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Poesie di Giuseppe Pipino

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  • 23 maggio 2012 alle ore 10:19
    TUTTO E' POESIA

    Tutto è poesia.
    Anche la gioia e il dolore.
    Anche il pianto d'un bimbo
    che non capisce
    perché il nonno non si svegli
    nonostante i suoi baci,
    come  non avesse
    più fiabe da raccontare.
    Tutto è poesia.
    Anche il bacio d'una nana
    alla sua giovane amante
    finita fra le lenzuola
    bianche
    d'un ospedale.
    Tutto è poesia. Anche il pianto
    che sale e non guarisce
    le pene. Anche il grido
    d'un Dio dimenticato
    in croce a urlare
    un amore inutile
    verso uomini che non sanno
    che farsene.
    Tutto è poesia,
    o forse nulla è poesia.
    La gioia e il dolore
    appartengono a Dio.
    A noi è dato solo
    infinito stupore
    per l'attimo che
    atterrendo sparisce.

    (11/05/2012)

  • 26 gennaio 2012 alle ore 17:52
    Amica tenace (a Francesca M.)

    Fragile, tenace amica
    crei in me
    le stesse risonanze
    dei ciuffi di rosa canina
    in cima alla montagna
    di roccia, nutriti
    dal sangue degli eroi. Più cara
    dell'icona di Maria che serba
    la mia più intima preghiera
    dall'assalto doloroso
    del nulla.
    Sai di me più di quanto
    io sopporti, infreddolito
    paguro hai fatto
    cuccia d'un angolo remoto
    del mio cuore
    rappreso. Eppure non sai
    ancora i fiumi d'acqua limacciosa
    e scura che mi percorrono. La febbre
    dei miei occhi spalancati
    nella notte. Hai preso
    la mano tremante d'un vecchio
    viola di vene e d'angoscia
    nella tua – piccola,
    chiara, con riflessi
    di luna – e hai detto:
    “Coraggio, cammina.”

  • 10 giugno 2011 alle ore 17:50
    Ritorni (a Carmen)

    Ora
    che sono solo
    con me stesso,
    mi sento
    molto più umano,
    perciò divino. La mia vita,
    chiara,
    mi scorre nella mente come dovessi
    morire stasera
    alle 23 e 10.
    Mi è chiaro
    di questa vita l'inizio,
    un milione d'anni
    fa, con mia moglie
    che mi si stringe addosso
    e non mi da
    fastidio la sua puzza
    di capra, ma l'adoro. E adoro
    l suoi lunghissimi capelli
    neri che m'avvolgono
    e scaldano e scacciano
    le paure in fondo al buoi, oltre la roccia
    che sbarra la porta ai mostri
    della notte ed ai loro urli.
    Morirò stanotte
    alle 23 e 10
    e mia moglie – la stessa d'un milione
    d'anni fa - mi morderà
    la mano e coprirà
    coi suoi capelli...
    Lascio di me un piccolo
    messaggio in una bottiglia,
    una poesia, una stella
    frantumata. Frammenti
    d'una divinità che mi sopravviverà,
    barlumi
    d'una divinità intravista,
    ma inenarrabile
    come medusa che la luce
    disveli e sciolga. Ho amato
    da morire
    e questo basta. Talora
    sono stato riamato.
    Voglio divenire la foglia marcia che nutrirà
    la vite della prossima vendemmia.
    Qualcuno, senza saperlo, berrà
    il mio vino, come io ho bevuto
    ai calici generosi
    dei padri che mi hanno preceduto,
    ed amato e nutrito.
    Qualcuno bevendolo, scoprirà
    che non era poi
    così difficile volare,
    e l'insegnerà
    a qualcun altro, semplicemente,
    con amore, poco prima di partire
    o, forse,
    di tornare.

  • 10 giugno 2011 alle ore 17:48
    Vagando

    Vagando d'inverno
    per paesaggi desolati
    giunsi infine
    al mare.
    Fischiava il vento
    fra i canneti.
    La roccia
    dove l'onda  furente
    moriva
    scaglie di luce
    al cielo scagliava.
    Era gonfio il cuore
    come casa
    immensa e vuota
    sulla cima
    della scogliera
    abbandonata.
    Fu verso sera
    quando l'onda stanca
    smette il ruggito vano
    e lenta si ritira
    in spuma viola,
    fu verso sera
    che la vidi.
    Era vera
    e mi apparve luce.
    Solo
    gli occhi asciutti
    aveva, per il pianger troppo
    vano e disperato.
    Lei
    che del mare aspettava
    un vascello
    o forse incantate
    sirene
    non mi vide
    e fu vano
    il parlare:
    poiché non conosco
    i sogni che nei tuoi occhi
    il mare
    trascolora
    ed un canto non so
    che la mente
    ti catturi
    io ruberò il tuo
    cuore
    nell'incavo delle
    mani
    lo farò pulsare,
    lo nutrirò
    di  lacrime
    ed eterno
    ne farò un altare.

