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Racconti di Emanuela Lazzaro

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  • 18 luglio alle ore 23:22
    Il sonno di un bambino

    Come comincia: I
    La pioggia scende lieve e silenziosa come una manna da un cielo sempre più strano ed irriga la terra assetata da troppi giorni. Sono già le sei del mattino e nonostante il tempo uggioso, dalle persiane riescono a filtrare alcuni sprazzi del nuovo giorno che mi inducono ad aprire di malavoglia la luce e seduta sul letto, resto in ascolto: in corridoio regna il silenzio, nessun movimento viene dalla tua camera, solo il ticchettare sommesso della tua sveglia smorza un po’ l’afa che sopprime le mie sicurezze.
    Decido quindi di alzarmi e prendo la vestaglia, rivolgo però prima l’orecchio alla strada con un groppo in gola: un’auto rallenta sulla curva di casa nostra e penso: tra un po’ si aprirà il cancello e tu rientrerai a casa finalmente con passo furtivo e consapevole del tuo ingiustificato ritardo mentre io sarò qui ad aspettarti immobile e sorridente, a braccia conserte, come spesso ho fatto negli ultimi anni.
    No… L’auto prosegue e quindi l’attesa continua a crescere.  Vado a piedi nudi in bagno e mi appoggio un po’ alla finestra guardando fuori: con le dita mi strofino gli occhi pesanti, colpiti dalla forza della luce mentre un mix di pensieri ed emozioni si accavallano nei minuti monotoni che seguono.
    A colazione stavolta dovremo stabilire delle regole ma ora dove sei tesoro mio? D’impulso torno in camera e prendo il cellulare per controllare le chiamate: nulla, assolutamente niente da ieri sera, né un sms, né uno squillo a vuoto per avvertirmi che stai tornando, torna il silenzio ed in mezzo odo solo un gocciolare piano dalle grondaie…
    Ieri sera, prima di uscire, mi avevi abbracciato teneramente rassicurandomi: “Mamma, tranquilla, torno presto, non faccio come lo scorso sabato, vado solo a farmi un giro con Diego giù a Lignano…Ok?”. Ed io naturalmente ti avevo creduto perché avevi uno sguardo così ingenuo che ti illuminava tutto, entrambi avevate due visi da ragazzini, tu e Diego ed ogni fine settimana li passate sempre assieme come Cip e Ciop nei film della Disney... Tu, la morosa, non te la sei mai voluta trovare, anche perché Lei sarebbe solo un optional per te!  Eppure, con i tuoi occhi blu mare, mi pareva impossibile dirti qualcosa….
    “Va bene, non bere troppo, che poi se ti fanno la prova, devi chiamare papà per farti venire a prendere! E tu sai come è fatto lui quando si arrabbia…” E tu girandoti, mi sorridevi spazientito: “Mamma per favore……”.
    Da sotto le nuvole dense Il sole fa brevemente capolino, finalmente ha smesso di piovere così potrò uscire per stendere ad asciugare le tue camice dopo un intero giorno di pioggia.  Scendo quindi in cucina, alzo le persiane e vedo la pioggia brillare sull’erba. Che domenica sarà oggi!
    Eppure, dentro di me non riesco a non sentirmi un po’ inquieta dal momento che né tu né tuo padre siete ancora tornati a casa. Sì, è vero, non sono sempre stata una madre modello; quando eri piccolo, a pranzo a volte dovevi mangiare dai nonni o alla mensa della scuola perché io dovevo restare in studio fino a tardi; talvolta ricevo i clienti anche alle otto di sera perché è più facile che vengano sul tardi, dopo il lavoro.
    Sospiro mentre inizio a cucinare, non è facile gestire una famiglia ed una partita iva…. E forse sedendoci ad un tavolo potremmo parlare un po’di più e magari uscire tutti insieme il prossimo finesettimana.
    Finora non sono mai riuscita a capire ciò che ti passa per la testa, eppure io ci sono sempre e tu lo sai che puoi contare su di me ogni volta che hai bisogno di qualcosa così come sai che certi comportamenti mi fanno davvero male. Perché allora non vuoi capire che se ti dico di tornare a casa ad un certo orario, non devi fare invece di testa tua?
