username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 06 apr 2018

Fabio Avena

22 marzo 1976, Ispica - Italia
Segni particolari: Autore di prosa e poesia: riflessioni, versi, aforismi, racconti. 
Mi descrivo così: Le mie istantanee di momenti in costante divenire. 

elementi per pagina
elementi per pagina
  • 01 settembre alle ore 22:08
    Siate positivi!

    Non fatevi mai abbattere da nessuno.
    Resistete alle intemperie, agli ostacoli,
    a tutto ciò che possa intralciare
    il vostro cammino terreno.

    Siate forti,
    colmi di gioia e audacia.
    Vivete e non sopravvivete!

    Nonostante apparenti tribolazioni,
    momenti di dolore vero,
    attimi di sconforto momentanei
    guardate tutto sotto un'altra ottica,
    una prospettiva realmente migliore
    positiva per voi,
    per il vostro animo e cuore 
    che è in tempesta adesso.

    Sfruttate al meglio il vostro tempo;
    siate uomini e donne
    valenti, propositivi.
    Non fatevi mai circuire da gente negativa;
    allontanate tali persone 
    per il vostro bene e benessere interiore.

    Siate esseri umani risoluti;
    non fatevi scoraggiare 
    da momentanei periodi
    di desolazione o tristezza.

    Sorridete in cuor vostro
    alla vita stessa,
    anche se tutto può apparirvi buio 
    o senza alcuna via d'uscita e fuga
    da situazioni non belle.

    Siate solari anime belle,
    animi forti, cuori impavidi e leali
    pieni di buoni aneliti,
    ottimi, positivi e sani fermenti interiori
    di vero Bene e gioia
    anche per il prossimo.

    Siate voi stessi;
    siate sprone, stimolo
    anche per chi avete vicino.
    Siate positivi!

