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in archivio dal 17 apr 2007

Guido Gozzano

19 dicembre 1883, Torino
09 agosto 1916, Torino
Segni particolari: Non assumo pose da letterato e scrivo le mie rime, segnate dalla tristezza e dal sentimento della morte, con ironico distacco. Alla base dei miei versi vi è un romantico desiderio di felicità e di amore che si scontra presto con la quotidiana presenza della malattia, della delusione amorosa, della malinconia che mi porta a desiderare vite appartate e ombrose e tranquilli interni casalinghi.
Mi descrivo così: Sono stato un poeta italiano, nella Torino del maestro Arturo Graf.

elementi per pagina
  • 17 giugno 2011 alle ore 17:33
    La preraffaellita

    Sopra lo sfondo scialbo e scolorito
    surge il profilo della donna intenta,
    esile il collo; la pupilla spenta
    pare che attinga il vuoto e l'infinito.

    Avvolta d'ermesino e di sciamito
    quasi una pompa religiosa ostenta;
    niuna mollezza femminile allenta
    l'esilità del busto irrigidito.

    Tien fra le dita de la manca un giglio
    d'antico stile, la sua destra posa
    sopra il velluto d'un cuscin vermiglio.

    Niuna dolcezza è ne l'aspetto fiero;
    emana da la bocca lussuriosa
    l'essenza del Silenzio e del Mistero.

     
  • 17 giugno 2011 alle ore 17:25
    La bella del re

    Ciaramella che a' verd'anni
    fu l'amica del Gran Re
    (era prode e più non c'è,
    era bella e ha settant'anni),

    Ciaramella la comare
    con il fuso e la conocchia,
    se ne viene tutta spocchia
    sulla soglia per filare.

    «Che furori, cari miei!
    Delle belle la più bella
    (ora, già, non son più quella:
    parlo del cinquanta... sei...).

    E gioielli e sete fine
    (ora già non son più quella)
    e la chioma ricciutella
    fino a mezza crinoline;

    occhi neri ed i più bei
    denti, sana, bionda, snella
    (ora già non son più quella;
    parlo del cinquantasei!).»

    Nella tabe che la rôde
    fila: tira prilla accocca
    con il filo della rocca
    i ricordi del Re Prode.

    «Egli, fiero alla battaglia
    nell'ardore delle squadre,
    qui passava come un padre
    vero padre dell'Italia...

    Ma cessarono i favori
    con il Tempo e con la Morte:
    ora filo a mala sorte
    per le tele dei signori...»

    Un soffiar di tramontana
    scende giù dalla foresta:
    fa tremare ciò che resta
    della regia cortigiana.

    Tira, prilla, accocca, immota,
    ma s'inchina a volta a volta
    col pennecchio, intenta, e ascolta
    i ricordi che la ruota

    le sussurra nell'orecchio...
    E la canape l'innonda,
    disfacendosi, il pennecchio,
    d'una gran cesarie bionda.

    «Ciaramella come sei
    bionda! Torni in gioventù!»
    - e la canape la illude -
    «siamo del cinquantasei...

    Ciaramella sta sicura
    che Gli piaci, Ciaramella!»
    Ella sogna... Crede quella
    la sua gran capellatura.

    «Ecco i miei capelli d'oro!
    Vo' spartirmeli in due bande:
    su recate le ghirlande,
    perché ormai lascio il lavoro.

    Chi mi disse della fine?
    Il Passato... l'Avvenire...
    Oh! Li scialli Casimire,
    oh le gonne a crinoline!...

    Dite al Re che delle belle
    la più bella...» E resta immota,
    resta prona sulla ruota.
    Già s'accendono le stelle.

    nella notte fresca e oscura:
    la vecchietta sonnolenta
    dolcemente s'addormenta
    nella gran capellatura.

    Ecco, e all'alba, in su la rocca
    prona è ancor la Ciaramella.
    «Ciaramè, non sei più quella?»
    E un'amica va e la tocca.

    Ma si ferma in sulla porta
    e poi grida all'impazzata:
    «Ciaramella morta! Morta!
    Satanasso l'ha portata!»

     
  • 17 giugno 2011 alle ore 17:22
    Ignorabimus

    Certo un mistero altissimo e più forte
    dei nostri umani sogni gemebondi
    governa il ritmo d'infiniti mondi
    gli enimmi della Vita e della Morte.

