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Autore

Elena Tomaini

in archivio dal 09 mar 2011

10 novembre 1984, Rovigo - Italia

26 febbraio alle ore 16:59

Sciantal D'Arco

Intro: Spesso i nomi d'arte sono composti da due parti che identificano due estremi.
Lo so che non si scrive così Sciantal, cosa credete.
Sciantal è la versione volgare del nome, abbassata di livello fino a diventare minuscola e sporca.
D'Arco è l'eroina che prende Sciantal, la addobba da guerrigliera e la spinge a crocifiggere qualcun altro

Il racconto

Sto facendo il giro lungo appositamente per arrivare tardi, o quasi tardi.
Ho messo i tacchi più scomodi, il tailleur più stretto in modo da limitare i movimenti.
Cose come queste hanno consigliato di farle di mattina, di modo che poi se ne parli per tutto il giorno.
Sono le 10 del mattino e la città è grigia, i palazzoni sembrano gonfiarsi al mio passaggio.
Fortunatamente trovo un semaforo ogni volta che svolto un angolo, così posso aspettare che diventi rosso e prendermi un altro po’ di tempo.
Non ci ho fatto l’abitudine, mi chiedo ancora come io possa apparire alla gente che mi vede passare, nascosta nel mio piumino verde bottiglia. Ma viviamo in un’epoca in cui tutti si interessano degli altri solo attraverso lo schermo di un telefono, quindi gli unici occhi che incontro sono i miei, riflessi sui finestrini delle auto parcheggiate.
Non amo parlare di me, non amo spezzettarmi. Per fortuna queste cose durano un giorno solo, poi ognuno torna a casa propria.
Pioviggina, l’asfalto si trasforma in un quadretto di piccole stelline che posso attraversare sulle apposite strisce.
Chi è alla guida delle macchine ferme per farmi passare forse ha più tempo per guardarmi bene, magari mi riconosce e ci sta mettendo tutto se stesso per non abbassare il finestrino e gridarmi qualcosa.
Sicuramente conoscono il mio nome.
Mi sono tinta i capelli di nero per sembrare più sicura di me stessa.
Dopotutto, quelle come me non lo sono mai. Hanno bisogno di crearsi appigli. Zattere di salvataggio.
Questa camminata decisa su tacco 12 l’ho imparata da un tutorial.
Piovono stelle, foglie cadute dagli alberi lungo i marciapiedi volano a creare un tappeto sotto i miei piedi.
Una versione naturale e più sfolgorante di un red carpet.
Non è un vero e proprio tribunale, quello dove sto andando. Ne abbiamo fatto richiesta, ma la risposta ancora deve arrivarci. Nel frattempo, lo definiamo “Centro vampe di recupero”.
La sede, per ora, è la casa dei nonni di una di noi, scelta perché il garage è grandissimo.
In fondo ci bastano due stanze.
Ad avere l’idea è stata Lepre, dopo essere stata nascosta nella sua tana da settimane.
Mi ha chiamato mentre ero appena tornata a casa, rientrando dalla porta di servizio.
In quei giorni per me era sempre così. Un estremo della mia casa era calmo e silenzioso, per poi sfumare in un delirio di pugni alle finestre man mano che mi avvicinavo alla porta d’ingresso.
Dai suoni che facevano da sottofondo alla voce di Lepre, direi che non se la stava cavando in maniera molto diversa.
Fu facile poi diffondere il nostro progetto e trovare nuove adepte, diventare come rockstar.
Questa è la quinta volta che ci incontriamo, ma ogni passo per me pesa ancora tanto.
Il passato passa quando lo decide lui.
Lepre ha degli occhi che sembrano schermati, nonostante le minacce non le arrivino più.
Dalla mia bocca escono solo monosillabi, nonostante nessuno buchi più le gomme della mia macchina.
Nonostante abbia fatto di tutto per rallentare il passo, d’un tratto le riserve di confortanti palazzoni finiscono, rarefatte da giardini sempre più grandi.
Quello che fanno è sconvolgermi le unità di misura. Non ci sono più un palazzo, due palazzi, tre palazzi uguali da superare. Ci sono immensi squarci verdi che si confondono come onde, scevri da occhiate mal riposte, ed è lì che passo dal conto alla rovescia all’esserci già.
Questa è una hall, all’orizzonte piano piano compare già il tetto rosso di una bellissima casetta gialla.
I balconi sono tutti aperti, probabilmente il bollitore per il tè è già sul fornello.
Se siamo fortunati, Lepre ha fatto anche i biscotti a forma di stella.
E' questo che succede. La tensione di pochi istanti prima sfuma, catturata dagli acchiappasogni che tintinnano appesi all’ingresso.
Ogni volta mi accorgo che è una meraviglia e ogni volta cerco strade che mi aiutino a non arrivarci in tempo.
C’è una certa sensazione di comfort, nell’odio che possono provare per me.
Sui tre gradini bianchi che portano all’entrata c’è pochissimo spazio per passare, è tutto occupato da vasi di fiori bellissimi, che ti guardano e sorridono. Ovviamente è stato studiato, l’arredamento è stato pianificato nei minimi dettagli.
Devi far fatica ad arrivare, per una volta deve essere la bellezza a impedirti di proseguire.
Quei fiori sembrano tanti fan che ti vogliono toccare.
La porta è in legno e pezzi di vetro colorati, disposti a formare un pavone.

