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Autore

Filippo Violi

in archivio dal 05 dic 2012

01 agosto 1970, Crotone - Italia

segni particolari:
Fiori del male..

mi descrivo così:
Adoro graffiare con la penna e parlare d'amore facendo la guerra....

11 dicembre 2012 alle ore 13:20

Il linguaggio dei corpi in movimento...

Intro: Scrivere è produzione di sapere. Ed è linguaggio di corpi in movimento, che pensano. Scrivere molte volte è come un modo per opporre piccole resistenze quotidiane, un modo per schivare i colpi dei nemici che sono sempre in agguato, posti ad ogni angolo di strada in questa giungla di società.

Il racconto

Erano stati giorni intensi quelli appena trascorsi. Notti adornate da splendide visioni. Circondate da germogli di vita. Il desiderio di abbattere il nemico a colpi di penna era sempre al centro dei pensieri di flix. D’altronde la vita è vista come una un'immensa partita a scacchi dispiegata su un grande campo di battaglia dove in gioco si scontrano desideri, piaceri, interessi, gioie e dolori. Nella descrizione di un linguaggio di corpi sempre in movimento. Possibilmente composti da abili giocatori e non da pedine di scambio....
In fin dei conti il  gioco è guerra; la guerra è la politica continuata con altri mezzi; la politica è uno sporco gioco d'affari, una corsa di cavalli di troia, in fondo è solo intrattenimento e sport.
Basta guardarli i politici, sempre vestiti in maniera impeccabile, perfetti; tutti animali da feste di gala, tutti intercambiabili, l'uno vale l'altro. Non c'è distinzione di questa razza in via di estinzione, si reciclano nei partiti come rifiuti solidi urbani...Tutti a riempirsi la bocca parlando di “Democrazia” ….

Flix continuava a produrre sapere. Era sempre lì, seduto. A pensare. In trincea. Sul campo di battaglia a combattere i nemici con le armi della penna. Schivava i colpi che vedeva passare sopra la testa, provenienti da ogni angolo della terra. Cecchini posti in ogni angolo di strada. Sui cornicioni dei tetti. Negli edifici pubblici e nelle aree private. Tutti armati e con i coltelli tra i denti. Pronti a sparare e a colpire dietro la schiena. Traditori che generavano sangue. Odio. Arruolati e pronti a vendere il proprio corpo, la propria pelle al peggior offerente. Da un giorno all’altro cambiavano abito, maschera. Si vestivano di nuovo. Prima pugno alzato poi saluto romano. Prima piromani poi pompieri. Buttavano a mare la propria dignità per un tozzo di pane. Si facevano in quattro per mostrarsi amici di tutti. Erano educati e cordiali quanto bastava per legarsi le catene ai polsi e  stringere i nodi delle cravatte al collo. Tutti servili, come sempre, aspettavano il risultato delle elezioni per scegliere il nuovo messia. Il loro futuro padrone. E poi la corsa verso le poltrone. Verso quella vita comoda che aveva un prezzo, da scontare con la prigione. Mettendo in gabbia corpo e anima per una "ginnastica infinita dell’ubbidienza".
Un linguaggio di corpi sempre in movimento. Ma stabili e fiacchi. Privi di vitalità e di energia creativa. Docili e utili allo stesso tempo.

Non restava che scrivere per compiere piccole resistenze quotidiane. Ancorare la memoria storica alla scrittura rappresentava da sempre il campo di battaglia di flix.
Era come raggiungere una meta, partendo da nessun luogo e senza alcuna indicazione. Ma con la sola forza del pensiero si riusciva ad attraversare persino corsi d’acqua immaginari. Fiumi solitari che poi diventavano affluenti e davano vita a cascate dirompenti. Paesaggi manzoniani. Polmoni verdi e foreste pluviali tropicali.
Il mondo era diventato una palla da gioco situata ai suoi piedi. Pronta ad essere calciata e rimandata in orbita. Sarebbe stato un dono disperdersi per sempre nell’infinito. Senza lasciare traccia. Senza lasciare alcuna minima ombra. Sparire per sempre da ogni angolo della terra. Un linguaggio di corpi sempre in movimento. Danzanti al ritmo del rumore della pioggia. Un linguaggio di corpi in movimento che generava musica naturale e mirava a distruggere l’artificio del tempo.

Invece la palla lanciata in orbita scendeva inesorabilmente sempre giù a picco.
Viaggio di andata. Poi il triste ritorno. Verso quel luogo che tutti chiamano ragione. Dove il desiderio in gioco lasciava spazio al ripetersi del giorno. La cura dell’orto. La cura del viso. La passeggiata in splendida compagnia. Un salto al cinema. E poi il lavoro. La frenesia. Gli incontri al pub con gli amici o altrove. Tutto confezionato. Anche la musica da carion come cornice dello stesso paesaggio. Lurido e marcio.
La stessa gente. Falsa e arrogante. Le stesse misere cose. Coreografia di un niente. Di un paese perduto all’orizzonte. Di un mare al quale si udisce solo grida di vendetta. Per aver inghiottito tutto il marciume che l’uomo ha prelevato e preleva dalla terra.

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