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Autore

Eva Laudace

in archivio dal 02 nov 2010

25 maggio 1983, Vasto - Italia

segni particolari:
Eva Laudace crede nelle persone che hanno il coraggio di dare un nome alle cose e, per questa ragione, usa un quasi pseudonimo.

mi descrivo così:
(Mi) cambio spesso, quindi accumulo difetti. Amo i cappelli ed i chupa chups alla mela verde. Purtroppo sono allergica alle noccioline.

16 agosto 2011 alle ore 17:48

Né ora. Né qui.

Intro: Né ora. Né qui. un omaggio acerbo a Dino Buzzati (Inviti superflui, sessanta secondi), pubblicato sul portale di Fuori le mura (Ottobre 2008).

Il racconto

Quanto è fragile il mio amore segreto.
Quanto è piccolo. Ci sta tutto dentro ad una mano.

Mi piacerebbe, adesso, prendere la tua sotto la pioggia, portarti lontano, metterci seduti al caldo ed al riparo.
Mi piacerebbe se del fumo di cioccolato ti scompigliasse lo sguardo assente. Mi piacerebbe, durante i sorsi, sfogliarti le pagine di un libro. Leggerti la nostra storia a voce alta. Fissarti, nelle nuvole ammiccanti e tra le righe dei miei puntuali perché.

Probabilmente ti arrabbieresti. Anzi è facile che tu lo sia già da prima che io possa cominciare a raccontati la favola. A te non piacciono i C’era una volta e a me -invece- piace ricordarti così. 

Vorrei che ascoltassi ancora ciò che non dico, quel magma che sale da dove neanche io so. Che è lì, pronto a raschiare ogni volta che seguo quel vapore sparso. Ogni volta che inseguo te.
Vorrei che, tacendo la voce, parlasse la mia con l’anima tua. E nel silenzio, crescesse un sentimento forte.
Nascerebbe dal nulla (e nell’aria) la speranza d’affascinare il tuo cuore. La speranza che t’innamori del mio.

Ma tu. Beh. Tu non sei come me. E se mai ti lasciassi condurre nei posti lontani, saresti distratta dai rumori d’intorno. Gli scricchiolii dei sassi le ruote le risse le risa. Ti staccheresti dai passi mentre io, arreso, perderei la calma d’averti. Afferreresti il primo paesaggio attraente e non sfioreresti il battito della mia solitudine. Non toccheresti me.

Mi piacerebbe, lo stesso, andare a ballare con i primissimi raggi di sole, quelli di quando poi esce il sorriso triste dell’arcobaleno. Abbracciandoti, sentire il tuo profumo e girare e girare e girare e chiudere i miei occhi grandi ed affamati sui tuoi, riflessi grigi di ciò che non saprò, non volendo soffrire nel sapere.
Mi piacerebbe abbassare la musica del sottofondo, sono certo. Cogliere tra tutti i suoni solo il tuo denso respiro.

Eppure so già che la vicinanza al mio desiderio ti spaventerebbe non poco. E tu comunque non desidereresti me, se non a suggellare un lieto fine d’amicizia. Ma la storia che non inizia (così) è già troppo distante dal poterlo diventare e mai, dico mai, potrà in questo modo finire la mia voglia di restarti per sempre addosso.
Per questo, e solo, hai ragione quando parli di me. Quando dici In nessun momento ti ho avuto. Perchè non m’hai raccolto nel pianto della  notte e portato con te.

Vorrei che fossi il mio giaciglio dopo le danze danzate nel cielo, giacché non ho potuto più riposare da quando nel sogno t’ho incontrata. Il mio sonno s’è nascosto nella paura di non trovarti distesa al fianco di un coraggio che non esiste. Né ora. Né qui.
Nascerebbe nel miraggio la speranza di un presentimento d’amore. La speranza che non mi lasciassi andare via.

Mi piacerebbe potessi provare quello che non hai. Che questo dolce sapore fosse un poco anche il tuo. Forse capiresti che non c’è tesoro più fragile del mio amore segreto.
Non c’è niente di più piccolo da tenere. Tutto dentro la tua mano.

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