla vendetta.
    Prende il sacco, lo trascina ai piedi della croce e lo apre.

    Non gliel'abbiamo dato noi il nome Sciantal, non è nemmeno un soprannome di gioventù.
    Sciantal è il titolo del video che ha iniziato a circolare su internet anni fa.
    Se vogliamo, lei era un supereroe con tanto di divisa offerta dal carnefice. Il suo mantello contro il male erano le scarpe di raso, le uniche cose che Campanellino le chiese di tenersi addosso mentre lui faceva i suoi comodi con il telefonino in mano.
    Non passò tanto tempo prima che cominciassero a chiamarla Sciantal anche per strada.
    Al citofono.
    Al cellulare.
    Sui social.
    Per posta.
    Continuamente.
    Sciantal, le metti anche per me le tue scarpette?
    Erano state create almeno 100 pagine con il suo nome. Alcuni vendevano il suo numero di telefono, l'indirizzo di casa, mutande che lei nemmeno aveva mai visto.
    Sciantal voleva scomparire, e scelse di farlo apparendo ancora di più, iniziando a voler essere chiamata così.
    Le persone fantastiche spesso usano come pseudonimo il nome che è stato loro affibbiato da chi voleva contribuire alla loro rovina, dalle cose che le spaventano di più e che in un certo senso hanno fatto sì che venisse modellata una corazza.
    Batman è diventato un pipistrello perché la cosa che temeva di più erano i pipistrelli.
    Un pittore qui vicino dipinge con una benda sugli occhi perché una volta a scuola l'hanno bendato con la scusa di fargli una sorpresa, poi l'hanno buttato giù da un muretto. Da quel giorno ha il terrore del buio ed è la cosa che ricerca di più. Dipinge paesaggi bellissimi. È famoso in tutto il mondo.
    Lepre si chiama così perché un giorno le hanno teso un agguato mentre portava da mangiare agli immigrati, fatti sloggiare da un centro di accoglienza e ora dispersi per la città. Le hanno teso un agguato e le hanno sparato ai piedi, costringendola a correre velocissima, urlandole che da quel giorno avrebbe dovuto imparare ad essere una lepre e che non avrebbe camminato mai più tranquillamente.
    Quanto a me, mi chiamo Gruccia da quando ho abortito. Qualcuno iniziò a dire che lo feci in casa, da sola, con una gruccia. Che lo facevo almeno due volte l'anno. Da allora iniziarono a fiorire grucce divelte sul mio zerbino.
    Tutti noi, tutte queste metamorfosi, sono avvenute solo per far nascere Sciantal.
    Per farla essere qui adesso.
    Cosa succede se diventiamo quello che ci terrorizza?

    Non è mai una cosa riservata, riguarda sempre tutti. La crocefissione di tutti i nostri mali.
    Il campanellino di oggi suona rabbiosamente i suoi sonagli per tutti i colpevoli, passati e futuri.
    Non è mai una persona sola.
    Molti di noi hanno dovuto rinunciare alla propria vita per diventare un evento solo. Si aggirano per le strade pensando di poter parlare solo di quello. Hanno perso la memoria del resto del passato e reputano impossibile il resto del futuro.
    Qui, in questa stanza, si equilibrano le cose, si equalizzano due frequenze di tempo.
    Sciantal, rimasta impantanata nel fango di un video porno scambiato per amore.
    Campanellino, andato avanti con la sua vita troppo velocemente. Per fermarne la corsa, non c'era altro modo che legarlo ad una croce.

    Io e Lepre, a questo punto, abbiamo il cuore in gola.
    Sciantal è di fronte a Campanellino con il sacco aperto. Di solito non c'è nessuno scambio di parole, la vittima non vuole regalare altra voce al carnefice, soprattutto ora che sa che può solo vincere.
    Di solito, inizia subito il rogo.

    Sciantal si toglie i tacchi, li posa ai piedi della croce, come se d'ora in poi dovessero essere le scarpe strette del resto della vita di Campanellino.
    Si china e rivolta il sacco rapidamente.
    Dalla iuta scende vera benzina.
    Benzina che fa il rumore di copertine rigide di libri che cadono.
    Con un tonfo, dal sacco escono saggi, trattati, biografie, racconti, canzoni.
    Nevica Baudelaire.
    Soffia Tolstoj.
    Fuma De Andrè.
    Fiammeggia Bukowski.
    Armonica De Gregori.
    I libri non sono mai nuovi, li abbiamo recuperati usati perché avessero già una vita, perché fossero già sporchi.
    Le canzoni le abbiamo scritte tutte, tutte, tutte a mano su fogli trovati. E non una volta sola. Tutte le volte che ci venivano in mente, tutte le volte in cui ne avevamo bisogno.
    Ai piedi della croce, il cumulo di volumi e fogli cresce, cresce e inizia a sotterrare le caviglie di Campanellino.
    Lui smette di urlare rabbia. Immediatamente. Viene come cementificato.
    Libri, tomi, tovagliette dei ristoranti con passi di discorsi scritti a matita.
    Bloccano le ginocchia, murano le anche.
    Lui inizia a sospirare tremando.
    È questo il punto, è questo lo scopo.
    Il sospiro dei mille Campanellini è un primo obiettivo raggiunto.
    Nessuno di loro ha mai sospirato così nella vita.
    Nessuno di loro è mai stato abbastanza empatico per farlo.
    I versi che ora lo toccano, lo bruciano, lo ustionano, riducono a brandelli la pelle dura.
    Parlano ai suoi nervi di storie così vivide, descrizioni così delicate, che perfino la sua corazza di mattoni va in fumo.
    Sulla croce sacrificale, Campanellino è coperto fino alle spalle e ora piange di commozione.
    I fiori del male, l'uccellino azzurro nascosto in un mare di whisky e Geordie, impiccato con una corda d'oro, stanno arrivando al cuore.
    La cattiveria brutale è quasi sempre il risultato di parole non ascoltate, non lette, ignorate.
    Sciantal lo guarda singhiozzare come un bambino. Lo guarda diventare umano.
    Io e Lepre assistiamo alla scena senza muoverci da dove eravamo.
    I libri ora lo avvolgono come una fascia avvolge un neonato.
    Spunta solo la testa, ed è ormai deformata dal dispiacere.
    E poi finalmente sibila: Scusami. Ti prego, scusami.
    Sciantal tentenna, io vado da lei.
    Afferrandole un polso, le dico. Aspetta ancora un secondo. Un secondo.
    Come mossa finale, la divina commedia, per mano all'avvelenata, scortati da un assassino e da un pescatore, arrivano alle sinapsi, colonizzano la materia grigia, suonano per cervello e cervelletto.
    Si vede che lui muore dalla voglia di coprirsi la faccia dalla vergogna.

    Puoi slegarlo, Sciantal.

    Il tutto è durato non più di un'ora.
    Lei si arrampica su quella montagna di carta, tira gli estremi dei chilometri di organza e merletti e in un attimo i campanellini cadono, rotolano a terra in una coreografia trionfale.
    Io e Lepre la aiutiamo a scansare i libri ed infine, spossato, Campanellino crolla esausto.
    Si è fatto un silenzio assordante.
    La scena che si va a comporre è questa:
    Sciantal è seduta a terra. Tra le sue braccia, disteso e senza un briciolo di forza, il suo assassino che si sente uno schifo e non fa alcun rumore se non respirare a fatica e chiedere Scusa, scusa, scusa.
    Le parole per spiegarsi quello che ha fatto le ha trovate nelle storie degli altri, nell'arte che hanno creato.
    La luce della finestra li illumina come un occhio di bue. Il resto è un buio bluastro.
    Alcuni pezzi di organza sono caduti sulle spalle di lei, sulla sua nuvola di capelli, e ora creano un velo distratto.

    La pietà di Sciantal D'Arco.

    È inevitabile pensare a tutte noi, a tutte quelle che sono passate di qui con l'unico intento di riprendersi il tempo passato senza una dignità.
    Questa storia la scriveremo su un quaderno, che andrà ad aggiungersi ai chili di carburante chiusi dentro al sacco per roghi, abbracciata ad Anna stella di periferia, rassicurata da una milonga.
    Allo stesso modo in cui, in fogli ripiegati, c'è la storia mia e la storia di Lepre.

    E dal profondo del nostro cuore rovente capimmo che, con la veste di legno che ci avevano forzato addosso, potevamo chiaramente bruciare il fuoco.

     
  • 19 ottobre 2020 alle ore 17:07
    Timema

    Come comincia: Stamattina c’è talmente tanto silenzio che i miei passi sulla neve mentre salgo verso la cima della collina sembrano l’unico rumore del mondo intero.
    A volte premo il piede talmente forte da scansare la neve e vedere la terra, che altrimenti non vedrei mai.
    Dovrebbe essere metà Settembre.
    A due chilometri di distanza da dove sono io, è di guardia S., che indossa il costume cucito da un suo avo intrecciando pelle di bufalo e rami secchi. Fa davvero paura, tutti si complimentano con lui. Nessuno l’ha mai visto in faccia.
    A quest’ora è tutto azzurrino, neve e cielo, e non sei tu che guardi le distese spoglie, sono loro che guardano te e ti chiedono se ce la farai anche stavolta a raggiungere il bosco.
    Il costume che indosso io è pesantissimo. E’ tutto di pelliccia dal pelo lunghissimo e bianco, solo sulle mani e sui piedi mi hanno imposto di colorarlo di nero per rendermi distinguibile da tutto il paesaggio, così ho preso una bomboletta spray ed ho agito. Il pelo si è appiccicato formando un crostone e questo odore non se ne andrà mai. Dall’interno lo sento sempre benissimo, ma dicono che i fumi  che respiro mettano in moto il cervello e mi facciano rimanere sveglio fino alla fine del turno.
    I buchi per gli occhi li ho più o meno all’altezza del collo di questo mostro che interpreto, e la mia testa serve solo per sorreggere la sua testa gigante che occhi non ha.  Nessuno ha mai visto in faccia nemmeno me.
    In tutto siamo cinque. Facciamo lo stesso lavoro e nessuno ci conosce, ma siamo importantissimi.
    Ci piazziamo ai confini della foresta e facciamo la guardia. Dalla mattina alla sera. Tutti i giorni.
    E’ un’usanza antichissima. Dentro la maggior parte di questi costumi sono morte almeno 20 generazioni.
    Non possiamo cambiarli perché, chi arriva, deve riconoscerci e pensare a noi come alle stesse immonde bestie immortali, vive e vegete anche cent’anni fa. Quelle delle quali ha parlato loro il nonno spaventato e il trisavolo prima di lui, mentre ancora sudava dalla paura.
    I mostri che non muoiono non sanno di campo di margherite e, per attenerci alla vera verità delle nostre vite, questi costumi non sono mai stati lavati.
    Una volta ho fatto un calcolo: lo sporco accumulato in centinaia di anni, aumenta il peso dei nostri costumi almeno del doppio. E penso a quelli che verranno, se saremo bravi a mantenere in piedi questo piccolo esercito, che per sostenere costume, strati di sudore, mari di goccioline di saliva e tappeti di capelli persi, dovranno trascinare i piedi.
    Sarà un supplizio, ma pur sempre un onore.
    Ogni tanto, attraverso gli alberi, sbuca della gente, che subito corre impazzita ad avvertire altra gente, la quale, impazzita, viene a darci la caccia.
    Da quando faccio questo mestiere, dicono ne siano stati fucilati almeno dieci di Timema come me.
    Di visitatori ne sono stati uccisi da noi almeno il doppio, per quello non vengono più.
    Abbiamo un regolamento da seguire anche nelle aggressioni. Azzanniamo alla giugulare come fanno i leoni con le gazzelle, infieriamo con le lame che abbiamo nelle zampe.
    I vestiti delle nostre vittime li indossiamo subito, appena le uccidiamo, sotto i costumi. Per avere un legame con qualcosa di umano ed aumentare l’odore pestilenziale che ci circonda con quello del sangue rappreso.
     
    Saranno almeno 5 anni che nessuno oltrepassa il confine del bosco.
    Venire fin qui è considerato troppo pericoloso perfino per i selfie, il che vuol dire allerta massima.
    Siamo in completo isolamento, passiamo i turni guardando gli animali passare, le ombre cambiare, la neve accumularsi. Dal silenzio, sono riuscito a stilare un vocabolario dei fruscii.
    Ogni tipo di suono si ricollega ad un preciso tipo di evento che sta per succedere.
    So come le foglie sfregano tra loro quando sta per arrivare un temporale, la frequenza che hanno i rami quando i vari tipi di uccelli si posano su di loro, conosco il rumore di un orso che si gratta sulla corteccia, ho avuto il privilegio di campionare il distante rumore confuso di erba e rami secchi di una coppia che giocava a rincorrersi.
    Tutte queste cose che si muovono, ti fanno capire quanto tu sia immobile, ed in un modo o nell’altro aumentano la tua voglia di sbranare chiunque valichi il confine.
    Per rabbia e per invidia.
    Un uccello che si muove tra le fronde in modo ordinario non stimola nessuna ghiandola, ma appena individuo uno battere d’ali più veloce e frenetico del solito, il surrene produce ventimilioni di litri di adrenalina.
    Conosco i canti d’allarme di tutte le specie.
    Molti animali hanno tonalità diverse per identificare un predatore d’aria da uno di terra.
    Alcuni cantano per trarre in inganno i rivali.
    In tutto questo tempo, per tenermi sveglio, ho iniziato a credere che tutti gli animali pensino alla mia salvaguardia. Che ogni allarme sia lanciato per avvertire me.
    Il risultato è che ho sempre l’adrenalina a mille, i muscoli in tensione.
    Di solito, i canti di allarme vengono preceduti da un attimo di quiete assoluta, per poi esplodere.
    La quiete prima della tempesta.
    Mi agita di più il silenzio che il grido in sé.
     
