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Autore

Elena Tomaini

in archivio dal 09 mar 2011

10 novembre 1984, Rovigo - Italia

19 ottobre 2020 alle ore 17:07

Timema

Intro: L'esperanto è una lingua artificiale creata a fine 800. Il suo scopo era essere la seconda lingua di tutto il mondo, in modo che si potesse dialogare tra popoli senza fraintendimenti. "Timema" è una parola esperanta, vuol dire Spaventoso.

Il racconto

Stamattina c’è talmente tanto silenzio che i miei passi sulla neve mentre salgo verso la cima della collina sembrano l’unico rumore del mondo intero.
A volte premo il piede talmente forte da scansare la neve e vedere la terra, che altrimenti non vedrei mai.
Dovrebbe essere metà Settembre.
A due chilometri di distanza da dove sono io, è di guardia S., che indossa il costume cucito da un suo avo intrecciando pelle di bufalo e rami secchi. Fa davvero paura, tutti si complimentano con lui. Nessuno l’ha mai visto in faccia.
A quest’ora è tutto azzurrino, neve e cielo, e non sei tu che guardi le distese spoglie, sono loro che guardano te e ti chiedono se ce la farai anche stavolta a raggiungere il bosco.
Il costume che indosso io è pesantissimo. E’ tutto di pelliccia dal pelo lunghissimo e bianco, solo sulle mani e sui piedi mi hanno imposto di colorarlo di nero per rendermi distinguibile da tutto il paesaggio, così ho preso una bomboletta spray ed ho agito. Il pelo si è appiccicato formando un crostone e questo odore non se ne andrà mai. Dall’interno lo sento sempre benissimo, ma dicono che i fumi  che respiro mettano in moto il cervello e mi facciano rimanere sveglio fino alla fine del turno.
I buchi per gli occhi li ho più o meno all’altezza del collo di questo mostro che interpreto, e la mia testa serve solo per sorreggere la sua testa gigante che occhi non ha.  Nessuno ha mai visto in faccia nemmeno me.
In tutto siamo cinque. Facciamo lo stesso lavoro e nessuno ci conosce, ma siamo importantissimi.
Ci piazziamo ai confini della foresta e facciamo la guardia. Dalla mattina alla sera. Tutti i giorni.
E’ un’usanza antichissima. Dentro la maggior parte di questi costumi sono morte almeno 20 generazioni.
Non possiamo cambiarli perché, chi arriva, deve riconoscerci e pensare a noi come alle stesse immonde bestie immortali, vive e vegete anche cent’anni fa. Quelle delle quali ha parlato loro il nonno spaventato e il trisavolo prima di lui, mentre ancora sudava dalla paura.
I mostri che non muoiono non sanno di campo di margherite e, per attenerci alla vera verità delle nostre vite, questi costumi non sono mai stati lavati.
Una volta ho fatto un calcolo: lo sporco accumulato in centinaia di anni, aumenta il peso dei nostri costumi almeno del doppio. E penso a quelli che verranno, se saremo bravi a mantenere in piedi questo piccolo esercito, che per sostenere costume, strati di sudore, mari di goccioline di saliva e tappeti di capelli persi, dovranno trascinare i piedi.
Sarà un supplizio, ma pur sempre un onore.
Ogni tanto, attraverso gli alberi, sbuca della gente, che subito corre impazzita ad avvertire altra gente, la quale, impazzita, viene a darci la caccia.
Da quando faccio questo mestiere, dicono ne siano stati fucilati almeno dieci di Timema come me.
Di visitatori ne sono stati uccisi da noi almeno il doppio, per quello non vengono più.
Abbiamo un regolamento da seguire anche nelle aggressioni. Azzanniamo alla giugulare come fanno i leoni con le gazzelle, infieriamo con le lame che abbiamo nelle zampe.
I vestiti delle nostre vittime li indossiamo subito, appena le uccidiamo, sotto i costumi. Per avere un legame con qualcosa di umano ed aumentare l’odore pestilenziale che ci circonda con quello del sangue rappreso.
 