  • 10 giugno 2011 alle ore 17:46
    Regalami

    Amore, se vuoi farmi un regalo
    regalami un braciere
    con del fuoco dentro.
    Regalami una ciotola di riso
    condita delle tue lacrime.
    Regalami una ciocca di capelli
    ed una goccia di saliva.
    Porrò la prima in una teca
    e la seconda sulla mia ferita.

  • 10 giugno 2011 alle ore 17:45
    Distilla

    Distilla
    lentamente il cuore
    una favola amara:
    c'era una volta un vecchio
    che per scacciare la morte
    le sorrideva.

  • 10 giugno 2011 alle ore 17:44
    Sogno di un sogno

    Dicono
    che fra le immense distese nevose
    dell'Himalaja
    gelosamente custodite al di fuori
    della dimensione del reale
    da tenue
    coltre di luce rosa azzurra,
    dove il sole esiste solo
    in diretti raggi accecanti
    sulle cime, nascosto
    fra il verde umido immutabile
    degli abeti,
    esista
    in una piccola radura dove l'erba
    è piu' chiara,
    un piccolo tempio di vetro.
    E non so se era
    un solo stanco sacerdote
    o una piccola schiera vestita
    in tuniche chiare, trasparenti
    come i loro corpi, ma so
    che schierati immobili in cerchio
    attorno all'altare cantavano
    irresistibili litanie e lanciavano
    altissime urla modulate, finché
    nella piccola sfera di cristallo sospesa
    sull'altare apparivano
    immagini d'un loro sogno
    collettivo.
    E un giorno essi sognarono
    un poeta
    che li stesse sognando.

  • 10 giugno 2011 alle ore 17:42
    Non canto udresti

    Dunque vuoi che io canti
    per te, donna.
    Vuoi che apra il mio cuore
    come scrigno
    e lasci volar via la colomba
    dei sentimenti.
    Non colomba, ma falco
    volerebbe
    amore mio.
    Il rapace che ruba il sonno
    alle mie notti
    dal desiderio di te
    e non s'acqueta
    se lo sazi
    ma cresce
    a dismisura.
    Dunque vuoi
    dalle mie labbra voli
    canto di malinconia
    che ammanti di dolcezza la notte
    e regali luce alle stelle.
    Non canto udresti, amore mio,
    ma ruggito,
    urlo soffocato, gemito
    o  forse solo
    vento
    in una gallera.
    Avrebbe il tuo cuore
    un sussulto
    e, sgomento,
    volerebbe via.

  • 10 giugno 2011 alle ore 17:38
    Attesa

    Ti aspetto
    come terra
    la pioggia.
    Ti aspetto
    come vendemmia
    la vigna,
    come fiamma
    la legna.
    Ti aspetto
    e ti cerco
    come eco
    la voce
    come ombra
    la luce
    come luce
    la notte.

  • 10 giugno 2011 alle ore 17:37
    Sperduti in vasti silenzi

    Ci ritroveremo un giorno
    SOLI
    oltre le distese di dune desertiche,
    spazzate da venti immemori,
    percorse da guaiti lontani,
    laceranti, di branchi di lupi.
    Oltre gli sterpi e i licheni
    e le acque stagnanti, palustri,
    oltre i bagliori accecanti
    di masse di icebergs
      alla deriva,
    sperduti in vasti silenzi
    densi come nebbia.
    Ci aggireremo smarriti fantasmi
    paurosi di contatti
    con altre mani o volti
    che, creduti familiari, ci apparissero
    improvvisamente
    MUTI.
    Scuoteremo impossibili sbarre
    ai margini del nulla.

  • 10 giugno 2011 alle ore 17:35
    Ora

    Ora che morire
    è incanto vano
    - luce stanca
    dalla polvere dei vetri -
    È uscire dalla porta di casa
    a comprare il giornale
    all'edicola accanto.
    Ora che morire
    è salire la scala
    dell'abitudine
    e l'indomani è solo rumore
    di foglie,
    mucchi troppo grandi
    che il vento scoprira'
    nudi...
    ( l'uomo in tuta
    non vedrà le mani,
    bianche,
    e passerà)
    Ora morire
    non è luce
    che ti muore
    sulle ciglia
    - luce stanca dalla polvere
    dei vetri -
    o solo un po' di freddo sulle guance.
    Ora morire
    è l'abitudine.

