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in archivio dal 26 ago 2013

Luca Clementelli

24 marzo 1981, Roma - Italia
Segni particolari: non ne ho uno in particolare. Occhi chiari. In passato ho tagliato in modo eccentrico i miei capelli...
Mi descrivo così: Leggi il "non Curriculum Vitae" che trovi sul libro "DeStino"!
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  • 11 giugno alle ore 8:11
    Lei

    Come comincia: Con lei è come se ballassi,
    il mio corpo l’asseconda,
    è lei che guida nella coppia.
    Alcune volte lei è fortissima, violenta,
    ma tu la devi attendere, stare fermo, quasi immobile
    devi trattenere le sua forze con le braccia e le gambe per poi lasciarla andare.
    Altre volte lei è debolissima
    allora sei tu che devi andarle incontro, la devi sollevare, devi aiutarla a non fermarsi.
    Tu devi sapere già dove la incontrerai;
    alcune volte è imprevedibile,
    ma lì non ci puoi fare molto,
    fortunatamente sono pochissime.
    Quando sei con lei non sei mai da solo;
    come in una ragnatela dove ogni filo è collegato all’altro ci sono altre persone con te.
    Ognuno con il suo compito
    ma ognuno che dipende da te e soprattutto lei.
    Lei è tua amica.
    Lei è la palla da pallavolo,
    lei è semplicemente la pallavolo.
    ps quando si prende la rete il 99% delle volte
    non è un bel segnale a differenza del calcio.