    Oggi la calma mi gela il sangue. Non si muove una foglia. Mi aspetto che pure gli alberi, di qui a poco, imparino ad urlare per mettermi in salvo.
    Sudo freddo. Non muovo nemmeno le gambe per non strofinarle.
    Forse è stata una goccia del mio sudore, che dalla fronte è caduta sulla pelliccia, a fare un tonfo sufficiente per dare il via al delirio.
    Esplode tutto.
    Ogni singola specie lancia il suo grido all’unisono.
    Il luogo più silenzioso del mondo si trasforma d’un tratto nel frastuono di tutte le metropolitane, di tutte le stazioni, di tutti gli aeroporti, di tutti gli zoo, di tutti i mattatoi.
    Mi tappo le orecchie, chiudo gli occhi, sento scappare ogni senso di comprensione.
    Percepisco l’aria spostata dalle ali degli uccelli che mi volano sopra la testa, così bassi da sembrare volermi toccare le spalle, volermi scuotere e portare via.
    Non posso muovermi dal rumore, sento talmente tutto da non distinguere nulla.
    Penso agli altri, spero stiano bene, spero riescano a muoversi ancora e credano che anche io riesca ancora a farlo. Che non vedano anni di aggressività rannicchiate dalla paura.
    Non è durato molto, in realtà. 30-35 secondi e poi è cessato tutto.
    Piano piano mi rendo conto di non aver perso nessuna funzione vitale.
    Comincio a respirare e sento l’ossigeno. Muovo  un ginocchio e riconosco muscoli ed ossa. Abbasso la mano per sentire il familiare freddo della neve.
    Aprire gli occhi mi fa paura.
    Ancora devo mettere a fuoco, ma è chiaro che queste sono scarpe, che davanti a me c’è qualcuno.
    Non è mai successo. Nessuno si è mai avvicinato così tanto, li abbiamo sempre uccisi prima. E’ questo a sconvolgermi.
    In un attimo balzo all’indietro, sbatto contro un albero e guardo meglio.
    In questi anni, l’unico rumore che è mancato e che sento fortemente adesso, l’unico grido di allarme che non ho mai udito, è stato il pulsare del mio cuore.
    Davanti a me una donna sui 30 anni, immobile, con le mani sprofondate tasca ed un cappotto scuro che ne nasconde ogni forma.
    Berretto giallo e capelli viola.
    Ho visto tante cose orrende nella mia vita, tanti scempi, tanti crimini, tanti dileggi, ma quello che ora mi fa davvero paura, una paura folle, è questa donna che sorride.
    Dice - E’ vero che voi uccidete tutto quello che vedete?
    E’ difficile sentire dopo tanto tempo parole con una voce diversa dalla tua. E’ difficile perfino capirle.
    Dopo tanto tempo sei convinto che tutto sia nuovo e straniero. Se riuscissi a guardarmi allo specchio, aggredirei anche me stesso nel tentativo di capirmi.
    Le sono addosso in un attimo.
    Le spingo le spalle a terra con le zampe anteriori, le avvicino il muso in modo che senta la mia puzza e inizio a piegare la testa per colpirla con le corna.
    Dice –Senti-
    Con i primi graffi sulle guance, dice –Mi fai provare il tuo costume?-
    Se non avesse sfregato la fronte sul muso della mia maschera come un gatto, l’avrei sbranata. Fatta a pezzi. Sbrindellata per tutta la foresta.
    Ma l’ha fatto, e la lascio libera di alzarsi, stando fermo, in piedi, a pochi passi da lei.
    Quando si alza, sono paralizzato.
    E’ ferita sulle guance e sul collo. Ha delle lesioni, ma non sembra perdere nemmeno un po’ di forze, come se la sua energia non fosse propriamente nel sangue.
    Si toglie di dosso i fili d’erba, recupera il berretto che era schizzato via e si avvicina risistemandoselo in testa.
    E dopo mi tocca.
    Dopo che per almeno dieci anni a toccarmi era stato solo il materasso dove dormivo.
    Dopo che mi ero dimenticato ci si potesse toccare.
    - Ci dev’essere una zip da qualche parte.
    Strati di lerciume, strati di tessuto, strati di sudore si frappongono tra il vero me e lei, ma quella mano comunque mi tocca gli organi, mi coccola i globuli rossi, mi devasta i filamenti di dna.
    Il mio costume è chiuso dall’interno con diverse cinghie che me lo assicurano alla vita, ed io ne slaccio solo una, in modo da creare una fessura da dove può entrare.
    Lei è dietro di me, e posso ben immaginare cosa sente.
    Le fibbie di sostegno hanno ormai creato degli irrimediabili solchi sulla mia pelle, ma lei non si ritrae, ci passa le dita su e già come fossero sulle onde del mare. Sicuramente le sto lasciando nei polpastrelli uno strato di unto. Sicuramente sta scuotendo un equilibrio di storie che mi si è incollato addosso più del mio costume, se ne porta via dei pezzetti.
    Chissà se mi vede in faccia.
    Chissà se può dirmi come sono.
    Ne sono terrorizzato. Sono terrorizzato dal fatto che possa vedere in me qualcosa di diverso oltre al mostro ammazzatutti che sono abituato ad essere.
    Può, un’altra persona, dirti chi sei?
    Può, perlomeno, suggerirtelo?
    Non avrei mai dovuto permettere un tale avvicinamento. Da bestia selvatica, non avrei mai dovuto permetterlo.
    Mettevo me in pericolo, mettevo la mia gente in pericolo. Sicuramente avrebbe sparso la voce e sarebbero arrivati turisti, turisti a frotte, convinti di poter fare di noi quello che volevano.
    “Non sei così terribile. Non sei come la gente che c’è da me, ma non sei così terribile.”
    Ride sottovoce e mi abbraccia.
    Mi abbraccia.
    Ma ci ho pensato dopo, dopo che l’ho spinta via ringhiando, che quello era un abbraccio.
    Ci ho pensato davvero troppo tardi, quando la stavo rincorrendo furioso dentro la foresta da dov’era arrivata, che quella non era una morsa mortale.
    Me ne sono reso conto mentre la volevo morta che volevo che restasse, che volevo lo ripetesse.
    E lei è scomparsa tra i tronchi, tra l’ombra, tra il buio, sempre più piccola. E’ scomparso il suo cappello, sono scomparsi i suoi capelli viola.
    La mia corsa furiosa, il mio inseguimento feroce, il mio non toccare nemmeno la terra da quanto veloce mi muovevo, si trasforma presto in un camminare lento, da investigatore, un trascinare di piedi, un solcare il terreno creando due binari.
    Quando corri, corre tutto, tutte le forme, e non hai tempo per distinguerle, ma appena ti fermi si delineano, hanno di nuovo un contorno.
    Al buio, le curve delle foglie diventano luminose di brina. Se lei fosse qui, nascosta da qualche parte, il suo sguardo acquoso avrebbe la stessa linea luminescente. Sono circondato da mille possibili occhi suoi, ma probabilmente nessuno dei due che ha perderebbe più tempo con me.
    Non si era spaventata quando l’avevo aggredita appena incontrata, si era spaventata quando non l’avevo capita.
    Avrei voluto chiamarla, inventarmi un nome, ma questi costumi hanno un sistema di canali sonori che trasforma ogni parola che diciamo in un terribile grugnito al di fuori.
    Non conosco altro modo per esprimermi che il ringhio, non ho mai voluto imparare niente al di fuori della rabbia.
    Sono abituato da anni a camminare con quest’armatura, ma mai come adesso, mai come adesso che ho un obiettivo diverso, che voglio addentrarmi in una nuova ricerca, mi appesantisce, mi intralcia.
    Non valuto le grandezze  dei varchi tra gli arbusti, non valuto gli spuntoni, non valuto le spine. Spero ci pensino loro a strapparmi di dosso gli strati di questo ingombro, questa scelta di vita sbagliata.
    Al costo di ferirmi, voglio tornare umano.
    In linea retta, le mie corna si impigliano sulle edere e le strappano.
    Ho studiato tutto di questi alberi, ogni suono e brusio, ma se ora guardo in alto, vedo chiaramente loro studiare attentamente me. Il silenzio è quello che si può trovare in un’aula di tribunale.
    Ed io mi studio con loro.
    In questa desolazione, in un bosco che ho guardato sempre da fuori e che ora percorro dall’interno, mi rendo conto di non conoscere affatto ciò dal quale difendo il villaggio da sempre.
    Nessuno mi ha mai realmente spiegato il significato dei canti di allarme. Ho solo supposto, me lo sono inventato. Mi sono inventato la lingua di tutti per far sì di capire sempre lo stesso messaggio: Stai all’erta, stai all’erta, stai all’erta.
    La verità è che quando esci da un ruolo inizi a chiederti se davvero vuoi interpretarlo.
    Quello di cui mi rendo conto, mentre ortiche e rampicanti si accumulano su se stesse e mi rallentano, è che ho creduto ad alcune verità solo perché facevano rumore.
    Lavorare per loro mi faceva sentire un eroe, finchè sono arrivati dei capelli viola a farmi considerare tangibilmente la possibilità di rimettere tutto in discussione.
    Ciò che io consideravo disdicevole, mi è entrato dentro, tessendomi con mano una miriade di ricordi bellissimi che avevo sempre perso tempo a non volere.
    Rami giovani di castagno richiamano la mano di robuste felci azzurrognole, diramate serpentarie saldano il patto con un preistorico equiseto intorno alle mie ginocchia.
    Il problema è che abbiamo perso il significato di alcuni gesti, il problema è che li abbiamo esclusi dal nostro lessico per essere più forti.
    Non la troverò più, non tornerà più, ed io sono praticamente fermo, intrappolato in una ragnatela verde che fa da costume al mio costume.
    E’ lo stesso confine che abbiamo tracciato che ora mi limita.
    La mia gente non l’ha fissato per un conosciuto pericolo, l’ha costruito per sentirsi unica. Speciale.
    L’abbiamo costruito per auto-proclamarci élite.
    Consapevoli di non avere niente di invidiabile da rubare, siamo stati capaci di dare un valore inestimabile al nostro stesso nulla.
    Di difenderlo dagli altri che, probabilmente, avrebbero davvero potuto arricchirci.
     
    Non ho intenzione di divincolarmi da questa rete di parietaria e rampicanti impazienti, non ho intenzione di tornare indietro.
    Il caprifoglio cresce in fretta, mi orna il collo di cappi e corone.
    Arriverà la brina ed io sarò pieno di foglie dalle curve luminose.
    Se lei tornerà, confonderà i miei occhi con qualcosa di realmente buono.
     

     
  • 25 giugno 2020 alle ore 18:30
    Baby Apple

    Come comincia: L’epidemia è stata un macello.
    Sono morte un sacco di persone. Non so bene, pare che questo virus venisse da un barracuda e ad un certo punto non abbia trovato più barracuda da infettare, così ha fatto il salto di specie. 
    L’hanno chiamato così: salto di specie. In sintesi, il virus adesso non guarda in faccia nessuno ed ha scelto di sterminare noi.
    Sarebbe stato fermo e buono in Nigeria se non ci fosse questo irrinunciabile vizio del turismo sessuale che ha diffuso il virus in tutto il mondo quasi contemporaneamente. 
    È chiaro questo. Sono riusciti a capire che i pazienti zero, i vari pazienti zero provenienti da quel paese, quelli dai quali è partito un gigantesco albero di contagi, fossero tutti ricchi imprenditori  in viaggio di piacere. Piacere. Come spiegarlo meglio.
    Probabilmente la saliva che la loro piccola Mocumba ha per caso perso mentre li chiamava Papi è la causa di tutto. 
    Più che salto di specie, io lo definirei salto di classe. 
    Bambina scalza che balla tra le baracche della sua tribù infetta viscido riccone in procinto di comprare villa con patio.
    In tutto questo, io spero che Mocumba stia bene.

    Non conosco nessuno che sia morto, non direttamente. Conosco qualcuno che conosce qualcuno che è morto, ed è così un po’ per tutti. A parte per quelli morti, ovviamente.

    Le misure del governo sono subito state stringenti, per evitare che continuassimo ad ammazzarci: igienizzante per le mani, disinfettante per le scarpe, metri di distanza, chiusi i locali, non parlate con nessuno, distribuzione gratuita di mascherine chirurgiche, lasciate il lavoro e state a casa. Non uscite di casa se non per fare la spesa, altrimenti vi denunciamo.
    A me andava anche bene, tra le mie quattro mura stavo da dio, ma, dopo le prime lamentele provenienti dai fautori del fitness e dell’aperitivo lungo – lamentele alla moda, lamentele da influencer -, il presidente decise che ognuno di noi poteva incontrare una persona, una sola, per tutta la durata della quarantena.
    In base a come ti sentivi, potevi scegliere l’unico che ti poteva salvare, consapevole che potesse essere anche l’unico ad ucciderti.
    A chi affideresti la tua vita?

    Io scelsi il mio manager.

    Inutile essere ipocriti, noi tutte ex star della tv fiutavamo in questa tragedia un trampolino di lancio. E allora c’era l’ex campionessa di limbo che donava fondi per la ricerca.
    Il bambino che sapeva suonare l’inno di Mameli con i bicchieri andava a suonare i supporti delle flebo in terapia intensiva.
    La banda di ragazzini che dipingeva con i papaveri, ora fa madonne e immagini sacre sul tetto dell’ospedale con il plasma dei donatori.
    Tutto per rilanciare la propria immagine. 
    Per un’ospitata in diretta streaming, per vendere qualche maglietta, per diventare le più famose ed immortali star del globo.
    La gente, effettivamente, li chiamava eroi. 
    Li chiamava eroi finché non spuntavano altri eroi più interessanti, allora se ne dimenticava. Per questo, tutti cercavano di fare qualcosa di spettacolare, al limite, fino a sfociare nel grottesco.
    Ma quando il mio manager mi chiamò, sapevo che aveva avuto l’idea migliore di tutte solo dal modo in cui disse Baby Apple, incontriamoci.

    Non sono mai stata altro che Baby Apple.
    Sono Baby Apple da vent’anni, da quando mi piazzarono davanti ad una macchina da presa con un costume da grossa mela che avevano indossato prima di me almeno cento bambini a quello stesso provino. 
    Lo scopo era trovare il protagonista dello spot per un nuovo dentifricio, e la mela rossa era il simbolo della pulizia, oltre che del peccato originale. 
    Questo bambino vestito da mela doveva stare al centro dell’inquadratura, sorridere e saltare. Ogni volta che diceva “Baby Apple!” arrivava qualche altro bambino a morderlo e a farsi venire immediatamente i denti bianchissimi. 
    Ad ogni morso, un pezzo del costume svaniva, un pezzo del bambino spariva, finché non rimaneva solo il sorriso. 
    Scelsero me come Baby Apple. 
    Avevo 6 anni e mi montai talmente tanto la testa che da quel giorno dicevo Baby Apple! ogni volta che mi piaceva qualcosa. 
    Inconsciamente, o consciamente, avrei voluto che quel qualcosa mi mordesse, si prendesse un pezzetto di me.
    Da quello spot in poi mi invitarono ovunque, sempre vestita da mela, ovviamente. 
    Il mio compito, principalmente, era sedermi di volta in volta sulle ginocchia di qualcuno che durante la trasmissione sembrava triste, abbracciarlo e dire Baby Apple! per farlo contento.
    Continuò così fino ai 13 anni, poi, secondo molte produzioni, quello che faceva iniziò a sembrare ambiguo. 
    Tentai di risollevarmi cercando di mostrare che avevo anche qualcosa da dire, che potevo esprimere opinioni, studiai almeno 5 libri di botanica prima di partecipare ad una trasmissione dal titolo “Per fare un tavolo ci vuole un fiore”, ma era una trasmissione sul fai da te e Baby Apple doveva solo esultare una volta che la brugola faceva il suo lavoro.

    Non stava andando bene, gli ingaggi si volatilizzavano.