    Ma ohimè, fratelli, giova che s'affondi
    lo sguardo nella notte della sorte?
    Volere un Dio? Irrompere alle porte
    siccome prigionieri furibondi?

    Amare giova! Sulle nostre teste
    par che la falce sibilando avverta
    d'una legge di pace e di perdono:

    «Non fate agli altri ciò che non vorreste
    fosse a voi fatto!» Nella notte incerta
    ben questo è certo: che l'amarsi è buono!

     
  • 17 giugno 2011 alle ore 17:16
    Speranza

    Il gigantesco rovere abbattuto
    l'intero inverno giacque sulla zolla,
    mostrando, in cerchi, nelle sue midolla
    i centonovant'anni che ha vissuto.

    Ma poi che Primavera ogni corolla
    dischiuse con le mani di velluto,
    dai monchi nodi qua e là rampolla
    e sogna ancora d'essere fronzuto.

    Rampolla e sogna - immemore di scuri -
    l'eterna volta cerula e serena
    e gli ospiti canori e i frutti e l'ire

    aquilonari e i secoli futuri...
    Non so perché mi faccia tanta pena
    quel moribondo che non vuol morire!

     
  • 17 giugno 2011 alle ore 17:12
    Ora di grazia

    Son nato ieri che mi sbigottisce
    il carabo fuggente, e mi trastullo
    della cetonia risopita sullo
    stame, dell'erba, delle pietre lisce?

    E quel velario azzurro tutto a strisce,
    si chiama «cielo»? E «monti» questo brullo?
    Oggi il mio cuore è quello d'un fanciullo,
    se pur la tempia già s'impoverisce.

    Non la voce così dell'Infinito,
    né mai così la verità del Tutto
    sentii levando verso i cieli puri

    la maschera del volto sbigottito:
    «Nulla s'acquista e nulla va distrutto:
    o eternità dei secoli futuri!»

     
  • 17 giugno 2011 alle ore 17:09
    Il filo

    Ma questo filo... tutto questo filo!...
    In pensieri non dolci e non amari
    il Vecchio stava chino sulli alari
    con le molle, così, come uno stilo.

    «Scrivi? Bruci? Miei versi? I sillabari?
    Il nome dell'Amata e dell'Asilo!»
    (nel Vecchio riconobbi il mio profilo)
    «Lettere? Buste? Annunzi funerari?

    Un nome, un nome! Quello della Mamma!»
    E caddi singhiozzando sulli alari.
    Il Vecchio tacque. M'additò la fiamma.

    «Da trent'anni?! Perdute le più tenere
    mani! Ma resta il sogno! I sogni cari...»
    Il Vecchio tacque. M'additò la cenere.

     
  • 17 giugno 2011 alle ore 17:07
    La differenza

    Penso e ripenso: - Che mai pensa l'oca
    gracidante alla riva del canale?
    Pare felice! Al vespero invernale
    protende il collo, giubilando roca.

    Salta starnazza si rituffa gioca:
    né certo sogna d'essere mortale
    né certo sogna il prossimo Natale
    né l'armi corruscanti della cuoca.

    - O pàpera, mia candida sorella,
    tu insegni che la Morte non esiste:
    solo si muore da che s'è pensato.

    Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
    Ché l'esser cucinato non è triste,
    triste è il pensare d'esser cucinato.

     
  • 17 giugno 2011 alle ore 16:57
    Le due strade

    Tra le bande verdi gialle d'innumeri ginestre
    la bella strada alpestre scendeva nella valle.

    Andavo con l'Amica, recando nell'ascesa
    la triste che già pesa nostra catena antica;

    quando nel lento oblio, rapidamente in vista
    apparve una ciclista a sommo del pendio.

    Ci venne incontro; scese. «Signora! Sono Grazia!»
    sorrise nella grazia dell'abito scozzese.

    «Graziella, la bambina?» - «Mi riconosce ancora?»
    «Ma certo!» E la Signora baciò la Signorina.

    La piccola Graziella! Diciott'anni? Di già?
    La Mamma come sta? E ti sei fatta bella!

    «La piccola Graziella, così cattiva e ingorda!...»
    «Signora, si ricorda quelli anni?» - «E così bella

    vai senza cavalieri in bicicletta?» - «Vede...»
    «Ci segui un tratto a piede?» - «Signora, volentieri...»