Abbiamo riempito ogni stanza di ninnoli. Statuette, vasi, candele, piante, fotografie recuperate dai bidoni e ora diventate veramente importanti. L’abbiamo fatto per riempirci la testa di immagini prima di scendere al piano inferiore.
Lepre ha trovato anche un orologio a pendolo a forma di Garfield, il ticchettìo è il più forte ticchettìo tra tutti i ticchettii.
Lo senti dappertutto, come se ti fosse dietro le orecchie, anche mentre scendi le scale verso lo scantinato, per poi interrompersi improvvisamente quando ti trovi davanti alla porta della Sala Saliente.
Abbiamo deciso di appenderci un cartello al neon luminoso con scritto “On Air” quando si sta svolgendo una sessione, ma il motivo e i partecipanti non li conosciamo finché non entriamo.
Io, che sono l'ultima a entrare, ho il compito di accendere il neon.
Da lì in poi nessuno entrerà più, nessuno uscirà più, finché non avremo cambiato il mondo almeno un pochino.

ON AIR.
Quello che si vede appena entrati è la luce che entra da una finestrella molto alta. Se c'è il sole, rimani abbagliato.
Quando gli occhi si abituano, vedi le quattro mura spoglie, azzurrine d'umidità.
La stanza è piccola, quadrata, sarà all'incirca sei metri per sei.
Tre sedie sono sistemate in linea, addossate alla parete di sinistra, che guardano verso la parte opposta.
Sono sempre tre.
Una è per Lepre, che mette a disposizione la casa, una per me, che faccio da tramite e sbrigo il lato pratico della seduta, e una per l'ospite, che in genere non vuole parlare con noi fino alla fine.
Tutte quelle che arrivano in genere le conosciamo già, precedute da uno strato di cronache tristi che strisciando per terra fanno un rumore madornale.
Lei, quella di oggi, la riconosco dalle scarpe.
Tutti la riconoscono dalle scarpe.
Le scarpe dovrebbero bastare a capirla.
Sono eleganti, di raso azzurro, fatto appositamente per sembrare impalpabile, etereo.
Tacco a spillo altissimo, punta pronunciata e ferma, fermissima, determinata a indicare il colpevole.
Anche la cavigliera è la stessa che abbiamo già visto, dorata, con un ciondolo a forma di farfalla, e già ammiro questa donna per non aver buttato via tutta quella spazzatura, per non averla bruciata, presa a martellate, tritata con una mezzaluna.
Da quello che ho imparato fin qui, ci vuole una fermezza mentale invidiabile per non eliminare le prove.
Le gambe accavallate sono fasciate in jeans chiari, con una fila di perle bianche che ne percorre tutta la lunghezza.
Ha una giacca rosa appoggiata alle spalle, come il mantello di un supereroe, e un top blu con Topolino disegnato a forza di paillette.
Qualsiasi cosa di lei grida vitalità, ma è come se si riferisse a un passato in cui è stata fermata e il presente non le fosse così interessante.
Labbra pompate da mille strati di rossetto rosso, occhi scuri pieni di ciglia nere di mascara, spalancati, come volessero assorbire tutto e non assorbissero niente.
Ha un'incredibile massa di ricci bruni, quasi una nuvola. Altro suo tratto identificativo, altro suo biglietto per la fama. Quando vidi quello per il quale in seguito sarebbe stata ricordata, speravo che quei capelli le attutissero le cadute.
Sciantal D'Arco, davanti a me, avrà 40 anni.
Nella mente di tutti ne ha ancora 29. Forse anche nella sua.
Serate come queste sono macchine del tempo. Il tempo rimasto in pausa procede velocemente e tu uscirai da qui con la tua vera età sottobraccio.
Appena entro, la vedo di profilo.