    Tendo di nuovo l’orecchio alla strada: no, sono sempre le solite auto che passano e che rallentano sul bagnato. Quest’attesa è veramente snervante tanto da dolermi il capo e non riesco a non sentirmi tentata dal telefonarti anche se poi potrei sembrarti la solita bacchettona come dice a volte Diego e sarebbe difficile anche solo chiederti dove sei…. Vado all’ingresso con il cuore diviso tra il mal di testa e la speranza che presto potrebbe tramutarsi in rabbia se non arrivi. Comunque, stavolta non mi sfuggi!
    Sul lavello tintinnano ogni tanto delle piccole gocce quasi a volere scandire l’impazienza che fa tremare le mie gambe. No, non sono propriamente una roccia, sono le nove e mezza e adesso sono sola con la mia paura. Prendo d’istinto il cellulare e compongo di fretta il tuo numero ma niente squilla invano e la chiamata infine viene inoltrata alla segreteria: irreperibile! Guardo il davanti a me il crocifisso: Gesù proteggi il mio ragazzo!
    II
    “Signora V. venga di là per favore! È da sola? Forse è meglio che aspettiamo che arrivi suo marito…… mi dispiace ...”
    Il medico del pronto soccorso mi porta in una stanzetta e mi tende educatamente la mano invitandomi a sedere su una seggiola davanti alla sua scrivania. “Guardi, abbiamo fatto davvero tutto il possibile ma quando è arrivato in ospedale, non c’era più niente da fare e il suo cuore si è fermato poco dopo, non ha mai ripreso conoscenza…”.
    Le sue parole mi attraversano la mente, le ho sentite ma non capisco cosa mi vogliano dire e non riesco a trattenerle nella mente; sono seduta con le gambe che mi sembrano due pezzi di legno e mentre seguo il movimento delle labbra di questa persona, penso che stia parlando con qualcun altro.
    Forse sono diventata sorda o pazza. Bussano alla porta, è Diego ed ha gli occhi sotto i piedi ma non cerca di nasconderli con le mani. Chiedo ai presenti: “Perché siete tutti qua vicino a me? Che succede? Che cosa volete? Dov’è mio figlio?”.
    Dentro mi sento ormai un leone in gabbia e avrei così tante parole da far uscire dalla bocca che mi sento sazia ancor prima di iniziare. Eppure, sento, anche, come se mi avessero annodato in gola in un groviglio le corde vocali.
    Il medico davanti me mi guarda in maniera strana e da dietro la scrivania poggia la mano vicino al telefono in attesa. Fuori nel frattempo splende sempre più il sole e si rafforza l’idea in me che sarà una bella giornata.
    “Ha bisogno di qualcosa signora? Vuole un tè prima di andare di là…?” Accenna con gli occhi fuori dalla porta, quasi per accompagnarmi ma dove non ho ancora capito. Diego intanto è rimasto vicino alla porta, mi sembra che voglia uscire da lì prima possibile ma non ne sono sicura perché non ha mai alzato gli occhi finora. Mi alzo allora io come se il mio corpo reagisse automaticamente e seguo fuori il medico che mi prende di nuovo la mano. È davvero una persona gentile! Mi porta in un’altra stanza, sono solo pochi passi fino in fondo al corridoio e noto che la porta è socchiusa.
    Entriamo entrambi piano e mi sento di nuovo la mamma che entra di soppiatto in camera del figlio per vedere se dorme già.
    “No, non ho bisogno di nulla.” Rispondo guardando ingenuamente il mio interlocutore in camice verde. E di che cosa dovrei avere bisogno? Boh…
    “Bene, allora, la lascio un po’ da sola qui c’è una sedia e fuori c’è un’infermiera se ha bisogno di qualunque cosa”.
    Spalanco gli occhi guardando davanti a me: mi trovo in una camera tutta bianca, pulita ma intrisa di uno strano odore, c’è un letto e sotto il lenzuolo, scorgo un viso addormentato. Mi lascio cadere sulla sedia che del resto è proprio accanto al letto.
    “Grazie dottore...” dico tra me dopo che è già uscito il medico mentre mi sale un gemito. È mio figlio? Non è possibile: quel viso, la fronte rugata, sembra solo addormentato; da seduta allungo la mano e scosto dai suoi capelli, degli aghi di pino che chissà come gli si sono impigliati, anzi alcuni si sono impasticciati formando dei grumi rossi appiccicaticci.
    Si è Mio Figlio. Presa dall’impeto, t’ho abbracciato e ti ho stretto così tanto a me, ti ho cullato come quando eri solo un bambino. Sento freddo ora in questa stanza anche se fuori è una bella domenica d’estate: davvero non c'è altro che un dannato freddo silenzio.

