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Autore

Filippo Violi

in archivio dal 05 dic 2012

01 agosto 1970, Crotone - Italia

segni particolari:
Fiori del male..

mi descrivo così:
Adoro graffiare con la penna e parlare d'amore facendo la guerra....

29 gennaio 2013 alle ore 15:29

Viaggio di lavoro per un diario di pubblico dominio

Intro: Una vita avvolta da sorrisini carichi di nebbia. Strette di mano dotati di certificato d’identità. E cartellini plastificati da appendere sulle giacche. Esercito di dipendenti, consulenti e ballerine pronti a succhiare i resti di mamma “Regione”. Mentre la Calabria avanza sempre di più verso quel solco storico chiamato medioevo...

Il racconto

Sono chiuso come un riccio. Alzo gli occhi e di fronte mi trovo la tastiera di color nero lucido pronta a spruzzare inchiostro digitale sul monitor. Saltello e respiro. La mente si adopera tra un carosello di lavoro e la ricerca di uno spazio infinito. Barcollo. Ma non mi piego. Determinazioni. Delibere. Regolamenti. Protocolli. Riunioni……. sono emozioni che regala l’ufficio! E lo spazio di oggi infinito si riduce al sol tatto di una lenticchia. E io barcollo. Ma non mi piego. Perché uso la lingua come forbice e faccio uso della parola come arma di difesa che poi, a ben vedere, da spirito si trasforma in materia. Cioè in scrittura. E mi adopero per un bricolage ritagliando i minuti come fossero ore. E quindi scrivo. Non posso farne a meno soprattutto quando eventi paranormali in una tranquilla giornata di lavoro determinano la sfera del tuo essere disinibito. E così per un attimo ti fermi. Respiri. Pensi. E ridi. Un sorriso a denti stretti che mastica fango e non pone limiti a ciò che vede. Solo pornografia.
Mattinata non direi insolita se a bussare alla porta del tuo lavoro vige il “cancro” della burocrazia. Abnorme mostro preistorico che si nutre di carte e cartucce da copisteria. E di soldati. Arruolati senza un perché e per lo più senza divisa. Sempre in fila. Composti dietro un orologio. Abili a strisciare. Aspettano il suono delle 14.00 come quello della campanella quando andavano a scuola. Li vedi percorrere i corridoi da una stanza all’altra come fugaci topi fogne di periferia. Ammaestrati e servili. Sembrano scimmie plastificate. Mummie pietrificate. Uomini e donne senza distinzione di sesso, di religione o di razza. Abituati a tacere per mangiare un misero panino offertogli dal superiore.  Sembrano conigli che sgranocchiano carote in minuscole gabbie metalliche.
A si!... Dimenticavo….la burocrazia! Un ordine. Un dettaglio. Un lavoro, per lo più dequalificante. Oggi però c’è il massimo del castigo. Un particolare da non tralasciare che va circoscritto. Una riunione da tenersi in un squallido e penoso ufficio della Regione Calabria.  Ah la Regione!..Si la Calabria! Terra sventrata, violentata fin dentro le budella. Ricca di pale eoliche e di cemento. E di paesaggi sempre più luridi e contaminati. Fatiscenti. Decadenti. Pieni di marcio e di veleno. E quindi mi adopero ad annotare un viaggio di lavoro per un diario di pubblico dominio.. A tenerti compagnia  nel tragitto in macchina, sulla fatidica strada statale106, oltre all’autista, alla volpe bionda e al genio dell’economia, c’è un sole alto. Poderoso. E Fiero. Che ti invita in pieno gennaio a strapparti le maniche della camicia dopo aver sfilato sapientemente gli indumenti imbottiti.
C’è Vladimiro Giacchè, l’autore di “Titanic Europa”, che da pochi minuti ha terminato a Radio Uno la sua intervista. Rivoluzione civile sembra un motto di vana speranza e di triste attesa più che di amor bolscevico . Ed io barcollo. Ma non mollo. E sempre a denti stretti,  resisto. Lo stomaco ribolle. Un vomito liberatorio in seduta stante potrebbe riconciliarmi solo a seguito di un sorriso. Devo ammettere che tutto dipende da me. E’ che non mi sento mai predisposto quando c’è da ammassare lo spirito e il corpo su uno scarno d’ufficio. Magari per sentire il dott. “Della Bianca”, dall’alto della sua dirigenza, sbraitare di brutto senza trattenere respiro. E mentre intravedi le colate di bava fuoriuscire dalle sue cavità nasali, ascolti la reclama. I suoi richiami. La vendita dei prodotti. Che sono solo scatole piene di fumo. E lo senti strillare come un gallo di primo mattino. E lo senti lamentarsi per la mancata spesa... E quindi per il suo mancato guadagno. E ti invita come un cretino ad andare avanti. E ti dice che bisogna crederci senza porsi tante domande. Non c’è niente di relativo per lui. E’ tutto assoluto. La linea d’intervento 7.1.1.2 deve correre non ha più il tempo per camminare. Le azioni 4.1, 4.2, 4.3 e 4.4 sono grumi di grasso da sparare nel cervello della gente per addormentarla. Annientarla. Questa volta definitivamente.. I soldi strappati ai programmi operativi della Regione Calabria sono lì a portata di mano. L’invito a partecipare a questo grande furto generalizzato è per tutti. Belli e brutti. Lo slogan  è “prendi i soldi e scappa!” “Prendi il software e scappa!” Ed io barcollo. Ma non mi piego. Rilevo a muso duro la mia esistenza. Le regole d’ingaggio stabilite a monte non m’interessano. Anzi le detesto! Sono vigile come un faro. E detesto fare il piantone o il secondino di prima o di terza fascia che sia. Responsabile d’ufficio? Un corno! Per dire che non me ne frega un bel niente.. Ho deciso in questo momento che la gerarchia dei ruoli non mi appartiene. E forse l’ho deciso da tempo. E penso che mai mi apparterrà.
I progetti non funzionano? Pazientate! I miei uomini saranno al vostro fianco. Mister “cafonal” Di Soia e mister “sanguisuga” Della Fera che portano in dotazione contratti di consulenze  da 150.000 euro. E sono lì, come cani da rapina, sempre pronti. Con le loro borsette griffate delle 24 ore e con i loro netbook di ultima generazione. Con quei microprocessori che viaggiano alla velocità della luce per supportare dei miseri e stupidi programmi di date-base su excell. Elenchi di cose già dette e fatte, tabelle  e tabellini da sparare nelle vene. Insomma due eroi d’altri tempi. Sane braccia rubate all’agricoltura. Parassiti di lungo corso. Sottoaceti della “magna-magna” Università della Calabria.
Se guardi le loro facce raramente troverai un sorriso, sembrano pieni di preoccupazioni e di paure, di dolore e sofferenza. Sanno nascondersi bene dietro l’apparente tristezza. Hanno la testa grande. Enorme. Piena. Di favole e certezze. Salvo poi metterla beatamente sotto terra come gli struzzi. E poi svolazzano come i pavoni nel grande circo della carriera individuale... hanno i gomiti consumati a furia di spingere….hanno le piaghe ai piedi a furia di strisciare e se gli offri una cielo stellato da guardare ti chiedono: Cos’è?

