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Autore

Elena Tomaini

in archivio dal 09 mar 2011

10 novembre 1984, Rovigo - Italia

25 giugno alle ore 18:30

Baby Apple

Intro: Una bimba, starlette della pubblicità, cresce e ritrova se stessa nel pieno di una pandemia che sta sconvolgendo l'umanità. Vorrebbe fare la sua parte ma probabilmente il suo pubblico non è maturo, allora tutto diventa grottesco e surreale. Un racconto intelligente e di preoccupante attualità. E non per la pandemia.

Il racconto

L’epidemia è stata un macello.
Sono morte un sacco di persone. Non so bene, pare che questo virus venisse da un barracuda e ad un certo punto non abbia trovato più barracuda da infettare, così ha fatto il salto di specie. 
L’hanno chiamato così: salto di specie. In sintesi, il virus adesso non guarda in faccia nessuno ed ha scelto di sterminare noi.
Sarebbe stato fermo e buono in Nigeria se non ci fosse questo irrinunciabile vizio del turismo sessuale che ha diffuso il virus in tutto il mondo quasi contemporaneamente. 
È chiaro questo. Sono riusciti a capire che i pazienti zero, i vari pazienti zero provenienti da quel paese, quelli dai quali è partito un gigantesco albero di contagi, fossero tutti ricchi imprenditori  in viaggio di piacere. Piacere. Come spiegarlo meglio.
Probabilmente la saliva che la loro piccola Mocumba ha per caso perso mentre li chiamava Papi è la causa di tutto. 
Più che salto di specie, io lo definirei salto di classe. 
Bambina scalza che balla tra le baracche della sua tribù infetta viscido riccone in procinto di comprare villa con patio.
In tutto questo, io spero che Mocumba stia bene.

Non conosco nessuno che sia morto, non direttamente. Conosco qualcuno che conosce qualcuno che è morto, ed è così un po’ per tutti. A parte per quelli morti, ovviamente.

Le misure del governo sono subito state stringenti, per evitare che continuassimo ad ammazzarci: igienizzante per le mani, disinfettante per le scarpe, metri di distanza, chiusi i locali, non parlate con nessuno, distribuzione gratuita di mascherine chirurgiche, lasciate il lavoro e state a casa. Non uscite di casa se non per fare la spesa, altrimenti vi denunciamo.
A me andava anche bene, tra le mie quattro mura stavo da dio, ma, dopo le prime lamentele provenienti dai fautori del fitness e dell’aperitivo lungo – lamentele alla moda, lamentele da influencer -, il presidente decise che ognuno di noi poteva incontrare una persona, una sola, per tutta la durata della quarantena.
In base a come ti sentivi, potevi scegliere l’unico che ti poteva salvare, consapevole che potesse essere anche l’unico ad ucciderti.
A chi affideresti la tua vita?

Io scelsi il mio manager.

Inutile essere ipocriti, noi tutte ex star della tv fiutavamo in questa tragedia un trampolino di lancio. E allora c’era l’ex campionessa di limbo che donava fondi per la ricerca.
Il bambino che sapeva suonare l’inno di Mameli con i bicchieri andava a suonare i supporti delle flebo in terapia intensiva.
La banda di ragazzini che dipingeva con i papaveri, ora fa madonne e immagini sacre sul tetto dell’ospedale con il plasma dei donatori.
Tutto per rilanciare la propria immagine. 
Per un’ospitata in diretta streaming, per vendere qualche maglietta, per diventare le più famose ed immortali star del globo.
La gente, effettivamente, li chiamava eroi. 
Li chiamava eroi finché non spuntavano altri eroi più interessanti, allora se ne dimenticava. Per questo, tutti cercavano di fare qualcosa di spettacolare, al limite, fino a sfociare nel grottesco.
Ma quando il mio manager mi chiamò, sapevo che aveva avuto l’idea migliore di tutte solo dal modo in cui disse Baby Apple, incontriamoci.