     
elementi per pagina
  • 21 ottobre alle ore 18:56
    L’Alchymien

    Come comincia: L’Alchymien era un grosso mosaico mobile, una macchina rotante i cui ingranaggi erano tasselli dalla forma prismica, che, per mezzo di giochi di luce e spostamenti molecolari variava vorticosamente il corso del suo movimento in asincroni sbalzi, flussi di materia sospesa e fluttuante. Gilbert aveva ideato questo stranissimo congegno, dedicando ad esso studi e test approfonditi, lavorando interi giorni, intere notti alla sua creazione; il fine ultimo del congegno doveva essere quello del teletrasporto; ma, ancora il macchinario andava perfezionato a dovere e Gilbert era persino pronto ad usare se stesso come cavia per l’esperimento, e presto l’avrebbe fatto di sicuro. Gilbert, un tipo solitario; il suo unico vero “amico”: il fido maggiordomo androide, Rod (modello 3-omicron). Rod era anche il suo insostituibile mentore, la sua balia, il suo factotum. Difatti Rod aveva assistito sin da piccolo Gilbert, il quale si rivolgeva a lui come un vero umano, pur sapendo che Rod non poteva mai eguagliare una creatura umana in sentimenti e stati d’animo; si trattava pur sempre di un automa, una macchina tecnologicamente avanzata progettata dal defunto padre di Gilbert. La casa in cui viveva (e lavorava) Gilbert era più simile ad un laboratorio/officina e non ad una vera abitazione; le pareti erano tappezzate con formule complesse e labirintici schemi di progettazione. La dimora di Gilbert sorgeva isolata, su una collinetta alle falde di Monte Titanium, ma il panorama da lì era maestoso e si poteva dominare con lo sguardo l’intero complesso residenziale di Nova City, colonia e costola della fiorente Vega. Al calar delle tenebre si udivano gemiti sinistri e ululati da far accapponare la pelle. Si trattava dell’ennesima faida tra le gang dei bassifondi: i nosferatu e gli uomini lupo, creature mutanti orrende, che, a causa di esperimenti genetici militari erano diventati mostri senza pace e vivevano nascosti nei meandri più squallidi di Nova City, celati nell’oscurità e in continuo conflitto tra la loro natura bestiale e il loro lato umano. I nosferatu erano del tutto simili ai vampiri, con canini spropositatamente sviluppati, artigli affilati, corpi scheletrici e deformi. Gli uomini lupo erano dei freak denutriti, colpiti da ipertricosi, il cui corpo era orridamente cosparso di ispidi peli simili ad aculei. La lotta senza sosta tra le due gang nasceva dal loro bisogno primordiale: il cibo. I capoclan delle due fazioni un tempo erano alleati, ma da quando fu proclamato ufficialmente il coprifuoco notturno dal sindaco di Vega City a causa dei continui raid cannibalistici delle due gang, il cibo venne a scarseggiare per le orrende creature e nacquero così scontri per la sopravvivenza, e i due clan da allora non si danno più pace, attaccandosi e depredando a vicenda i bottini e i trofei dei loro rivali. Dunque, Vega City e la sua costola abitata erano costantemente in all’erta nel cuore della notte; mentre di giorno la vita degli abitanti era salvaguardata, protetta dai Borg, androidi armati e corazzati, il cui sistema di rilevamento di minacce ostili era infallibile durante il giorno, ma di notte nemmeno loro potevano dominare la furia distruttiva e i continui assalti dei mostri mutanti dotati di agilità e poteri telepatici, i quali sfruttavano l’oscurità per attaccare senza tregua in cerca di cibo, razziando e devastando la qualunque. <<Mister Gilbert>> esclamò con alcuna inflessione vocale Rod  <<è già l’una di notte; è ora che lei vada a riposare>>. <<Preferisco rimanere ancora un pò..>> rispose Gilbert <<..piuttosto preparami del thè caldo, Rod!>> <<Come  desidera, signore>> e Rod si allontanò. Gilbert controllò nuovamente le serrature del portone di casa, poi tornò al suo meticoloso operato. Una scintilla di genio si sprigionò in Gilbert, immediatamente ebbe come una rivelazione. <<Credo d'aver capito... finalmente, era così semplice, ed io invece….