Saranno almeno 5 anni che nessuno oltrepassa il confine del bosco.
Venire fin qui è considerato troppo pericoloso perfino per i selfie, il che vuol dire allerta massima.
Siamo in completo isolamento, passiamo i turni guardando gli animali passare, le ombre cambiare, la neve accumularsi. Dal silenzio, sono riuscito a stilare un vocabolario dei fruscii.
Ogni tipo di suono si ricollega ad un preciso tipo di evento che sta per succedere.
So come le foglie sfregano tra loro quando sta per arrivare un temporale, la frequenza che hanno i rami quando i vari tipi di uccelli si posano su di loro, conosco il rumore di un orso che si gratta sulla corteccia, ho avuto il privilegio di campionare il distante rumore confuso di erba e rami secchi di una coppia che giocava a rincorrersi.
Tutte queste cose che si muovono, ti fanno capire quanto tu sia immobile, ed in un modo o nell’altro aumentano la tua voglia di sbranare chiunque valichi il confine.
Per rabbia e per invidia.
Un uccello che si muove tra le fronde in modo ordinario non stimola nessuna ghiandola, ma appena individuo uno battere d’ali più veloce e frenetico del solito, il surrene produce ventimilioni di litri di adrenalina.
Conosco i canti d’allarme di tutte le specie.
Molti animali hanno tonalità diverse per identificare un predatore d’aria da uno di terra.
Alcuni cantano per trarre in inganno i rivali.
In tutto questo tempo, per tenermi sveglio, ho iniziato a credere che tutti gli animali pensino alla mia salvaguardia. Che ogni allarme sia lanciato per avvertire me.
Il risultato è che ho sempre l’adrenalina a mille, i muscoli in tensione.
Di solito, i canti di allarme vengono preceduti da un attimo di quiete assoluta, per poi esplodere.
La quiete prima della tempesta.
Mi agita di più il silenzio che il grido in sé.
 