    Fu allora che il mio manager mi contattò. 
    Era uno scalzacani, lo sapevano tutti, ma anche lui, come me, stava raschiando il fondo del barile della sua carriera, e questo mi bastò per accettare tutto quello che mi diceva.
    Il costume tozzo da Baby Apple bambina si adattò ad una giovane donna. 
    Diventò più striminzito, velò le gambe in collant bianchi e calzò lucidi tacchi rossi. Due grossi morsi scoprivano entrambi i fianchi e boccoli biondo platino spuntavano da un cappellino a forma di picciolo. 
    Il Baby Apple! urlato di gioia diventò un sussurro alle orecchie di signorotti che frequentavano un certo tipo di trasmissioni, dove si parlava d’affari o di sport. 
    Se le quotazioni scendevano, se la tua squadra perdeva, Baby Apple arrivava. 
    Non cessò il desiderio che mi mordessero, che mi sbrindellassero e mi portassero a casa con loro, che trovassero un posto sul comodino per me.
    Il mio manager, lo scalzacani, continuava a ricevere bonifici con causale Bite Me. 
    Fu proprio quando rifiutai di fila quasi 4 offerte di lavoro come mela a festini privati che venne scoperto il primo caso di contagio nella mia zona, e ovviamente si bloccò tutto di colpo. 
    Nella sua ultima telefonata, il mio manager disse che, quando iniziano offrirti incarichi come escort, sei all’apice della carriera.
    Disse che avremmo dovuto aspettare l’evolversi delle cose, avrei dovuto aspettare una sua chiamata, che presto si sarebbe fatto vivo con un’idea spettacolare.

    Esistono due tipi di degrado. 
    Uno che ti spinge sottoterra ed uno che ti porta al successo.
    Io, chiusa tra le mura di casa, volevo a tutti i costi coltivare la mia favolosa fama nel terreno di detriti dove si era spinta.
    Aprii un canale youtube senza nemmeno sapere cosa dire. 
    Mi misi davanti al telefonino vestita da mela adulta e sorrisi. 

    Era pomeriggio, la luce era stanca, mi si vedeva dal busto in su. 
    Sorrisi per mezzo minuto, poi dissi “Baby apple!”, nel modo in cui lo dicevo da bambina.
    Mi vedevo riflessa nello schermo e davvero mi davo felicità. 
    Chissà cos’avrei trasmesso a chi mi avesse visto su internet. 
    Chissà in quanti mi avrebbero voluta mordere.
    Chissà se ci sarebbero stati pezzi per tutti.
    Un video di 3 minuti, in cui non dissi altro che Baby Apple! ogni 30 secondi.
    Non cambiavo nemmeno posizione, non mi muovevo, ero ferma davanti allo schermo.
    In una piattaforma in cui tutti si adoperavano per avere il trucco più colorato, i capelli più strani, la colazione più calorica, io ero ferma davanti al video vestita da mela, a ripetere la cosa che sapevo dire meglio.

    Successe che il video venne visto.
    Venne visto tantissime volte, ricevette tantissimi commenti.
    Successe che scoprii di essermi creata un pubblico negli anni. 
    Tra loro, i miei coetanei affezionati allo spot del dentifricio, che mi legavano a chissà quali ricordi d’infanzia. Tra loro gli uomini d’affari che a suo tempo tennero alla squadra sbagliata e che mi ricevettero sulle loro ginocchia. C’erano le loro figlie, le sorelle minori, che, spinte dall’ eccitazione dei loro papà, dei loro fratelli, per il ritorno di una figura così importante del loro passato, si iscrissero al canale.

    “Ciao Baby Apple, mi metti il buonumore in questo periodo di quarantena =)”
    “Ciao Baby Apple, sai che ho ancora un tubetto del dentifricio che sponsorizzavi?”
    “Ciao Baby Apple, mi manderesti una foto in cui ti vesti da collegiale e ti allunghi per prendere il cellulare appoggiato ad un tavolo, ma non ci riesci perché sei ammanettata ad un termosifone?”

    Ero stupita che bastasse così poco. 
    Ero euforica.
    Risposi a tutti i messaggi, feci dare a tutti il tipo di morso che volevano darmi.
    Di fatto, alzai le aspettative. 

    Il secondo video che pubblicai una settimana dopo fu sostanzialmente uguale al primo, ma dissi Baby Apple! di spalle, voltandomi verso lo spettatore giusto per fare l’occhiolino di commiato.
    La cosa che quasi tutti morsero via subito dopo, fu parte del mio nome.
    Fu il primo vero e proprio morso. 

    “Ciao Baby, come fai ad avere quelle ciglia lunghe?”
    “Ciao Baby, non riesco a dormire dalla prima volta in cui ti ho visto”
    “Ciao Baby, voglio venirti a prendere. Ti conserverò in una scatolina, saremo felici”

    Nel terzo, volli sperimentare quanto la gente potesse essere condizionabile da me. 
    Pochi lo sanno, ma una mela è capace di alzare o diminuire la propria acidità a seconda delle condizioni. È la verità.
    Davanti allo schermo del telefonino, striminzita nel vestito da mela bambina, con la luce delle sette di sera, abbassai gli occhi e piagnucolai.
    Baby  Apple... baby apple... baby...
    Nei 5 secondi finali, presi un pacchetto di fazzoletti di carta che avevo sulla scrivania, ne estrassi uno e feci finta di asciugarmi le lacrime.

    Fu impressionante quanto poco tempo ci mise la ditta di quei fazzoletti a triplicare il proprio fatturato.
    Usarono il mio video amatoriale come spot ufficiale. La mia immagine sgranata, pixellata, comparì sulle riviste.
    Tutti volevano i fazzoletti dove aveva pianto Baby Apple. 
    Tutti volevano ridere e piangere come Baby Apple.
    Iniziarono ad arrivarmi foto di gente che piangeva, che voleva la mia approvazione sulla posa che assumeva mentre lo faceva.
    La seconda cosa che morsero via fu il saluto.

    “Baby, il mio ragazzo mi lascerà, quindi guarda la mia foto. Sembro abbastanza disperata?”
    “Baby, ho perso il lavoro. Mentre piango dovrei piegare la testa di più?”
    “Baby, oh baby... oh, baby. Oh baby baby mia”

    Gli iscritti al canale erano ormai migliaia. Il più delle volte, se andavi a visitare il loro, di canale, non trovavi niente.
    I seguaci che nutrivo erano completamente vuoti. 

    Il mio manager volle incontrarmi. 
    Mi telefonò proprio mentre stavo aprendo una mail dal titolo “Fonderò una chiesa per te”.
    Ci incontrammo sulla muretta che costeggiava una strada completamente vuota, appena dopo il quotidiano passaggio delle macchine che spruzzavano disinfettante. 
    Eravamo all’aperto, ma la natura sapeva di ambulatorio chirurgico.
    Lo scalzacani disse Hai avuto un’idea geniale aprendo quel canale.
    Disse Hai un seguito di sgallettate e anziani maniaci pronto a fare qualsiasi cosa.
    Dandomi una pacca sul ginocchio disse Cavolo, chiamano perfino me nel cuore della notte!
    Aggiunse che dovevo unire questa mia popolarità all’emergenza sanitaria. Sensibilizzare la gente su tutte le altre malattie della vita.
    Mi spiegò che, durante questi mesi di clausura, si era concentrato sulla psicologia delle masse, notando come l’opinione dei dottori perdesse valore di giorno in giorno.
    Mi chiese: Se un plurilaureato in virologia dice che per non infettarsi bisogna mantenere la distanza di sicurezza, ma un qualsiasi dj di fama mondiale afferma che una specifica tinta platino per capelli basta e avanza per sconfiggere i batteri, chi credi che segua la gente?
    Prendendomi le mani disse Baby, tutte queste persone stanno aspettando che tu dica loro come salvarsi. Indipendentemente da come andranno effettivamente le cose.

    Baby Apple regala sorrisi, Baby Apple sceglie se sei triste, poi ti rende felice.

    Lo scalzacani mi disse che dovevamo iniziare subito da qualcosa di grosso, che distraesse l’attenzione dall’argomento pandemia che ormai aveva annoiato tutti.
    Andammo in un garage. Io mi vestii da mela e lui mi procurò un piccolo coltellino. 
    C’ero solo io, al centro dello schermo, con la migliore faccia inespressiva che riuscivo a tenere. Stavo fermissima mentre passavano le scritte in sovrimpressione.
    “prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.”
    Pensavo che davvero stessi facendo qualcosa di rivoluzionario.
    Che ero andata oltre il rendere felice la gente, la stavo rendendo libera.
    “La principale causa delle malattie renali sono i reni”.
    E con il coltellino incisi un piccolo tondo nella gommapiuma del mio costume, ad altezza bacino.
    Simbolicamente, mi stavo curando. Stavo curando le fobie di chi aveva avuto un lontano parente morto per insufficienza renale.
    Stavo fregando l’ereditarietà.
    Esplosi in un sorriso, gettai via il pezzetto appena tagliato, e di nuovo l’unica cosa che dissi fu “Baby Apple!”

    Questo  terzo morso fu il primo morso che mi diedi da sola.

    Era facile distrarre la gente da qualcosa di disastroso donandogli qualcos’altro di disastroso di cui potevano realmente occuparsi.
    Era un modo per sentirsi superiori, erano tutti andati oltre la pandemia. 
    Le cliniche furono intasate da gente che voleva asportarsi un rene. 
    Così come fu necessario costruire dei reparti speciali, dei tendoni fuori dagli ospedali per gestire i contagi, fu necessario innalzarne almeno uno anche per gli interventi di asportazione.
    In emergenza sanitaria non c’era tempo di fare troppe domande, troppi esami. Se volevi operarti lo facevi e basta, era sufficiente che lasciassi un posto letto libero in fretta.
    Fu la mia fortuna.

    “Baby Apple, respiro male, cammino male, ma sono convinta sia stata la scelta migliore.”
    “Ciao Baby, ho potuto far esercitare mio cugino, laureando in chirurgia, e tutto è andato bene”.
    “Ti invio la mia cartella clinica e una foto di me all’ultima gara di body building. Se ingrandisci sugli addominali vedi ancora la cicatrice”

    Produssero garze dalle foglie di melo, fili rossi per suturazioni, succhi alla mela al profumo di mercurio cromo. 

    Con quei soldi, il manager si comprò l’attrezzatura per fare dei video in Full-HD, che potessero essere trasmessi anche sui megaschermi allo stadio.

    Nel video successivo ero vestita da mela ed accarezzavo una gabbietta con dentro una bambolina.
    In sovrimpressione, iniziarono ad apparire le scritte.
    “prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.
    La principale causa del Papilloma Virus è il collo dell’utero.”
    Aprii la gabbietta, presi la bambolina e me la appoggiai sul grembo.
    “Baby Apple!” 

    Sapevamo che non c’era già più bisogno che io mi togliessi pezzi di costume, chi ha bisogno di capire capisce lo stesso.
    Il punto era dire meno cose possibile, così non c’era niente di contestabile.
    Ero solo una mela muta, le scritte dicevano solo cose ovvie. 
    Non era colpa mia se le donne poi presero a volersi asportare l’utero.
    Ci avete mai pensato?
    Meno cose comunichi, più la gente penserà che tu voglia dire esattamente quello che vogliono sentire. Lo amplifica.
    Il silenzio è la migliore argomentazione.

    Nacque il primo franchising della sterilizzazione. 
    “Baby Apple Clinique” venne prese d’assalto da orde di femministe al grido di Libertà, libertà.
    Era il fast food dell’utero, il mc donald del bisturi.
    Davo lavoro a tantissime persone. 

    Il morso, stavolta, me lo diedi proprio a ciò che distingueva una donna da una mela.
    Senza neanche accorgermene, senza nemmeno pentirmene, avevo iniziato a mangiare anche gli altri.

    “prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.
    La principale causa delle malattie respiratorie sono i polmoni.”

    “Ciao Baby, ho fatto operare mio marito. Ora è attaccato ad un respiratore artificiale e non fuma più. Grazie”
    “Baby, non avrò mai l’asma”
    “Baby Apple, sono terribilmente spaventato per l’operazione della settimana prossima, non so se scegliere di togliermi il polmone destro o sinistro. Fai un video dove lanci una monetina e decidi per me?”

    In pochi lo sanno, ma ci sono specie di mele dette Samurai, che ad un certo punto decidono di uccidersi. Lo fanno quando sentono che le foglie di altre piante vicine sono totalmente invase dagli afidi, e preferiscono morire prima di esserne infestate.
    Semplicemente, mettono in atto il processo che le porterà a marcire molto in fretta e per loro stessa mano. 
    Così facendo, diffondono una tossina, un veleno, insopportabile per i parassiti, che si allontanano evitando di attaccare le piante rimaste sane.
    È per questo che le antiche popolazioni piantavano un Melo Samurai ogni tot metri di mais, ogni tot metri di viti. 
    Le Mele Samurai, le Baby Apple, fanno vivere di più.
    È l’orgoglio di aver fregato tutti.
    È l’orgoglio di aver lasciato tutti a bocca asciutta.

    Qualcuno può biasimarmi se prossimamente dirò che, senza cuore, il cuore non ti si ammala?

     
  • 21 giugno 2016 alle ore 7:43
    Confondere Aradia.

    Come comincia: E' pomeriggio da ieri mattina. 
    Dopo che hai vissuto qualcosa di memorabile, il tempo si sente inutile e comincia a non passare proprio. La schiena sta prendendo la forma del divano, le mani non hanno voglia di fare le mani.
    Ho ricevuto una nuova proposta di sfruttamento.
    E' poggiata sul comodino e ogni tanto rileggo quelle due-tre righe scritte a mano su un foglio profumato. O almeno, si sente che originariamente sapeva di violetta, poi è stato dimenticato per un po'.

    Annette si sta alzando proprio adesso, nella casa dove sono stato anche io.
    Sono strane le cose che ti vengono in mente quando non hai di meglio da fare.
    L'ho conosciuta qualche tempo fa e la prima volta che l'ho incontrata mi ha detto così:
    -Piacere, Annette. Tre mesi è il periodo di incubazione, quindi io e te staremo insieme esattamente tre mesi da stanotte, non un giorno di più. Prima di andare via ti farò un test per vedere se tutto è andato per il verso giusto, poi me ne andrò e non mi rivedrai più. Ci stai?-
    Quello che mi aveva detto era terribile, ma l'effetto che fa in me la parola “terribile” è lo stesso effetto che fa in voi la parola “tappo”, la parola “armadio”. Nessuno. Così mi ha portato a casa sua. Lungo il tragitto ho provato a stringerle la mano, ma lei mi ha dato solo un dito e io mi ci sono aggrappato con tutte le mie forze.
    Quella sera c'era un vento forte e la sua montagna di capelli castani mi finiva in faccia.
    Più andavamo avanti, più accelerava il passo, facendomi rimanere indietro, staccando ad uno ad uno le mie dita dal suo indice.
    Pochissime cose le ho detto in quei mesi ed una è stata quella sera, guardandole la schiena.
    -Lo sai in psicologia cosa vuol dire quando qualcuno cammina davanti a te?-
    -Cosa?-
    -Che si sente superiore, che vuole creare una distanza-.
    Allora lei è tornata indietro e mi ha ridato la mano, stavolta tutta intera, ma benché fosse più di prima, era comunque troppo forzato. Qualsiasi cosa fosse, di carnale non c'era niente, era più simile ad un guinzaglio.
    Arrivati a casa, fu subito chiaro dalle sue movenze il tipo di rispetto che mi avrebbe riservato. Mi guardava con aria severa, come se fossi un compito in classe, un ispettore, e invece non mi ero nemmeno mosso dall'ingresso. 
    Buttò il soprabito sul divano e io chiusi gli occhi istintivamente.
    Un momento non è mai un momento e basta; e anche se lo sarà, forse sbadatamente tra tanti anni ti ritroverai a pensarci. E allora dev'essere quantomeno carino, quantomeno bello abbastanza da essere vivido. Sei qui, in questa stanza, con lei, mentre potresti essere altrove. Questo è un pezzo della tua vita; fai almeno finta di non starlo buttando nel cesso.
    Io mi sono allenato, ci ho messo parecchio, ma ce l'ho fatta. E' però in momenti come questo che mi chiedo se tutto il mio sforzo sia stato un bene o un male.
    Penso alle cose che avrebbe pensato lo stesso me di solo cinque anni fa. Cinque, una mano sola. Una mano che si è sempre chiusa così tanto a pugno da far rompere la molla e spalancarsi, di colpo, facendo scivolare via tutto quanto, non riuscendo neanche a stringerne bene una uguale.