Non sono mai stata altro che Baby Apple.
Sono Baby Apple da vent’anni, da quando mi piazzarono davanti ad una macchina da presa con un costume da grossa mela che avevano indossato prima di me almeno cento bambini a quello stesso provino. 
Lo scopo era trovare il protagonista dello spot per un nuovo dentifricio, e la mela rossa era il simbolo della pulizia, oltre che del peccato originale. 
Questo bambino vestito da mela doveva stare al centro dell’inquadratura, sorridere e saltare. Ogni volta che diceva “Baby Apple!” arrivava qualche altro bambino a morderlo e a farsi venire immediatamente i denti bianchissimi. 
Ad ogni morso, un pezzo del costume svaniva, un pezzo del bambino spariva, finché non rimaneva solo il sorriso. 
Scelsero me come Baby Apple. 
Avevo 6 anni e mi montai talmente tanto la testa che da quel giorno dicevo Baby Apple! ogni volta che mi piaceva qualcosa. 
Inconsciamente, o consciamente, avrei voluto che quel qualcosa mi mordesse, si prendesse un pezzetto di me.
Da quello spot in poi mi invitarono ovunque, sempre vestita da mela, ovviamente. 
Il mio compito, principalmente, era sedermi di volta in volta sulle ginocchia di qualcuno che durante la trasmissione sembrava triste, abbracciarlo e dire Baby Apple! per farlo contento.
Continuò così fino ai 13 anni, poi, secondo molte produzioni, quello che faceva iniziò a sembrare ambiguo. 
Tentai di risollevarmi cercando di mostrare che avevo anche qualcosa da dire, che potevo esprimere opinioni, studiai almeno 5 libri di botanica prima di partecipare ad una trasmissione dal titolo “Per fare un tavolo ci vuole un fiore”, ma era una trasmissione sul fai da te e Baby Apple doveva solo esultare una volta che la brugola faceva il suo lavoro.

Non stava andando bene, gli ingaggi si volatilizzavano.

Fu allora che il mio manager mi contattò. 
Era uno scalzacani, lo sapevano tutti, ma anche lui, come me, stava raschiando il fondo del barile della sua carriera, e questo mi bastò per accettare tutto quello che mi diceva.
Il costume tozzo da Baby Apple bambina si adattò ad una giovane donna. 
Diventò più striminzito, velò le gambe in collant bianchi e calzò lucidi tacchi rossi. Due grossi morsi scoprivano entrambi i fianchi e boccoli biondo platino spuntavano da un cappellino a forma di picciolo. 
Il Baby Apple! urlato di gioia diventò un sussurro alle orecchie di signorotti che frequentavano un certo tipo di trasmissioni, dove si parlava d’affari o di sport. 
Se le quotazioni scendevano, se la tua squadra perdeva, Baby Apple arrivava. 
Non cessò il desiderio che mi mordessero, che mi sbrindellassero e mi portassero a casa con loro, che trovassero un posto sul comodino per me.
Il mio manager, lo scalzacani, continuava a ricevere bonifici con causale Bite Me. 
Fu proprio quando rifiutai di fila quasi 4 offerte di lavoro come mela a festini privati che venne scoperto il primo caso di contagio nella mia zona, e ovviamente si bloccò tutto di colpo. 
Nella sua ultima telefonata, il mio manager disse che, quando iniziano offrirti incarichi come escort, sei all’apice della carriera.
Disse che avremmo dovuto aspettare l’evolversi delle cose, avrei dovuto aspettare una sua chiamata, che presto si sarebbe fatto vivo con un’idea spettacolare.

Esistono due tipi di degrado. 
Uno che ti spinge sottoterra ed uno che ti porta al successo.
Io, chiusa tra le mura di casa, volevo a tutti i costi coltivare la mia favolosa fama nel terreno di detriti dove si era spinta.
Aprii un canale youtube senza nemmeno sapere cosa dire. 
Mi misi davanti al telefonino vestita da mela adulta e sorrisi. 

