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Autore

Giuseppe Pipino

in archivio dal 09 giu 2011

22 luglio 1949, Palmi (RC) - Italia

mi descrivo così:
Sono un sognatore. Sogno un mondo dove si possa essere buoni senza essere considerati fessi. Dove si costruiscano impianti solari a concentrazione (quelli progettati da Carlo Rubbia) che dissalino l'acqua del mare e con tale acqua si fecondino i deserti, e si produca idrogeno per muovere il mondo

19 marzo 2013 alle ore 17:06

Così parlò mio nonno

Intro: Umberto mi chiede perchè ce l'abbia così tanto coi critici.

Il racconto

Umberto mi chiede perché ce l’abbia tanto con i critici.
Credo tutto dipenda dall’assonanza che questa parola ha col nome d’uno strano personaggio di cui mi parlava con autentico odio mio nonno Domenico (Dio l’abbia in gloria) quando mi narrava le sue favole.
Io adesso le chiamo favole, ma lui ne parlava come di fatti realmente accaduti che erano stati a lui tramandati da suo nonno e a quest’ultimo da suo nonno (l’inizio della storia si perdeva nella notte dei tempi).
E tutti avevano un autentico odio verso questo personaggio.
Dirò adesso perché.
Dunque questo personaggio si chiamava Kriticus, ma questo era solo un diminutivo del nome intero, che, quando era pronunciato dal personaggio in questione suonava: Punt Kriticus Franobis. Il personaggio riteneva infatti che chiunque fosse importante come lui dovesse avere un nome lungo.
Allora, il fatto risale a circa un milione di anni fa (millennio più, millennio meno).
Alcuni Uomini (non avevano ancora scoperto la ricchezza del Palazzi e si chiamavano fra loro con l’identica parola che più o meno suonava: "Uooom". Da cui il successivo "Uomo" scritto così, con la maiuscola), alcuni Uomini dicevo, avevano scoperto - oltre al fatto che il fuoco scotta - che se si mettevano in quattro o cinque di loro armati di lance e bastoni riuscivano a spaventare perfino le bestie più grosse, e le bestie spaventate, questo si sa, tendevano a cadere più facilmente in trappola.
Dunque scavavano grandi buche, mettevano dei bastoni appuntiti in fondo a queste buche (avevano scoperto che bisognava metterli con le punte verso l’alto perché funzionassero da spiedi) e andavano poi alla ricerca della preda. Il problema, una volta scovata, era mettersi a gridare tutti assieme, agitare lance e bastoni, scagliare sassi finché la preda si spaventava, si metteva a correre nella direzione lasciata libera dagli Uomini e cadeva così nella buca.
Ora, mentre tutto questo era, in teoria, facile, (esisteva anche allora la teoria) il problema nasceva quando si trattava di trovare chi partecipasse alla caccia, perché chi per un motivo, chi per un altro, tutti dicevano di avere altro da fare.
Il personaggio che aveva sempre altro da fare era questo Kriticus. Comunque, bene o male, si trovavano sempre quattro o cinque nel villaggio che partecipassero alla caccia. I pareri su costoro erano molto discordanti. Benché il Palazzi del linguaggio non fosse a quei tempi molto esteso, per definire costoro si erano inventati tanti termini. Chi li chiamava "geniorum", chi "pazzorum" e chi "artistorum".
Kriticus li chiamava, brevemente, "fessis".
Dunque, un tempo accadde che nel villaggio vi fosse molta magra. Scarseggiavano le patate e le banane. Scarseggiavano perfino i fichidindia che a quei tempi venivano mangiati con bucce e spine per non buttare via nulla. Non solo, ma le bestie avevano imparato che quando vedevano quegli strani consimili nient’affatto simili, dovevano fuggire a gambe levate (la parola zampe non era ancora stata inventata), cosicché da molto tempo come risultato delle loro battute di caccia diurne portavano a casa solo lucertole  (Kriticus diceva che facevano schifo, ma era quello che ne mangiava più di tutti: diceva che doveva nutrirsi bene perché stava lavorando ad una grande invenzione: lo specchius)
Allora, a un certo punto, uno - di nome più o meno Diogenes - propose di fare una battuta di caccia notturna: col buio della notte gli animali non li avrebbero visti e non sarebbero subito scappati come, viceversa, succedeva di giorno.
Diogenes era molto anziano (Kriticus diceva vecchio), ma siccome erano molto pochi i giovani che s'offersero di sperimentare le delizie della caccia notturna prese la sua lanterna e si unì al minuscolo gruppo (mio nonno non sapeva dirmi, poveretto, quanti fossero nel gruppo. Quando glielo chiedevo gli prendeva un attacco di quel difetto fisico - iperproduzione di cloruro sodico ed acqua - che purtroppo mi ha tramandato).
Dunque, dopo aver scavato bellamente la fossa durante il giorno ed averla equipaggiata a "regola d’arte" coi pali appuntiti sul fondo, uscirono, col buio pesto, nella foresta. La lampada di Diogenes a mala pena serviva a illuminare i pollicioni dei loro piedi.
Ad un certo punto si sentì un ringhiare enorme, spaventoso.
Gli uomini ammutolirono ed il ringhiato cessò.
Uno degli uomini fece, parlando sottovoce, ancora rattrappito dalla paura:
«È il ringhiato più forte che abbia mai udito. Deve essere una bestia enorme.»
«Sì» fece un altro, «deve trattarsi della terribile Fedes di cui mi narrava mio nonno. »
«No, ti sbagli» fece un altro, «è Giustizias.»
«No» fece il terzo, «è sicuramente Veritas.»
L’udire questa terribile parola provocò negli Uomini ancora più terrore di quanto non avesse fatto l’urlo della Bestia, e tutti si misero a correre nella foresta.
Inutilmente Diogenes gridava: «Non correte, non correte, se restiamo uniti vinceremo!»
Gli uomini corsero. Diogenes rimase solo e la sua lampada si spense. E Diogenes cadde nella trappola che egli stesso aveva preparato il giorno prima e restò infilzato nei pali.
Il giorno dopo, con la luce del sole, gli altri uomini andarono a cercare Diogenes, l’unico che non fosse tornato dalla sventurata spedizione. Lo videro al fondo della fossa, morente ma sorridente: accanto a sé aveva, infilzata in un palo come lui, la Bestia.
«Ecco, vedete, muoio ma sono felice, perché ho catturato la più tremenda delle bestie: Veritas» disse con l’ultimo filo di voce.
Scoppiò a questo punto la risata sconcia, sonora, di Kriticus:
«Ah!ah!ah! la chiama Veritas. Ma non vedete che non è Veritas, non ne ha la forma, la struttura, non si regge in piedi. È solo un Gattus.»