    Apro gli occhi.
    Annette ha un lunghissimo vestito blu a fiori. E' smanicato, ma ha talmente tanti monili addosso che di nudo ha solo le mani, le spalle e la faccia. Non sorride, sta solo davanti a me, immobile.
    Presto finirò in trance e quello che succederà vicino a lei lo ricorderò fugacemente, ad alta velocità.

    Lei comincia, come cominciano tutti, cercando di abbassare la luce della stanza a livello “sarà per sempre”.
    Su tutto si abbassa una luce calda, arancione, come se d'improvviso fosse la notte di natale.
    Comincio piano a sbottonarmi i polsini e presto mi ritrovo le mani di Annette a scansare le mie, a sbottonarmi più in fretta, sbuffando.
    Ha le unghie con lo smalto bianco perla. Muovendosi frettolosamente sulla mia camicia dello stesso colore, quasi scompaiono, rendendo più facile immaginare di essere in un film surreale. Dita che scompaiono, per quello non riuscivo ad afferrarvi.
    Non che mi sforzi più di tanto ormai. Basta un movimento, un colore, per dare spiegazione ad eventi molto più grandi.

    Alcuni ricordano il loro passato sotto forma di flash. Io invece ci vivo il presente.

    Flash.
    Annette seduta di fianco a me sul letto che fuma una sigaretta e con lo stesso accendino disinfetta l'ago.

    Flash.
    Mille spade che si infilzano tutte in un unico punto del mio braccio. 

    Flash.
    Turtles - Happy together

    Flash.
    Visuale distante e sfocata del soffitto in legno. Sulla destra, con la coda dell'occhio, schiena di Annette. Scapole che si muovono, braccia che armeggiano.

    Flash.
    Niente.

    Flash.
    Niente.

    Flash.
    Rumore di braccialetti e mani che battono vicino al mio orecchio.

    Vorrei che l'unità di tempo mese durasse come l'unità di tempo giorno, così tutto scorrerebbe più in fretta. Eviterei i silenzi imbarazzanti, gli sbadigli, gli sguardi distratti, l'allontanamento dalla stanza senza preavviso, le sue pupille che si fanno più vitree. 
    Il fatto che solo io noti queste cose.
    Da un paio d'anni mi guadagno da vivere così, con la mia epatite, lasciando che la gente con la sindrome di Samo se la inietti dietro compenso.
    C'è un mondo organizzatissimo dietro, ci sono siti d'incontri dove puoi scegliere la malattia che vuoi come su un menù. E' tutto molto professionale, ma ancora non riesco a distinguere un rapporto di lavoro da un rapporto e basta. Un appuntamento rimane un appuntamento, nel senso più adolescenziale del termine.
    Ho collocato male i pezzi del puzzle e per le mie clienti continuo ad avere piccolissime e inespresse esigenze sconsiderate da innamorato, che risolvo da solo. 
    Devo iniziare a pensarla in un'altra maniera.
    Le lettere delle persone che mi cercano sono indirizzate al mio virus, non a me, io non c'entro niente. Io sono il mezzo di trasporto che porterà loro quello che vogliono, sono lo spacciatore che li farà stendere sul lettino e risolverà i loro problemi d'infanzia.

    Annette si è iniettata il mio sangue in vena, facendosi strada tra metalli che vengono dall'India e pietre thailandesi, facendosi ambasciatrice di una nuova cultura orientale circoscritta al suo braccio.
    Colonizza le regioni corrompendo la popolazione dei suoi globuli con prodotti velenosi che vengono da me.
    Ora che la navicella è diventata lei e io sono ritornato nel ruolo di essere umano, posso permettermi di farle alcune domande.

    La luce nella stanza è ancora soffusa, ma il per sempre è magicamente diventato per ora.
    Annette ha acceso dell'incenso e si mette a ballare una personale danza del ventre. Tutto il suo corpo fa l'hoola-hop con i gioielli che lo ricoprono.
    Dico -Ho risolto i conflitti con tuo padre?-
    Lei rotea verso di me, unisce le mani sopra la testa e muovendo i fianchi si inginocchia piano sul tappeto grigio a pelo lungo, che si appiattisce sotto il suo peso. 
    Dice -Ballando e stendendosi, si dice che il virus si propaghi più velocemente. Questa è una danza thailandese, si chiama Khon-.
    Chiedo -Si è attenuata la tua sindrome da abbandono?-
    Si distende lentamente allargando le braccia. La luce si riflette su ogni minimo specchietto di cui è cosparsa e Annette diventa la più luminosa della stanza.
    Annette la stellina. Annette la reginetta della sua tribù.
    Non mi guarda, e non so se quello che dice lo dica a me o a qualche recondito meccanismo di circolazione sanguigna.
    -L'amata del Re Rama fu rapita da un demone a dieci teste. Questa danza rappresenta la solita noiosa lotta tra bene e male-.
    A questo punto mi alzo dal divano, la scavalco per raggiungere la porta della cucina.
    Contraendo e ritraendo la pancia, facendola ondulare più velocemente possibile, aggiunge -Non vorrei rovinarti la sorpresa, ma statisticamente dieci teste sono meglio di una-.
    Dall'altra stanza, versandomi dell'acqua, dico -Sono contento che tu abbia trovato un modo per riappacificare più velocemente il tuo super io all'Es-.

    Nei giorni successivi, mentre non parlavo con Annette, ho avuto tempo di osservare ogni angolo della sua casa che ancora non avevo visto. 
    Non era grande, ma per digerirla ci voleva molto. Era tutto un casino, ogni stanza un bazar di cose.
    In cucina, almeno una decina di forni, di fattura e provenienza diversa; uno fungeva da forno e tutti gli altri da mensole. Un frigo piccolo poggiava sbilenco e aperto ad un altro più grande, pieno di scatole di verdure fresche, impilate l'una all'altra talmente strette da essere inamovibili, rendendo impossibile afferrare uno qualsiasi di quegli infiniti tipi di ortaggi.
    Il bagno era verde e senza porta, chiunque poteva guardarci dentro. Proprio di fronte c'era la doccia, un bouquet di almeno trecento colorati tubi di pompe che spuntavano dal soffitto e dai lati della stanza. Forse voleva essere un arcobaleno, in realtà sembrava il vomito di un unicorno. Il water non si vedeva, si intuiva.
    Il salotto, dove mi aveva ricevuto la prima sera e dove dormivo, era così scarno che scompariva letteralmente di fronte alla pienezza degli altri locali. Era una scelta del tutto illogica, ed altrettanto illogicamente a me non veniva mai voglia di andarci. Non so come spiegare: era troppo facile stare lì. In tutte le altre stanze potevi soddisfare i tuoi bisogni primari solo con fatica.
    Passavo il mio tempo appoggiato alla finestra vicino all'ingresso della camera di Annette, sempre chiusa a chiave. Non potevo uscire perché Annette non voleva che contaminassi altra gente mentre ero sotto contratto con lei; allora stavo lì.
    Non c'era molto di bello da guardare, a parte i tetti delle case e le antenne. Sembrava tutto talmente fitto da ritenere impossibile uno spazio, una stradina, che dividesse una casa e l'altra. Era tutto appiccicato. E se la vista è un bisogno primario, allora era tagliata a metà anche quella, di fronte ad un paesaggio-non-paesaggio. Adoravo quella finestra.
    La porta della camera che rinchiudeva Annette per tutto il giorno era ad un passo, sempre chiusa, sempre chiusa ad un passo. Il che me la faceva sentire un po' aperta.
    Cominciai ad affezionarmici come ci si affeziona ai grossi portoni di un castello reale. Se li trovi chiusi per giorni e giorni, inizi a pensare che non ci sia nulla dentro.

    Invece un giorno si aprì. 
    Un giorno Annette mi rivolse di nuovo la parola, disse che quella notte avremmo dormito insieme. Allora la porta si aprì.
    Era uno stanzone lungo e stretto con le pareti blu scuro, contornato da librerie realizzate con rami di betulla, che spuntavano dal muro fino al centro, dove creavano un complesso intreccio di biforcazioni. Sembrava la sezione di un bosco. I libri stavano appollaiati dove potevano, in un equilibrio decisamente precario.
    Sotto quella trama di legno c'era il letto matrimoniale, cuscini bianchi e piumone con le costellazioni disegnate, perfettamente rifatto. 
    Nonostante quel caos, trovavi sempre un punto ordinato dove lo sguardo poteva fermarsi a riprendere fiato.
    Io e Annette dormiremo insieme ed io penso che un po' si sia affezionata a me, di aver vinto quella lotta di gelosia tra me ed il mio virus.
    Mi preparo di tutto punto per quella sera. Non c'era un appuntamento vero e proprio, prima. Non c'era una cena, non c'era un cinema, non c'erano passeggiate al chiar di luna. Iniziava tutto con noi che saremmo andati a dormire, quindi avevo scelto il mio miglior pigiama rosso di velluto.
    La aspettavo sdraiato sul letto, guardando l'intreccio di rami sopra di me e cercando di leggere tra le loro righe disordinate qualche messaggio, qualche accenno di racconto in più che mi aiutasse a capire Annette. La storia di Annette sopra il letto.
    Dopo un'ora arriva ed io balzo in piedi immediatamente.
    Trascina un grosso sacchetto di plastica nera con entrambe le mani. E' vestita da indianina, con bandana verde e penna di cornacchia stretta in piedi sulla nuca.
    Mi fa un cenno con la testa senza sorridere, si mette in un angolo ed apre la busta.
    Mentre inizia ad addobbare i rami degli alberi con teschi di plastica di vari animali, dice -Quella che faremo stasera si chiama Wàwek-. Acchiappasogni ornati di penne colorate lunghissime, perse da qualche pappagallo in un negozio di animali e gentilmente regalate dal titolare; sono appesi e fatti suonare con un soffio da Annette, che continua a parlare:
    -E' un termine sciamanico del popolo Shuar, indica l'estrazione dei mali dal corpo del malato mediante oggetti del potere. Ad esempio si fa rotolare un coltello sacro, un uovo, o una pietra sul corpo dello sciagurato, in modo che il male venga intrappolato dentro di essi-.
    Si mette al collo dieci collane, con appesi medaglioni e amuleti con tappi di bottiglia di altrettanti tipi di birre e coca cole.
    -Io non ho né coltelli sacri, né uova, né pietre- dice incollandosi alla fronte lo strass caduto da un vestito.
    -Ho un piercing all'ombelico. Andrà bene lo stesso-.
    Annette, la frega divinità.

    Quella è stata una nottata strana. Nemmeno il mio volermi innamorare a tutti i costi ha potuto molto.
    Annette mi stringeva da dietro, stando attenta a far combaciare bene il suo freddissimo piercing alla mia schiena, stringendomi ancora di più. Di quell'abbraccio così intenso io però ho sentito solo il freddo. A volte hai la chiara idea di quanto sia lontano qualcuno solo quando ti è vicinissimo.
    Non ho chiuso occhio. Le sue labbra mi sussurravano all'orecchio millenarie formule magiche indiane inventate al momento, e a me sembravano mille bugie.
    Volevo andarmene, svegliarla, dirle che ormai il virus l'aveva preso iniettandosi il sangue, che non c'era bisogno di tutti quei rituali.
    Mi sentivo in trappola, i rami della libreria erano una gabbia e i libri dei gufi pesanti che la rendevano sempre più piccola. Aspettavo che l'alba entrasse dalla finestra.

    Quando si svegliò, io ero già vestito e con la valigia in mano, come nelle migliori commedie romantiche.
    Lei si tirò su, in ginocchio sul letto, con il vestito da indianina spiegazzato e i capelli arruffati, come nelle migliori commedie rock. Si stropicciò gli occhi, li schiuse e mi guardò sbadigliando, aspettando che iniziassi a parlare.
    -Me ne vado-, dissi.
    Lei rise.
    -Finalmente!-, ribatté con un sorriso a mille denti, incorniciato da labbra più lucenti del solito.
    Colpito dalla sua euforia, cercai tracce di quell'illusione che abitava in me fino alla notte prima. Se ne avessi trovata almeno una, io e Annette avremmo potuto parlare. Un'illusione si può sempre riparare.
    Annette iniziò il suo discorso.
    -Nel 1741 la sindrome di Samo venne ascritta ufficialmente come forma parafilica nei libri di psicologia. Successe dopo che un'epidemia di lebbra colpì il paese, creando una marea di nuove, fresche, giovani coppie. Le donne, mentre mangiavano con il cucchiaio del marito, dicevano che non erano malate, che era solo amore, amore, amore. Si stavano ammazzando con mille accortezze.
    La cosa strana è che si è scoperto che morivano molto più velocemente dei partner, come se l'amore fosse un acceleratore.
    Ma in realtà la sindrome esiste da moltissimo tempo, in realtà è sempre esistita.
    Hai mai notato che tutte le tribù hanno sempre avuto rituali e magie? Ti sei mai chiesto perché, con tutte le cose che ci sarebbero da risolvere nel mondo, ci sono libri e libri solo per formule di guarigione?-
    In nessun atrio, in nessun ventricolo, nemmeno dietro le ossa trovai nulla.
    -La verità è che alcune delle prime sciamane e streghe erano pazze scatenate foriere della sindrome. Si erano accorte che, allo stesso modo in cui loro venivano infettate dai loro compagni, essi venivano affascinati dalla sindrome di Samo. Cominciavano a voler avere quelle donne in maniera sempre più pazza, disperata. 
    In maniera sempre più desiderabile.
    Nei loro occhi, quel dissennamento era appetibile quanto la malattia venerea che già avevano contratto.
    Queste fautrici della magia nera hanno trovato il modo per sbagliare le formule. Una sola, piccola scorrettezza al posto giusto e i rituali di guarigione funzionavano al contrario. Invece di guarire, di cacciarlo via, il male entrava dentro il loro corpo. E loro se lo tenevano stretto. 
    Assorbivano l'amore degli uomini come un nuovo malanno, trasformandolo in energia, sentendosi sempre meglio ed evitando la morte accelerata a cui erano condannate. 
    Quei poveri cristi rimanevano senza niente. Dei fantocci. Ridotti al loro virus di base e ad una mancanza, che i più tentavano di colmare infettando altre donne e innamorandosene, finendo ogni volta per essere la possibilità di una doppia contaminazione perfetta-.
    Mi incamminai verso la porta d'entrata, Annette mi seguiva continuando a parlare. Come Orfeo ed Euridice, solo che a suonare era lei, ed io non mi stavo esattamente allontanando dalle tenebre.
    -Tu hai voluto tenermi la mano appena mi hai visto. Non avrei nemmeno dovuto sforzarmi con te, ho iniziato i rituali da subito.
    La verità è che io ho voluto prendere solo il tuo di virus e tutte le conseguenze. Ma solo tue. Tu invece ti stavi innamorando di me e di mille altre come me ti innamorerai. Sei recidivo, sarai recidivo per sempre-.
    Arrivato da dove tutto era iniziato, misi una mano sulla maniglia.
    -Verrebbe da chiedersi chi di noi due abbia davvero la sindrome di Samo.
    E l'altra mano sul cuore.