     
  • 25 marzo 2016 alle ore 15:43
    Mescolarsi e comunicare nelle diversità

    Come comincia: La professoressa aveva assegnato alla classe una ricerca un po' particolare dal titolo: "Mescolarsi e comunicare nelle diversità". Carlo, mentre la madre era in cucina ai fornelli, era davanti al portatile in cerca di una idea per trovare il giusto approccio così da poter svolgere il compito. Fece una ricerca di fatti inerenti alla comunicazione. Non soddisfatto rilesse il titolo e non aveva ancora capito come sviluppare il tema del "mescolarsi". Così si concentrò sul verbo iniziale e si soffermò sulla madre intenta a cucinare. Solo allora capì che "mescolarsi" poteva essere collegato al mondo culinario. Decise di svolgere il tema sotto forma di racconto fantastico, raffigurando i personaggi con gli ingredienti di paesi diversi così da poter "comunicare nelle diversità".
    Prese una matita e iniziò a scrivere. Pensò subito al cioccolato come simbolo africano perché è il continente con la maggior produzione mondiale di semi di cacao.
    Fece una ricerca su internet e scoprì che le spezie dello Sri Lanka potevano essere collegate al continente asiatico.
    Il continente africano ed asiatico erano ben rappresentati, ma mancavano gli altri continenti e scoprì che la suddivisione in continenti non era semplice. Si andava da un modello con un massimo di sette a un minimo di quattro denominazioni. Prese per buono quello da cinque perché ricollegabile al cerchio delle Olimpiadi: l'Africa è il cerchio nero, l'America il rosso, l'Asia il giallo, l'Europa il verde, l'Oceania l'azzurro. Adesso aveva bisogno di altri “personaggi”. Per l’America scelse immediatamente il cheeseburger, per l’Europa non voleva scegliere la pizza perché era troppo ovvio. Per l’Oceania non sapeva nulla, ma gli venne in aiuto una ricerca con la parola chiave: “Australia”. Scelse un pinot nero essendo il Continente Nuovissimo uno dei più grandi esportatori di vino.
    Si decise a iniziare a scrivere avendo quattro personaggi su cinque.
    Ogni racconto - si disse - inizia con “c’era una volta” e così iniziò anche lui.
    “C’era una volta,
    un paese magico dove tutte le cose avevano il dono della parola. In una piccola cucina era in corso un dibattito su chi fosse l’elemento più importante.
    “Io vengo da una terra lontana” – prese la parola il Cacao – “sono prodotto da paesi africani: Ghana, Camerun, Nigeria, Costa d'Avorio e Madagascar e la mia qualità è molto pregiata!”
    “Allora io cosa dovrei dire? Sono la più nota spezia del mio Paese” – disse il barattolo di vetro color terra.
    “Cara la mia Cannella, tu non sei altro che la corteccia di vari alberi della famiglia del Cinnamomo, che viene estratta, essiccata, rotolata e compressa.”
    “Sì però vengo impiegata in tantissimi modi: dall’utilizzo come aroma nelle pietanze salate e in dolci tradizionali deliziosi, fino all’impiego nella medicina ayurvedica!”
    “Lo so, ma tu sai chi sono io?” – continuò il barattolo di vetro color verde scuro – “Sono la terza spezia più cara al mondo e mi presento come una capsula contenete tanti piccoli semi; in genere vengo venduta con tutta l’involucro dato che una volta aperta perdo velocemente il mio aroma. Io sono preziosa”.
    “Sì, ma le tue origini sono da ricercare nel sottobosco, appartieni alla famiglia dello Zenzero! Caro il mio Cardamomo” – rispose seccata la Cannella.
    “Va bene, allora che cosa dite di me? – intervenì un barattolo con tanti piccoli chiodi scuri al suo interno.
    “Tu? Ma tu sei solo fiori secchi, non sbocciati, di una pianta sempreverde appartenente alla famiglia dei Guaiva, cari i miei Fiori Di Garofano. – disse Cardamomo.
    “Si però siamo utilizzati anche in moltissimi piatti!” – risposero tutti in coro.
    “Chi è che parla qui? – si intromise un barattolo con delle piccole noci – Io sono il seme del frutto dell’albero di noce moscata”. Non riuscì a concludere il discorso che venne interrotto da un altro barattolo stretto e lungo con all’interno dei baccelli.
    “Sono io la spezia più cara di tutte! Vengo ricavata dal baccello di un’orchidea rampicante, che cresce nel sottobosco delle foreste tropicali dato che è una pianta che ha bisogno di poca luce. Vengo utilizzata in differenti settori che vanno dalla produzione di cosmetici ed essenze, fino all’impiego nella preparazione di molti dolci”.
    Alle parole di Vaniglia tutte le altre spezie dello Sri Lanka si zittirono.
    “Scusate se intervengo, ma forse non sapete che io sono molto pregiata”.
    Il barattolo stretto e lungo guardò in basso e si accorse di una bottiglia di Pinot.
    “E tu chi sei? Non sei di queste parti!” “Assolutamente no, io vengo dall’ Australia”.
    – in quel momento Carlo ebbe l’idea per il personaggio europeo, e proseguì a scrivere.
    “Tutta questa discussione non credo sia rilevante, se vi parlate addosso tra di voi dello stesso paese. Nel mondo c’è molto di più”.
    “Come te per esempio?” – chiesero adirate in coro Cannella, Cardamomo, Fiori di Garofano, Noci moscata e Vaniglia.
    “Esatto!” – disse Pinot quasi ridendo.
    In quel momento si sentì un rumore e il frigorifero si aprì. Si fece avanti un cheeseburger e disse: “E scusate l’America dove la mettete? Guardate me, sono un semplice panino ai semi di sesamo che contiene sostanzialmente uno o più hamburger con aggiunta di formaggio.
    Io e i miei simili siamo diventati popolari tra gli anni venti e gli anni trenta del secolo scorso negli Stati Uniti e ci sono diverse rivendicazioni su chi sia stato il primo uomo a creare un Cheeseburger. Oggi veniamo consumati in tutto il mondo”.
    “Grazie per la lezione, ma tu sei e rimani un cibo spazzatura.” – disse Pinot.
    Dal tavolo della cucina si sentì uno sbadiglio. “Mi state annoiando con tutti i vostri discorsi!” – disse Croissant – “ma voi non avete nulla di storico! Io invece sono nato tra il 1838 e il 1839 a Parigi. Fui battezzato Croissant a causa della mia forma a mezzaluna”. – Carlo aveva scelto il cornetto per l’Europa per sottolineare la sua vicinanza al popolo francese dopo i fatti del 13 novembre 2015 a Parigi. Continuò a scrivere, era quasi arrivato alla conclusione.
    “Quanto mi fate divertire, cari i miei giovani amici – disse la saggia Credenza. – Al di sopra di me venivano sistemati in bella vista tutti i cibi nei loro piatti di portata durante i pranzi offerti dalle famiglie nobili ai loro convitati di particolare rango e importanza. – tutti rimasero in silenzio. Quando l’anziana saggia Credenza parlava nessuno trovava il coraggio di interromperla.
    “Assomigliate agli uomini che non capiscono che per avere un futuro migliore bisogna mescolarsi e comunicare tra le diverse realtà. Non bisogna chiudersi e soffocare le diversità. Occorre aprire, sorridere, salutare, rispondere e dialogare tra varie comunità. Esisteranno sempre differenze di natura, di arte, di culture, di popoli. Una varietà che rende ricchezza e interesse ma anche complessità e in certi casi problematicità. Si devono convincere ancora di più che la diversità, se accettata e amata è ricchezza e stimolo reciproco, fonte di scambio e di collaborazione. La differenza deve essere vissuta nel rispetto della vita, altrimenti genera estraneità, isolamento, insofferenza o odio. Come voi ingredienti per fare una ricetta avete bisogno di mischiarvi, perdendo sì un po’ la vostra identità, ma riacquistando nuove realtà, così anche gli uomini per avere un'armonia devono mescolarsi”.
    Carlo si sentiva soddisfatto di quello che aveva scritto, ma non del tutto. Nello stesso momento la mamma alzò il volume della radio da cui proveniva la canzone "Penso Positivo” di Jovanotti, che diede a Carlo l’idea di scrivere:
    “Gli uomini dovrebbero pensare più positivo, vero cara mia amica Radio?”
    E Radio rispose: “Certo!” mentre il brano proseguiva: “Quest'onda che viene e che va/Io credo che a questo mondo/esista solo una grande chiesa/che passa da Che Guevara/e arriva fino a Madre Teresa/passando da Malcolm X attraverso/Gandhi e San Patrignano/arriva da un prete in periferia/che va avanti nonostante il Vaticano/Io penso positivo perché son vivo”.
    A questo punto Carlo capì di poter ripassare a penna il tema.