>> e provò a posizionare due prismi alla volta in senso opposto nel congegno, fino a quando non ottenne la combinazione perfetta, e l’Alchymien improvvisamente cominciò ad emettere strani ronzii simili all’oscillare di onde magnetiche. Rod intanto tornò con la caraffa di thè caldo; rimase abbagliato da una luce caldissima ma piacevole. L’Alchymien proiettava fasci di luce in ogni angolo della stanza e un portale cominciò a materializzarsi dal suo nucleo. Gilbert, in preda alla frenesia e alla contentezza, cominciò a saltellare di gioia stringendo a sé l’inamovibile Rod. In men che non si dica vennero entrambi risucchiati nel gorgo del portale luminoso; ma qualcosa andò storto, e i due dopo una rapidissima scomposizione molecolare si ritrovarono esattamente al di fuori dell’abitazione di Gilbert. Sinistri ringhi e risa sguaiate si sovrapposero. Un nugolo di uomini lupo circondò i due. D’improvviso una decina di nosferatu apparve dal buio,  lanciandosi sugli ignari uomini lupo. Scoppiò così una zuffa furiosa e bestiale per accaparrarsi le due prede. Gilbert e Rod si fissarono per alcuni istanti, e lestamente si allontanarono dalla ressa in atto. Magicamente a pochi metri da lì un nuovo portale di luce apparve dal nulla, i due si lanciarono a capofitto e senza tentennamenti in quel globo luminoso. Dopo circa tre secondi il portale si chiuse, e Gilbert si ritrovò in una celletta buia e squallida, ma non c’era nessuna traccia del fido Rod. <<Rod! Rod, dove sei?!?>> esclamò Gilbert  <<Dove mi trovo? Ma che posto è mai questo..?>> Gilbert, in preda al panico, si scaraventò contro le fredde grate della celletta spingendo con tutte le sue energie, ma nulla. Le sbarre erano solide, impossibili da forzare. Gli occhi di Gilbert cominciarono a lacrimare per lo sconforto e la paura. Dopo un tempo indefinito Gilbert cominciò a udire dei passi; la porta della celletta venne aperta con forza dall'esterno. Una mano gelida, enorme afferrò dall’oscurità della cella Gilbert, e dopo averlo strattonato con violenza lo tramortì, caricandolo su una spalla. In un altro luogo lontano nel tempo apparve una luce abbagliante  e Rod si ritrovò catapultato dall’alto per una decina di metri rovinando con un tonfo al suolo.  Si rialzò di colpo, osservandosi subito intorno con diffidenza e sospetto. <<Prego, identificarsi!>> trillò alle sue spalle una voce robotica e tonante. <<Mi fornisca le sue generalità!>> Rod, ancora intontito per via della caduta, notò che l’alba stava sorgendo, e tentando di rispondere al Borg, si accorse però di non poter emettere alcun suono a causa di una avaria al suo sistema vocale provocata dalla forte caduta. <<Signore, lei è un intruso!>> squillò la voce del Borg.  <<La dichiaro in arresto, mi segua o sarò costretto a spararle!>> e gli puntò all’altezza del volto una fiocina a raggi stordenti, costringendo Rod ad avanzare. Rod venne condotto alle porte di Vega City. Con stupore comprese che la situazione cominciava a peggiorare e non c’era la benché minima traccia di Gilbert. Le enormi porte di Vega si spalancarono. Tra brusii e chiasso, Rod si ritrovò nel bel mezzo di una megalopoli assordante e caotica. L’androide venne poi portato con forza al Reparto Sospetti della giurisdizione locale, dove fu sottoposto a indicibili torture e interrogatori. Ma il povero Rod non poté ribellarsi in alcun modo, né quantomeno proferire parola a causa dell’avaria al sistema vocale. Venne poi rinchiuso in una sala di quarantena e isolamento, dove notò tutt’attorno scheletri in decomposizione avanzata, lordura e carcasse arrugginite di antiquati modelli androidi. Intanto, lontano da lì, Gilbert si destò. Con profondo sconcerto capì di trovarsi in un’altra epoca, in un maniero