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in archivio dal 09 ott 2006

Erika Catalano

16 giugno 1976, Palermo
Segni particolari: Nessuno
Mi descrivo così: "E non era una stupida, sapeva quel che voleva - solamente voleva delle cose impossibili." C. Pavese
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  • 09 gennaio 2007
    Castelli di sale

    E' lieve perdersi.
    Passo dopo passo
    scordare se stessi.
    Sepolti da desideri spenti
    in grovigli di incertezze.
    Ho camminato in sentieri circolari di perfetta apparenza,
    tracciati da mani astute.

     

    Il grigiore dell'eterno cammino,come piombo,
    nelle ossa si è infiltrato.
    E' divenuto cancro silente.
    Memoria senza voce che reclama il suo pegno.

     

    Chiusa dentro un castello di sale,
    chiesi comprensione per non dichiarare sconfitta.
    Comprensione per chi nulla comprende,
    se non se stesso come amico e compagno.
    Mai respirai sentieri di vita,
    e l'amore è landa sperduta,
    in cui mai vagai per sciocca viltà.

     
  • 05 gennaio 2007
    Malinconia

    Ho ascoltato in silenzio.
    Chiuso porte e finestre, disfatto letti.
    Ho preparato la valigia
    per un nuovo inizio,
    senza sconfitta.
    Ho lasciato un guscio vuoto,
    così mi appare questa casa.
    Senza la storia delle finestre,
    senza vite da inventarsi.
    Ho rispolverato la malinconia, per un attimo riposta,
    scordata in un angolo.
    Ho aperto gli occhi, per un nuovo viaggio,
    per una nuova strada.
    Domani, madonna tristezza
    accompagnerà i miei passi.
    Sarà lieve ritrovarsi.

    Ho chiuso porte e finestre.

     
  • 05 gennaio 2007
    Volo

    L’ebbrezza del volo.
    Aria che sfiora il corpo e l'avvolge
    abbandonandolo al cielo.
    Aria che entra nei polmoni,
    si fa respiro e
    risonanza di mondo.

    Volo a pieno cielo,plano sulle onde del mare,
    IO,figlio del sole e del sale.
    Nelle mie vene solo acqua di mare.
    Di natura ibrida,ti dirò:
    mezz’uomo a levante, come sole che sorge,
    e che ogni dì, come si conviene,
    il suo tramonto con dolore aspetta
    in un bagno di mare che può farti affogare.

    Muro del suono infrango!
    Sulle mie nuvole, che di tempesta velano l'azzurro, ballo.
    Volo libero nel vento e di vento son fatto.
    Gioco di mistero,
    plano calibrando su nel cielo:
    di petto sfrego fronde e figli del mondo di terra,
    a cui non appartengo... esiliato da me stesso,
    spesso carceriere astuto..

    Ibrido e bastardo,
    senza casa questo volo:
    costante ricerca di una natura
    che non accetta vita con controfigura.
    Gioco di mistero, ribadirò!
    Le mie ali,non ti offro da guardare.
    Sappile trovare...
    Comincia con me a giocare,
    sulla mia fune!
    A danzare!
    Comincia a volare!

    Senza tempo è il mio volo.
    Non c’è tempo nel mio cielo,
    che non ha anni e anni ha perso.
    Tutto relativo, sì,
    anche questo corpo:
    involucro instabile,
    confine dell’immenso che si espande!
    Ahimé!
    Ingannevole giullare di sé,
    che appare e scompare,
    (ed ogni tanto)
    nelle notti di alta marea,
    viene a bussare.
    Me stesso è un gran segreto da svelare.
    Il cielo è da esplorare, ohibò,
    ed il mio volo ad equatore può portare.
    Migrazione incerta, lascia stare,
    non mi accompagnare.
    Fatti spettatore quieto,
    ovattato dalla tua certezza.
    Ai luoghi e confini dall’uomo tracciati
    e ai tanti nomi musicati,
    io fuggo e sfuggo.
    Solo un angolo di cielo voglio trovare.
    In questo lungo cercare me stesso che da sé vuol scappare.