Era pomeriggio, la luce era stanca, mi si vedeva dal busto in su. 
Sorrisi per mezzo minuto, poi dissi “Baby apple!”, nel modo in cui lo dicevo da bambina.
Mi vedevo riflessa nello schermo e davvero mi davo felicità. 
Chissà cos’avrei trasmesso a chi mi avesse visto su internet. 
Chissà in quanti mi avrebbero voluta mordere.
Chissà se ci sarebbero stati pezzi per tutti.
Un video di 3 minuti, in cui non dissi altro che Baby Apple! ogni 30 secondi.
Non cambiavo nemmeno posizione, non mi muovevo, ero ferma davanti allo schermo.
In una piattaforma in cui tutti si adoperavano per avere il trucco più colorato, i capelli più strani, la colazione più calorica, io ero ferma davanti al video vestita da mela, a ripetere la cosa che sapevo dire meglio.

Successe che il video venne visto.
Venne visto tantissime volte, ricevette tantissimi commenti.
Successe che scoprii di essermi creata un pubblico negli anni. 
Tra loro, i miei coetanei affezionati allo spot del dentifricio, che mi legavano a chissà quali ricordi d’infanzia. Tra loro gli uomini d’affari che a suo tempo tennero alla squadra sbagliata e che mi ricevettero sulle loro ginocchia. C’erano le loro figlie, le sorelle minori, che, spinte dall’ eccitazione dei loro papà, dei loro fratelli, per il ritorno di una figura così importante del loro passato, si iscrissero al canale.

“Ciao Baby Apple, mi metti il buonumore in questo periodo di quarantena =)”
“Ciao Baby Apple, sai che ho ancora un tubetto del dentifricio che sponsorizzavi?”
“Ciao Baby Apple, mi manderesti una foto in cui ti vesti da collegiale e ti allunghi per prendere il cellulare appoggiato ad un tavolo, ma non ci riesci perché sei ammanettata ad un termosifone?”

Ero stupita che bastasse così poco. 
Ero euforica.
Risposi a tutti i messaggi, feci dare a tutti il tipo di morso che volevano darmi.
Di fatto, alzai le aspettative. 

Il secondo video che pubblicai una settimana dopo fu sostanzialmente uguale al primo, ma dissi Baby Apple! di spalle, voltandomi verso lo spettatore giusto per fare l’occhiolino di commiato.
La cosa che quasi tutti morsero via subito dopo, fu parte del mio nome.
Fu il primo vero e proprio morso. 

“Ciao Baby, come fai ad avere quelle ciglia lunghe?”
“Ciao Baby, non riesco a dormire dalla prima volta in cui ti ho visto”
“Ciao Baby, voglio venirti a prendere. Ti conserverò in una scatolina, saremo felici”

Nel terzo, volli sperimentare quanto la gente potesse essere condizionabile da me. 
Pochi lo sanno, ma una mela è capace di alzare o diminuire la propria acidità a seconda delle condizioni. È la verità.
Davanti allo schermo del telefonino, striminzita nel vestito da mela bambina, con la luce delle sette di sera, abbassai gli occhi e piagnucolai.
Baby  Apple... baby apple... baby...
Nei 5 secondi finali, presi un pacchetto di fazzoletti di carta che avevo sulla scrivania, ne estrassi uno e feci finta di asciugarmi le lacrime.

Fu impressionante quanto poco tempo ci mise la ditta di quei fazzoletti a triplicare il proprio fatturato.
Usarono il mio video amatoriale come spot ufficiale. La mia immagine sgranata, pixellata, comparì sulle riviste.
Tutti volevano i fazzoletti dove aveva pianto Baby Apple. 
Tutti volevano ridere e piangere come Baby Apple.
Iniziarono ad arrivarmi foto di gente che piangeva, che voleva la mia approvazione sulla posa che assumeva mentre lo faceva.
La seconda cosa che morsero via fu il saluto.