Nessuno ebbe il coraggio di contraddire Kriticus: qualcuno del villaggio aveva sparso la voce che fosse una specie di mago in grado di materializzarsi in più posti nello stesso istante e anche chi non aveva visto la cosa coi suoi occhi cominciò a temerlo perché non si sa mai.
Solo un bambinetto sporco e scalzo (come tutti, del resto) si fece avanti e disse: «Gattus? Ma Gattus ha il pelo lungo e nero, e quel coso è senza peli ed è bianco. Inoltre guardate LUCCIC..!»
Non fece in tempo a finire la frase che si prese uno  scappellotto sulla nuca: «Zitto, marmocchio!» gli fece Kriticus, «Non sarà Gattus,  ma di sicuro non è Veritas, perché Veritas NON ESISTE.»

Quando chiesi a mio nonno se fosse vero che quello strano personaggio fosse capace di magie mio nonno rispose:
«Quella d'apparire in più posti nello stesso tempo era solo un banale trucco: Kriticus aveva scoperto che poteva servirsi del suo specchius per duplicare la sua immagine e prendere per i fondelli quei poveri primitivi. Tuttavia qualche magia doveva pur conoscerla perché quel personaggio, periodicamente, quando nessuno se l'aspettava ricompariva, a volte a distanza di secoli o millenni, a volte cambiando nome - facendosi chiamare Scetticus o Sofisticus - ma ricompariva.»
«Scetticus, Sofisticus...» - facemmo noi bambini - «E come si faceva a capire che era sempre Kriticus?»
«Non è facile.» - disse il nonno - «La presenza di Kriticus non si può cogliere coi sensi, col ragionamento, ma solo col cuore, con l’intuizione.»
«L’intuizio... cosa?» - fece mia sorella più piccola.
«L’intuizione, piccola, l'intuizione...»
Vedendo il nonno ridere, ridemmo anche noi.
«L’intuizione potremmo dire che è come la verga di castagno per il rabdomante: quando s'avvicina all’acqua trema.»
Poi qualcuno chiese: «E quando ricomparve?»
«Oh, tante volte.» rispose il nonno. «Un’altra volta ricomparve quando morì un ebreo di Palestina, un certo Joshuà. Un brav’uomo che, senza volerlo, aveva compiuto opere prodigiose, ridato la vista ai ciechi, guarito lebbrosi, storpi ed indemoniati. Quando i sacerdoti lo accusarono di sacrilegio, per aver fatto delle cose che solo a Dio è dato fare - e per giunta di Sabato - si difese dicendo: Non sono stato io a compiere i fatti di cui mi accusate. È stata solo la fede nel Padre mio che ha compiuto i prodigi di cui dite.»
Si beccò, ovviamente, la condanna a morte per crocifissione solenne, con ludibrio, perché aveva avuto l’ardire di proclamarsi Figlio del Padre!
Dunque questo Joshuà fu portato sul monte Cranio e fu colà crocifisso assieme a due briganti.
Uno dei due si chiamava Daimon (la bocca del nonno si contrasse in una lieve smorfia e la sua mano s'allungò in una carezza verso il viso della piccola Palmina. Nonostante la dolcezza del nuovo nome non facemmo fatica a riconoscere la vera identità del personaggio) ed era quello che chiese a Joshuà:
«Perché ti hanno condannato?»
«Perché ho detto la Verità.»
«La Verità? E chi credi d’essere, Dio?»
«Tu l’hai detto, fratello, e io ti dico che stasera sarai con me alla mensa del Padre mio.»
«Ah! Ah! Ah!» rise osceno Daimon. «Se sei veramente il Figlio del Padre perché non lo chiami in tuo soccorso? Non sei tu quello che ha detto: Quale padre vedendo che il proprio figlio ha bisogno di pane gli darebbe un serpente?»
Fu così che il povero Joshuà, il quale tutta la vita era stato un giusto e non aveva mai dubitato, per la prima volta dubitò.