  • 18 settembre 2006
    Mai più!

    Come comincia: Coi capelli morbidi e fluenti come le spighe di grano e bagnati dal sole pacato del mattino, intrecci brevi illusioni che scivolano poi nell’arido meriggio di scirocco. Tra la voce e lo sguardo, solitario anelito del passato sceglie la pena: l’ingenua verità di poche parole, il timore e l’ansia di una tiepida carezza, foto antiche bruciate nel vuoto di un posacenere. E precipiti nel tuo inferno. Sì, ho sbagliato ma ora dimmi perché? Cosa hanno fatto le tue mani? Le ombre bussano già alla finestra della tua anima, lievi frusci tra le foglie. Non li senti? Non chiederti del futuro, rispondi al tuo presente, non fuggire giacché anche il sorgo selvatico spesso sa amare.

    Scrivo due parole che cancello con le lacrime:  se potessi dimenticare... Manuela con voce pietosa al telefono spazzava via ogni speranza: "Forse ora Lui ha un'altra... non era destino, sai... "Ma quale è il destino quello che si cerca o quello che si costruisce giorno dopo giorno? Ritornando al passato, cosa cambierei? Cosa non rifarei? Forse tutto, lo so, forse sarebbe lo stesso così il presente, chissà.... Il pensiero sprofonda nel golfo, sotto poche nuvole in queste ore prima del tramonto; tira un po' di bora che scompone la durezza dell'orgoglio. Fra due settimane, solo due settimane il passato sarà passato come un temporale che scarica la sua forza  in quella mezz'ora e poi passa. I Ricordi sono andati, due anni sono perduti ed io? Io sono uno stelo che segue il respiro di Dio e vivo di ciò che scrivo.

     

  • 12 dicembre 2005
    Gli amanti imperfetti

    Come comincia: Le due di notte. Il silenzio è piombato sui nostri corpi accesi, fasciati un po’ solo dall’appiccicoso lenzuolo di cotone bianco. Che splendida serata! La cena al club, al lume di candela, un salottino in cuoio rosso scuro, così invitante… ed ora, io e te, qui, insieme, stretti sul tuo letto ad una piazza e mezza, liberi di toccarci, baciarci, avvinghiarci in abbracci e giochi multiformi. Liberi sì, ma col peso dei casini quotidiani che rallentano la nostra voglia di sperimentare nuovi appetiti, nuove provocazioni.

     


    La porta finestra è aperta: assieme all’afa, entra un debole raggio di luna, che s’illude di illuminare le inquiete sensazioni che si aggrovigliano nelle nostre menti; fuori in giardino, il frinire pacato delle cicale si mescola al rombo delle auto che passano di tanto in tanto per la strada. Con una mano sento il cuore, cieco nella sua corsa. Le due di notte: già, è facile ascoltare il nostro respiro irregolare che vaga distratto dalle reciproche carezze che spendiamo tentando di carpirci desideri impronunciabili. Brevi, semplici parole, tra noi, formule rituali che celano un timore, “ansia da prestazione” dicono gli psicologi, chissà, ...


    Io e te: il tuo corpo comodamente adagiato sopra il mio, gli occhi esplodono in baci folli, ripetuti; le mani, le gambe si cercano e si lasciano, si perdono nel piacere profondo. Le labbra turgide inseguono il tuo odore dietro il collo, sulle spalle, poi giù, sempre più…Gli sguardi amano fissarsi un po’ per trovare conferme. Entrare ed uscire da me: un brivido di irrinunciabili secondi, che sale al cervello confondendo l’essere tra cielo e terra. Le due e mezzo di notte: sì morire d’un amplesso che pare insaziabile, non la ragione, solo l’istinto governa attimi eterni. Notte di fine agosto, è il tempo per un’anima anelante, che ha trovato infine se stessa e che ha in disprezzo la luce del nuovo giorno.