“Baby, il mio ragazzo mi lascerà, quindi guarda la mia foto. Sembro abbastanza disperata?”
“Baby, ho perso il lavoro. Mentre piango dovrei piegare la testa di più?”
“Baby, oh baby... oh, baby. Oh baby baby mia”

Gli iscritti al canale erano ormai migliaia. Il più delle volte, se andavi a visitare il loro, di canale, non trovavi niente.
I seguaci che nutrivo erano completamente vuoti. 

Il mio manager volle incontrarmi. 
Mi telefonò proprio mentre stavo aprendo una mail dal titolo “Fonderò una chiesa per te”.
Ci incontrammo sulla muretta che costeggiava una strada completamente vuota, appena dopo il quotidiano passaggio delle macchine che spruzzavano disinfettante. 
Eravamo all’aperto, ma la natura sapeva di ambulatorio chirurgico.
Lo scalzacani disse Hai avuto un’idea geniale aprendo quel canale.
Disse Hai un seguito di sgallettate e anziani maniaci pronto a fare qualsiasi cosa.
Dandomi una pacca sul ginocchio disse Cavolo, chiamano perfino me nel cuore della notte!
Aggiunse che dovevo unire questa mia popolarità all’emergenza sanitaria. Sensibilizzare la gente su tutte le altre malattie della vita.
Mi spiegò che, durante questi mesi di clausura, si era concentrato sulla psicologia delle masse, notando come l’opinione dei dottori perdesse valore di giorno in giorno.
Mi chiese: Se un plurilaureato in virologia dice che per non infettarsi bisogna mantenere la distanza di sicurezza, ma un qualsiasi dj di fama mondiale afferma che una specifica tinta platino per capelli basta e avanza per sconfiggere i batteri, chi credi che segua la gente?
Prendendomi le mani disse Baby, tutte queste persone stanno aspettando che tu dica loro come salvarsi. Indipendentemente da come andranno effettivamente le cose.

Baby Apple regala sorrisi, Baby Apple sceglie se sei triste, poi ti rende felice.

Lo scalzacani mi disse che dovevamo iniziare subito da qualcosa di grosso, che distraesse l’attenzione dall’argomento pandemia che ormai aveva annoiato tutti.
Andammo in un garage. Io mi vestii da mela e lui mi procurò un piccolo coltellino. 
C’ero solo io, al centro dello schermo, con la migliore faccia inespressiva che riuscivo a tenere. Stavo fermissima mentre passavano le scritte in sovrimpressione.
“prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.”
Pensavo che davvero stessi facendo qualcosa di rivoluzionario.
Che ero andata oltre il rendere felice la gente, la stavo rendendo libera.
“La principale causa delle malattie renali sono i reni”.
E con il coltellino incisi un piccolo tondo nella gommapiuma del mio costume, ad altezza bacino.
Simbolicamente, mi stavo curando. Stavo curando le fobie di chi aveva avuto un lontano parente morto per insufficienza renale.
Stavo fregando l’ereditarietà.
Esplosi in un sorriso, gettai via il pezzetto appena tagliato, e di nuovo l’unica cosa che dissi fu “Baby Apple!”

Questo  terzo morso fu il primo morso che mi diedi da sola.

Era facile distrarre la gente da qualcosa di disastroso donandogli qualcos’altro di disastroso di cui potevano realmente occuparsi.
Era un modo per sentirsi superiori, erano tutti andati oltre la pandemia. 
Le cliniche furono intasate da gente che voleva asportarsi un rene. 
Così come fu necessario costruire dei reparti speciali, dei tendoni fuori dagli ospedali per gestire i contagi, fu necessario innalzarne almeno uno anche per gli interventi di asportazione.
In emergenza sanitaria non c’era tempo di fare troppe domande, troppi esami. Se volevi operarti lo facevi e basta, era sufficiente che lasciassi un posto letto libero in fretta.
Fu la mia fortuna.