«Nonno,» chiese la piccola Palmina, «questo tale, questo Kriticus è ancora fra noi?»
Il nonno continuò a sorridere con i suoi grandi occhi azzurri, ma tutti potemmo vedere chiaramente una piccola nube che li attraversava.

Purtroppo venne un giorno che i nostri genitori ci condussero dal nonno e che questi non era accanto al fuoco, al braciere dove lui buttava le bucce di arance che spandevano profumo intenso e grato nell’aria. Ma era nel letto, in quel suo lettone alto dalla testata in ferro battuto. E tutti erano silenziosi e gravi.
Solo noi bambini, incoscienti, per nostra fortuna, come sanno essere i bambini, continuavamo a entrare e uscire dalla stanza del nonno, rumorosi e lievi. Inutilmente i grandi ci facevano: «Sss! Bambini che disturbate il nonno!»

Il tempo passava e noi bambini cominciammo ad annoiarci. La piccola Palmina disse:
«Andiamo dal nonno e facciamoci raccontare una favola!»
«Si!!!» dicemmo in coro.
Nostra madre sentendo queste parole si arrabbiò:
«Bambini! Vi ho detto di fare silenzio. Andate FUORI. Il nonno oggi non può raccontarvi nessuna favola!»
Ma il nonno le fece (con una voce stranamente bassa):
«Antonietta, lascia stare i bambini, ti prego. Sono felice di vederli, di sentirli ridere, giocare. Lasciami solo con loro, ti prego.»

Ci mettemmo attorno al letto (la piccola Palmina, sul letto con lui, lo copriva di baci) e nostro nonno ci parlò ancora:
«Bambini, ho poco tempo per raccontarvi una storia. Oggi sono un po' stanco, perdonatemi. Voglio dirvi solo due parole che mi disse mio nonno.»
«E che a tuo nonno ha detto suo nonno?»
«Sì.»
«E che al nonno di tuo nonno ha detto suo nonno?»
«Sì, bambini, ma lasciatemi dire.»
«E come si chiamava il nonno del nonno del nonno del nonno che per primo ha detto le parole che stai per dirci?»  (Palmina era sempre troppo curiosa)
«Aveva un nome che comincia con zeta, ma non so altro - le rispose il nonno (forse sorrideva). Dunque questo nostro lontano nonno, un giorno disse ai suoi nipoti:
«Guardatevi dai profeti, ma ancor più dai falsi profeti.»
E i nipoti gli chiesero: «Come faremo a distinguere i profeti dai falsi profeti?»
E nostro nonno rispose: «I primi vi diranno di conoscere la Verità, i secondi vi diranno che nessuno conosce la verità.»

Poi nostro nonno chiuse i grandi occhi azzurri e s’addormentò.
Nell’altra stanza era venuto un signore, con grandi occhiali neri che gli coprivano gli occhi. Disse di essere un nostro lontano parente:
«Sono il Professore Federico Agnostico. Sono il cugino della zia Margherita. Sono venuto a salutare il nonno.»

Nessuno seppe mai dirmi chi fosse questa zia Margherita.

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