medioevale dove cavalieri, paggi, giullari di corte e monaci lo fissavano con meraviglia, ridendo sommessamente, confabulando tra loro sullo strano arrivato. Donzelle danzanti si contendevano ridacchiando la giubbetta antitermica di Gilbert, piroettando allegre intorno allo strano ospite. Gilbert sentì stringersi i polsi e riconobbe la gelida mano del suo carceriere: un mastodontico energumeno dal volto coperto da un cappuccio nero in parte lacerato, che lasciava intravedere profonde cicatrici e segni di bruciatura sul volto. Il bestione condusse Gilbert in una stanza adiacente l’atrio del maniero, e lì venne spogliato da capo a piedi da alcuni nani, che lo rivestirono poi con una tunica accessoriata da svariate fibbie e cinghie. Posero sul suo capo un pesante copricapo bronzeo che a stento il povero Gilbert riusciva a sostenere. Gli venne posta con brutalità una grossa benda di grezza lana attorno alla bocca, che impediva quasi di respirare. L’energumeno, lo strattonò  con forza conducendolo in un’arena dove una folla schiamazzante lo derideva e scherniva con parole a lui incomprensibili. Gilbert si ritrovò solo tra una folla in putiferio, e tutto d’un tratto vennero chiuse le inferriate dell’arena con un tonfo metallico. Trascorsi pochi secondi, i due cancelli si spalancarono all’unisono; due feroci pantere imbizzarrite si diressero correndo verso Gilbert, il quale serrò gli occhi  preparandosi al peggio. Due dardi avvelenati sibilarono d’improvviso nell’aria. Le due pantere si accasciarono a terra in preda a convulsioni e ruggiti di dolore. Gilbert, non ancora resosi conto di nulla, spalancò di colpo gli occhi e vide ciò che era accaduto. Tutti i presenti volsero lo sguardo verso l’artefice di quel gesto inconsulto, scorgendo un uomo tarchiato e robusto, abbigliato esoticamente, con la benda su un occhio. <<Gra…grazie…chiunque tu sia, mi hai salvato da morte certa!>> disse Gilbert con un groppo in gola. L’uomo a sua volta non lo degnò nemmeno di uno sguardo, e Gilbert senza proferire parola si diresse celermente in direzione di una trave posta al di sopra degli spalti, e da lì si lanciò all’esterno dell’arena con balzo felino. La folla sugli spalti cominciò a irritarsi. Tre guardie irruppero nell’arena cingendo Gilbert in modo bruto, trascinandolo così fuori da lì. Gilbert, ancora esterrefatto per l’accaduto, venne ricondotto nella buia cella. Lasciato lì per interi giorni senza acqua né cibo. Il poveretto, ormai allo stremo delle forze, urlò a voce sguaiata in cerca d’aiuto e comprensione, ma per tutta risposta udì soltanto il confuso vocio e le suppliche incomprensibili di altri carcerati. Trascorsero parecchie ore. Gilbert, rimuginando e patendo, pensava ancora al suo ignoto salvatore. L’uomo misterioso intanto era già a diverse miglia di distanza dalla cittadina. Si fermò per bere della limpida acqua da una sorgente e ritemprarsi. Dopo essersi dissetato, cominciò a prepararsi per la notte, rifugiandosi in una grotta naturale dove accese un bivacco nel quale arrostì della selvaggina che portava con sé. L’uomo aveva il corpo cosparso di strani tatuaggi, i suoi tratti esotici mettevano in evidenza una natura avventuriera e una indole nomade. Il mattino seguente l’uomo si medicò con strane erbe l’occhio nascosto sotto la benda per poi ripercorrere i passi del suo tragitto senza meta. Gilbert dal canto suo stentava ancora a credere di essere vivo e vegeto, anche se la mancanza di cibo e acqua unita alla desolazione lo assalivano. Improvvisamente un bagliore fece capolino nel buio della cella. Un nuovo portale luminoso apparve ancora. Gilbert si precipitò a testa bassa verso il portale, e dopo pochi istanti venne scaraventato fuori ritrovandosi così tra una fitta e rigogliosa vegetazione. Si trovava ancora nel Medioevo, ma all’esterno del maniero. Subito cominciò a correre a perdifiato sino a quando non giunse nei pressi di un ruscello, dove con suo stupore incontrò l’uomo misterioso che lo aveva salvato. <<Straniero, chiunque tu sia, mi sei debitore!