    Le tre di notte. “Ehi, stai bene piccola?” Nella penombra, due occhi vivaci scrutano ansiosi una mia risposta.  Con le dita, scosto placidamente un biondo ricciolo ribelle dal tuo viso. Che dirti adesso? “ Sì certo, grazie, Luca.” Ma la mente va oltre: tra i ricordi, in fondo ai pensieri, forse no, forse m’è indifferente sapere, forse non ho ricevuto da te ciò che in quei momenti ignoravo di volere. Appoggio il volto contro il tuo petto, ancora intriso d’acqua di colonia: la pace che m’infonde il tuo affetto monopolizza il mio corpo, si scioglie nel sapore inebriante ed esclusivo della tua morbida pelle. La tua voce scherzosa mi sussurra infine all’orecchio: “Ti va di farlo ancora?” Sì il tuo desiderio mi ha contagiato, m’induce ad osare un’altra volta.


    Lontano, sul marciapiede che cinge la strada, odo uno scalpicciare furtivo di ragazzi, i vicini probabilmente, leggeri ritornano da una festa, magari in riva la mare. Ricordo il nostro primo incontro mentre le palpebre socchiuse attendono che tu con arte lavori la mia essenza primordiale: era un mattino nuvoloso di primavera, sul mare spirava una debole bora che asciugava le fatiche, le delusioni non ancora sopite. Io vittima dei fumi dell’alcol al party in barca della sera prima, ero scesa sul piccolo molo che affiancava il Castello di Miramare, per fumarmi una sigaretta. Ero sfatta, vestita da cocktail, mi reggevo a fatica su tacchi vertiginosi, ma ho iniziato comunque a camminare. Tu eri là, seduto al limitare della banchina grigiastra e riprendevi fiato dopo un’estenuante corsa. “Ciao,…”Con un ingenuo sorriso mi hai salutato mentre ti passavo a fianco. Non so, forse temevo di avere delle allucinazioni da ebbrezza reiterata, non mi sembravi vero, non alle sei del mattino. In seguito mi hai confessato con molta tranquillità, “Non sai quanto sono stato felice di aver percorso circa cinque chilometri a piedi come quel sabato, perché ho avuto la possibilità di conoscere te, di deliziarmi della compagnia d’un angelo che da allora non ha più lasciato i miei occhi”. Eh, sì quanto tempo è trascorso…


    Ed ora noi due: non lo so, ma d’impulso, la bocca si apre per dirti: “Ti amo”, forse sbaglio, non conosco le mie emozioni, ma attendo una replica; la tua mano così scivola voluttuosa a disegnare la forma d’un efebico seno, e poi giù, sul ventre piatto, caldo,… Sentire, guardare, toccare, annusare, gustare: tutto in pochi minuti che fuggono veloci come ladri che credono di aver compiuto il colpo più importante della loro vita. Sì ma dopo? Nulla, il vuoto del cuore, una parola, una carezza si riversano in una serie abituale di gesti, di prassi poco esuberanti. Sesso, che significa fare sesso? Che succede poi,… dopo il piacere? Può darsi che sia venuto il momento di scoprirlo…


    Le cinque di mattina. L’alba è ormai prossima, si è levata una flebile brezza che spinge le candide tende ad ondeggiare qua e là, quasi a voler svelare una piccola passione. Un gabbiano grida il suo buongiorno al cielo che piano si terge dal suo sonno, alla città restia a rinnovati rigogli di vita. Peccato, solo qualche ora ancora e poi ci lasceremo, ognuno di nuovo calato nelle frenesie settimanali. Che stress, l’agenda oggi è proprio fitta d’appuntamenti: lavoro, corsi d’aggiornamento (caspita,devo uscire prima dall’ufficio perché alle sei devo essere a lingue,…), cena coi colleghi e poi… Ti sfioro delicatamente una guancia mentre fingi malamente di dormire: chissà se stasera ci rivedremo? Con un breve movimento, ti ridesti (scusa se ti ho disturbato!), sorridi, negli occhi ingenui e stanchi, l’Oceano che amo, così calmo, così blu infinito, mi bisbiglia: “Che c’è, Amore?” “Nulla” dovrei risponderti, nulla per non gettare al vento questo sentimento, ma… ho i miei dubbi da scoprire. Abbracciati l’uno all’altra, sembriamo due cuccioli in cerca di sicurezza per le nostre paure: è l’amore che ci pervade?


