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Autore

Gelso Bianco

in archivio dal 03 gen 2012

Atlantide delle Nuvole

mi descrivo così:
La parte bianca del lato nero.

In continuo movimento, alla ricerca di un costante cambiamento.

03 gennaio 2012 alle ore 19:15

Umi, il mare

Intro: Lei amava sorridere;amava il vento tiepido che le carezzava il viso mentre pedalava sulla sua bicicletta nuova;amava i paesaggi estivi,le campagne d’agosto quando i raggi bollenti del sole ammaliavano le corolle dei girasoli;amava la schiuma tra le onde che scrosciavano sugli scogli e si libravano nell’aria sotto forma di cristalli argentei liquidi

Il racconto

... amava rientrare in casa e inebriarsi del profumo del dolce che il nonno le preparava ogniqualvolta andasse a trovarlo: profumava di buono e lei aveva sempre amato le cose buone. Lei .. profumava di buono.

-

Dalla tendina della finestra riuscivo a intravedere gli ultimi bagnanti che tornavano dalla spiaggia carichi di borse e di teli da mare. Era quasi ora di cena, ma non avevo affatto fame, così mi buttai giù dal letto sul quale stavo poltrendo da ore e scesi giù in cucina dove i nonni stavano cucinando diverse pietanze, tutte dall’aspetto, e soprattutto dal profumo delizioso.
“E’ quasi pronta la cena, cara, ho preparato qualcosa che ti piacerà tanto. Mettiti comoda” - disse la nonna.
“Ehm.. a dire il vero non ho tanta fame”.
Niente da fare, nemmeno le sue specialità culinarie, di cui ero ghiotta, riuscirono a farmi venire l’acquolina in bocca. Avevo la testa talmente piena di pensieri che bastavano a riempire anche lo stomaco, in quel momento. 
“Ho dormito molte ore e vorrei proprio sgranchirmi un po’ le gambe prima di mettermi a tavola. Posso?” - domandai.
“Ma oramai in spiaggia non c’è più nessuno e il sole sta per calare del tutto, non credi che sia meglio …”
“Solo due passi, torno presto!”
Non li lasciai nemmeno terminare la frase che avevo già preso la felpa e la sacca ed ero uscita fuori la porta. Non era mia intenzione mancar loro di rispetto, ma avevo davvero bisogno di una boccata d’aria fresca in solitudine.
Chiusi gli occhi e presi un bel respiro. Riaprendoli mi accorsi di quanto fosse piacevole l’atmosfera tutt’intorno: era il tramonto, il sole stava nascondendosi dietro il confine del mare, ma qualche flebile raggio di luce raggiungeva ancora la spiaggia; l’aria era asciutta e l’unico suono che si udiva era lo scroscio delle onde mosse da sottili fili di vento tiepido. Avevo sempre amato andare al mare dai nonni, proprio per poter godere di immagini del genere, per poter evadere dal caos cittadino e stare un po’ con me stessa e con la natura.
Scesi giù per la passerella e cominciai a camminare pian pianino sulla sabbia ancora calda. Il vento cominciò a diventare più forte e da lontano vidi una bimba giocare col suo aquilone giallo a fronzoli bianchi. Avvicinandomi capii che non era di origine italiana: aveva una chioma di capelli biondissima e due occhi azzurri come quel mare a me tanto caro. La madre le stava dietro, anche lei biondissima, dal fascino straniero; era lì che le spiegava come far volare l’aquilone. Era una scena molto tenera, mi strappò un sorriso.
Mentre seguitavo a camminare mi accorsi che nella sabbia qua e là erano stati piantati dei piccoli ciuffetti di fiori colorati, quasi a voler delineare un sentiero incantato. Non avevo mai visto una cosa simile, ma la trovai deliziosa.
“Sarà stata sicuramente opera della bimba.” – pensai tra me e me e incondizionatamente sorrisi ancora.
Più mi guardavo intorno e più immaginavo di essere in un quadro impressionista: pieno di colori, istantanea di un attimo perfettamente catturato e divinamente dipinto. Chissà come mai sentivo di esserne parte integrante , ero nel posto giusto al momento giusto. Per la prima volta riuscivo a non vedermi più come una spettatrice fastidiosa e inopportuna, bensì come partecipe attiva di tanta grande, semplice meraviglia.