     
  • 25 agosto 2014 alle ore 20:53
    operazione acqua pulita

    Come comincia: Mi presento
     
    Mi chiamo Elio e l’acqua è il mio mondo.
    Sì mi chiamo Elio, come il gas nobile che fa volare in cielo i palloncini in lattice, quelli tutti colorati e dalle forme più bizzarre, che si vedono spesso nelle fiere di paese.
    Un giorno ho chiesto a mia madre il motivo della scelta di quel particolare nome, mi ha risposto che era il nome di mio nonno materno e, come per discolparsi, ha aggiunto che non poteva immaginare che il suo unico figlio sarebbe stato appassionato di nuoto, attratto dall’acqua e non dall’aria.
    Come spesso accade ho iniziato nuoto da bambino perché ero mingherlino e avevo problemi alla colonna vertebrale, così i miei genitori mi portavano in piscina due o tre volte a settimana. Ho provato anche altri sport, quelli di squadra, ma non riuscivo a essere felice, orgoglioso dei miei risultati come quando sono da solo in acqua, solo contro il tempo, e per vincere devo basarmi soltanto sulle mie forze, senza dipendere da nessun altro.
    Per comodità, da molto tempo, tengo i capelli rasati quasi al massimo. I capelli lunghi non li ho mai sopportati, troppo tempo sotto l’asciugacapelli dopo gli allenamenti. Per non far notare troppo la differenza non mi faccio neanche crescere la barba: appena è di tre, quattro giorni e si nota la differenza con la testa mi dirigo in bagno e mi rado, con pennello e rasoio. Sì, potrei anche usare le macchinette elettriche per tagliare tutto, barba e capelli, ma mi piace sentire l’odore del sapone che monta e la sensazione di freschezza della rasatura. E poi me l’ha insegnato mio padre.
    Inoltre ho paura che, se non mi sbarbassi, la gente mi griderebbe frasi del tipo: “Hai montato la testa al contrario?”.
     
    Il centro sportivo lo frequento diversi giorni a settimana e conosco la maggior parte delle persone che vanno lì regolarmente.
    È un posto molto grande, con piscina, campi da calcetto e da tennis, sauna e palestra.
    È il luogo che considero come la mia seconda casa, o almeno lo era fino a poco tempo fa.
    Dall’arrivo di quel palestrato di Giorgio, non è più così. Giorgio, detto “Bullone” sia per i suoi modi di fare da spaccone sia per il tatuaggio sul collo.
    Lui è il capetto del reparto palestra. Se hai bisogno di qualcosa te la trova subito. Soprattutto sostanze per riuscire a recuperare in poco tempo le forze perse, durante gli allenamenti. Dice che non sono proibite, ci sto facendo un pensiero … 
    Ha una gran bella macchina che io non mi potrei mai permettere e sinceramente non capisco neanche come la possa mantenere lui.
     
    Quando entro in piscina sono in armonia con il mondo. Nella mia vita ho imparato a distinguere i problemi in due categorie: o rimanevano fuori dall’acqua o entravano lì con me. I primi non erano importanti, i secondi a fine allenamento, dopo una lunga nuotata, avevano trovato una loro soluzione, o almeno qualcosa di molto simile.
    I miei allenatori sono stati pochi e tutti importanti: mi hanno fatto crescere, maturare, sia come atleta, sia soprattutto come uomo.
    Quando sono completamente sommerso dall’acqua mi sento libero all’ennesima potenza. I gesti sembrano più lenti, ma è lì che riesco a dare il meglio di me. La virata è il mio pezzo forte, quello dove riesco ad accumulare distacco dagli avversari.
    Odio stare sopra il trampolino, invece. È un posto che non sopporto: l’unico pezzo di ferro in un mondo d’acqua! Ho sempre paura di scivolare e farmi male, non riesco a dare il meglio di me. Non mi mai è mai passato per la testa di scegliere i tuffi come specialità!
    La doccia è la degna conclusione degli allenamenti. Quando sento l’acqua calda scorrere addosso ai muscoli intorpiditi, sento un gran sollievo. È in quel momento che penso al mio domani, al mio futuro. Il rumore dell’acqua che scorre via sulle mattonelle lucide del pavimento per finire dentro lo scarico è una specie di musica.
     