Davanti a lei, in fondo alla stanza, si ergono le tre croci di legno lucidato che Lepre ha personalmente cesellato. Un capolavoro. Le due più piccole, le più esterne, sono alte due metri. Quella centrale, il posto d'onore, è una croce gigante, enorme.
A Lepre sono serviti tre mesi per prepararla. Ha perlustrato una spiaggia dopo l'altra per trovare la legna giusta. L'asse verticale è alta tre metri e larga uno, quella orizzontale poco di meno.
Gli attrezzi usati per lisciarla non sono gli stessi delle altre. Dovevano essere speciali, devoluti solo a questo scopo. Santificati. Martirizzati.
Abbiamo fatto un rituale, appena comprati. In realtà abbiamo utilizzato il primo rituale proposto da  internet e l'abbiamo usato.
Mentre bruciava la salvia per disinfestare le case dagli spiriti, Lepre diceva che avrebbe funzionato, l'importante era crederci.
Non so che prodotti avesse poi utilizzato per trattare e lucidare il legno, fatto sta che aveva assunto un colore bluastro. Quasi spariva nel colore altrettanto scuro della stanza, se non fosse stato per il corpo appeso che ne delineava i contorni.
La tua croce esiste se la fai esistere.
Anche per legare polsi e caviglie avevamo trovato corde speciali. Erano metri e metri di organza rosa e gialla, metri e metri di pizzo macramè, scuciti dai nostri vestitini d'infanzia.
Qualche volta le nostre ospiti portavano speciali ninnoli che reputavano importantissimi per la riuscita dell'operazione, allora Lepre spendeva tempo a cucirli pazientemente sulle nostre funi.
Sciantal aveva portato un sacco di campanelli, un sacco di sonagli, tutte cose che facevano rumore. E adesso, qualunque cosa gridasse questo omuncolo era accompagnata da un delicato suono di carillon che lo scherniva.
Sembrava così misero.
La maestosità della croce contribuiva a renderlo piccolo.
Tutta la sua spietata violenza ora non si poteva muovere.
Se di Sciantal mi interessavano tutti i dettagli, al posto di questo tizio ci potrebbe essere stato uno scarabocchio e non mi sarebbe importato.
Non mi importa mai. Non riesco a ricordare nemmeno una faccia di tutti quelli che abbiamo crocefisso.

Trasformato in un sonaglio, diceva: Scusa, ma che ti aspettavi?
Trasformato in un tamburello, diceva: Potevi fermarmi, invece di ridere.
Trasformato in una renna di Natale, diceva: Dì a queste psicopatiche di mettermi giù!
Non era nient'altro che un campanaccio e diceva a Sciantal che molte ragazze sognano di diventare popolari come lo era lei.

Anche se Sciantal non si mosse di un millimetro, io guardai Lepre di scatto e il cenno che lei mi fece fu chiaramente il nostro via alle danze.
Posizionato sotto la mia sedia c'era un sacco di iuta gigantesco e pesantissimo. Mi ero fatta dei bicipiti incredibili trascinandolo da una stanza all'altra, avanti e indietro.
Il trascinare sovrastò lo scampanellìo costante che continuava a esserci, sovrastava il tizio che continuava a inveire e il sacco divenne ben presto il vero protagonista, al centro della stanza, a egual distanza da Sciantal e questo Campanellino crocefisso.
Tutti sapevamo cosa c'era lì dentro e cosa sarebbe successo, bastava solo decidere chi l'avrebbe fatto.
Di solito passano tra i dieci e i quindici minuti prima che si giunga a una scelta, ma dopo soli due minuti Sciantal si alza dalla sedia e finalmente si sente qualcosa di lei.
Tacco, punta, tacco, punta.
Questo rumore lo riconosciamo, ma nel video camminava sul parquet, ora cammina sulla vendetta.
Prende il sacco, lo trascina ai piedi della croce e lo apre.

