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Racconti di Iago Sannino

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  • 18 ottobre 2006
    Il giovane

    Come comincia: Le attitudini non rivelate di ognuno portano sovente alla castrazione. Mi decido, ancorato ai dubbi che incoronano la mia ragione a seguire le mie; etichettate dal comune senso civico come difetti. Mi conducono tra anfratti proibiti, zeppi di figure mascherate che si accoppiano come scimmie ben addestrate. Mi trasportano su rivoli d’assenzio, condivisi da bagnanti auto compiacenti privi di buona speranza. È con loro che consumo il mio sballo.  Fantasmi di fumo modellati da sbuffi compiaciuti. Una donna conosciuta tempi addietro, vuole la mia compagnia. Si lascia andare sulle mie ginocchia, mi getta le braccia al collo. L’avvicino, ci baciamo. Prende la mia mano e la fa scivolare su tutto il suo corpo, come se fosse una spugna da bagno.  Continuiamo a strofinarci, simili a serpenti in amplesso. Non mi sento bene, quest’aria mal condivisa rende il mio fiato corto, eppure non riesco a sottrarmi ad essa. Chiedo tregua alla mia vogliosa amica e decido, così, di spostarmi vicino alla finestra che da sulla strada, per trovare un po’ di refrigerio. Trovo piacevole osservare la sfilata di gente comune intenta a spettegolare sul futuro, disinteressandosi del semplice presente che hanno il privilegio di vivere. Sposto lo sguardo poco oltre la piazza e noto, seduto sul marciapiede, un giovane mal vestito intento a scrivere qualcosa su un foglio. Potrebbe avere vent’anni. È chino sulle sue ginocchia, ed i lunghi capelli gli scendono quasi a sfiorare il naso. Il movimento frenetico del braccio scrivente li fa tentennare, come fa la sottile brezza pomeridiana con i manti erbosi dei campi primaverili. Si blocca, fissa le sue scarpe sciattate, poi riprende a scrivere. I passanti neanche lo notano, o fanno finta. Sono trascorsi una ventina di minuti. Adesso si alza. Si guarda intorno con aria assente, come se stesse decidendo su quale direzione procedere. Sicuramente non ne ha una, ma è poi così dannatamente importante avere una meta? Rilegge velocemente il tutto ed abbozzando un ambiguo sorriso, getta il foglio per terra. Destato dalla curiosità, esco fuori dal locale e con una certa fretta raccolgo quel foglio ed inizio a leggere: “Ero, sono e sarò un poeta. Nessuno mi ha insegnato come scrivere e non ho ancora trovato il perché di tanta mia frenesia. I nostri professori di oggi, i detentori della sapienza, sono troppo infangati dalla morale e non vedrebbero un talento neanche se si nascondesse nelle loro mutande. Trattano i grandi della letteratura come mezzi busti da incollare sull’album dei ricordi degli istituti che controllano. Ammiccando ora all’una, ora all’altra corrente politica. Come possono trasmettere la passione di un ideale poetico, se loro per primi hanno paura di emozionarsi? Come possono assecondare la predisposizione di un ragazzo alla creatività, se si preoccupano di accudire i viziati primogeniti di ricchi industriali, incapaci di capire la differenza tra poesia e prosa? Scuola e famiglia, strumenti aberranti nelle mani di ortodossi lobotomizzatori. Sei un drogato, un alcolizzato e chissà cos’altro. Questo mi dite? Non faccio del male a nessuno e così rispetto uno dei comandamenti. Altero i miei sensi per evadere da una realtà che rifiuto? Stronzate, vi rispondo. Amo questa realtà che voi tanto deformate. Conoscete voi la magicità che offre un’alba o un tramonto? Sono beni comuni, ma sembra che esistano solo per me. Sapete prevedere, dalla semplice disposizione delle nuvole, se domani sarà bel tempo? Vi siete mai chiesti perché il barbone della piazza si è dato fuoco, l’altro giorno? Di quale realtà state parlando? Io non voglio evadere da essa, ma cerco tramite lei di invadere me stesso per sfamare la mia curiosità. Percepire non è comprendere appieno, ma solo sfiorare il concetto del mistero che è dentro ognuno. Non esiste scopo più difficile ed appagante dello scoprire la sorgente della personalità. Io non ho paura. La passione che ho dentro, basterebbe a scuotere tre generazioni dei vostri soldati di piombo. Continuerò a decretare guerra a me stesso, con ogni mezzo. L’armistizio lo firmerò a cose fatte. Lasciatemelo fare.” A lettura finita, rimango interdetto. Alzo lo sguardo, in lontananza mi sembra di vedere la sua ombra trascurata, dondolare tra rumori e scampoli di altri vissuti. Che Dio ti benedica, giovane poeta. Mi piacerebbe saperti per sempre vivo. Torno dentro… c’è un’amica che mi aspetta.