  • 10 giugno 2011 alle ore 17:33
    Saggezza

    Più di mille anni fa
    incontrai un vecchio
    dalla barba turchina
    - fino ai piedi -
    e dagli occhi di vetro
    che, buttato via il bastone,
    saltellava sulla riva d'un fiume.
    Sei pazzo? - gli chiesi.
    Il vecchio ridendo
    mi invitò a salire
    sulla sua barca
    e da allora
    discendo la corrente.

  • 10 giugno 2011 alle ore 17:31
    Viali

    Sfiorarti le mani ossute,
    salici sottili
    imploranti
    il vento, dita
    graffianti il cielo
    rabbiosi.
    Naufragare dei ricordi
    nell'azzurro degli occhi
    come cadavere
    alla deriva d'un fiume.
    Misurare
    con te la nausea
    di foglie
    marce sul marciapiede, salire
    i tuoi gradini
    di legno tarlato, domandarsi
    come farai a vedere aldilà
    del vecchio
    nauseante con cui farai
    l'amore
    un sogno.

  • 10 giugno 2011 alle ore 17:28
    Il tuo ricordo

    Come pigolio
    minuto e stridulo
    d'insetto
    che canti
    l'universo
    nella notte,
    le mie parole
    narrano di te
    donna.
    Ma dolce e triste
    ed infinitamente lontano
    è il tuo ricordo
    nella mente
    che il pensiero
    si smarrisce
    ed allontana
    come onda
    su un lago
    in superficie.

  • 09 giugno 2011 alle ore 19:57
    Inno proletario

    Potente Iddio
    - noi ti adoriamo.
    Tu che esalti la fantasia in giochi sfrenati
    - noi ti adoriamo.
    Tu che ci regali una pace di zolfo e di follia
    - noi ti adoriamo.
    E fiumi di merda e capitalisti con pance
    senza fondo
    - noi ti adoriamo.
    Tu che vegli nelle nostri notti insonni
    e ci entri nelle vene
    dall'ago della siringa arrugginita
    - noi ti adoriamo.
    Potente Iddio noi ti adoriamo
    per le nostre figlie prostitute
    e le nostri madri sfatte.
    Per i nostri padri impotenti e burberi
    che non ti conobbero.
    - noi ti adoriamo.
    Per le loro bestemmie a mezzalingua
    con tre litri di vino addosso
    - noi ti adoriamo.
    Per le nostre bestemmie
    che non riuscivano
    mai a colpire
    - noi ti adoriamo.
    E le loro botte per aducarci ad adorarti
    - noi ti adoriamo.
    Potente Iddio
    noi ti ringraziamo
    per tutte le giaculatorie recitate, i cordoni baciati,
    le mani umidicce, piene d'anelli.
    - noi ti ringraziamo
    per i tramonti e il sole e la pioggia
    che ci infradicia.
    - noi ti ringraziamo
    per le nostre reti leggere e la ferrovia
    e le nostre baracche di eterni
    terremotati
    e le nostre vecchie eternamente vestite
    a lutto
    ed i loro saggi silenzi...
    - noi ti ringraziamo
    del nostro pane
    azimo quando c'è;
    della buona maledetta terra
    coltivata a sassi
    e del nostro sudore.
    Della fabbrica, la miniera,
    le mani di grasso, la silicosi
    e della nostra rabbia
    scoppiata in corpo.
    Per la scoliosi di Teresa.
    Per l'indifferenza degli altri.
    Per lo sventurato amore
    - piu' grande di Te -
    di due nanerottole mostruose
    in una corsia d'ospedale.
    Per tutte le tue creature
    ma sopratutto
    per i pidocchi ed i vermi
    solitari.
    - noi ti ringraziamo
    per la nostra pelle
    nera
    per la Coca Cola
    le vetrine e generali
    i manganelli, le pallottole e le sbarre
    dei manicomi
    e il cazzo
    del padrone
    e la lib&rtà
    - grazie signore iddio grazie
    di suicidarci.

  • 09 giugno 2011 alle ore 19:51
    Pigra li riassetterà

    Qualcuno urlerà nel buio, stanotte,
    un lupo abbaierà alla luna
    fino all'alba. Scoprirà il mattino
    la brina in incrostazioni biancastre
    sui rami rinsecchiti
    ai margini del bosco.
    Polvere di luce bagnerà
    i capelli dell'amore, delicatamente
    traendola dal sogno.
    Pigra li riassetterà
    ignara.