>> disse l’uomo. << Il mio nome è Rudolph, sono un viaggiatore del tempo, e come te mi ritrovo qui a causa del portale.>> <<Qui.. quindi tu parli la mia lingua…grazie ancora d’avermi salvato, te ne sono infinitamente grato!>> replicò entusiasta Gilbert. << Mi chiamo Gilbert, sono un inventore e provengo dal futuro…ma tu, da che epoca provieni? Chi è un viaggiatore del tempo?>> <<Bene, io appartengo alla dinastia dei Travellers, sono un nomade da sempre e non appartengo al vostro pianeta. La mia missione sulla terra è recuperare da varie epoche i sigilli del tempo: manufatti occulti che permettono ai signori del Maelstrom di viaggiare tra le dimensioni temporali per variare il corso delle cose, riducendo così la Terra a una valle desolata e deserta dove gli unici padroni saranno loro. Questi signori devono essere assolutamente fermati! Sono stato inviato dal Consiglio per metter fine alle loro abominevoli mire.>> spiegò Rudolph. <<Credo d’aver compreso; ti sono debitore, sono con te, e ti aiuterò nell'impresa se possibile…>> disse Gilbert con gli occhi pieni di gratitudine. <<Come preferisci Gilbert! Sarò ben lieto di ricevere un aiuto…intanto mangia qualcosa e dissetati o non andrai da nessuna parte...>> rise sommessamente Rudolph. Dopo essersi rifocillato, Gilbert rivolgendosi a Rudolph disse di esser pronto. Un nuovo portale, generato dallo stesso Rudolph tramite  comando vocale apparve; entrambi si lanciarono verso la fonte di luce. Riapparvero in un battibaleno nel laboratorio di Gilbert. Rudolph sbottò: <<Manca adesso l’ultimo manufatto, e prima che possa essere preso dai signori del Maelstrom devo averlo!>> e mostrò a Gilbert una serie di piccoli oggetti dalla forma prismica, ognuno preso in varie epoche. Gli oggetti somigliavano molto ai prismi del macchinario di Gilbert: avevano numeri stampigliati in lettere romane su ognuno di essi; erano i numeri relativi alla data storica di ogni epoca nella quale erano stati nascosti. Gilbert comprese di trovarsi in una situazione di estrema urgenza per tutti gli abitanti del suo pianeta e le loro sorti. Rudolph inserì tutti i prismi nell’Alchymien. Un boato assordante seguito da vampate di luce si propagò nel laboratorio per brevissimi istanti. <<Adesso manca l’ultimo manufatto.. si trova proprio nella tua epoca, Gilbert!>> disse Rudolph. <<Tu mi sarai d’aiuto come promesso…>> <<Aspetta..!>> replicò Gilbert. <<Prima dovresti aiutarmi a ritrovare il mio amico Rod, il mio maggiordomo androide.. non so che fine abbia fatto!>> <<Non c’è tempo adesso per altro! Dobbiamo assolutamente recuperare l’ultimo manufatto prima che finisca tra le grinfie dei signori del Maelstrom!>> ribattè Rudolph. <<Non appena avremo compiuto la nostra missione, stai pur certo che ti aiuterò a ritrovare il tuo amico androide.>> Gilbert scosse la testa in segno di approvazione, e i due uscirono quindi dall’abitazione. Intanto Rod era stato sottoposto dai Borg ad attente analisi, e gli stessi, per ordine di alcuni ufficiali avevano dissezionato l’androide col fine ultimo di esaminare ogni possibile sospetto, credendolo una minaccia per gli abitanti di Vega City. A diverse miglia da lì un altro portale. Tre figure umanoidi emersero dal nulla. Si trattava dei famigerati signori del Maelstrom, alieni dalle fattezze umane, bramosi di scovare l’ultimo manufatto per i loro vili interessi. Questi alieni erano alti all’incirca due metri, con il volto umano e il corpo ricoperto di squame; avevano la pelle olivastra. Erano a torso nudo, indossavano soltanto degli ampi pantaloni biancastri e stranissimi stivali. Ai polsi portavano bracciali aurei, e brandivano delle lame dall’aspetto insolito. <<Gilbert!