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Poesie di Giovanni Boccaccio

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  • 05 agosto 2011 alle ore 17:44
    Nascosi son gli spirti e l'ombre tolte

    Nascosi son gli spirti e l'ombre tolte
    di fronde agli albuscelli
    dal poco amico inverno e da' suo' nati:
    ma non senza cagion le 'ngiurie molte
    fatte gli son da quelli
    per dargli maggior merti e più onorati.
    Ma s'io ben seguo gli amorosi stati,
    di te è similitudo,
    che con affanno e sudo
    ha' con Amor più tempo conversato.
    Or è tolto l'usato,
    poi che la iddea Pallas t'ha promesso,
    Venus e Mars e Pallas dier concesso!

    Hanti fatto principio grazioso
    senza pigliar lunghezza
    o altro tedio sopra tua procura.
    Ben che i' degno fosse a star nascoso,
    tuo prudenza e bellezza
    a me donato fu farne figura.
    Ma ben ch'a me sia grave tal ventura,
    per non disubbidire
    all'amoroso Sire
    con riverenza acconterò gli onori
    che ciascuna di fuori,
    in disparte, ti fer le dee amiche,
    sì che onoralle possa in tuo rubriche.

    Quella vezzosa dea Venus, sorella
    ch'è del vago Piacere,
    Amor ti porse, nella prima vista,
    nel viso di colei, leggiadra e snella.
    Sempre ti pare avere
    colorata, nel cor, d'amor suo lista:
    ben ch'io conosco in cui sempre s'attrista,
    quando privasti il passo
    col petto sodo e masso,
    facendoli austrar piazinga terra,
    sì che virtù disserra,
    ché, prima ch'ogni onor fatto le sia,
    di tal donna t'ha fatto cortesia.

    Invocar dee, come fervente amico
    delle battaglie, Marte,
    sì come provvedente a più ragione:
    che comprese tuo mente, sì pudico,
    che ti rogò le carte
    di quella armata, senza far quistione:
    non facendo d'alcuno altro menzione,
    ma difinendo, spero,
    che in istato sincero
    ................................
     ................................
    verrai della tua donna per prodezza,
    tra pel suo senno e per l'altrui mattezza.

    Mostrò Pallade alla promessa grazia
    fusse fervente e tosta,
    con l'altre sue compagne, a farti onore.
    Sì come imperial suo veste spazia,
    e suo corona ha posta
    sopra la vaga donna, ch'ha 'l tuo core.
    Po' l'usate ricchezze trasse fore
    dal lor padrone antico,
    ed a te, come amico,
    ligittimolle, e tu il passo largisti
    con vaghi color misti.
    Questa beata dea nudritti a guisa
    che sempre dei portar la sua divisa.

    Dolce canzon, per cui suggetto stato
    son notti e giorni alquanti,
    vanne a colui, per cui mi ti fé servo.
    Te gli offerrai sì come il più onorato,
    e me a' prossimanti
    gli dona come amico col tuo verbo;
    e dì che mi gli serbo
    sì come amico in segreto e 'n palese,
    qual fen le dee, che preson sue difese.

  • 05 agosto 2011 alle ore 17:40
    Oh come son talora

    Oh come son talora
    maravigliosi in noi,
    Amor, gl'incendii tuoi!
    Con accorciato crin, succinta in gonna,
    innamorata donna
    seguì del suo fedel l'orme leggiadre
    fra bellicose squadre.
    Ma così gran valore
    nelle donne moderne or non si vede,
    che, s'han maggior bellezza, han minor fede.

  • 05 agosto 2011 alle ore 17:38
    Mentre virtù de' bei vostri occhi sente

    Mentre virtù de' bei vostri occhi sente,
    arde ogn'alma gentil d'onesto amore,
    tanto e sì puro è il lor vivo splendore,
    il qual basso desir mai non consente.

    Le voci poi se con l'orecchie intese
    dall'angelica bocca ode uscir fore,
    a voi sola volgendo i sensi e il core,
    tutta d'alti pensier s'empie la mente.

    Ogni vostro atto con mirabil arte
    l'anime lega e rende l'uom felice:
    oh grazia altrui non data in terra mai!

    Ma chi rimira la divina parte
    è fatto cieco al fine, e seco dice:
    "In sole ardente, lasso, m'affissai".

  • 05 agosto 2011 alle ore 17:37
    Cresce la fiamma mia pur ch'io vi miri

    Cresce la fiamma mia pur ch'io vi miri,
    o mio bel sol, da cui mia vita pende,
    né luce altra per me fra noi risplende
    tosto ch'avien ch'in voi questi occhi giri.

    E fiano eterni gli alti miei desiri,
    sì come eterno è il ben, ch'il cor m'incende.
    Santo Amor ch'a sì degno obietto intende
    alzar la mente e movere i sospiri.