Oggi la calma mi gela il sangue. Non si muove una foglia. Mi aspetto che pure gli alberi, di qui a poco, imparino ad urlare per mettermi in salvo.
Sudo freddo. Non muovo nemmeno le gambe per non strofinarle.
Forse è stata una goccia del mio sudore, che dalla fronte è caduta sulla pelliccia, a fare un tonfo sufficiente per dare il via al delirio.
Esplode tutto.
Ogni singola specie lancia il suo grido all’unisono.
Il luogo più silenzioso del mondo si trasforma d’un tratto nel frastuono di tutte le metropolitane, di tutte le stazioni, di tutti gli aeroporti, di tutti gli zoo, di tutti i mattatoi.
Mi tappo le orecchie, chiudo gli occhi, sento scappare ogni senso di comprensione.
Percepisco l’aria spostata dalle ali degli uccelli che mi volano sopra la testa, così bassi da sembrare volermi toccare le spalle, volermi scuotere e portare via.
Non posso muovermi dal rumore, sento talmente tutto da non distinguere nulla.
Penso agli altri, spero stiano bene, spero riescano a muoversi ancora e credano che anche io riesca ancora a farlo. Che non vedano anni di aggressività rannicchiate dalla paura.
Non è durato molto, in realtà. 30-35 secondi e poi è cessato tutto.
Piano piano mi rendo conto di non aver perso nessuna funzione vitale.
Comincio a respirare e sento l’ossigeno. Muovo  un ginocchio e riconosco muscoli ed ossa. Abbasso la mano per sentire il familiare freddo della neve.
Aprire gli occhi mi fa paura.
Ancora devo mettere a fuoco, ma è chiaro che queste sono scarpe, che davanti a me c’è qualcuno.
Non è mai successo. Nessuno si è mai avvicinato così tanto, li abbiamo sempre uccisi prima. E’ questo a sconvolgermi.
In un attimo balzo all’indietro, sbatto contro un albero e guardo meglio.
In questi anni, l’unico rumore che è mancato e che sento fortemente adesso, l’unico grido di allarme che non ho mai udito, è stato il pulsare del mio cuore.
Davanti a me una donna sui 30 anni, immobile, con le mani sprofondate tasca ed un cappotto scuro che ne nasconde ogni forma.
Berretto giallo e capelli viola.
Ho visto tante cose orrende nella mia vita, tanti scempi, tanti crimini, tanti dileggi, ma quello che ora mi fa davvero paura, una paura folle, è questa donna che sorride.
Dice - E’ vero che voi uccidete tutto quello che vedete?
E’ difficile sentire dopo tanto tempo parole con una voce diversa dalla tua. E’ difficile perfino capirle.
Dopo tanto tempo sei convinto che tutto sia nuovo e straniero. Se riuscissi a guardarmi allo specchio, aggredirei anche me stesso nel tentativo di capirmi.
Le sono addosso in un attimo.
Le spingo le spalle a terra con le zampe anteriori, le avvicino il muso in modo che senta la mia puzza e inizio a piegare la testa per colpirla con le corna.
Dice –Senti-
Con i primi graffi sulle guance, dice –Mi fai provare il tuo costume?-
Se non avesse sfregato la fronte sul muso della mia maschera come un gatto, l’avrei sbranata. Fatta a pezzi. Sbrindellata per tutta la foresta.
Ma l’ha fatto, e la lascio libera di alzarsi, stando fermo, in piedi, a pochi passi da lei.
Quando si alza, sono paralizzato.
E’ ferita sulle guance e sul collo. Ha delle lesioni, ma non sembra perdere nemmeno un po’ di forze, come se la sua energia non fosse propriamente nel sangue.
Si toglie di dosso i fili d’erba, recupera il berretto che era schizzato via e si avvicina risistemandoselo in testa.
E dopo mi tocca.
Dopo che per almeno dieci anni a toccarmi era stato solo il materasso dove dormivo.
Dopo che mi ero dimenticato ci si potesse toccare.
- Ci dev’essere una zip da qualche parte.
Strati di lerciume, strati di tessuto, strati di sudore si frappongono tra il vero me e lei, ma quella mano comunque mi tocca gli organi, mi coccola i globuli rossi, mi devasta i filamenti di dna.
Il mio costume è chiuso dall’interno con diverse cinghie che me lo assicurano alla vita, ed io ne slaccio solo una, in modo da creare una fessura da dove può entrare.
Lei è dietro di me, e posso ben immaginare cosa sente.
Le fibbie di sostegno hanno ormai creato degli irrimediabili solchi sulla mia pelle, ma lei non si ritrae, ci passa le dita su e già come fossero sulle onde del mare. Sicuramente le sto lasciando nei polpastrelli uno strato di unto. Sicuramente sta scuotendo un equilibrio di storie che mi si è incollato addosso più del mio costume, se ne porta via dei pezzetti.
Chissà se mi vede in faccia.
Chissà se può dirmi come sono.
Ne sono terrorizzato. Sono terrorizzato dal fatto che possa vedere in me qualcosa di diverso oltre al mostro ammazzatutti che sono abituato ad essere.
Può, un’altra persona, dirti chi sei?
Può, perlomeno, suggerirtelo?
Non avrei mai dovuto permettere un tale avvicinamento. Da bestia selvatica, non avrei mai dovuto permetterlo.