    «Ah! ti presento, aspetta, l'Avvocato, un amico
    caro di mio marito... Dagli la bicicletta.»

    Sorrise e non rispose. Condussi nell'ascesa
    la bicicletta accesa d'un gran mazzo di rose.

    E la Signora scaltra e la bambina ardita
    si mossero: la vita una allacciò dell'altra.

    Adolescente l'una nelle gonnelle corte,
    eppur già donna: forte bella vivace bruna

    e balda nel solino dritto, nella cravatta,
    la gran chioma disfatta nel tocco da fantino.

    Ed io godevo senza parlare, con l'aroma
    degli abeti, l'aroma di quell'adolescenza.

    - O via della salute, o vergine apparita,
    o via tutta fiorita di gioie non mietute,

    forse la buona via saresti al mio passaggio,
    un dolce beveraggio alla malinconia.

    O bimba, nelle palme tu chiudi la mia sorte;
    discendere alla Morte come per rive calme,

    discendere al Niente pel mio sentiere umano,
    ma avere te per mano, o dolce sorridente! -

    Così dicevo senza parola. E l'Altra intanto
    vedevo: triste accanto a quell'adolescenza!

    Da troppo tempo bella, non più bella tra poco,
    colei che vide al gioco la piccola Graziella.

    Belli i belli occhi strani della bellezza ancora
    d'un fiore che disfiora e non avrà domani.

    Al freddo che s'annunzia piegan le rose intatte,
    ma la donna combatte nell'ultima rinunzia.

    O pallide leggiadre mani per voi trascorse-
    ro gli anni! Gli anni, forse, gli anni di mia Madre!

    Sotto l'aperto cielo, presso l'adolescente
    come terribilmente m'apparve lo sfacelo!

    Nulla fu più sinistro che la bocca vermiglia
    troppo, le tinte ciglia e l'opera del bistro

    intorno all'occhio stanco, la piega di quei labri,
    l'inganno dei cinabri sul volto troppo bianco,

    gli accesi dal veleno biondissimi capelli:
    in altro tempo belli d'un bel biondo sereno.

    Da troppo tempo bella, non più bella tra poco,
    colei che vide al gioco la piccola Graziella.

    - O mio cuore che valse la luce mattutina
    raggiante sulla china tutte le strade false?

    Cuore che non fioristi, è vano che t'affretti
    verso miraggi schietti, in orti meno tristi.

    Tu senti che non giova all'uomo soffermarsi,
    gittare i sogni sparsi per una vita nuova.

    Discenderai al niente pel tuo sentiere umano
    e non avrai per mano la dolce sorridente,

    ma l'altro beveraggio avrai fino alla morte:
    il tempo è già più forte di tutto il tuo coraggio. -

    Queste pensavo cose, guidando nell'ascesa
    la bicicletta accesa d'un gran mazzo di rose.

    Erano folti intorno gli abeti nell'assalto
    dei greppi fino all'alto nevaio disadorno.

    I greggi, sparsi a picco, in gran tinniti e mugli
    brucavano ai cespugli di menta il latte ricco;

    e prossimi e lontani univan sonnolenti
    al ritmo dei torrenti un ritmo di campani.

    - Lungi i pensieri foschi! Se non verrà l'amore -
    che importa? Giunge al cuore il buono odor dei boschi:

    di quali aromi opimo odore non si sa:
    di resina? di timo? e di serenità?... -

    Sostammo accanto a un prato e la Signora china
    baciò la Signorina, ridendo nel commiato:

    «Bada che aspetterò, che aspetteremo te;
    si prende un po' di the, si maledice un po'...»

    «Verrò, Signora, grazie!» Dalle mie mani in fretta
    prese la bicicletta. E non mi disse grazie.

    Non mi parlò. D'un balzo salì, prese l'avvio
    la macchina il fruscìo ebbe d'un piede scalzo,

    d'un batter d'ali ignote, come seguita a lato
    da un non so che d'alato volgente con le ruote.

    Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
    sottile d'alabastro, scendeva nella valle.

    Volò, come sospesa la bicicletta snella:
    «O piccola Graziella, attenta alla discesa!».

    «Signora! arrivederla!» Gridò di lungi, ai venti:
    di lungi ebbero i denti un balenio di perla.

    Graziella è lungi. Vola vola la bicicletta:
    «Amica! E non m'ha detta una parola sola!».