Intanto continuavo la mia passeggiata rigenerante, questa volta dirigendomi verso la riva, avevo voglia di bagnarmi un po’ i piedi nell’acqua tiepida e cristallina. Appoggiai la felpa e la sacca per terra un po’ più in là e mi avvicinai al bagnasciuga intingendo le dita dei piedi, poi quelle delle mani. Era una sensazione molto gradevole. Volevo godermi quel panorama ancora per un po’, così distesi il telo da mare che avevo portato con me e mi ci sedetti sopra.
Me ne stavo lì, rannicchiata con le ginocchia al petto, a fissare l’orizzonte. La salsedine era ancora più percettibile, ma non mi disturbava, nonostante increspasse i miei capelli, era un profumo che avevo imparato ad amare. Tirai la sacca a me e presi il lettore musicale, volevo imprimere quell’immagine nella mia mente dandole un sottofondo musicale. < Promentory >, ecco cosa avevo in mente, ed ecco cosa mi accompagnò in quel lungo viaggio in cui mi persi mentre fissavo le onde. Senza che io lo volessi riaffiorarono alla mente una miriade di ricordi, alcuni sepolti da anni, che suscitarono in me un caleidoscopio di emozioni. Emozioni che ero riuscita a nascondere per tutto quel tempo e che improvvisamente esplosero in un pianto silenzioso, sommesso, ma intenso, liberatorio.
La musica fluiva, ed io, seppure senza guardarmi, sapevo che in volto non avevo un’espressione ben precisa, ero assorta con lo sguardo e con la mente, fissa su quel che mi stava davanti e su quel che avevo dentro. Solo le lacrime che continuavano a sgorgare tradirono il mio reale stato d’animo. Le sentivo, calde e corpose, le avevo trattenute per così tanto tempo che lì, in quell’istante, si stavano manifestando in tutto il loro impeto. Potevo fare ben poco per oppormi, così le lasciai al loro decorso.
Una  fredda folata di vento improvvisa sollevò un pugno di sabbia che mi costrinse a chiudere gli occhi e ad abbassare la testa. Cercai di eliminare ogni piccolo granello in modo da non sentire bruciore, e mentre strofinavo le palpebre chiuse, sentii un leggero fruscio alle mie spalle. Con un occhio diedi uno sguardo ma non vidi nulla, così continuai a pulirmi il volto.
Improvvisamente uno strano profumo si diffuse nell’aria: non era salsedine, né altro legato all’ambiente marino, era un profumo selvatico, ma dolce. Muschio, forse. Non ne ero sicura. Poi il fruscio si spostò alla mia destra, più violentemente. Alzai di scatto il capo e i miei occhi, gonfi e arrossati dalle lacrime, furono catturati da due gemme, o forse cristalli, incastonati in un viso marmoreo e perfetto. Mi fissavano, senza chiedere, senza parlare. Al contrario, nel silenzio mi davano risposte. Immobile, stava lì a guardarmi piangere, mentre io tremavo, non perché avessi freddo, quanto più per la sorpresa di quella inaspettata presenza accanto a me.
“Continua … ” mi disse, pur senza dire una parola, solo strizzando leggermente gli occhi.
Non seppi far altro che versare altre lacrime, questa volta senza una vera ragione. Sentivo solo una forte emozione dentro che necessitava di essere liberata.
Poi un suono melodioso irruppe tra il fruscio del vento e lo scroscio delle onde.
“Dicono che la marea aumenti sempre più, giorno dopo giorno, perché tante sono le anime perdute che  sulle rive riversano lacrime; e il mare è sempre lì, da sempre, per sempre, ad ascoltarle e a dar loro conforto. Non ho mai dato molto credito a questa storia, ma guardarti piangere, qui, a pochi passi da me, in qualche modo ha vanificato ogni mio dubbio.”

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