     
  • Come comincia: Una nera, cristo. Una nera non l'ho mai avuta. Sono agitato da morire, sento il battito del cuore che rimbomba, una donna nera non l'ho mai avuta. Cammino avanti ed indietro per la stanza come un coglione, aspettando che quel telefonino senza vita ne prenda una e cominci a trillare.
    Hanno detto così, hanno detto che mi avrebbe chiamato dieci minuti prima dell'appuntamento, per confermare. Io da solo ho già confermato dieci volte, ma quel telefonino non suona. Quanto vorrei avere una dipendenza. E’ in momenti come questi che penso a cosa mi sia saltato in mente ogni volta che ho scelto di non diventare un drogato. Quello che fa sorridere è come ho conosciuto questa nera, dove l'ho vista, a come immediatamente si è presentata nuda ed aggressiva in un colpo solo ed io mi sono sentito duro, durissimo. Durissimo che quasi piangevo. Invece mi sono masturbato ed ho immaginato di averla sul letto.
    Mi sono detto -Ti darò ogni risparmio-. Mi sono detto -Ti darò tutta la mia vita, se di vita si può ancora parlare. Basta che tu mi stringa come mi hanno raccontato. Come un cobra, un boa, un drago che porta via-.Ho sentito che è successo già ad altri, sul serio. Almeno a 5 che conosco. Hanno chiamato un' agenzia di escort e nel momento esatto in cui lo facevano si sono sentiti talmente squallidi da essersi perdutamente innamorati.E' una storia da cantautori, voglio provare anche io, voglio raschiare il fondo del barile. Anche se per me è diverso. La mia è una storia interrotta da continuare.

    Il primo rumore, Egade lo sentì mentre ancora era nel suo appartamento e stava indossando le scarpe buone.
    Un boato, verso est. Talmente distante da sembrare un miraggio. Ogni ragazza lo sa, è una regola insita nel processo di preparazione. Se quello che succede attorno non distoglie l'attenzione dalle dosi di profumo da spargere sui polsi, se non distoglie l'attenzione dai colori della sera da abbinare al rossetto, allora non è una cosa importante. Così lei, tutto quello che fece dopo il boato, fu mettersi la scarpa sinistra.
     
    Ecco il trillo. Finalmente. Ho aspettato dei mesi quel suo cazzo di squillo. Chiede di scegliere un bar della zona e incontrarci lì, ed io questa zona l'ho imparata a memoria in tre giorni, girandola anche di notte, per capire quali punti sarebbero stati i più miseri. Forse sembravo un cane rabbioso, perfino i matti si dimenticavano di essere matti per concentrarsi a guardarmi. E' così che funziona no? Dal letame nascono i fiori. E allora io me lo vado proprio a cercare, il sudiciume.
    Il locale che ho trovato ha come sedie dei sedili di macchina reclinabili, isolati da un separè di lamiera. Era una bella idea, una bellissima idea. Ma presto le cose hanno cominciato ad andare come ci si sarebbe dovuto aspettare, e tra camerieri privi di endorfine, chiazze di sperma e macchinette rumorose, l'atmosfera è perennemente quella di un immenso vano posteriore di una macchina al drive in.
    La aspetto camminando avanti ed indietro, valutando la luce, valutando la forza che ci metterò, che ci metterà.
     
    Ascoltò molto bene i passi che fece scendendo le scale, come se il rumore troppo forte di uno dei tacchi sul marmo fosse l'avviso di un boccolo messo male, una debolezza della spilla appuntata al vestito. L'avesse sentito altri giorni, si sarebbe fermata a sistemarsi, ma si era resa talmente impeccabile per quell'appuntamento, che tutti i suoi ideali manuali sui segnali di sventura furono invalidati, e quando il richiamo della vicina di casa sbucata sul pianerottolo quasi la fece cadere, lei ringraziò con un sorriso.
    -Che buon profumo ha signorina Egade.-
     
    Tutti quanti sono andati a prostitute. Non mentitemi, non mentitemi. State fingendo. Tutti quanti. Ne sono la prova i parchi dove sbocciano i profilattici. Cristo. Io almeno faccio le cose al chiuso. Non ci faccio giocare i bambini con i loro stadi primordiali morti nel lattice. Quello che avete fatto, quello che sto facendo anche io giusto adesso, cinque minuti prima che lei arrivi, è sforzarmi di non avere alcun ricordo romantico.
    Per l'amore sono nuovo. Per il sesso sono navigato come una bagnarola.
    Ho esattamente le sembianze di chi spera di arrivare al cuore di una donna penetrandola più forte. Seduto sul mio bel sedile cigolante, guardo fisso davanti a me.
    Non voglio vederla arrivare. Voglio vedermela sopra, intorno, dietro, davanti. Che mi lasci stremato su un letto di fronde secche come la vittima di un sacrificio. Che mi lasci sudato di colore nero. Il punto è che voglio che mi lasci.
    Che lasci anche me.
     
    Egade. Il suo profumo lo confeziona da sola. Non che lo faccia da sempre, ha iniziato quando l'ha conosciuto in ottobre. Il suo primo sguardo le è rimasto marmorizzato negli occhi e voleva in qualche modo riuscire a marmorizzare tutto quanto, anche il profumo dell'autunno di quel preciso momento. La prima cosa che ha detto dopo averlo incontrato è stata -Stavolta mi innamoro-, e cominciò davvero ad innamorarsi di tutto.
     
    Me l'avevano detto, il rumore dei passi sarà fortissimo, rimbomberanno anche all'aperto, sembrerà l'arrivo di una catastrofe.
    E' esattamente così che succede adesso. Sento tutto amplificato. La terra romba, trema, la gente urla, i lampioni saltano. Sembra che il cameriere abbia ripreso vita e mi dica di scappare.
    Si salvi!- mi dice.
    -Coraggio, scappi!-.
    Lo guardo  mentre mi dà del lei. E lo immagino già filare via.
    Mentre la aspetto, mi viene un'erezione potentissima.
     
    Il primo appuntamento con quell'uomo così particolare doveva essere speciale. Egade doveva far sembrare che già il secondo in cui gli sarebbe apparsa davanti agli occhi, fosse la più bella conversazione che lui avesse mai avuto.
    Una volta uscita dal suo palazzo, in strada, iniziò a provare un tipo di camminata più sensuale del solito. Si allenava. Si trattava di mettere un piede esattamente davanti all'altro, in modo da sembrare quasi in equilibrio sopra un filo sottilissimo. Sembrava poco, ma faceva la differenza. Se si allenava già da adesso, all'arrivo al punto d'incontro tutto le sarebbe riuscito perfettamente naturale. Aveva 200 metri di esperienza da fare.
     
    Lo sapevo che era violenta, me l'avevano detto, ma non credevo così tanto.
    Ero convinto di poter essere martoriato senza soffrire. E invece poi, appena ha rotto i vetri, appena mi ha toccato, in un attimo ho voluto sentire tutto il male possibile, abbassando la soglia del dolore sotto le scarpe.
    Tutti i mobili sono stati buttati in aria. Mi ha preso ad occhi chiusi. Il suo bacio sulla guancia con le sue enormi labbra da nera si è trasformato anche in bacio sul collo, sulle spalle, sui fianchi, sui polpacci. Tutto assieme, tutto con la rincorsa, finisco contro un muro.
     
    Per la prima decina di metri sembrava volare sul vento di quel viottolo deserto. Dopo trenta poteva anche permettersi un'andatura più veloce. Dopo cinquanta quella che cadeva sembrava pioggia. Egade si rifugiò sotto il porticato per non bagnarsi il vestito. Quando a cinquantacinque metri la pioggia si era già trasformata in ondata, la sua andatura si trasformò in un peso alle caviglie.
    Dopo sessanta metri era cento, trecento metri, quattro chilometri più distante dal luogo in cui si sarebbe dovuta fermare e lui la vide passare. Dal suo balcone, la vide passare. Vide passare i suoi capelli, preceduti da una processione supersonica di cose sventrate da terra che nuotano affannosamente insieme a lei. La riconobbe anche se la incrociò una volta sola.
     
    L'ondata non si lasciò scappare nemmeno un millimetro di pelle, di vestiti, di aria intorno. Le cose più leggere divennero impregnate, i vestiti macigni incollati, i giri di perle un cappio.
    Se vogliamo essere romantici, era un abbraccio che stringeva i fianchi. Se vogliamo essere disfattisti, era una tragedia.
    Egade lo vide. Mentre stava con gli occhi aperti verso il cielo, senza riuscire a risalire, Egade lo vide essere in salvo sul balcone, riconoscerla e iniziare a piangere.
    Fu il loro secondo sguardo.
    Egade per chiamarlo aprì la bocca e ingoiò più acqua, fingendo che fossero lacrime d'amore. Più acqua beveva, più lui aveva pianto.
    Annegò con il cuore spezzato prima che poteva.
     
     
    Le mani sudate non si lasciano scappare nemmeno un millimetro di pelle, di vestiti, di aria intorno. Le cose più leggere diventano impregnate, macigni, incollati. Se vogliamo essere romantici, è una scopata. Se vogliamo essere disfattisti, è un tentativo forzato di resurrezione.
    Quella puttana nera ha portato con sé pezzi di fango e rametti. Li ha portati per i suoi giochetti selvaggi. Apro la bocca e mi lascio trasformare in uno stupido vaso.
    Apro la bocca principalmente per chiamare la donna che ho amato.
    Persa mesi prima. Persa mesi prima per colpa la stessa dannata puttana bagnata.
    -La prostituta è andata a donne!-, ho continuato a ripetermi. In attesa che quella disgrazia distruggesse gli argini dei marciapiedi da qualche altra parte, che venisse preannunciata.
    Non sono un idiota sapete. Sono più furbo di tutti voi messi assieme.
    Io l'ho persa mesi fa, e da quel giorno ho letto tantissime cose.
     
    La mia casa sembra quella di un pazzo. Ho tappezzato ogni superficie riflettente con articoli, ricerche, statistiche, annunci riguardo prostitute di tutti i reami. Capitemi. Capitemi, cazzo. Dovevo trovarne la migliore. La più devastante, dalle curve pericolose, nera di malasorte con il ritmo nel sangue. E' stato come inseguire una divinità, corteggiare un tumulto del cielo per vendetta.
    Nonostante sia un lago di eccitazione, nonostante stia affogando nel sudore, nonostante il suo disastro, il suo infilarmi dita negli occhi, riesco a dominarla. La prendo per quella massa unta di capelli ricci nero verdognoli che sembrano alghe e le spingo la faccia contro la terra. La lotta si fa scivolosa e profonda. Forse comincia adesso il vero sesso. Di sicuro comincia ad esserci un po' d'ordine nella distruzione che mi sono andato a cercare.
    Comincio a darle dei colpi talmente forti da finirle nell'utero. Immerso fino alla testa nella sua placenta fangosa.
     Quando sei dentro una puttana, sei parte della puttana. Quando sei nell' acqua, sei parte dell'acqua. Quando sei passata davanti a me morendo, sono diventato la parte di te ancora vivente.
    Da allora si è trattato solo di completarti, Egade.
     
    “Approfondendo ulteriormente il discorso, possiamo dire che l’acqua, infine, rigenera. Se l’acqua è un po’ il simbolo della materia prima, ecco che allora la vita nell’acqua nasce e nell’acqua ritorna, ma nell’acqua anche rinasce. La distruzione stessa che l’acqua opera è la condizione per la rinascita: purché vi sia un ordine, una Parola, un Logos. Altrimenti siamo di fronte all’acqua come drago: forza bruta e caos.

    Come nelle celebrazioni misteriche, l’iniziato deve morire simbolicamente per poter rivivere in possesso delle autentiche qualità umane, così tutta l’umanità deve passare attraverso la morte per rigenerarsi. E’ significativo il fatto che l’acqua sia considerata la fonte della vita da tutte le tradizioni arcaiche; la vita, dunque, si congiunge con la morte per dare origine ad una nuova vita. L’eletto che si salva galleggia a lungo sulle acque; è il simbolo dell’uomo rigenerato che, dall’acqua portatrice di morte per gli altri, assume le facoltà per una vita totalmente nuova.”

     
  • 11 gennaio 2016 alle ore 19:48
    Le Rendezvous de High Life

    Come comincia: Questa non è una lettera, è un prontuario.

    Ti insegnerà molte cose, alcuni segreti che la maggior parte degli uomini, quando viene a vedermi, non sa.
    Non è tutto dimenare il corpo, non è tutto scuotere i capelli. Puoi pensarla così, ma se la pensi così non sopravvivi a lungo.
    Le cose che vedi, le cose più immediate, da giarrettiera, sono sì la via di fuga da una crisi economica, ma la via di fuga dalla via di fuga ce la dobbiamo inventare.
    Non avevo bisogno di continuare a farlo per guadagnare, ho già il mio nuovo lavoro, pagano bene ed ho il culo coperto. E fino ad ora era il mio sogno americano.
    Però, tutto è stato fatto per scriverti.
    Ho voluto riprendere da dove ci siamo fermati. Io e i miei organi, intendo. Poi tu sei continuato.
    Anni e anni di lavoro come ballerina di lap dance non mi sono mai pesati così tanto come quando ti ho visto nel locale, appena salita sul palco per esibirmi.

    Tutto il sudore che avevo lavato via è tornato. Tutte le mani che mi hanno toccato una alla volta, sono tornate a toccarmi insieme.
    A spingermi in basso, in basso. Sul palo non sono riuscita neanche a fare acrobazie.

    Muoversi in modo sensuale è una forma di paralisi. E' la prima cosa che ti dicono al corso avanzato.

    La mia insegnante aveva i capelli rossi, curati nel minimo dettaglio, uno sguardo vitreo, luccicante come il palo dal quale non si staccava mai. Anche agli allenamenti portava un vestito da battaglia, fatto solo di due copricapezzoli e un tanga con le piume. Continuava a chiederci se credavamo di vederla.