  • 09 giugno 2011 alle ore 19:50
    Ho lasciato

    Son salito su questo eremo
    per ricordarti.
    Qui tutto è profondità e silenzio
    e tutto ha sapore d'eterno
    e tutto è prospettiva e pace.
    Ruderi soleggiati coperti di rada
    vegetazione come dune sabbiose,
    grumi bruni e sprazzi di verde
    come un miracolo.
    Sonorità acute ed invisibili
    nascoste come segreti, intravedute
    fra i rami, verginità
    ed innocenze indifese,
    fecondità ed esuberanza
    religiosità e silenzio.
    E tutto ha sapore di terra e di linfa
    e tutto è lontananza e parvenze e voli.
    Ho lasciato case e strade
    e rumori incomprensibili e voci.
    Sono venuto dove non sono
    scale da salire o scendere
    o porte da sprangare ed uomini
    dietro i vetri.
    Lascio insonnie, maturità
    e crisi lunghissime
    e foglie.
    Lascio amori non nati
    o nati morti, amori dementi
    o disperati e mura
    parallele. Lascio demoni
    e gli incubi di mio padre.
    Umidi rampicanti
    saliranno ai miei piedi,
    silenziosamente.

  • 09 giugno 2011 alle ore 19:47
    Sogno

    Vorrei il cuore stanotte
    come vela al vento
    per giungere
    sul tuo sonno leggero
    di bimba.
    Sfiorarti i capelli,
    sfiorarti le labbra,
    la tua pelle di luna,
    la stella tremula
    sulla fronte silenziosa.
    Con passi leggeri,
    di gnomo,
    ascoltare ogni tremito,
    ogni respiro.
    Cogliere la luce lunare
    e regalarla
    su un piatto di nuvole
    al tuo sogno.
    Stanotte.

  • 09 giugno 2011 alle ore 19:45
    La vigna

    La vigna, immobile, i filari imperfetti
    come nuvole, sparsi nel campo di trifogli
    ti sorprende con colori imprevisti
    ed ha una favola tutta sua
    da raccontarti, silenziosamente, ogni volta
    che la ritrovi immobile, sperduta
    nel cielo di trifogli.
    Ha in serbo stupore di luce
    tra sottilissime venature di foglie,
    mosaici policromi,
    luce di un mattino, preziosa ed incerta,
    tepore caldo di disgelo
    e trasparente
    come una grazia di Dio.
    La collina distinta dalle sagome dei canneti,
    le rotaie, il canneto
    quando la prima volta hai voluto vedere
    il cielo dall'altra parte.
    E il sole
    che non si dimentica di noi.

  • 09 giugno 2011 alle ore 19:43
    Le tue labbra

    Martoriate dal tempo
    levigate dai giorni
    avvizzite,
    strette dai rimorsi
    di mille
    parole non dette
    le tue labbra
    mi tornano
    in mente. E vorrei
    le mie dita
    come rugiada a schiudere
    il fiore
    e finalmente udire.

  • 09 giugno 2011 alle ore 19:39
    Corpo di donna

    Per una volta
    lascia che il mio canto non voli
    ma si fermi.
    Non aquila o farfalla
    ma senz'ali.
    Per una volta
    lascia che non parli
    di stelle
    o di rugiada,
    lascia l'universo
    si perda nella notte
    e non mi curi.

    Per una volta
    io canterò di te:
    corpo di donna,
    bianca collina
    dolce terra
    dove infinitamente rinasci
    e muori.

    Per una volta
    io canterò di te
    mia prateria
    mio campo di granturco
    mio pane e miele.

    Ma lascia ch'io ne canti
    non poeta
    ma pittore.
    Non poeta lo rivesta
    di perle e seta
    ma pittore lo renda
    alla sua luce.
    Fabbro lo forgi
    alla mia fiamma.
    Contadino
    lo solchi
    col mio aratro.
    Montagna
    lo disseti
    alla mia fonte.
    Per una volta
    lascia che io canti
    il tuo corpo
    donna,
    dolce e rude
    io lo sfiori
    nella mente
    e i suoi misteri
    ne assapori,
    mi nutra
    dei suoi umori,
    io beva
    la rugiada e il miele
    dei suoi pori
    e dolcemente mi perda
    nei suoi antri scuri.

  • 09 giugno 2011 alle ore 19:37
    COME LA MORTE

    A volte penso
    che ciò che ho potuto capire di te
    sia stato
    un fruscio d'ali, il passo
    d'uno sconosciuto
    oltre la porta
    e quando la schiudi
    per sapere
    è già oltre.

    A volte penso
    tu mi abbia passato
    accanto
    come la morte
    leggera, scalza
    senza far rumore
    ed io che ti attendevo,
    io che pregavo
    per la tua venuta,
    come la morte
    non ti ho sentita.