Cresciuti in provetta tra voucher formativi e succhiate perenni di latte nelle poderose bocce di “mamma” Regione. Sono da considerarsi uomini di “cultura” che hanno dedicato il proprio circuito temporale a saturare le proprie fibre cerebrali caricandole di dati e nozioni. Quando gli porgi un fiore non sentono il profumo né colgono il colore, sanno solamente indicarne la specie e la classificazione botanica.

Uomini mandatari della politica, ingrassati dalla propria sete e fame di denaro, viscidi ippopotami imbalsamati preoccupati solamente di ormeggiare la propria barca in un porto sicuro, magari esente da doveri fiscali. Amano guardare il mondo dall’alto. Annegati nella propria presunzione e nella voragine di ipocrisia in cui propagano falsi documenti come se fossero carte valori. Solo  per guadagnare privilegi... E se gli porgi la mano si chiedono:
“Cosa vorrà questo in cambio?
Non sanno che cos’è lo stile e la spontaneità, abituati come sono a giostrare in un mondo di balordi e infami, vivono nel timore dell’inganno perché solo questo conoscono! Hanno la puzza sotto il naso.

E poi ci sono le lucciole di contorto. Ragioniere e controllori . Donne in divisa arruolati per laute e infinite ricompense. Donne dal grande e dal piccolo portamento, eleganti e colorati in volto si massacrano la muscolatura pur di indossare trampoli affilati che ne slancino la silouhette: hanno dedicato la vita a tirarsi la pelle, abbronzarla, idratarla, rassodarla, depilarla e truccarla ma se le porti in un prato non sanno camminare a piedi nudi sull’erba...
Resto vigile. Barcollo ma non mollo. Saltello e respiro.  Ritaglio i minuti come fossero ore nello spazio incatenato dai doveri d’ufficio. Piccole pause conquistate a fatica. Quelle che ti consentono di strappare le lancette dei secondi dal quadrante dell’orologio. Per conquistare il tuo tempo. A colpi di scrittura. E lo fai scavando sotto i piedi alla scoperta di nuovi saperi per dedicarli al popolo. Come geloso custode della memoria storica. E annoti quanto di peggio può ancora accadere. Quanto spreco di risorse confezionate e spedite a tavolino! Quanti soldi delapidati con incentivi a fondo perduto! Per costruire poi cosa? Un niente! Strade, ospedali, scuole sempre in fila ad attendere. Porti e aeroporti utili ai consigli d’amministrazione per spalmare i costi di gestione a botte di gettoni di presenza.. E poi le voragini, i buchi, i conti di bilancio che ingoiano  fallimenti  e socializzano perdite.  Non resta che annotare solo futili dichiarazioni di politici da retrobottega. Come piccole punture di zanzare e rumorosi squilli di miseria. Galleggiano come sempre in questo circo massonico. Insieme ai taglieggiatori, ai saltimbanchi analfabeti e alle ballerine.. Pronti e uniti come non mai a spolparsi come iene i resti di “mamma” Regione. Sono cani da rapina che puzzano sempre più di carne morta. Si trasformano in borsaioli a caccia di corsi, consulenze e miele di nuova programmazione. Ed io Barcollo ma non mi piego. Resisto. Sfoglio le pagine digitali del diario di bordo racchiusi in una lucida cartella e mi organizzo per la prossima battaglia. Per la prossima andata in guerra...

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