Non gliel'abbiamo dato noi il nome Sciantal, non è nemmeno un soprannome di gioventù.
Sciantal è il titolo del video che ha iniziato a circolare su internet anni fa.
Se vogliamo, lei era un supereroe con tanto di divisa offerta dal carnefice. Il suo mantello contro il male erano le scarpe di raso, le uniche cose che Campanellino le chiese di tenersi addosso mentre lui faceva i suoi comodi con il telefonino in mano.
Non passò tanto tempo prima che cominciassero a chiamarla Sciantal anche per strada.
Al citofono.
Al cellulare.
Sui social.
Per posta.
Continuamente.
Sciantal, le metti anche per me le tue scarpette?
Erano state create almeno 100 pagine con il suo nome. Alcuni vendevano il suo numero di telefono, l'indirizzo di casa, mutande che lei nemmeno aveva mai visto.
Sciantal voleva scomparire, e scelse di farlo apparendo ancora di più, iniziando a voler essere chiamata così.
Le persone fantastiche spesso usano come pseudonimo il nome che è stato loro affibbiato da chi voleva contribuire alla loro rovina, dalle cose che le spaventano di più e che in un certo senso hanno fatto sì che venisse modellata una corazza.
Batman è diventato un pipistrello perché la cosa che temeva di più erano i pipistrelli.
Un pittore qui vicino dipinge con una benda sugli occhi perché una volta a scuola l'hanno bendato con la scusa di fargli una sorpresa, poi l'hanno buttato giù da un muretto. Da quel giorno ha il terrore del buio ed è la cosa che ricerca di più. Dipinge paesaggi bellissimi. È famoso in tutto il mondo.
Lepre si chiama così perché un giorno le hanno teso un agguato mentre portava da mangiare agli immigrati, fatti sloggiare da un centro di accoglienza e ora dispersi per la città. Le hanno teso un agguato e le hanno sparato ai piedi, costringendola a correre velocissima, urlandole che da quel giorno avrebbe dovuto imparare ad essere una lepre e che non avrebbe camminato mai più tranquillamente.
Quanto a me, mi chiamo Gruccia da quando ho abortito. Qualcuno iniziò a dire che lo feci in casa, da sola, con una gruccia. Che lo facevo almeno due volte l'anno. Da allora iniziarono a fiorire grucce divelte sul mio zerbino.
Tutti noi, tutte queste metamorfosi, sono avvenute solo per far nascere Sciantal.
Per farla essere qui adesso.
Cosa succede se diventiamo quello che ci terrorizza?

Non è mai una cosa riservata, riguarda sempre tutti. La crocefissione di tutti i nostri mali.
Il campanellino di oggi suona rabbiosamente i suoi sonagli per tutti i colpevoli, passati e futuri.
Non è mai una persona sola.
Molti di noi hanno dovuto rinunciare alla propria vita per diventare un evento solo. Si aggirano per le strade pensando di poter parlare solo di quello. Hanno perso la memoria del resto del passato e reputano impossibile il resto del futuro.
Qui, in questa stanza, si equilibrano le cose, si equalizzano due frequenze di tempo.
Sciantal, rimasta impantanata nel fango di un video porno scambiato per amore.
Campanellino, andato avanti con la sua vita troppo velocemente. Per fermarne la corsa, non c'era altro modo che legarlo ad una croce.

Io e Lepre, a questo punto, abbiamo il cuore in gola.
Sciantal è di fronte a Campanellino con il sacco aperto. Di solito non c'è nessuno scambio di parole, la vittima non vuole regalare altra voce al carnefice, soprattutto ora che sa che può solo vincere.
Di solito, inizia subito il rogo.