    Un giorno, lei stava fumando. Nuda, sul balcone, aggiustandosi con il pollice l'elastico del tanga che le segava le anche.
    Mi sono avvicinata trascinando i piedi, per annunciarmi, per dirle che stavo per fare un discorso importante.
    Le ho detto che ti amavo, che non te l'avrei mai detto. E basta, due parole.
    Per quanto mi riguarda, più l'amore è grande più vuoi conservare per te i dettagli.
    Lei mi ha guardato, ha espirato una quantità di fumo enorme, davvero, enorme, come se avesse fumato l'intera sigaretta senza esalare mai.
    Si è spenta il mozzicone sulla mano, e vedendo che non ne ero affatto turbata, ha cominciato a parlarmi.
    -Credi che tutte noi siamo finite a dimenarci su un palo perchè siamo involucri di ghiaccio?-
    Mi ha preso per le spalle, mi ha girato verso le altre ragazze che si stavano esercitando.
    L'avevo irritata, lo sentivo dalle sue dita che tremavano.
    -Ognuna delle ragazze che vedi- disse -ama in modi per i quali neanche i poeti hanno figure retoriche adatte. Credimi, stellina, nessuna di noi finirà sposata con l'uomo che ama. Nessuna di noi gli rivolgerà mai la parola.
    Credi che io sia diventata istruttrice perchè mi sono fatta toccare più delle altre?
    Io non so niente di lap dance.
    Sospiro davanti a milioni di ritagli di foto assemblati assieme, nel tentativo di ricostruire la faccia di un ragazzo che vedo tutti i giorni.
    So molto di romanticismo. Per questo sono qui.-
    Le divise delle Giuliette moderne sono fatte di labbra umettate di whiskey.
    -Tu pensa alla sostanza di qualcosa di non svelato, alla sostanza di un segreto.- continua -Nessuno parla. Nessuno si confida. Nessuno si tocca.
    E' assolutamente contronatura esprimere con le parole quello che parole non ne ha mai avute.
    La scrittura, la poesia, le canzoni..tutte stronzate, stai mentendo a te stesso.-
    Afferra il palo con entrambe le mani,
    Il moncherino che pendeva dalle labbra perdeva cenere in mezzo ai suoi seni, creando un glitter magnifico fondendosi con il sudore.
    -Non ci sono tele per noi, bambolina. Non ci sono penne a sfera. Non ci sono sospiri incantati al chiaro di luna. Ma devi rispondere a questa domanda.
    Sinceramente, qualcuno si è mai fatto una sega sulla divina commedia?
    La corona d'alloro qui te la cuciono a forza di smanettarsi, a misura della circonferenza del loro amichetto.
    Sono capaci tutti di guardarti le tette, ma la tua amata Beatrice, Silvia, Lucia..loro sono attenti ai dettagli. Loro sanno quali frasi del corpo stonano, sanno quando la rima non è apposto, quando una spaccata significa una passeggiata sui prati, quando ti lecchi il dito e vuoi preparargli il caffè, quando messa a novanta gli dici Andiamo a cadere per le stelle.-
    Avevo capito il messaggio.
    Le ballerine non rinunciano al loro cuore. Il cuore in realtà è tutto quello che hanno.

    Stavo immobile a guardare il vuoto e forse dai miei occhi danzavano già lacrime di gioia, bruciavano sul viso come gocce di limone.
    Era come quando senti che potresti essere soffocata dalle frasi che non potranno mai uscire. E più le accumuli più loro trovano sinonimi di loro stesse, analogie, collegamenti, antonimi, contrari, tutto per costringerti a parlare.
    Stavano per arrivarmi al cervello, appannarmi la vista, prendersi tutti i sensi, ma Lei mi ha afferrato un polso e me l'ha messo a contatto con il palo. Il freddo dell'acciaio mi ha risvegliato.
    Fa due passi indietro, si posiziona in mezzo alla luce del sole che entra dall'unica enorme finestra, si ravviva i capelli e dice:
    - Mi sono preparata per il grande evento. -
    Va verso la porta dello spogliatoio senza mai staccare lo sguardo dai miei occhi, senza mai smettere di sorridere.
    Quando la apre esce un uomo che avevo già visto ciondolare lì intorno. Avrà avuto una cinquantina d'anni portati stancamente, due ciuffi di capelli lunghi appiccicati alla testa, la carnagione cotta dal sole e una salopette verde. Le pupille degli occhi erano l'unica cosa degna di nota. Erano coperte da due cataratte grigio chiaro, due pareti mute e liscissime, perfette per proiettare.
    Dice.
    - Allora? Cosa vuoi fargli sapere? -

    Il mio cuore si è trasformato in una caldaia, tutto il corpo si è trasformato in un pavimento rovente da dove dovevo scappare e quell'uomo, amore mio, si è trasformato nell'anello mancante tra me e te.
    Neanche mi sono accorta di aver cominciato a ballare.
    Muovimi o diva del fremito amore, la lancia funesta che gli occhi trafisse.

    Fireman Climb: Devi prendere la rincorsa, abbracciare il palo e rannicchiarti a uovo. E' molto difficile, la presa non ti riesce quasi mai all'inizio, e se ti riesce scivoli praticamente subito. Tempo fa lei mi disse - Immagina la pressione che vorresti la tua mano facesse su una penna che sta scrivendo per lui. -
    E sono rimasta sospesa.
    Nel vuoto.
    Attaccata stretta stretta al palo.
    Hanno dovuto toccarmi per farmi staccare, hanno detto che quando ho riaperto gli occhi li avevo lucidi.

    Forearm stand bow: Sei a testa in giù, con le braccia appoggiate a terra. Quello che ti lega al palo è un piede ben uncinato ad esso. Gambe divaricate e altro piede sospeso nel vuoto. E' il modo in cui, in un mondo parallelo e distorto, un antimondo, io acquisirei l'eleganza necessaria per avvicinarmi a te di nuovo.
    Sei in bilico su una fune, all'incontrario. Per quanto sia acuto il tuo senso dell'equilibrio, sei sempre destinato a cadere.

    U Bend: E' un inchino sospeso.

    Yogini: Qui assomigli ad una barca. La schiena è completamente arcuata in avanti, devi prenderti i piedi tendendo le braccia, l'unica cosa che ti unisce al palo è la stretta che fai con l'interno di una di esse.
    Il punto più basso della tua cassa toracica è quello più sporgente, quello che verrebbe colpito per primo da un fascio di luce, da un naufragio. Quello che vedresti meglio al primo sguardo, all'ultimo sguardo.
    La prima, l'ultima impressione che voglio darti di me è la mia parte più vulnerabile.

    Quattro mosse, quattro figure per descrivere solo un momento.
    Le ripeto per un quarto d'ora, ogni volta più forte, ogni volta con qualche dettaglio in più. Un dito alzato, un'angolazione diversa.
    Quello che mi ritrovo a fare con l'andare dei minuti, è guardare sempre più fissamente gli occhi di quell'uomo anonimo. Diventa ossessione.
    Ad ogni giro, ad ogni capriola, devo per forza tornare da loro, dalle sue cataratte. Devo vedere se in quei fogli bianchi comincia ad esserci scritto qualcosa. Non c'è ciocca di capelli che si possa mettere tra noi, non c'è goccia di sudore che mi possa bruciare abbastanza le orbite.
    Quell'uomo non sei affatto tu, non sto affatto proiettando. Quell'uomo per me non esiste nemmeno, ma i suoi globi oculari vuoti diventano veicolo di risposte immaginarie migliori di qualsiasi altra realtà.
    Smetto di ballare solo quando inizia a strizzarli.
    Si avvicina alla mia maestra, le dice qualcosa all'orecchio e se ne va da dov'era venuto, con le mani in tasca.
    Lei viene da me lentamente, si guarda intorno e dice – Lui è un massimo esperto d'arte, uno specialista in sonetti per gambe lunghe, un divoratore di promesse sigillate da un paio di collant, nel 2011 ha partecipato ad un quiz ed ha vinto l'ambito premio Sai far schifo. -
    Si ravviva i capelli con la sua mano superidratata. - Dice che non si è innamorato di te, che nessuno si innamorerebbe. -
    La sensazione è stata quella che hai quando nei sogni cadi.
    Anche se tornassi a vedermi, anche se tornassi da me, non ti innamoreresti. Capisci? L'ha detto lui.
    Quando vuoi a tutti i costi una risposta che non arriverà, accetti qualsiasi opinione pur di arricchire le tue personali macchinazioni.
    Lei torna da me, attualmente in stato catatonico, si accende una sigaretta ad un centimetro dal mio naso. Credo che l'effetto sia lo stesso dei sali, infatti ritorno lucida.
    - Sai cosa dicono i tuoi movimenti? Dicono “Nessuno vuole conoscere qualcun altro fino in fondo”. E la prima che non vuole conoscere il suo grande amore sei tu. Nel tuo ballo non c'era nemmeno una domanda, nemmeno un invito. Sei stata sempre tu, tu, tu per prima. -
    Tutto di lei, tutti i suoi colori, diventano immediatamente più saturi.
    Ci hai mai pensato? L'arte fissa un momento. Anche i romanzi le cui storie si svolgono nell'arco di anni, generazioni, per l'artista sono solo figli di un unico momento. Il momento in cui hanno visto il volto di un vecchio, il momento in cui hanno sentito un rumore particolare, il momento in cui si sono sentiti liberi.
    Tutti momenti che scaturiscono vampate, orgasmi, fluttuazioni. Premono un tasto dentro di te e tu cominci a fare. Fregandotene di com'è veramente, di come continuerà la vita di quel vecchio, di quel rumore, di quegli spazi aperti.
    Il segreto è che nessuno è mai stato contento di essere una musa.-
    I pali da lap dance possono anche mettersi in orizzontale e trafiggerti, trasformandoti in caleidoscopio.
    Gira. Gira. Gira.

    Sono solo 4 le figure che provo per te.
    Una volta a casa ho cercato, ti giuro, nella numerologia qualcosa che avvalorasse la mia tesi, che confutasse il resto del mondo.

    In Giappone  il numero è considerato sfortunato: ciò deriva dal fatto che si può pronunciare sia yon che shi, quest'ultimo con pronuncia foneticamente simile all'ideogramma 死, che rappresenta la morte. Tale credenza determina l'usanza di evitare il raggruppamento di quattro oggetti uguali: ad esempio, in Giappone è impossibile trovare nei negozi un servizio da tè per quattro persone.

    La quarta lettera dell’alfabeto ebraico: Dalet. 
    La sua funzione è la Solidità.
    La materia è concentrazione di energie e di dinamiche che tengono insieme, in modo ordinato, tali energie. Solidità è concentrare energie per rendere visibile e toccabile, dare consistenza e stabilità ad un pensiero, progetto o sogno.
    Dalet è la stabilità, la razionalità, le fondamenta. Segna il passaggio dal movimento all’identità in una forma.
    Solidità è anche ripetitività, tornare su se stessi, confermare per dare consistenza ad un’idea, ad un modo di essere, ad una situazione.

    Non posso assolutamente fingere, non posso assolutamente essere così ipocrita da immaginare una vita intera con te.
    Sei stato le radici di tutto quanto, solidissime radici, ma sono io quella che cresce.
    Il livello di narcisismo si misura in base alla capacità di circondarti di persone che non ami, ma che non hai nessuna intenzione di lasciare andare.
    L'unica cosa che posso fare per te, sarà per sempre una specificazione, un ulteriore chiarimento, una definizione, un riempire di dettagli il secondo prima di sparire.
    Il mio addio diventerà un frattale più ricco della vita di chi insieme ci sta per anni. Ed in tutto questo particolareggiato disperare, saprò benissimo fare a meno di te.

    Ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse Ispirazione?

     
  • 06 gennaio 2014 alle ore 17:17
    Vi amo come si può amare un incendio.

    Come comincia: -Da ragazzo il mio modo per attirare le tipe è sempre stato quello di fingere di stare male. Ero già un attore-
    Le luci dei riflettori sono talmente forti che nemmeno riesco a vedere chiaramente la giornalista davanti a me. La vedo a pezzi, così mi rivolgo alle sue gambe accavallate.
    Mi chiede -Come è stata la sua fase edipica?
    Le dico che è stata sensazionale, piena di primi contatti con il mondo dello spettacolo. Correvo a casa dopo una mattinata a scuola per fiondarmi sulla cassetta delle lettere.
    La mia fase edipica l'ho scoperta masturbandomi sulle guide tv.

    Capisco di aver detto qualcosa di interessante, la giornalista si piega verso di me e il suo volto emerge dai bagliori.
    Chiamando la truccatrice con un cenno della mano, ma comunque tenendo lo sguardo verso di me, così non me ne accorgo, mi chiede -Lei vede nella masturbazione la via per lo star system?
    Torna ad appoggiarsi allo schienale, torna a sparire nella sua copertina luminosa.
    La vedo di nuovo a pezzi, così mi rivolgo all'unico ricciolo nero che si è salvato dall'immersione.
    Mentre il rossetto le viene ravvivato, io schiocco le dita, ma comunque tenendo lo sguardo verso di lei, così non se ne accorge.
    Dopo tutti i miei studi, dopo tutte le mie ricerche, le dico che quello a cui dovrebbe puntare un format di successo è il concetto di asfissia autoerotica.

    Il primo riflettore scoppia, ma io non lo guardo, continuo a parlare. Facendo così, non do l'autorizzazione agli altri di distrarsi.
    Arrivare allo scheletro delle cose. Alla trachea delle cose. La televisione come cappio alla gola.
    Il mancato apporto di ossigeno al cervello può causare euforia ipossica, che comporta sensazioni di euforia, leggerezza, diminuzione delle inibizioni, stordimento ed incremento delle sensazioni relative alla masturbazione e all’orgasmo .
    E se il cappio alla gola è fatto da mille mani smaltate di ballerine con la minigonna inguinale, tanto meglio no?!
    Il pubblico comincia a ridere in modo sguaiato, ritmato da un corollario di mille piccole esplosioni e corti circuiti.

    Prima che il black out sia totale, l'ultima luce si riflette per un attimo contro il fumo grigio che comincia ad espandersi dal soffitto.
    Cominciano tutti a tossire, ma non è importante quanto il tizio del pubblico che traccia con le mani le curve di una donna.
    E io rido. Tirando fuori da sotto la mia poltrona una maschera anti-gas, dico Fratello, tu hai capito benissimo dove voglio arrivare.
    Ma penso che in realtà tutti abbiano capito benissimo.

    Non vedo più nessun pezzo della giornalista, così mi rivolgo alle particelle di fumo.
    Dico che Il problema molto serio è che questa pratica può portare alla morte, a causa dell’incapacità della vittima, di utilizzare i sistemi di protezione. 
    Ora non si sente altro che gente che sta male, che geme dalla sensazione di soffocare. Facendo tutto il più piano possibile, per non disturbare la diretta, per non interrompere il discorso.
    Se hai un microfono diventi il capobranco.
    Se hai un microfono sei un supereroe con il potere di togliere le riserve di ossigeno, e tutti te ne saranno grati.
    Ora si tratta solo di rimanere a guardare il più grande spettacolo mai esistito.

    Prima che tutto cominci a prendere fuoco, mi alzo. Infilo le mani in tasca, nel buio trovo i ricciolini neri e li accarezzo.

    Quello che non ho detto è che, schioccando le dita ad inizio trasmissione, ho appiccato l'incendio.
    Camminando per i corridoi verso l'uscita, sento qualcuno del pubblico ridere.
    Nella loro testa sto ancora parlando, probabilmente sto dicendo le cose migliori che abbiano mai sentito.