    “Luca, posso chiederti una cosa? A volte durante i nostri rapporti, ti osservo e penso: che stai provando? In altre parole, quando mi tocchi, quando facciamo sesso, quali sono le tue sensazioni? Eccitazione, desiderio,… ma poi che altro?”Domande, incertezze amletiche alle cinque e mezzo del mattino, dopo un’intera nottata in preda ai nostri istinti, risposte,… Già con lo sguardo tenero e le labbra lievemente dischiuse cerchi di insinuarti nei miei pensieri:” Non capisco che vuoi dire, Amore, “ le tue parole si accompagnano a confortevoli coccole mentre le tue gambe giocano dispettose con le mie” ciò che provo, beh… lo vedi, vedi ciò che sento, cioè…Oddio ma che domande mi fai a quest’ ora?” Fallimento totale: che stupida! Forse dovrei ignorare i miei interrogativi, continuare a vivere senza sapere, forse veramente non c’è differenza tra le due dimensioni,… No, io non mi arrendo! Mi stendo quindi su un fianco rovesciandoti supino, quasi al bordo del letto, accarezzo il tuo petto glabro, liscio, ti piace,… Sì, godono i tuoi sensi percependo il mio respiro su di te, sentendo le mie dita… “Vedi Amore io vorrei soltanto capire che ti passa per la testa, quel di più che il tuo corpo mi da, magari involontariamente, non so… Io vorrei comprenderti istante dopo istante, anche adesso che stiamo uno con l’altra.”. Tra imbarazzo che vorresti nascondere sprofondando nel soffice cuscino e passione che lasci trasparire guardandomi e schivandomi alternativamente con falsa ingenuità, sento il tuo cuore prigioniero di un’allegra confusione di battiti col sangue che vorrebbe schizzare volentieri fuori da ogni parte. Dubbi, soluzioni,… La tua bocca tuttavia d’un tratto dipinge una smorfia, mi osservi curioso, vorresti capire il significato delle mie parole, mi sorridi, ancora, ma diffidente: a che pensi?


    Le sei del mattino. L’Aurora dalle bianche mani ci accoglie quieta donandoci sensazioni di pace e freschezza mentre sulle strade cominciano a riversarsi i primi lavoratori, ancora piuttosto assonnati; la città fatica a riprendersi dall’ultimo fine settimana, caldo umido. E’ l’estate che pigramente si trascina e che non vuole cedere all’Autunno già alle porte; ieri le previsioni meteo annunciavano pioggia durante la settimana, pazienza,… “Allora, non mi rispondi? Devo suggerti io le parole? Non capisci? Io devo sapere… io non posso rimanere col sospetto che tu non provi, non comprenda le mie esigenze, le inquietudini,…” Sì, lo so sono crudele ora nei tuoi confronti: sei stanco,…


    In fondo è una domanda quasi banale la mia, a cui forse hai già risposto, involontariamente, coi tuoi gesti, questa notte che è appena trascorsa, ma tu troppo spesso sei avaro, una carezza al posto d’una frase, no io voglio scoprire che cosa si cela dietro a tutto ciò che abbiamo vissuto fino adesso. Parla dunque! “Scusa, tesoro, ma non so se ti sei accorta: sono le sei e mezzo del mattino, non ho dormito manco un minuto in tutto questo tempo, per soddisfare adeguatamente i tuoi bisogni e tu, che fai? Ti metti a fare della filosofia del sesso a letto! Ma che t’è preso tutta ad un tratto, eh? Vuoi una risposta? Aspetta, vado di là nello studio e consulto un po’ di libri …. Va beh, mi è passata la voglia di dormire oramai, mi alzo!”. Ti sollevi, lasciando cadere da un lato il lenzuolo,  da seduto, mi dai le spalle, poco abbronzate, emettendo un lungo sospiro: “Scusa non volevo essere duro con te poco fa, ma a volte sei veramente pazzesca con le tue idee, i tuoi discorsi incomprensibili!Io vorrei rispondere a tutte le tue domande ma…. Non ti capisco,… E poi ho sonno,…”. Filosofia, sì, per te la filosofia e la psicologia sono la stessa cosa, passatempo, cibo, nient’altro. Ti ho costretto ad arrabbiarti: di solito tu sei la pazienza fatta persona, mitighi con il tuo dolce sorriso ogni mio nervoso, le battute velenose. Neppure io pensavo che avresti reagito così. “Ti chiedo scusa anch’io, scricciolo, ho esagerato prima; non m’interessa il lato pratico dei nostri rapporti, la mia domanda era semmai più interiore ma è meglio lasciar stare, hai ragione sono domande assurde queste.”. Mi alzo, ti abbraccio delicatamente e baciandoti su una spalla: so che è solo un momentaneo scatto d’ira, so che è già svanito come la rugiada asciugata  dal tiepido sole.