Sciantal si toglie i tacchi, li posa ai piedi della croce, come se d'ora in poi dovessero essere le scarpe strette del resto della vita di Campanellino.
Si china e rivolta il sacco rapidamente.
Dalla iuta scende vera benzina.
Benzina che fa il rumore di copertine rigide di libri che cadono.
Con un tonfo, dal sacco escono saggi, trattati, biografie, racconti, canzoni.
Nevica Baudelaire.
Soffia Tolstoj.
Fuma De Andrè.
Fiammeggia Bukowski.
Armonica De Gregori.
I libri non sono mai nuovi, li abbiamo recuperati usati perché avessero già una vita, perché fossero già sporchi.
Le canzoni le abbiamo scritte tutte, tutte, tutte a mano su fogli trovati. E non una volta sola. Tutte le volte che ci venivano in mente, tutte le volte in cui ne avevamo bisogno.
Ai piedi della croce, il cumulo di volumi e fogli cresce, cresce e inizia a sotterrare le caviglie di Campanellino.
Lui smette di urlare rabbia. Immediatamente. Viene come cementificato.
Libri, tomi, tovagliette dei ristoranti con passi di discorsi scritti a matita.
Bloccano le ginocchia, murano le anche.
Lui inizia a sospirare tremando.
È questo il punto, è questo lo scopo.
Il sospiro dei mille Campanellini è un primo obiettivo raggiunto.
Nessuno di loro ha mai sospirato così nella vita.
Nessuno di loro è mai stato abbastanza empatico per farlo.
I versi che ora lo toccano, lo bruciano, lo ustionano, riducono a brandelli la pelle dura.
Parlano ai suoi nervi di storie così vivide, descrizioni così delicate, che perfino la sua corazza di mattoni va in fumo.
Sulla croce sacrificale, Campanellino è coperto fino alle spalle e ora piange di commozione.
I fiori del male, l'uccellino azzurro nascosto in un mare di whisky e Geordie, impiccato con una corda d'oro, stanno arrivando al cuore.
La cattiveria brutale è quasi sempre il risultato di parole non ascoltate, non lette, ignorate.
Sciantal lo guarda singhiozzare come un bambino. Lo guarda diventare umano.
Io e Lepre assistiamo alla scena senza muoverci da dove eravamo.
I libri ora lo avvolgono come una fascia avvolge un neonato.
Spunta solo la testa, ed è ormai deformata dal dispiacere.
E poi finalmente sibila: Scusami. Ti prego, scusami.
Sciantal tentenna, io vado da lei.
Afferrandole un polso, le dico. Aspetta ancora un secondo. Un secondo.
Come mossa finale, la divina commedia, per mano all'avvelenata, scortati da un assassino e da un pescatore, arrivano alle sinapsi, colonizzano la materia grigia, suonano per cervello e cervelletto.
Si vede che lui muore dalla voglia di coprirsi la faccia dalla vergogna.

Puoi slegarlo, Sciantal.

Il tutto è durato non più di un'ora.
Lei si arrampica su quella montagna di carta, tira gli estremi dei chilometri di organza e merletti e in un attimo i campanellini cadono, rotolano a terra in una coreografia trionfale.
Io e Lepre la aiutiamo a scansare i libri ed infine, spossato, Campanellino crolla esausto.
Si è fatto un silenzio assordante.
La scena che si va a comporre è questa:
Sciantal è seduta a terra. Tra le sue braccia, disteso e senza un briciolo di forza, il suo assassino che si sente uno schifo e non fa alcun rumore se non respirare a fatica e chiedere Scusa, scusa, scusa.
Le parole per spiegarsi quello che ha fatto le ha trovate nelle storie degli altri, nell'arte che hanno creato.
La luce della finestra li illumina come un occhio di bue. Il resto è un buio bluastro.
Alcuni pezzi di organza sono caduti sulle spalle di lei, sulla sua nuvola di capelli, e ora creano un velo distratto.

La pietà di Sciantal D'Arco.

È inevitabile pensare a tutte noi, a tutte quelle che sono passate di qui con l'unico intento di riprendersi il tempo passato senza una dignità.
Questa storia la scriveremo su un quaderno, che andrà ad aggiungersi ai chili di carburante chiusi dentro al sacco per roghi, abbracciata ad Anna stella di periferia, rassicurata da una milonga.
Allo stesso modo in cui, in fogli ripiegati, c'è la storia mia e la storia di Lepre.

E dal profondo del nostro cuore rovente capimmo che, con la veste di legno che ci avevano forzato addosso, potevamo chiaramente bruciare il fuoco.

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