Mettevo me in pericolo, mettevo la mia gente in pericolo. Sicuramente avrebbe sparso la voce e sarebbero arrivati turisti, turisti a frotte, convinti di poter fare di noi quello che volevano.
“Non sei così terribile. Non sei come la gente che c’è da me, ma non sei così terribile.”
Ride sottovoce e mi abbraccia.
Mi abbraccia.
Ma ci ho pensato dopo, dopo che l’ho spinta via ringhiando, che quello era un abbraccio.
Ci ho pensato davvero troppo tardi, quando la stavo rincorrendo furioso dentro la foresta da dov’era arrivata, che quella non era una morsa mortale.
Me ne sono reso conto mentre la volevo morta che volevo che restasse, che volevo lo ripetesse.
E lei è scomparsa tra i tronchi, tra l’ombra, tra il buio, sempre più piccola. E’ scomparso il suo cappello, sono scomparsi i suoi capelli viola.
La mia corsa furiosa, il mio inseguimento feroce, il mio non toccare nemmeno la terra da quanto veloce mi muovevo, si trasforma presto in un camminare lento, da investigatore, un trascinare di piedi, un solcare il terreno creando due binari.
Quando corri, corre tutto, tutte le forme, e non hai tempo per distinguerle, ma appena ti fermi si delineano, hanno di nuovo un contorno.
Al buio, le curve delle foglie diventano luminose di brina. Se lei fosse qui, nascosta da qualche parte, il suo sguardo acquoso avrebbe la stessa linea luminescente. Sono circondato da mille possibili occhi suoi, ma probabilmente nessuno dei due che ha perderebbe più tempo con me.
Non si era spaventata quando l’avevo aggredita appena incontrata, si era spaventata quando non l’avevo capita.
Avrei voluto chiamarla, inventarmi un nome, ma questi costumi hanno un sistema di canali sonori che trasforma ogni parola che diciamo in un terribile grugnito al di fuori.
Non conosco altro modo per esprimermi che il ringhio, non ho mai voluto imparare niente al di fuori della rabbia.
Sono abituato da anni a camminare con quest’armatura, ma mai come adesso, mai come adesso che ho un obiettivo diverso, che voglio addentrarmi in una nuova ricerca, mi appesantisce, mi intralcia.
Non valuto le grandezze  dei varchi tra gli arbusti, non valuto gli spuntoni, non valuto le spine. Spero ci pensino loro a strapparmi di dosso gli strati di questo ingombro, questa scelta di vita sbagliata.
Al costo di ferirmi, voglio tornare umano.
In linea retta, le mie corna si impigliano sulle edere e le strappano.
Ho studiato tutto di questi alberi, ogni suono e brusio, ma se ora guardo in alto, vedo chiaramente loro studiare attentamente me. Il silenzio è quello che si può trovare in un’aula di tribunale.
Ed io mi studio con loro.
In questa desolazione, in un bosco che ho guardato sempre da fuori e che ora percorro dall’interno, mi rendo conto di non conoscere affatto ciò dal quale difendo il villaggio da sempre.
Nessuno mi ha mai realmente spiegato il significato dei canti di allarme. Ho solo supposto, me lo sono inventato. Mi sono inventato la lingua di tutti per far sì di capire sempre lo stesso messaggio: Stai all’erta, stai all’erta, stai all’erta.
La verità è che quando esci da un ruolo inizi a chiederti se davvero vuoi interpretarlo.
Quello di cui mi rendo conto, mentre ortiche e rampicanti si accumulano su se stesse e mi rallentano, è che ho creduto ad alcune verità solo perché facevano rumore.
Lavorare per loro mi faceva sentire un eroe, finchè sono arrivati dei capelli viola a farmi considerare tangibilmente la possibilità di rimettere tutto in discussione.
Ciò che io consideravo disdicevole, mi è entrato dentro, tessendomi con mano una miriade di ricordi bellissimi che avevo sempre perso tempo a non volere.
Rami giovani di castagno richiamano la mano di robuste felci azzurrognole, diramate serpentarie saldano il patto con un preistorico equiseto intorno alle mie ginocchia.
Il problema è che abbiamo perso il significato di alcuni gesti, il problema è che li abbiamo esclusi dal nostro lessico per essere più forti.
Non la troverò più, non tornerà più, ed io sono praticamente fermo, intrappolato in una ragnatela verde che fa da costume al mio costume.
E’ lo stesso confine che abbiamo tracciato che ora mi limita.
La mia gente non l’ha fissato per un conosciuto pericolo, l’ha costruito per sentirsi unica. Speciale.
L’abbiamo costruito per auto-proclamarci élite.
Consapevoli di non avere niente di invidiabile da rubare, siamo stati capaci di dare un valore inestimabile al nostro stesso nulla.
Di difenderlo dagli altri che, probabilmente, avrebbero davvero potuto arricchirci.
 
Non ho intenzione di divincolarmi da questa rete di parietaria e rampicanti impazienti, non ho intenzione di tornare indietro.
Il caprifoglio cresce in fretta, mi orna il collo di cappi e corone.
Arriverà la brina ed io sarò pieno di foglie dalle curve luminose.
Se lei tornerà, confonderà i miei occhi con qualcosa di realmente buono.
 

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