    Durante i miei studi, durante le mie ricerche, ho scoperto che Gosink e Jumbelic  sottolineano che il decesso per asfissia deve essere considerato un incidente, perché sulla scena della morte vengono quasi sempre ritrovati sistemi di protezione aventi lo scopo di evitare un esito letale.
    Quello che non ho detto è che prima di iniziare la trasmissione, ho sistemato sotto ogni sedile una maschera anti-gas esattamente uguale alla mia.
    Tutta questa gente avrebbe potuto salvarsi, ma a nessuno è venuto in mente di smettere di divertirsi.

    Il piacere assoluto non è altro che mancanza di ossigeno al cervello.

     
  • 14 aprile 2013 alle ore 12:28
    Grand Supreme

    Come comincia: Posso capire molti dei dibattiti in tv.
    Quando ci sono documentari su medicina o geologia, fantastico su quanto possa essere divertente l'icnologia e so che l'epindimite non è una bella cosa.
    Non che possa scriverne tesi su questi argomenti, le parole lunghe non mi riesce ancora bene scriverle. La penna scivola tutta da un lato, scappa dalla manina e d'un colpo il foglio si ritrova attraversato da una linea non prevista.
    E sconfitta finisco a far diventare il mio saggio un albero, una casa, una bambolina, un pettine, delle scarpe con il tacco.
    Insomma quello che ho davanti tutti i santi giorni.
    Da grande voglio fare la radiologa, per vedere quello che c'è dentro alle persone e per, a fine turno, infilarmi dietro la macchina e vedere quello che ho dentro io.
    Quando le amiche di mia mamma vengono a trovarmi, a dire Oh quanto sei carina, a volte lo dico. Mentre hanno un calice di rosso in mano e sono in piedi vicino a me. Piega perfetta e vestiti che gareggiano a chi è il più fiorito, dico che secondo me lo scheletro non è così scontato.
    Io nel vestito ho un fiore solo, appuntato al vestito. una margherita di stoffa, e alla base ha un nastrino nero lucido.
    Ma nonostante la dura competizione tra stampe floreali che si sta svolgendo davanti a me, nonostante questa fretta implicita nel muovere l'anca nel momento opportuno per beccare la luce migliore a far risaltare la qualità degli abbinamenti tra calendule e gigli finti, a me partecipare non interessa. Io e la mia margheritina ce ne stiamo al bordo del ring.
    Mi hanno detto che quando sto alzata devo unire i piedi. Quando mi siedo devo accavallare le gambe e tirare un po' giù la gonna. Sorridere sempre. Sbattere le ciglia. Percorrere la passerella ancheggiando come Marilyn.
    Però quando dico le mie opinioni a questo prato umano, quando vorrei che i loro nuovi rossetti si chiudessero un attimo per serrare l'attenzione intorno a quello che ho sempre sognato, mia mamma si inginocchia per guardarmi dritta negli occhi. Tira fuori dalla pochette la sua scatoletta di cipria, e me la passa sul viso con un piumino rosa. Con l'altra mano mi sistema la manica a sbuffo. Sa fare un sacco di cose contemporaneamente.  Dice “Tesoro, sei ancora una bambina”. E le sue amiche dietro sorridono. E sembra che tutti i loro fiori sorridano.
    Meglio della mia margheritina. Che a guardarla, ora, sembra proprio un fiore infantile. Semplice. Petali e polline. Il modello base della flora. L'esempio del poco impegno.
    Ed è questo, detto in parole vegetali, che non capisco.
    Ho 6 anni, ma ne avevo molti meno quando mi hanno fatto sfilare per la prima volta. Nemmeno camminavo benissimo. Una modella con delle gambe chilometriche fasciate in jeans striminziti rinunciava al suo metro e ottanta per piegare le ginocchia e prendermi la mano.
    Avevamo i riflettori puntati contro, io e lei. Solo che lei sapeva benissimo come farsi strada in quel fascio di luce con passo sicuro, tacco-punta. Io no. Io ero in confusione totale.
    L'unica cosa che potevo vedere la guardavo, con tutti gli sguardi possibili, con tutte le grandezze della mia pupilla. Lei. Il percorso iniziava dalla mia mano aggrappata alla sua. Dalle sue unghie smaltate di rosso scuro. E più percorrevo il braccio con gli occhi, più la sua pelle era come un sole che tramontava in una notte di neon. Sfumava sempre di più in mezzo al bianco, e l'ultimo barlume di essere umano che riuscivo a distinguere credo potesse essere la spalla, e le punte di alcuni capelli biondi.
    Il viso l'ho visto soltanto alla fine della passerella, quando lei si è fermata per fare l'inchino. Come un mare all'incontrario. Da quella nebbia di luci che avevo sopra la testa spuntò un collo, tutti i cuoi muscoli delineati, la mandibola, i chiaroscuri delle guance, il promontorio rosa delle labbra e lunghe lunghe ciglia nere.
    Quella delicatezza. Quella raffigurazione di come sarebbe stato diventare grandi.
    Mi strinse di più la mano e me la mosse per fare Ciao a qualche sconosciuto che non vedevo. I flash dei fotografi mi abbagliarono, come a dirmi che ai riflettori mi stavo abituando, che adesso non era più abbastanza.
    Tornammo indietro a passi da gigante, io quasi cadevo. Camminavo e strizzavo gli occhi. Certe cose a quell'età non si possono fare insieme.
    Dietro le quinte mi veniva da piangere, non ci vedevo più, ma sentii due labbra umide appoggiarsi sulla mia guancia sinistra e lasciarci uno strato di gloss, sopra uno strato di rossetto, sopra uno strato di matita, sopra uno strato di primer. Un monumento.
    Sapevo che era la mia modella, ma fu tutto così veloce, non feci in tempo a sorriderle aprendo gli occhi che già se n'era andata. Il suo rumore di tacchi confuso tra altri rumori di tacchi.
    Sono rimasta sola per un po', poi è arrivata mia mamma a stringermi forte. Pulendomi la guancia con un fazzoletto leccato, dicendomi Sei stata bravissima! Dovremmo rifarlo!, portandomi fuori e caricandomi in macchina.
    Il tutto in un tempo velocissimo. Dico, probabilmente in quel genere di mondo, i tempi così sono la normalità. Ma non per una bambina. Una bambina è abituata ai tempi dei cartoni. Con le risate e gli abbracci che durano mezza puntata.
    Il ritorno lo feci pensando a lei. Che ero felice di avere una nuova amica.
    Non avevo ancora imparato il concetto di Gente che può anche sparire nel nulla.
    La vita di una modella bambina inizia da vestiti dal tessuto memorabile e da abbandoni di questo tipo.
    I giorni dopo, tutto quello che ho fatto è stato correre alla porta ogni volta che suonavano.
    Ero cresciuta, a quest'età si cresce in fretta. Ma quando il campanello trillava, mi si piegavano le ginocchia, finivo a gattoni, a guardare in basso. Volevo rivivere l'incontro partendo da dove l'avevo lasciato, dalle cose rimaste a fuoco per tutto il tempo della sfilata.
    Quando quelle che entravano non erano lucide scarpe da donna, quando non era un passo aggraziato a spostare l'aria, neanche mi prendevo il disturbo di alzare lo sguardo per completare la mia analisi.

    Conoscere le cose ti può far diventare qualunque cosa tu scelga di diventare.
    Conoscere le infinite possibilità in cui puoi reagire, ti rende un camaleonte.

    Una sera, sarà stato la trentesima che lei non si faceva viva, appoggiai le spalle alla porta indifferente e chiusa e mi misi a piangere. Di quei pianti isterici da bambini, pianti da catastrofe.
    Mia mamma arrivò, preoccupata che mi fossi fatta male. Senza chiedermi nulla mi rivoltò in tutte le posizioni per cercare la bua. Non trovando nulla mi chiese
    -Si può sapere cos'hai?
    Io tirai su con il naso, con la visione appannata dai lacrimoni, chiesi se la modella non mi volesse più bene. Perchè io gliene volevo ancora molto.
    Attraverso il vetro opaco che mi stava dentro gli occhi, ho visto mia madre alzarsi immediatamente. Il suo grembiule giallo distendersi, voltarmi le spalle e ritornare in cucina lasciandomi con con queste parole.
    -Non fare la bambina.
    E io rimango lì, infestata dal sole. con i lacrimoni che non volevano più scendere. E con le due cose insieme che nemmeno mi regalavano un arcobaleno.
    Semplicemente, li deglutii, li feci tornare indietro.
    Ghiandole lacrimali in pausa.
    Il film della mia vita che si blocca. Una faccina paffutella sovraesposta, graziosi ricciolini castani, ciglia lunghe, boccuccia rosa e socchiusa. Tutte queste cose che non fanno rumore, tutte queste vite che non fanno rumore, interrotte da un sempre più forte rumore di bruciato.
    Residui minimi, ancestrali, di gloss  e rossetto che cominciano a bollire. Tutti gli strati in ordine di apparizione. Il calore aumenta, bolliscono a temperature differenti, e a me sembra di andare a fuoco. La mia radiografia definisce la diagnosi:
    La cute ha aperto le danze, si è aperta formando una specie di cuore frastagliato. Il sottocute è più scuro, ha detto ciao ciao in modo più serio. Da sotto, il muscolo buccinatore ha fatto capolino integro come un papavero dalla neve. E' attraversato dal dotto parotideo e da alcuni nervi. Tutte cose che hanno i fiori. Adoro l'anatomia umana perchè accresce il mio pollice verde.
    E' un muscolo mimico. Si tende. Apposta per farmi sorridere ai fantasmi dei fotografi.
    E' lei sottoforma di spasmo.

    Nei sogni di qualcuno, la ballerina balla balla balla, con il suo tutù viola, nelle sue calze viola. E' una serie di piroette perfette, in quella strana luce rossa soffusa. E' una riga di eye lyner lucido. Non c'è neanche un capello fuori posto, su quel palco, non c'è neanche la musica.
    Ma la ballerina continua a ballare, sente che tutto il mondo è suo anche se in quel teatro non c'è nessuno. Le braccia inseguono le posizioni.
    La tragedia è quando cade. E al rallentatore vede le pareti diventare più alte, più dominanti, spaventose. L'eco della caduta a terra si diffonde tranquillamente nella sala, senza brusio di voci a smorzarlo.
    Sono tutte piccole cose che cambiano tutto. Piccoli rumori, piccoli passi, e quella piccola sconnessione del legno che diventa espressione del teatro intero.
    Il centro del tuo sistema solare e tu sei Plutone.
    Gente che dimentica la sua intera vita per diventare un'esperienza sola.
    Io ho sempre trattato quella guancia da persona.

    Sono sempre divertenti le sfilate organizzate da stilisti giapponesi, riescono ad inventarsi cose straordinarie.
    Questa volta, gli abiti sono centocinque, le modelle solo due, io e Janine. I tempi per cambiarci saranno al limite della velocità del suono, e, per compensare, ci stiamo godendo al rallentatore queste poche ore prima dell'inizio.
    Funziona così. Tutti si affrettano ad avventarsi su di te con ciprie e pettini e poi ti lasciano sola in una stanza ad aspettare. In un vuoto che somiglia al secondo dopo la fine di una guerra.
    Io stremata, con il mio primo vestito cucito addosso, seduta in una poltrona di pelle, mi godo la scompostezza delle gambe lasciandole piegate a caso.
    Ho le ciglia talmente lunghe da oscurarmi la visuale ai lati, creando una specie di tunnel. E' come se stessi spiando tutto dal buco della serratura.
    A Janine hanno cotonato i capelli in un cespuglio di riccioli. Indossa un tutù color crema che sembra dell'esatta tonalità della sua pelle, un reggiseno bianco sporco e quelle scarpe con il tacco stranissimo che costringono il piede a stare completamente in verticale.
    La guardo, e penso ancora alla guerra.
    Volano ancora le polveri dei trucchi, creando una nebbia cosmetica che somiglia all'offuscamento creato dalle macerie dei palazzi caduti. Probabilmente entrambe rendono belli, solo in modo diverso.
    Lei è in piedi davanti a me e fa piccoli passi, cercando il modo migliore per non cadere. Le lucine degli specchi la fanno apparire una star più di quanto riuscirebbe a fare il sole. Allarga le braccia e guarda il basso. Sembra un inchino ai ritagli di stoffa multicolore che le stanno ai piedi, e lei un angelo che cerca pezzi di ali ancora utilizzabili dagli altri angeli martiri per il mondo Beautiful.
    Sul soffitto di legno, la mia mente scrive con lo spray nero “Paradisi a prezzo ridotto”.
    Prima di sedersi sulla poltrona vicino a me, prende la sua borsetta. Si toglie le scarpe e le scaglia contro un angolo.
    -Fanculo!
    Di profilo, con la figura tagliata ad altezza torace dai grossi braccioli, sembra composta dagli stessi zigomi definiti del mezzo busto di un grande eroe.
    Dopo un sospiro profondo, dopo che le sue sopracciglia aggrottate sono tornate a distendersi, indica lo specchio di fronte a noi, dove ci riflettiamo.
    -Che fantasia averci truccato esattamente allo stesso modo eh?
    Quelle che ci stanno guardando, sono due facce uguali. Con un gioco di chiaroscuri hanno riallineato i lineamenti, hanno dato la stessa forma alle sopracciglia. I nostri capelli sono cotonati allo stesso modo e si uniscono al centro, formando un'unica grande nuvola marroncina. Le ciglia non lasciano intravedere le iridi di colore diverso, chiudono gli occhi in una cella.
    Siamo gemelle.
    Janine apre la borsetta. -Conosco un buon modo per stemperare la tensione. Sai qualcosa dell'agopuntura?
    Io dico che Sì, è un metodo veramente antichissimo di medicina alternativa nato in Cina.
    E lei neanche mi guarda, tira fuori un cofanetto di velluto blu con decine di aghi dentro.
    Ne prende due, si inginocchia davanti a me, mi apre la mano destra e me la volta verso l'alto.
    Sorride.
    -L'agopuntura- dice percorrendomi l'indice con il pollice -è un'invezione delle donne nomadi. Nasce una decina di anni dopo la scomparsa dei dinosauri. A quell'epoca si credeva che i demoni fossero esseri piccolissimi, grandi come batteri, e si prendessero respirando l'aria di certi postacci.-
    Alza l'ago in verticale e si morde il labbro inferiore mentre lo tiene sospeso, quasi fosse un pendolo e lei fosse un'indovina in cerca di un preciso segnale magnetico.
    -Attraverso vene e cose varie, i demoni arrivavano alle mani, alle punte delle dita. E a quel punto eri finito, ti muovevano loro, e tu eri un burattino.
    Si ferma di colpo, alza lo sguardo come se avesse fatto la scoperta dell'anno. Tornando a guardare giù trattiene il fiato, inventa l'apnea terrena, e mi infilza il polpastrello. Proprio al centro dell'impronta digitale. Il nuovo centro magnetico che tiene unita la mia intera galassia, il nuovo chakra.
    Guardo quella piccola antenna sbocciarmi dal dito, somiglia ad una bandiera piantata da Janine la sopravvissuta che dice “Stiamo ricostruendo quest'area”. Le chiedo se è normale che senta la punta dell'ago come se fosse infuocata.
    D'improvviso la porta si apre sbattendo ed entra trafelato un tizio dello staff che urla -Tra un minuto in passerella Janine! E muoviti!-.
    Per il violento movimento d'aria, le polveri dei trucchi volanti vengono sbattute al muro, come se avessero ripreso a bombardare. La luce degli specchi senza più un filtro di ciprie è quasi volgare e, appena Janine distoglie l'attenzione e volta lo sguardo, qualcosa si rompe.
    Il rituale magico si rompe. L'atmosfera intima si rompe. Il cuore della stanza si rompe.
    Fa cadere il secondo spillo per terra come se non fosse una cosa vitale e corre via, claudicante e storta sui suoi trampoli, fregandosene di evitare i pezzi di ali, come se questa non fosse una sala operatoria e i miei demoni fossero un raffreddore.
    Io e lo spillo rimaniamo a guardarci allibiti, legati da questa strano metodo di accoppiamento. Sgomenti testimoni di quello che c'era fino ad un attimo fa. Siamo souvenir. L'uno dell'altro.
    Una volta iniziata la sfilata, non ho più avuto modo di stare con Janine. Mentre lei sfilava, io mi cambiavo. E viceversa.
    L'ago è caduto dal mio dito mentre mi toglievano il primo abito in fretta e furia per mettermene uno nuovo. E' uscito un po' di sangue ed io ho pensato fosse per il principio delle magie: solo il mago può dissolverle come si deve, altrimenti qualcosa andrà male. Il centro del mio chakra andava in fiamme. E continuava ad andare in fiamme anche dopo che i coloni se n'erano andati. Rimaneva l'eco di quella terribile disfatta, se ne parlava ancora. Tra un abito e l'altro.