    «Te ne duole?» - «Chi sa!» - «Fu taciturna, amore,
    per te, come il Dolore...» - «O la Felicità!»

    E seguitai l'amica, recando nell'ascesa
    la triste che già pesa nostra catena antica.

     
  • 17 giugno 2011 alle ore 16:41
    L'ultima rinunzia

    - «O Poeta, la tua mamma
    che ti diede vita e latte,
    che le guance s'è disfatte
    nel cantarti ninna-nanna,

    lei che non si disfamò,
    perché tu ti disfamassi,
    lei che non si dissetò,
    perché tu ti dissetassi,

    la tua madre ha fame, tanta
    fame! E cade per fatica,
    s'accontenta d'una mica;
    tu soccorri quella santa!

    Ella ha sete! Non t'incresca
    di portarle tu da bere:
    s'accontenta d'un bicchiere,
    d'un bicchiere d'acqua fresca.»

    - «Perché sali alle mie celle?
    Che mi ciarli, che mi ciarli?
    Non concedo mi si parli
    quando parlo con le Stelle.

    Mamma ha fame? E vada al tozzo
    e potrà ben disfamarsi.
    Mamma ha sete? E vada al pozzo
    e potrà ben dissetarsi.

    O s'affacci al limitare,
    si rivolga alla comare:
    ma lasciatemi sognare,
    ma lasciatemi sognare!»

    II.

    - «O Poeta, la tua mamma
    che ti diede vita e latte,
    che le guance s'è disfatte
    nel cantarti ninna-nanna,

    la tua mamma che quand'eri
    ammalato t'assisteva,
    non mangiava, non beveva
    nei tristissimi pensieri,

    lei che t'era sempre intorno
    per rifarti sano e forte
    per contenderti alla Morte,
    e piangeva, notte e giorno

    invocava Gesù Cristo
    e la Vergine Maria:
    o Poeta! ed oggi ho visto
    la tua madre in agonia!

    Oh! l'atroce dipartita!
    Chinerai la testa bionda
    sulla fronte incanutita
    della santa moribonda?»

    - «Taciturna è la fortuna.
    Che mi ciarli, che mi ciarli?
    Non concedo mi si parli
    quando parlo con la Luna!

    Forse che dallo speziale
    non c'è benda e medicina?
    Forse che nel casolare
    non c'è Ghita la vicina?

    La vicina a confortare,
    medicina a risanare:
    ma lasciatemi sognare,
    ma lasciatemi sognare!»

    III.

    - «O Poeta, la tua mamma
    che ti diede vita e latte,
    che le guance s'è disfatte
    nel cantarti ninna-nanna,

    - odi, anco se t'annoia! -
    lei che t'ebbe come un sole,
    che t'apprese le parole
    che ora sono la tua gioia,

    la tua mamma in sulla porta
    fu trovata sola e morta!
    Sola e morta chi sa come
    singhiozzando nel tuo nome...

    Vieni a piangere la cara,
    prima che altri le ritocchi
    giù le palpebre sugli occhi
    e la metta nella bara.

    Son le donne già raccolte
    là, nell'opera funesta:
    ma tu chiamala tre volte
    s'ella vuol che tu la vesta.»

    - «Che mi dici, che mi dici,
    che mi parli tu di lutto?
    Non intendo ciò che dici
    quando parlo con il Tutto.

    Forse che lamentatrici
    non ci sono a lamentare?
    Forse che becchini e preti
    non ci sono a sotterrare?

    E la fate lamentare
    e la fate sotterrare:
    ma lascatemi sognare,
    ma lasciatemi sognare!

    Ma lasciatemi sognare!»

     
  • 17 giugno 2011 alle ore 16:36
    La morte del cardellino

    Chi pur ieri cantava, tutto spocchia,
    e saltellava, caro a Tita, è morto.
    Tita singhiozza forte in mezzo all'orto
    e gli risponde il grillo e la ranocchia.

    La nonna s'alza e lascia la conocchia
    per consolare il nipotino smorto:
    invano! Tita, che non sa conforto,
    guarda la salma sulle sue ginocchia.

    Poi, con le mani, nella zolla rossa
    scava il sepolcro piccolo, tra un nimbo
    d'asfodeli di menta e lupinella.

    Ben io vorrei sentire sulla fossa
    della mia pace il pianto di quel bimbo.
    Piccolo morto, la tua morte è bella!