     
  • 05 gennaio 2007
    Nel vento

    Nel vento
    troverai ciò che ho detto.


    Ascolta.


    Vi ho lasciato il mio canto,
    in un ora di pianto.


    Ascolta.


    Mi faccio lacrima per i tuoi occhi,
    dolore per il tuo cuore.


    Ascolta,
    anche le lacrime hanno suono e son voce.
    In quelle rinascerò;
    per sfiorare il solco dei tuoi occhi,
    infiltrarmi in ogni ruga.
    Mi farò tormento quieto
    in ogni angolo del tuo cuore.
    Mi farò vendetta lieve
    nel scivolare sulla tua guancia.
    Sarò pupilla che mai più mi vedrà.

    Sarò con te,
    nella tua mente.
    iIn ogni corpo che avrai.
    In ogni parola d'amore che sentirai.
    Diverrò lieve e persistente. Come memoria che mai tace.

     
  • 24 ottobre 2006
    Odo il nulla

    Odo il nulla,
    che stanco avanza.
    Affamato arranca:
    in cerca di voci,
    suoni.
    Luce.
    Odo il nulla.
    Di giorni stanchi.
    Trattenuti a stento,che,
    come sabbia disperdo al vento.
    Odo il nulla.
    Affamato alla mia tavola.
    A reclamare.
    Spazientito.
    Infastidito da tanto frastuono.

     
  • 09 ottobre 2006
    Il mare è madre

    Il mare è madre
    (tra le mie braccia ti cullai)

    Di onda in onda venni a riva,
    figlia di spuma inquieta
    e inquietudine mi accompagna in ogni strada.

    Ahimè natura ingrata,
    che mi vesti di umana parvenza.
    Perversione che perpetri nei miei giorni privi di branchie.

    Il mare mi è madre
    (tra le mie braccia ti cullai)

    Grembo ovattato che mai scordo
    tra questi cumuli di cemento,
    asfissia per l’anima.
    Agonia di non respiro,
    gabbie vischiose
    di soffocanti silenzi.

    Il mare fu madre.
    (non mi scordare)

    Tra questo baratro che ci divide,
    di queste onde che incrementano distanze.

    Chiudo gli occhi.

    (Ascolta il mio canto
    nenia che ti culla.
    Placenta che ti avvolge e protegge.
    Nutrimento per le tue urla
    che mai sento affievolire.
    Io ti son madre,
    figlia persa in anfratti di cemento
    che edifichi con puntigliosa costanza,
    in un periplo immaginario
    che non ha mai sosta.)

    Il mare mi è madre.
    Non lo scordare.
    Del mare ho quiete e potenza che tutto distrugge,
    in questi giorni di equilibrista,
    mia condanna terrena.
    Il mare mi è madre,
    non lo scordare.
    Seme di vento in grembo di mare.
    Natura incerta.
    Il mare mi è madre.
    Non lo scordare.

     
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  • 22 dicembre 2006
    Fiamma