    La ballerina si era slogata la caviglia. E si rese conto che la parte più importante di un corpo è la caviglia.
    Riflettè sul fatto che tutto il corpo si divide in parti più importanti, in primedonne.
    Da allora ricominciò a ballare come se non volesse fare un torto a nessuna di loro.

    Sono seduta tra i banchi dell'università di medicina, il giorno della discussione delle tesi.
    Katye ed Herin tamburellano le unghie laccate di viola sul legno scuro, dando il perfetto ritmo al mio ripassare ogni frase.
    Il respiro affannoso tampona le altre voci, nella mia mente c'ero solo io.
    Flora ha i capelli appiccicati alle guance da goccioloni di sudore che nascono e crescono ad una velocità impensabile per qualsiasi ciclo vitale. Nascono e muoiono tutti per me.
    Quando il ragazzo prima di me stava per terminare, Clohe viene a ripassarmi il rossetto. Diane accavalla le gambe. Il mio intero entourage è ad assistermi.
    Il mio turno inizia con una camminata da star giù per le scale. Sorrido e saluto le persone ancora sedute che man mano mi scorrono a fianco. Mi guardano e si voltano a borbottare qualcosa al compagno.
    Lo strascico del mio vestito blu mi finisce in mezzo ai piedi, ma Barbara mi ha insegnato come fare piccolissimi passi per evitare cadute rovinose. Non me le posso permettere, non adesso che sto per cambiare il mondo della ricerca. D'altronde anche l'uomo sulla luna camminava piano, lo si fa perchè il momento speciale duri di più.
    I miei giudici questa volta sono vecchissimi, mi guardano dubbiosi. Rose dice sempre che l'importante è concentrarsi su uno solo, riassumere la folla in una persona sola, sceglierla prima che siano loro a scegliere te. Così il comizio si trasforma in una chiaccherata intima.
    Il prescelto è il signore al centro, con la pancia stretta in una camicia, le sopracciglia nere e i capelli grigi a contornare la luce artificiale che si riflette sulla sua pelata. Quello che mi colpisce è la sua pelle liscia e paonazza.
    Sfoggio il mio sorriso migliore e, fissandolo, mi siedo. Dopo che io ho scelto lui, lui sceglie me.
    -Mi scusi, lei come si chiama?
    E io prima gli dico che spero che abbia con sé un set da cucito, perchè prima o poi qualche bottone schizzerà via dritto in faccia a qualche candidato.
    -Prego?
    Divento seria seria. Deglutisco. E quando ripete di dirmi come mi chiamo deglutisco ancora. Viola trema sempre di più.
    E allora abbasso lo sguardo, poi lo rialzo, rispondo Scelga dal mazzo.
    Lui si zittisce. Tutta l'aula è piena di gente che non conosco, sono tutti nei suoi occhi, tutti riassunti nelle sue pupille concentrate.
    -Lei non è nell'elenco, non l'ho mai vista..
    rido un sacco, dico. Ecco quello che sto per dire. Il principio per cui non si dice prima Non l'ho mai vista e dopo Lei non è nell'elenco. Il principio per il quale gli aspetti tecnici vengono sempre prima dei sensi.
    Posso sentire fin da qui il cuoricino sgangherato di Marie che batte con lo stesso ritmo sgangherato di un temporale.
    Vede tutte queste persone? Anche loro non hanno mai visto lei, ma se ne fregano
    -Sono tutti studenti del mio corso.
    Dico che Continua a fingere di non capire. Il mio bell'ometto prescelto, gli dico, non capisce nulla di noi.
    Tiro fuori dalla tasca un fogliettino ripiegato, e mentre lo distendo dico -Ha presente il feticismo?- e passandoglielo lentamente dico -Lei sta dicendo a tutte queste persone che in realtà non esistono.-
    Il fogliettino, aprendosi, perde i glitter rosa che Stephany ci aveva creato sopra, creando la stessa scia luminosa che crea la fascia di miss america quando si muove.
    In cima, il titolo glitterato che ha perso pezzi, e ora è una bellezza maculata.

    MISS FETICISMO ANATOMICO
    Questa è la mia tesi.
    Intendo, tutta quanta la mia tesi.

    Eccomi. Tutto quello che avevo sempre desiderato. Un concorso di bellezza basato sulla medicina, su esperimenti e cavie. Non la prendo come una discussione di laurea, la prendo come un'esibizione.
    Non me lo chiedono direttamente, ma io so che lo stanno pensando.
    Sono la miss che si è slogata la caviglia ballando, che sta per ballare passi complicatissimi. Addosso a me, le aspettative smarrite delle persone che mi stanno guardando
    Cara giuria, caro pubblico.
    Quello di cui vi sto per parlare, è il più grande spettacolo mai visto in una stanza, ed ha una storia antichissima. Alla coreografia originale ha lavorato anche Freud, pensate.
    Ci sono persone che nascono e imparano a conoscere la gente in sezioni. Una persona non è mai un pezzo intero. Ci sono le braccia, le gambe, il collo. E ci si affeziona come fossero parenti.

    Questo equivale a un Assemblé.

    Il soggetto, in età matura, si porterà dietro questa divisione. E quando vi conosce potrete pure stargli enormemente antipatici, ma magari i vostri gomiti sono la migliore persona del mondo.
    Ecco come nascono i maniaci dei piedi. Ecco perchè uno ha come ambizione diventare un talent-scout di manisti.
    Però tutto ha un contrario, tutto non si diverte ad essere unico. Tutto vuole avere almeno un passo in cui mostra la schiena al pubblico.
    E io ci ho inventato la mia vita.

    L'argomento del giorno in questa stanza, è il casino che ho creato nell'elenco dei laureandi. Ma io sto mettendo un Encontraire davanti a tutti i passi di danza e, quello che sto spiegando, è che non devi essere un ballerino professionista per guardarmi.
    Basta guardare la piramide di keope che creiamo in perfetto equilibrio su una sedia sola, saremo in cento.

    Ci sono persone che nascono, e imparano a riconoscere le sezioni nella gente che le ha toccate.
    Un album dei ricordi, le incisioni sugli alberi, alcune delle mie articolazioni sono addirittura in bianco e nero.
    Molte persone sono state così importanti nella mia vita da non incidere minimamente sulla mia vita, senza sapere che è stato proprio facendo così che sono diventate parti del mio regno incantato. Sono un insieme di buoni esempi e di luci giuste.
    Sono una stanza piena di persone che discutono su come gestirmi.
    Se siete romantici sono un robot.
    Sono composta dalla mia evoluzione.

    La coreografia ora prevede che la ballerina solitaria, che cadeva nei sogni di tutti quanti, ora si moltiplichi in tanti altri ballerini che sono episodi della sua vita, e che il pubblico li veda nelle loro bellissima livrea. E' il momento migliore dello spettacolo, quello che rimarrà impresso nella vostra memoria. La coreografia prevede che sarà un momento così importante da creare un nuovo tipo di feticismo.
    Magari tutti questi ballerini si concentreranno in un solo vostro arto.
    Magari voi sarete la mia evoluzione, a me non è rimasto spazio.
    Studiare medicina mi è servito per accumulare persone.
    Sono qui per un pacchetto di pagine nuove per la continuazione della storia, per non considerarmi già un libro finito. Voglio farvi vedere quello che ho in modo che lo prendiate voi, in modo da archiviarlo, ed iniziare di nuovo da persona intera.
    La coreografia prevede che applaudiate. Che vi sembri una cosa meravigliosa.

    E anche se questo equivale ad una serie infinita di Sissonne, non è esattamente quello che succede.

    Il mio giudice supremo si è alzato, ed io non l'ho nemmeno visto.
    E' venuto da me e ha chiesto a Janet, Barbara, Giulia, Arianette, Margaret, Lou e tutte le altre di allontanarsi.
    Le ha spinte via appoggiando troppo le mani su Clarence.
    Per non far finire in pappa lo spettacolo, le altre hanno fatto finta che fosse una cosa preparata ed hanno seguito i passi fino a finire fuori, nel giardino, con il fogliettino senza più glitter che galleggia sui fili d'erba, sballottato dal leggerissimo vento come la sicurezza di chi decide di essere un'unica entità.

    Nonostante questo, c'è un bel sole.
    Il genere di sole, il genere di verde saturato, che ti da l'energia necessaria per prendere decisioni importanti.
    Lo spettacolo è stato un flop, la compagnia discute su cosa fare e fa un gran casino. Provare a concentrarsi su qualcos'altro che non sia questo gran vociare, provare a non sentire nulla, è praticamente impossibile. Ed io sono una disputa in corso.

    Succede che tutte quante sono rimaste deluse dal rendimento, da come sono state gestite.
    Succede che cercano quelle scuse orribili per andarsene. Posso comprenderle, posso comprenderle. La delusione è stata grande per tutti.
    E tutte vogliono andarsene. E tutte se ne vanno.

    Non è il cuoricino sgangherato che era Marie, a spezzarsi. Sono arterie, ventricoli, che si spezzano. E' quello che abbiamo tutti, quello a cui non sono abituata.
    So gestire Julie, Verlaine, Clohe, le conosco alla perfezione. Ma non so muovere un muscolo.

    La sensazione è quella di pesare 3000 kg in meno.
    Di aver perso la memoria.
    Di essere rinate già grandi.
    Di essere immobili stese sul prato a pregare che qualcuno dei medici appena laureati prenda me come primo cliente, e mi prescriva una medicina che mi causi un qualche tipo di scatto nervoso che poi potrò ammaestrare in corse, in pompare il sangue, in sfilare.

    Loro se ne sono andate, e io non so più in quale parte del corpo mi sono nascosta.

    La mia caviglia non l'ho mai fatta guarire.
    Questo equivale ad una Révérence.
    Vista di schiena.

     
  • 18 agosto 2012 alle ore 12:26
    Tutto questo non è invenzione

    Come comincia: Stare con un narcisista patologico è come stare sulle montagne russe, però il biglietto lo paga il cervello.
    Fiumi di amorose formule magiche sfoggiate dopo pochi giorni, ripetute talmente tante volte da intontire, da portare, malauguratamente, a crederci.
    I narcisi di oggi sono piccoli cesari, con un'immagine di sé grandioso che però non permette loro di vedere di essere composti essenzialmente da mancanze.
    La loro più evidente caratteristica, a detta di molti psicologi e riconosciuta anche da molte vittime, è la totale mancanza di empatia.
    Dal momento in cui state con un narcisista, siete una sua appendice.
    Dimenticate i vostri impegni, i vostri amici, le vostre preferenze.
    Fate quello che vuole lui, anche se vi chiederà di raggiungerlo da un momento all'altro.
    Richieste mai chiare, codici da decifrare.
    Se li lasciate da parte, iniziano quelli che da bambini avremmo chiamato capricci, ma che adesso, a questa età, quando questi individui hanno un vocabolario molto più ampio, ora che sanno più o meno ragionare e fare strategie, si sono evoluti su una cattiva strada, e hanno preso il nome di Bastonate Emotive e vi lasceranno, a lungo andare, senza fiato.
    Loro sanno benissimo quello che fanno quando vi fanno del male, ma è anche vero, fidatevi, che pensano sia giusto.
    Punizioni. Le stesse che si danno ai cani per addestrarli a fare qualcosa.
    Giorni di silenzio totale che seguiranno attimi esaltanti, per i quali non vi sarà data alcuna spiegazione, spingendovi a mettere in dubbio tutte le vostre azioni.
    Le vostre.
    Perché sarà impossibile pensare che lui, la perfezione, quello che vi ama così tanto, possa fare qualcosa di sbagliato.
    Sarà incredibile la facilità con il quale vi reputerete sbagliate, orrende, insensibili spietate senz'anima.
    Vagonate di scuse per cose che non vi sembra di aver fatto ma che, se ci pensate bene, avete fatto eccome.
    In nome dell'amore, dell'infanzia terribile di cui lui vi ha raccontato e che la crocerossina che è in ognuna di noi si è messa in testa di curare.
    La situazione che state irrimediabilmente aggravando.
    Quello che accadrà, è che mentre voi sarete messe alla gogna per qualsiasi cosa, lui avrà mentito almeno la metà delle volte in cui avrà parlato, anche su cose banali.
    Se cercate un benedetto confronto diretto, sarà uno show senza precedenti, con un happy ending in cui voi siete delle visionarie.
    Un rapporto di soggezione, non di coppia. Dove ogni vitalità vi sarà succhiata via dal re, a fondo, fino a quando ne avrete qualcuna. Fino a quando servirete.
    Saprete cosa si prova ad essere una bambolina. Un gioco da veri maschi.

    Per quanto mi riguarda, prima di conoscere la patologia per puro caso, variavo da angoscia colpevole a felicità nel giro di un secondo.
    Poi è stato come essere svegliati non da un bacio, ma da una voce che diceva“mentre dormivi ti è stato fatto questo, questo e questo”. Ho provato a negare, per prendermi la colpa ancora una volta come mi aveva insegnato, ma ho sentito le macerie di un cervello distrutto da mani diverse dalle mie.
    Finché non si trova il coraggio di ripercorrere ogni cosa, di ridare un nome di chiamarla con il nome di Violenza Psicologica, non si comincerà il percorso di rinascita.
    I casi di donne distrutte sono molti di più di quelli che pensavo, e non sempre hanno il coraggio di confrontarsi.
    Sul forum http://narcisismo.forumup.it/ potrete trovare un valido aiuto, una spiegazione ad ogni vostra domanda.
    Mille mani tese di donne fortissime, rese splendenti da orrori simili.

    La cosa è sfiancante. ma lo è molto di più stare zitti.
    Testa Alta.

     
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