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Poesie di Fabrizio La Barbera

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  • 19 gennaio 2006
    In morte di Lulù

    Sono, ero, un giocatore di squadra. M'hanno cresciuto le fate. Il Diavolo mi si è preso.

     

    Lulù ha detto addio.

    L'ha detto zitta, masticando il trucco.

    Me l'ha risputato in faccia ed io ho capito.

     

    Pioggia e sole fuori, parlo del tempo!

    Parlo da solo, nel traffico della circonvallazione e bestemmio Dio e la sua razza.

    Lui che ha bestemmiato me e la mia, un giorno lontano che io non c'ero.

    E continua ancora, l'ETERNO!

     

    Eri bellissima, Lulù, avevi coraggio e classe e amore…

    Dove sono adesso i tuoi uomini? quelli che ti hanno amato?

    Dove sono adesso, io?

     

    Il Diavolo mi si è preso: m'accarezza i capelli come facevi tu.

    Le sue unghie s'infilano nel cuoio, mi fa godere, Lui.

    Un buon diavolo, povero diavolo...

    Non ne parlerò male!

     

    Piuttosto: devo ricordarmi d'affilare il coltello. Il Cielo è duro, va assassinato con un colpo secco!  Meglio, se la lama brucia mentre squarcia...

    Vedrà!... Vedrà!...

     

    Ce l'ha una faccia? Questo nemico, ce l'ha una faccia? Fatemela vedere per una volta, datemi soddisfazione!

    Tanto si crepa lo stesso...

    Lulù questo lo sa, anche se fa finta di no. Per me, per Francesca, per se stessa...

    Recitando ancora per questo ridicolo teatro, lei mi ha sorriso.

    M'indica là, in un luogo, in un tempo...

    L'Amore.

     

    Ed io che tengo chiuse le labbra per non strapparmi i denti!

    Ma non importa. E' tardi adesso.

    Il prete unge la fronte con la sua santa vaselina, il muezzin sullo sgabello di calce urla più forte che può per coprire urla da massacro, il bonzo sorride...

     

    Maledetti genii!

    Ci siete costati sangue e in cambio non date che lingua,

    Il fiato ce lo dobbiamo mettere noi, finché ce n'è!

     

    Alitarvi la morte in faccia, mi divertirebbe, frantumarvi le ginocchia piegate mentre strappo a Dio la sua barba, il suo occhio di vetro, azzurro, profondo, e lo getto nel fiume fra le murene e i mostri...

     

    E intanto Lulù...

     

    Il dolore non serve, il dolore non cresce che se stesso, la maledizione che gli Dei non conoscono e che vorrei insegnargli...

    Chi farà scendere Lulù dalla sua croce?

    Mani umane l'hanno carezzata e composta, mani umane con già il segno per i chiodi che verranno.

     

    Là, oltre il cortile e il muro e il fosso, l'Amore che mi ha indicato lei, mi carezzerà di nuovo.

    Un giorno.