    Come comincia: Le era bastato uno sguardo.
    Così le aveva detto sua madre.
    Uno sguardo. Due occhi neri.
    Tra sangue e placenta.
    Uno sguardo per comprendere che lei non era...
    Si erano guardate.
    Occhi azzuri.
    Occhi neri.
    Diverse.
    Guardava il mondo dai suoi occhi neri. Quelli del padre, dicevano. Gli altri.
    Non sua madre. Per lei, era morto. Un giorno come tanti.
    Stessi tratti. Stesse labbra.
    Denti bianchi.
    Canini aguzzi per prendere il mondo a morsi.
    Con la rabbia sempre pronta ad esplodere. Cresciuta a dismisura giorno dopo giorno.
    Non vuole amore.
    Non vuole amare.
    Occhi neri per scrutare il mondo.
    Non ha mai avuto troppo tempo e troppa voglia di esser donna.
    Bella, sì. Di una bellezza per pochi.
    Per quelli che sanno guardare dentro gli occhi.
    Non è mai stata come loro. Sua madre l'aveva capito subito. Da quel primo sguardo.
    Occhi neri.
    Occhi azzurri.
    A volte ne aveva sofferto. Quando il respiro le si fermava nel petto come macigno. Allora stringeva i pugni e si chiedeva perché. Sempre le stesse domande.
    Dopotutto, la vacuità non era meglio di questa fiamma che le ardeva dentro?
    Assorbiva il mondo, goccia dopo goccia. Senza pelle che attutisse le emozioni e a volte era dolore puro.
    Dicevano che era identica a lui. A suo padre. In quello sguardo che entrava dentro senza chiedere permesso.
    Amava. Di un amore che non tutti possono compendere.
    Amava, ma doveva essere libera. Aveva fame di vita.
    L'inquietudine la rosicchiava giorno dopo giorno.
    Il desiderio di troppa vita.
    Non poteva comprendere.
    Stessi errori. Stessi sogni infranti.
    E allora era fuggita da lui.
    Da lui che amava in stanze di nostalgia. Insonorizzate. Dove piangere lasciando fuori l'eco del mondo.
    Lui era lì. Diviso in quelle stanze.
    Ma l'amore non è tutto. Diceva.
    Non è solo cuore che batte.
    Ma perchè questo muro che entrambi alzavano?
    Pensava che A sta bene con B. Le parole si fondono e confondono in stani giochi...
    Le loro parole non avevano armonia.
    Divenivano solo lame taglienti che sfregiano giorni. Quel ti amo non consolava ma ardeva in gola...
    Un muro.
    Quel ti amo non li avvicinava mai. Così diceva.
    Quei giorni ardevano vivi.
    Come fiamma.
    Il suo destino nel nome.
    Fuoco che arde.Così diceva sua madre.
    Fiamma.
    Occhi neri per guardare il mondo.
    Denti aguzzi per mangiarlo a morsi. Avidamente. Ingordamente.
    Ogni uomo bruciato in fretta.
    Mani, visi e corpi che si confondono.
    Orgasmi che non saziano la sete d'amore.
    La sete di lui.
    Solo lui ama in ricordi che non vanno via. Alimentati come fiamma.
    Colorati di poesia.
    Dice che ci sono stanze chiuse. Quelle non vuole aprirle. Ha chiuso la porta a triplice mandata.
    Quelle non vuole aprirle. Perchè colorerebbero questo insensato amore di reale.
    Toglierebbero il velo di poesia che la spinge a dirgli ancora ti amo.
    Stanze intrise di lacrime.
    Incomprensioni.
    Urla.
    Lividi.
    Di pelle.
    Del cuore.
    Dell'anima.
    Cicatrici che tiene nascoste.
    Mette chilometri tra loro... Ma lui è lì.
    In ogni pagina.
    In ogni parola.
    Fiamma che arde.
    Il suo destino nel suo nome.
    Occhi neri, per scrutarlo...
    Psichedelia del colore. Tante. Per soffocare la vita che aveva dentro. La vita che straripava come fiume in piena.
    Nessuno comprendeva. Solo sua madre.
    Stesso dolore.
    Diverse.
    Stesso dolore. Stessi occhi.
    L'assenza. A questo non avrebbe mai familiarizzato.
    Chi l'ha detto che il mare non si può infiammare?
    Lei aveva le onde più alte nel cuore.
    Non conosceva bonaccia e quieti sciabordii.
    Quelle onde che si infrangevano bagnandole il viso le ricordavano la vita che non ha confini. La rimettevano in pace col mondo dandole la dimensione della realtà.
    Lei e sua madre. Diverse.
    Entrambe figlie del mare.
    In quelle onde affondava il suo dolore ardendo sempre di più.
    Affondava lui, ancorandolo al fondale.
    Affondava lui che non comprendeva.
    Quest'amore che non spiegava. Fatto di carnale passione.
    Affondava i suoi uomini, corpi da usare per saziare la fame d'amore.
    Non è una lacrima.
    E' acqua di mare.
    Possente.
    Salata.
    Sacra.
    Così aveva scritto qualcuno...