>> disse Rudolph. <<Il mio indicatore rileva delle strane presenze nei dintorni.. credo proprio si tratti dei signori del Maelstrom! Presto dileguiamoci!>> I due trovarono un rifugio tra le fronde di un maestoso albero secolare, dove si arrampicarono freneticamente sino in cima. Trascorsi pochi minuti entrarono in scena i signori del Maelstrom, che farfugliando tra loro con versi gutturali si diressero verso le porte di Vega City alla ricerca del manufatto prezioso. <<Dobbiamo agire..fare qualcosa, Rudolph!>> esclamò con fermezza Gilbert. <<Aspetta amico....!>> rispose subito Rudolph <<..non possiamo affrontarli così a viso aperto, di sicuro ci ucciderebbero senza pensarci due volte!>> Gilbert, nonostante i premurosi avvertimenti di Rudolph, scese rapidamente dall’albero e cercò di attirare l’attenzione degli alieni che si girarono di scatto verso di lui. Gilbert cominciò a correre a gambe levate verso casa sua; uno degli alieni lo inseguì immediatamente. Gli altri due alieni scorsero Rudolph, e con grida taglienti, terrificanti si avventarono contro lo stesso, che subito scagliò grossi dardi avvelenati contro i due umanoidi, i quali caddero al suolo contorcendosi con urla sovrumane. Sistemate le due creature, Rudolph corse in aiuto di Gilbert, e giunto sul posto afferrò alle spalle l’alieno. Lo tempestò di colpi  con il machete, sino a stenderlo e finirlo con un secco, netto colpo alla gola. <<Rudolph! Rudolph...!>> esclamò Gilbert <<...perdonami…non avrei dovuto disobbedirti…>> <<Non importa mio giovane amico. Ormai ho sistemato una volta per tutte gli alieni. Adesso incamminiamoci prima che faccia buio!>> replicò Rudolph. Giunsero quindi alle porte di Vega City quando stavano già per calare le tenebre, ma prima che potessero entrare nella metropoli due Borg dall’aria minacciosa intimarono loro di fermarsi. Rudolph sfoderò il machete. Colpì con tutta la sua forza uno dei robot, ma l’acciaio impenetrabile del Borg assorbì del tutto il colpo. Il machete venne respinto a pochi metri da Gilbert. Il gigantesco portone a sensori digitali della metropoli stava per chiudersi. Prima che potesse serrarsi del tutto, due ombre leste e minacciose si infiltrarono all’interno. Come un fulmine a ciel sereno uno dei cupi figuri si scagliò con veemenza su uno dei Borg disabilitando i suoi circuiti. Approfittando del buio, l’altro oscuro figuro assalì il secondo Borg alle spalle, dilaniando in pochi attimi il suo casco di metallo e i suoi rilevatori ottici. Gilbert indietreggiò intimorito. Uno sprazzo di luce lunare rivelò la natura dei due esseri oscuri: si trattava di un nosferatu e un uomo lupo, che ringhiando e sbavando cominciarono ad osservarsi inferociti per il possesso delle due povere prede. Così Rudolph, approfittando del momentaneo scontro tra i due mostri, afferrò precipitosamente una delle sue granate scagliandola verso le orripilanti creature, le quali però balzarono distanti dalla deflagrazione prima di poter essere inceneriti, e si nascosero nell’ombra. Gilbert con coraggio e grande audacia prese da terra il machete del compagno, e stringendolo forte tra le mani tagliò l’aria in segno di sfida. <<No, Gilbert! No!>> gridò Rudolph, che fulmineo afferrò per la collottola l’intrepido amico e lo portò lontano dall’imminente pericolo. <<Non possiamo affrontare adesso quelle belve…fuggiamo!>> Si diressero all’interno di una palazzina diroccata. Le mostruosità si lanciarono all’inseguimento dei due, sospendendo per il momento la loro lotta e rivalità. Gilbert e Rudolph salirono di corsa per gli scalini della palazzina, finché giunsero in un attico all’aperto da dove si lanciarono nel vuoto, atterrando in modo brusco ma salvifico su un tendone sottostante. Le due orripilanti creature arrivarono anch’esse all’ultimo piano della palazzina in rovina ma non trovarono le loro prede; ripresero così il loro feroce scontro azzannandosi vicendevolmente. Durante la colluttazione precipitarono inavvertitamente dall’alto, atterrando privi di vita su una cancellata appuntita. Rudolph vide il sangue che sgorgava a fiotti dai corpi esanimi delle due mostruosità, e coprì con una mano gli occhi del giovane Gilbert. <<Non guardare amico mio! E’ meglio che tu non assista a questa scena truculenta!