    Come, dunque, che scemi o per nuova esca
    in me fuoco d'Amor s'accenda mai,
    nel pensier vostro sì gran dubio nacque?

    Torbidi e freddi avrà ben prima i rai
    il sol, che quell'ardor del petto m'esca,
    a cui me stesso consacrar mi piacque.

  • 05 agosto 2011 alle ore 17:36
    A dir che siate bella

    A dir che siate bella
    scemo le vostre lode,
    madonna, e mi riprende ognun che m'ode.
    Nome non ci è conforme a quel che sete,
    non so che cosa avete
    più dell'uman, più del divin ancora:
    li capegli d'aurora,
    gli occhi del sole e 'l volto della luna,
    e se bellezza alcuna
    imaginar si può che non si vede,
    chiar si dimostra in voi ch'ogni altra eccede:
    né più bella di voi esser potria
    Beltà s'avesse forma o Leggiadria.

  • 15 luglio 2011 alle ore 16:11
    Se bionde trecce, chioma crespa e d'oro

    Se bionde trecce, chioma crespa e d'oro,
    occhi ridenti, splendidi e soavi,
    atti piacevoli e costumi gravi,
    sentito motteggiare, onesto e soro

    parlar in donna, com'in suo tesoro,
    pose natura mai o finser savi:
    tutt'è 'n costei, Amor, in cui le chiavi
    delle mia pene desti e del ristoro.

    Dunque, se io sovente ne sospiro,
    non mi riprenda chi la mia speranza
    non vede posta in premio del martiro.

    Questa li mia pensier urge e avanza
    con gli occhi sua a sì alto desiro,
    che nulla più sentir have 'n possanza.

  • 15 luglio 2011 alle ore 16:10
    Candide perle, orientali e nuove

    Candide perle, orientali e nuove,
    sotto vivi rubin chiari e vermigli,
    da' quali un riso angelico si muove
    che sfavillar sotto due neri cigli

    sovente insieme fa Venere e Giove,
    e con vermiglie rose i bianchi gigli
    misti fa il suo colore in ogni dove,
    senza che arte alcuna s'assottigli:

    i capei d'oro e crespi un lume fanno
    sovra la lieta fronte, entr'alla quale
    Amore abbaglia della meraviglia;

    e l'altre parti tutte si confanno
    alle predette, in proporzion eguale,
    di costei ch'i ver angioli simiglia.

  • 15 luglio 2011 alle ore 16:08
    Quel dolce canto col qual già Orfeo

    Quel dolce canto col qual già Orfeo
    Cerbero vinse e il nocchier d'Acheronte,
    o quel con ch'Anfion dal duro monte
    tirò li sassi al bel muro dirceo;

    o qual d'intorn'al fonte pegaseo
    cantar più bel color che già la fronte
    s'ornar d'alloro, con le Muse conte
    uomo lodando, o forse alcuno deo:

    sarebbe scarso a commendar costei,
    le cui bellezze assai più che mortali
    e i costumi e le parole sono.

    E io presumo in versi diseguali
    di disegnarle in canto senza suono!
    Vedete se son folli i pensier miei!

  • 15 luglio 2011 alle ore 16:07
    Chi non crederrà assai agevolmente

    Chi non crederrà assai agevolmente,
    s'al canto d'Arion venne il delfino
    faccendo sé al suo legno vicino,
    al suo comando presto e ubidiente,

    che, solcando costei il mar sovente
    in breve barca, nel tempo più fino,
    alla voce del suo canto divino
    molti ne venghin desiosamente?

    E quas'a ciò da Nettunno mandati
    circondan quella, e ogni cosa sinestra
    cacciando indrieto, e onde e tempestate.

    O orecchi felici, o cuor beati,
    a' quali è la fortuna tanto destra,
    che d'ascoltarla fatti degni siate!

  • 15 luglio 2011 alle ore 16:05
    Su la poppa sedea d'una barchetta

    Su la poppa sedea d'una barchetta,
    che 'l mar segando presta era tirata,
    la donna mia con altre accompagnata,
    cantando or una or altra canzonetta.

    Or questo lito e or quest'isoletta,
    e ora questa e or quella brigata
    di donne visitando, era mirata
    qual discesa dal cielo una angioletta.

    Io, che seguendo lei vedeva farsi
    da tutte parti incontro a rimirarla
    gente, vedea come miracol nuovo.

    Ogni spirito mio in me destarsi
    sentiva, e con amor di commendarla
    sazio non vedea mai il ben ch'io provo.

