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Autore

Fabrizio La Barbera

in archivio dal 13 gen 2006

09 maggio 1966, Firenze

27 gennaio 2006

Il serraglio

Intro: Un breve racconto che ha come protagonista un uomo solo dentro e fuori. Sembra che abbia scelto lui questa sua condizione. Forse la paura, forse gli spettri del passato l´hanno spinto a cercare la solitudine. Una gatta come convivente, ma anche un agghiacciante cinismo e tanta angoscia.

Il racconto

Devo avere qualche linea di febbre, un’originalità di questa stagione, una delle poche che oramai mi concedo. Me ne sto senza far niente: non leggo, non scrivo, non ascolto la radio e non guardo la televisione, evito pure di muovermi se possibile. Respiro ancora, quello si, ma con prudenza.
Me ne sto ad ascoltare il rumore che ho nella testa, provo a concentrarmi su quello. Suona un organetto triste, pare, ad un primo ascolto, ma ciò che conta è il fruscio di fondo, una specie di riga sul disco. Quello è difficile da distinguere. Bisogna provare e riprovare. E augurarsi di non riuscire. E poi provare ancora. Si ha di che passare il tempo così.
La gatta, lei se ne frega però dei miei esercizi, per non dire della febbre, dura mica. Davvero silenziosa lei, è venuta a strofinarsi sulle gambe. La schiena inarcata, il pelo bianco arruffato, ottenuta la mia attenzione, è partita con la danza del latte. Non gioca più come un tempo, è vecchia, e l’unica soddisfazione ormai pare cavarla dal cibo. Me ne chiede di continuo e quando non l’accontento s’arrampica sul tavolo, mi ruba una briciola di formaggio, un pezzetto di pane, quello che trova di avanzato. Devo sparecchiare tutto con lei, non posso lasciare più niente in giro e forse è giusto così a questo punto della nostra convivenza. Micia si chiama. Un nome di poca fantasia, lo ammetto, ma non mi andava d’imporle un qualsiasi Chicca, o Nefertari…
Lei, la gatta, spesso si ferma per lunghi minuti a fissare un punto in fondo alla stanza. Lascia perdere, quando le prende così, è tutto dire, perfino la scodella. Chissà, può darsi ci veda qualcosa che io non riesco nemmeno a immaginare.
Se fossi al suo posto, quando sono io a sbarrare così gli occhi sul muro, allora sono quasi sempre ombre, volti, scene rimaste impigliate negli occhi come una congiuntivite romanzesca a venirmi a trovare. E mi ci incanto anch’io allora, pari pari che al cinema, a vedermeli piroettare davanti ‘sti fantasmi.
Sono amici alla fine, parenti di sangue.
E’ gratis lo spettacolo, e insistono finché non arriva una lacrima o una risata, le serve pettegole dell’emozione. Sono loro a ricordarmi, queste vecchie troie, che sono ancora vivo, nonostante tutto, per farlo mi sussurrano nell’orecchio la morte. E che "soltanto Lei, piccolo, ti toglierà dall’incanto per sempre".
Per i gatti magari non è tanto diverso.
L’altro giorno ha catturato un geco. Un geco giallo smorzo, minuscolo, che viveva qui da un po’. Eravamo diventati amici, se si può dire, si lasciava prendere e carezzare la testolina la bestiola. Terrorizzato, è naturale. Micia me l’ha portato a far vedere tutta fiera, tenendolo tra le fauci con una delicatezza assassina. Uccidere la eccita ancora, mezza cieca com’è. Sono duri a morire gli istinti, non ce ne libereremo mai, e questo non smette di farmi paura.
Il geco comunque l’ho preso e buttato nel cesso senza una parola. Amico o no, è la legge del serraglio. Sono tutti avvisati.

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