>> e con fare paterno e protettivo portò per mano Gilbert lontano da quel posto macabro. Dopo una lunga marcia arrivarono pressappoco alla zona centrale di Vega City, i cui abitanti erano rintanati in casa come dettava il coprifuoco notturno. Gilbert si accorse fortuitamente di un luccichio proveniente da un angolo; quel bagliore era emanato da un talismano che Rod portava al collo, e Gilbert non faticò a riconoscerlo. Esultante per il ritrovamento, Gilbert fissò il talismano e alzando lo sguardo si accorse di trovarsi innanzi al palazzo della giurisdizione locale, e chiamando in aiuto Rudolph provò a scassinare le porte dell’ingresso con la punta acuminata del talismano stesso. Riuscirono nell’impresa. Si infiltrarono nel palazzo muovendosi con cautela ed estrema lentezza per non fare il minimo rumore. Si ritrovarono in una sala immensa, dove una guardia appisolata di tanto in tanto osservava i monitor dello stabile. Fortuna volle che i due riuscirono a sgattaiolare inosservati, e dopo aver aperto varie porte ed esaminato con circospezione i vari locali trovarono finalmente Rod, il quale era in uno stato pietoso e i cui pezzi organici erano stati smontati in parte dal corpo, lasciando così scoperti fusibili, chip e parti meccaniche sotto la cute. <<Rod! Rod!>> singhiozzò Gilbert <<Cosa ti hanno fatto amico mio?!>> Ma Rod non rispose. Era ormai inservibile, i suoi circuiti erano in tilt. Gilbert pianse amaramente, e disse: <<Non temere amico mio, verrò presto e ti riporterò con me appena posso…>> Ma, prima che Gilbert potesse terminare la frase, Rudolph lo scosse e gli ricordò la promessa fattagli, e la scelta di aiutarlo nel ritrovamento dell’ultimo manufatto. Dopo diverse ore cominciò a sorgere in cielo il sole, e la città riprese la sua quotidiana attività. Ogni cittadino tornò alle proprie mansioni. Intanto Rudolph e Gilbert girovagavano in lungo e in largo per la metropoli, fino a quando il rilevatore di Rudolph captò un forte segnale provenire dal sottosuolo. Rudolph senza esitare scoperchiò un tombino e invitò l’amico a seguirlo nelle putride fogne. Il segnale si faceva mano a mano più forte, sino a quando Rudolph trovò il prezioso oggetto. <<Adesso non mi resta che portare a termine la missione per cui sono stato mandato qui!>> disse Rudolph. <<E’ tempo che ogni possibile minaccia per il vostro pianeta termini!>> E così i due si avviarono al laboratorio di Gilbert, dove Rudolph collocò nell’Alchymien il tassello mancante. Una forte luce invase la stanza come una supernova. Ma, non appena il bagliore cessò, Rudolph era svanito con esso, e Gilbert stupito sgranò gli occhi in cerca dell’uomo. Poi comprese, e notò con aria soddisfatta che l’Alchymien adesso brillava, baluginava di una nuova luce, fioca e meravigliosa. Gilbert da quel giorno in poi decise che non avrebbe mai più utilizzato il suo macchinario. Pensò di nasconderlo in un bunker sotterraneo, dove nessuno potesse più farne uso. L’indomani Gilbert si recò a Vega City in pieno giorno. Andò a riprendere Rod come promesso. Riportandolo poi al laboratorio lo rimise nuovamente in sesto. L’androide tornò perfettamente in funzione. Fu così che tutto ritornò alla sua giusta collocazione. Negli anni a venire Gilbert trovò una compagna. Ebbero quindi degli eredi. Tramandò ai figli, e poi ai nipoti la sua avvincente storia. Da allora, di generazione in generazione, un membro scelto della famiglia vigila sull’Alchymien, custodendo gelosamente la sua segretezza fino alla fine dei tempi.