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Autore

Giuseppe Pipino

in archivio dal 09 giu 2011

22 luglio 1949, Palmi (RC) - Italia

mi descrivo così:
Sono un sognatore. Sogno un mondo dove si possa essere buoni senza essere considerati fessi. Dove si costruiscano impianti solari a concentrazione (quelli progettati da Carlo Rubbia) che dissalino l'acqua del mare e con tale acqua si fecondino i deserti, e si produca idrogeno per muovere il mondo

09 giugno 2011 alle ore 20:17

Sensibilità

Il racconto

Carla era girata verso la parete, leggermente piegata sul lavabo, il grembiule a pallini annodato all'altezza della vita con un fiocco rosso. 
Ogni volta che si girava Stefano ne dimenticava il volto. Stranamente aveva sempre avuto quella curiosa defaillance. Perciò talvolta la chiamava: « Carla! », semplicemente perché lei si girasse: «Sì, caro...».
Quando si girava tornava ad essere lei: non riusciva a capire come avesse fatto a dimenticare quel visino fragile, quei lineamenti così delicati e teneri, quel colorito chiaro. Ogni volta che l'osservava gli procurava l'identica emozione della prima volta: quella che poteva procurare una statuina in vetro, di spessore così sottile che la più delicata delle carezze avrebbe potuto frantumare.
L’emozione che l’aveva innamorato.
Quando quel viso tornava a volgersi, con quel sorriso aereo, spirituale, che non sostava sulla bocca, ma si stendeva come velo ad abbracciare gli occhi, bellissimi - le ciglia lunghe e sottili,  le guance d'un rosa pallidissimo, la fronte aperta e chiara, da cui si dipartivano i lunghi capelli - aveva già dimenticato perché l'avesse chiamata. Anzi, il cuore gli pulsava dentro in modo così forte e irregolare che finiva con lo spaventarsi. Scuoteva allora la testa come per svegliarsi e borbottava confusamente qualcosa, come colto in fallo.
Il sorriso di prima sembrava traversato da ombre veloci, ma subito tornava a risplendere, l'azzurro degli occhi tornava a rilucere: Carla gli veniva accanto, s’accucciava, tenera, al suo petto, gli prendeva la mano e se la portava al viso, poggiandola alle guance, freschissime: era l'unico modo per ricevere una carezza.
Non che Stefano non amasse farlo. Dio solo sa quale tempesta di sentimenti si scatenasse in lui quando, facendosi violenza, vi riusciva. Ma per la solita preoccupazione: quel viso era troppo puro per essere inquinato dal contatto con mani che ogni giorno stringevano altre mani, rozze e sudate. Potendolo, avrebbe racchiuso la moglie in una teca, l'avrebbe posta su un altare e sarebbe rimasto a venerarla.
« Caro...»
Quali ignobili pensieri vagavano ora per la sua mente? Gli era sembrato, addirittura,  che la mano di lei gli avesse sfiorato i genitali.
«Carla, dolcissimo tesoro, ...preferisci  Brahms o Chopen? » 
L’ennesima ombra le traversò le pupille, come nube la faccia della luna.
Stefano suppose che oggi non avesse voglia di quella musica.
Era così sensibile, Stefano, così pronto a cogliere il più piccolo turbamento che traversasse l'animo di lei. Così sensibile... 

Lunedì 29 marzo. 
Non ho mai scritto un diario. Se adesso mi sono decisa a farlo è perché sono incazzata nera. Stefano è un coglione, un figlio di puttana, uno stronzo. Fa finta di non vedere, di non capire. Non riesco a ottenere da lui una carezza neanche a pagarla. Parlargli è assolutamente inutile. Ho voglia di piangere o  morire.
O, almeno, di mandarlo a cagare.

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