  • 15 luglio 2011 alle ore 16:04
    Non credo il suon tanto soave fosse

    Non credo il suon tanto soave fosse
    che gli occhi d'Argo tutti fé dormire,
    né d'Anfion la citara a udire
    quando li monti a chiuder Tebe mosse,

    né le sirene ancor quando si scosse
    invano Ulisse provido al fuggire,
    né altro, se alcun se ne può dire
    forse più dolce, o di più alte posse:

    quant'una voce ch'io d'un'angioletta
    udi', che lieta i suoi biondi capelli
    cantand'ornava di frond'e di fiori.

    Quindi nel petto entrommi una fiammetta,
    la qual, mirando li sua occhi belli,
    m'accese il cor in più di mill'ardori.

  • 15 luglio 2011 alle ore 16:02
    Guidommi Amor, ardendo ancora il sole

    Guidommi Amor, ardendo ancora il sole,
    sopra l'acque di Giulio, in un mirteto,
    e era il mar tranquillo e il ciel quieto,
    quantunque alquanto zefir, come suole,

    movesse agli arbuscei le cime sole:
    quando mi parve udire un canto lieto
    tanto, che simil non fu consueto
    d'udir già mai nelle mortali scuole.

    Per ch'io: "Angela forse, o ninfa, o dea
    canta con seco in questo loco eletto",
    meco diceva, "degli antichi amori".

    Quinci madonna in assai bel ricetto
    del bosco ombroso, in su l'erbe e in su' fiori,
    vidi cantando, e con altre sedea.

  • 15 luglio 2011 alle ore 16:00
    Il Cancro ardea, passata la sest'ora

    Il Cancro ardea, passata la sest'ora,
    spirava zefiro e il tempo era bello,
    quieto il mar, e in su' lito di quello,
    in parte dove il sol non era ancora,

    vid'io colei, che 'l ciel di sé innamora,
    e 'n più donne far festa: e l'aureo vello
    le cingea 'l capo in guisa che capello
    del vago nodo non usciva fuora.

    Neptuno, Glauco, Forco e la gran Teti
    dal mar lei riguardavan sì contenti,
    che dir parevon: "Giove, altro non voglio".

    Io, da un ronchio, fissi agli occhi lieti
    sì adoppiati aveva e sentimenti,
    ch'un sasso paravamo io e lo scoglio.

  • 15 luglio 2011 alle ore 15:59
    All'ombra di mill'arbori fronzuti

    All'ombra di mill'arbori fronzuti,
    in abito leggiadro e gentilesco,
    con gli occhi vaghi e col cianciar donnesco
    lacci tendea, da lei prima tessuti

    de' suoi biondi capei crespi e soluti
    al vento lieve, in prato verde e fresco,
    una angiolella; a' quai giungeva vesco
    tenace Amor, e ami aspri e acuti.

    Da' quai, chi v'incappava lei mirando,
    invan tentava poi lo svilupparsi,
    tant'era l'artificio che i teneva.

    E io lo so, che me di me fidando
    più che 'l dovere, infra e lacciuoli sparsi
    fui preso da virtù ch'io non vedeva.

  • 15 luglio 2011 alle ore 15:52
    Intorn'ad una fonte, in un pratello

    Intorn'ad una fonte, in un pratello
    di verdi erbette pieno e di bei fiori,
    sedean tre angiolette, i loro amori
    forse narrando, e a ciascuna 'l bello

    viso adombrava un verde ramicello
    ch'i capei d'or cingea, al qual di fuori
    e dentro insieme i dua vaghi colori
    avolgeva un suave venticello.

    E dopo alquanto l'una alle due disse
    (com'io udi'): "Deh, se per avventura
    di ciascuna l'amante or qui venisse,

    fuggiremo noi quinci per paura?".
    A cui le due risposer: "Chi fuggisse,
    poco savia saria, con tal ventura!".

  • Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi
    la più dilettevole parte d’Italia, nella quale, assai
    presso a Salerno, è una costa sopra ‘l mare
    riguardante, la quale gli abitanti chiamano costa di
    Amalfi, piena di piccole città, di giardini e di fontane
    e d’uomini ricchi e procaccianti in atto di
    mercatanzia, sì come alcuni altri: tra le quali città
    dette n’è una chiamata Ravello, nella quale, come che
    oggi v’abbia di ricchi uomini, ve n’ebbe già uno il
    quale fu ricchissimo, chiamato Landolfo Ruffolo…

  • Iscinta e scalza, con le trezze avvolte,
    e d'uno scoglio in altro trapassando,
    conche marine da quelli spiccando,
    giva la donna mia con le altre molte.

    E l'onde, quasi in sé tutte raccolte,
    con picciol moto i bianchi piè bagnando,
    innanzi si spingevan mormorando
    e ritraènsi iterando le volte.

    E se tal volta, forse di bagnarsi
    temendo, i vestimenti in su tirava,
    sì ch'io vedeo più della gamba schiuso,

    oh, quali avria veduto allora farsi,
    chi rimirato avesse dov'io stava,
    gli occhi mia vaghi di mirar più suso!