“Baby Apple, respiro male, cammino male, ma sono convinta sia stata la scelta migliore.”
“Ciao Baby, ho potuto far esercitare mio cugino, laureando in chirurgia, e tutto è andato bene”.
“Ti invio la mia cartella clinica e una foto di me all’ultima gara di body building. Se ingrandisci sugli addominali vedi ancora la cicatrice”

Produssero garze dalle foglie di melo, fili rossi per suturazioni, succhi alla mela al profumo di mercurio cromo. 

Con quei soldi, il manager si comprò l’attrezzatura per fare dei video in Full-HD, che potessero essere trasmessi anche sui megaschermi allo stadio.

Nel video successivo ero vestita da mela ed accarezzavo una gabbietta con dentro una bambolina.
In sovrimpressione, iniziarono ad apparire le scritte.
“prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.
La principale causa del Papilloma Virus è il collo dell’utero.”
Aprii la gabbietta, presi la bambolina e me la appoggiai sul grembo.
“Baby Apple!” 

Sapevamo che non c’era già più bisogno che io mi togliessi pezzi di costume, chi ha bisogno di capire capisce lo stesso.
Il punto era dire meno cose possibile, così non c’era niente di contestabile.
Ero solo una mela muta, le scritte dicevano solo cose ovvie. 
Non era colpa mia se le donne poi presero a volersi asportare l’utero.
Ci avete mai pensato?
Meno cose comunichi, più la gente penserà che tu voglia dire esattamente quello che vogliono sentire. Lo amplifica.
Il silenzio è la migliore argomentazione.

Nacque il primo franchising della sterilizzazione. 
“Baby Apple Clinique” venne prese d’assalto da orde di femministe al grido di Libertà, libertà.
Era il fast food dell’utero, il mc donald del bisturi.
Davo lavoro a tantissime persone. 

Il morso, stavolta, me lo diedi proprio a ciò che distingueva una donna da una mela.
Senza neanche accorgermene, senza nemmeno pentirmene, avevo iniziato a mangiare anche gli altri.

“prevenzióne s. f. [dal lat. tardo praeventio -onis; nel sign. 2, dal fr. prévention]. – 1. Adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro, e quindi l’azione o il complesso di azioni intese a raggiungere questo scopo. Genericam., ogni attività diretta a impedire pericoli e mali sociali di varia natura.
La principale causa delle malattie respiratorie sono i polmoni.”

“Ciao Baby, ho fatto operare mio marito. Ora è attaccato ad un respiratore artificiale e non fuma più. Grazie”
“Baby, non avrò mai l’asma”
“Baby Apple, sono terribilmente spaventato per l’operazione della settimana prossima, non so se scegliere di togliermi il polmone destro o sinistro. Fai un video dove lanci una monetina e decidi per me?”

In pochi lo sanno, ma ci sono specie di mele dette Samurai, che ad un certo punto decidono di uccidersi. Lo fanno quando sentono che le foglie di altre piante vicine sono totalmente invase dagli afidi, e preferiscono morire prima di esserne infestate.
Semplicemente, mettono in atto il processo che le porterà a marcire molto in fretta e per loro stessa mano. 
Così facendo, diffondono una tossina, un veleno, insopportabile per i parassiti, che si allontanano evitando di attaccare le piante rimaste sane.
È per questo che le antiche popolazioni piantavano un Melo Samurai ogni tot metri di mais, ogni tot metri di viti. 
Le Mele Samurai, le Baby Apple, fanno vivere di più.
È l’orgoglio di aver fregato tutti.
È l’orgoglio di aver lasciato tutti a bocca asciutta.

Qualcuno può biasimarmi se prossimamente dirò che, senza cuore, il cuore non ti si ammala?

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