     
  • 17 giugno 2011 alle ore 16:14
    L'amica di nonna Speranza

    Loreto impagliato ed il busto d'Alfieri, di Napoleone
    i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!),

    il caminetto un po' tetro, le scatole senza confetti,
    i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

    un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
    gli oggetti col mònito, salve, ricordo, le noci di cocco,

    Venezia ritratta a musaici, gli acquarelli un po' scialbi,
    le stampe, i cofani, gli albi dipinti d'anemoni arcaici,

    le tele di Massimo d'Azeglio, le miniature,
    i dagherottipi: figure sognanti in perplessita',

    il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
    e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto,

    il cucu dell'ore che canta, le sedie parate a damasco
    chermisi... rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!

    I fratellini alla sala quest'oggi non possono accedere
    che cauti (hanno tolte le fodere ai mobili: è giorno di gala).

    ma quelli v'irrompono in frotta. E' giunta, è giunta in vacanza
    la grande sorella Speranza con la compagna Carlotta.

    Ha diciassett'anni la Nonna! Carlotta quasi lo stesso:
    da poco hanno avuto il permesso d'aggiungere un cerchio alla gonna,

    il cerchio ampissimo increspa la gonna a rose turchine.
    Piu' snella da la crinoline emerge la vita di vespa.

    Entrambe hanno uno scialle ad arancie a fiori a uccelli a ghirlande;
    divisi i capelli in due bande scendenti a mezzo le guancie.

    Son giunte da Mantova senza stanchezza al Lago Maggiore
    sebbene quattordici ore viaggiassero in diligenza.

    Han fatto l'esame più egregio di tutta la classe. Che affanno
    passato terribile! Hanno lasciato per sempre il collegio.

    O Belgirate tranquilla! La sala dà sul giardino:
    fra i tronchi diritti scintilla lo specchio del Lago turchino.

    Silenzio, bambini! Le amiche - bambini, fate pian piano! -
    le amiche provano al piano un fascio di musiche antiche:

    motivi un poco artefatti nel secentismo fronzuto
    di Arcangelo del Leuto e d'Alessandro Scarlatti;

    innamorati dispersi, gementi il «core» e «l'augello»,
    languori del Giordanello in dolci bruttissimi versi:

    «...caro mio ben
    credimi almen!
    senza di te
    languisce il cor!
    Il tuo fedel
    sospira ognor,
    cessa crudel
    tanto rigor!»

    Carlotta canta. Speranza suona. Dolce e fiorita
    si schiude alla breve romanza di mille promesse la vita.

    O musica! Lieve sussurro! E già nell'animo ascoso
    d'ognuna sorride lo sposo promesso: il Principe Azzurro,

    lo sposo dei sogni sognati... O margherite in collegio
    sfogliate per sortilegio sui teneri versi del Prati!

    Giungeva lo Zio, signore virtuoso, di molto riguardo,
    ligio al Passato, al Lombardo-Veneto, all'Imperatore.

    Giungeva la Zia, ben degna consorte, molto dabbene,
    ligia al passato, sebbene amante del Re di Sardegna.

    «Baciate la mano alli Zii!» - dicevano il Babbo e la Mamma,
    e alzavano il volto di fiamma ai piccolini restii.

    «E questa è l'amica in vacanza: madamigella Carlotta
    Capenna: l'alunna più dotta, l'amica più cara a Speranza.»

    «Ma bene... ma bene... ma bene...» - diceva gesuitico e tardo
    lo Zio di molto riguardo «Ma bene... ma bene... ma bene...

    Capenna? Conobbi un Arturo Capenna... Capenna... Capenna...
    Sicuro! Alla Corte di Vienna! Sicuro... sicuro... sicuro...»

    «Gradiscono un po' di marsala?» «Signora sorella magari...»
    E con un sorriso pacato sedevano in bei conversari.

    «...ma la Brambilla non seppe...» - «E' pingue già per l'Ernani...»
    «La Scala non ha piu' soprani...» - «Che vena quel Verdi... Giuseppe!...»

    «...nel marzo avremo un lavoro alla Fenice, m'han detto,
    nuovissimo: il Rigoletto. Si parla d'un capolavoro.»

    «...Azzurri si portano o grigi?» - «E questi orecchini? Che bei
    rubini! E questi cammei...» - «la gran novità di Parigi...»

    «...Radetzki? Ma che? L'armistizio... la pace, la pace che regna...»
    «...quel giovine Re di Sardegna é uomo di molto giudizio!»

    «E' certo uno spirito insonne, e forte e vigile e scaltro...»
    «E' bello?» - «Non bello: tutt'altro.» - «Gli piacciono molto le donne...»

    «Speranza!» (chinavansi piano, in tono un po' sibillino)
    «Carlotta! Scendete in giardino: andate a giocare al volano!»

    Allora le amiche serene lasciavano con un perfetto
    inchino di molto rispetto gli Zii molto dabbene.

    Oime'! che giocando un volano, troppo respinto all'assalto,
    non piu' ridiscese dall'alto dei rami d'un ippocastano!

    S'inchinano sui balaustri le amiche e guardano il Lago
    sognando l'amore presago nei loro bei sogni trilustri.

    «Ah! se tu vedessi che bei denti!» - «Quant'anni?...» - «Ventotto.»
    «Poeta?» - «Frequenta il salotto della Contessa Maffei!»

    Non vuole morire, non langue il giorno. S'accende piu' ancora
    di porpora: come un'aurora stigmatizzata di sangue;

    si spenge infine, ma lento. I monti s'abbrunano in coro:
    il Sole si sveste dell'oro, la Luna si veste d'argento.

    Romantica Luna fra un nimbo leggiero, che baci le chiome
    dei pioppi, arcata siccome un sopracciglio di bimbo,

    il sogno di tutto un passato nella tua curva s'accampa:
    non sorta sei da una stampa del Novelliere Illustrato?

    Vedesti le case deserte di Parisina la bella?
    Non forse non forse sei quella amata dal giovine Werther?

    «...Mah! Sogni di là da venire!» - «Il Lago s'è fatto più denso
    di stelle» - «...che pensi?» - «...Non penso.» - «...Ti piacerebbe morire?»

    «Si'!» - «Pare che il cielo riveli piu' stelle nell'acqua e piu' lustri.
    Inchinati sui balaustri: sognamo cosi', tra due cieli...»

    «Son come sospesa! Mi libro nell'alto...» - «Conosce Mazzini...»
    - «E l'ami?...» - «Che versi divini!» - «Fu lui a donarmi quel libro,

    ricordi? che narra siccome, amando senza fortuna,
    un tale si uccida per una, per una che aveva il mio nome.»

    Carlotta! nome non fine, ma dolce che come l'essenze
    risusciti le diligenze, lo scialle, le crinoline...

    Amica di Nonna, conosco le aiuole per ove leggesti
    i casi di Jacopo mesti nel tenero libro del Foscolo.

    Ti fisso nell'albo con tanta tristezza, ov'e' di tuo pugno
    la data: vent'otto di Giugno del mille ottocento cinquanta.

    Stai come rapita in un cantico: lo sguardo al cielo profondo
    e l'indice al labbro, secondo l'atteggiamento romantico.

    Quel giorno - malinconia - vestivi un abito rosa,
    per farti - novissima cosa! - ritrarre in fotografia...

    Ma te non rivedo nel fiore, amica di Nonna! Ove sei
    o sola che, forse, potrei amare, amare d'amore?

     
  • 07 giugno 2011 alle ore 8:17
    L'assenza

    Un bacio. Ed è lungi. Dispare
    giù in fondo, là dove si perde
    la strada boschiva, che pare
    un gran corridoio nel verde.

    Risalgo qui dove dianzi
    vestiva il bell'abito grigio:
    rivedo l'uncino, i romanzi
    ed ogni sottile vestigio...

    Mi piego al balcone. Abbandono
    la gota sopra la ringhiera.
    E non sono triste. Non sono
    più triste. Ritorna stasera.

    E intorno declina l'estate.
    E sopra un geranio vermiglio,
    fremendo le ali caudate
    si libra un enorme Papilio...

    L'azzurro infinito del giorno
    è come seta ben tesa;
    ma sulla serena distesa
    la luna già pensa al ritorno.

    Lo stagno risplende. Si tace
    la rana. Ma guizza un bagliore
    d'acceso smeraldo, di brace
    azzurra: il martin pescatore...

    E non son triste. Ma sono
    stupito se guardo il giardino...
    stupito di che? non mi sono
    sentito mai tanto bambino...

    Stupito di che? Delle cose.
    I fiori mi paiono strani:
    ci sono pur sempre le rose,
    ci sono pur sempre i gerani...