    Ora sono a un punto di svolta della mia carriera di sportivo, un punto di non ritorno. È anche per questo che sto scrivendo queste pagine. Anche se non so se le farò mai leggere a qualcuno, alla mia famiglia, alla mia ragazza, al mio allenatore.  
    Devo capire se voglio diventare un professionista e quindi trasferirmi in un'altra città oppure rimanere qui in provincia, dove ho già vinto tutto e posso solo migliorarmi contro il cronometro e vedere passare il tempo e le generazioni future, invecchiando senza troppi patemi d’animo.
    Siamo in pochi ad avere questa possibilità e credo che alcuni miei compagni di squadra, abbiano iniziato a “barare”, aiutati da Bullone. Non mi piace fare la spia, ma il sospetto ce l’ho...
     
    Aprile
     
    Mi chiedo perché continuo a scrivere questo diario. Forse è un modo per non sentirmi in colpa su ciò che credo di sapere e non voglio scoprire? O forse vorrei anch’io diventare cliente di Bullone e fregarmene di tutto? 
    Non so di chi fidarmi... ho dei sospetti anche sul mio allenatore, Carlo: credo che sia d’accordo con lui, con Giorgio.
    I miei genitori? Hanno già tanti problemi, non posso aggiungere loro questo macigno, non lo sopporterebbero.
    La mia ragazza? Ci frequentiamo da troppo poco tempo. Se sapesse temo che scapperebbe via e non voglio rischiare la nostra relazione.
    Non so se andare a denunciare la cosa dai Carabinieri o alla Polizia, ma non ho prove, solo supposizioni. Magari mi chiederebbero di diventare una spia, di fare l’infiltrato, entrare in contatto con quelli di cui sospetto, cercando di farli ammettere e non so se ne sarei capace.
    Intanto i risultati in vasca iniziano a peggiorare. Il problema è che in poche settimane alcuni miei compagni mi hanno surclassato. Tengono delle capsule nei loro armadietti, mi hanno detto che sono energizzanti, integratori naturali tipo ginseng,erba mate, maca, germe di grano, guaranà, spirulina, la crema di Budwing e altre cose simili... Io personalmente conosco poco queste sostanze... ci sarà da fidarsi?
    Non so se andare dal dottore da cui vanno gli altri a farmele prescrivere: mi hanno dato il suo biglietto da visita e io non l’ho gettato via, l’ho riposto nello scompartimento più nascosto del portafoglio, senza pensarci troppo.
    Da quel giorno c’è un’immagine che ricorre spesso nella mia mente, il nome e il numero stampato sul biglietto: prendono vita e mi si avvicinano. Sta diventando un incubo...
     
    Maggio
     
    Eccomi qui, seduto nella sala d’attesa del dottore, non ci sono molte persone sedute. Ho preso appuntamento, voglio fare una visita, almeno voglio provarci.
    La segretaria mi ha fatto cenno di entrare. Il dottore non è come me lo sono immaginato, davanti a me c’è un bell’uomo, chissà perché me lo immaginavo grasso, con una vistosa pelata. Dopo essermi presentato e avergli fatto il nome del centro sportivo, come se fosse una parola magica, è diventato più gentile, ma anche più pacato nei modi, tranquillo, rilassato.
    Tra i vari discorsi, allora, ho voluto inserire anche il nome di Giorgio e del mio allenatore Carlo. Ma lui mi ha guardato in modo enigmatico, quasi di rimprovero, come se quei nomi non si dovessero mai pronunciare, come da bambino, quando dicevi una parolaccia davanti a tutta la famiglia.
    Mi ha visitato in quattro e quattr’otto e mi ha lasciato una ricetta bianca, direi quasi anonima se non fosse per il timbro e la firma, se vogliamo chiamare così questo scarabocchio. Mi ha anche raccomandato di non esagerare con le pillole... No, niente ricevuta né fattura...
    Il dottore non era nel mio quartiere, quindi ho chiesto alla segretaria dove trovare una farmacia nelle vicinanze. Me ne ha indicata una a pochi metri dallo studio. Sono entrato come se dovessi rapinarla: testa bassa, bavero della giacca rialzato, mi sono diretto al bancone cercando di non incontrare lo sguardo di nessuno. Qui non mi conoscono ma non voglio correre rischi, un conoscente può sempre sbucare all’improvviso da dietro l’angolo. La dottoressa dietro al bancone mi ha chiesto se avevo la tessera sanitaria per scaricare lo scontrino dalle tasse, ma le ho risposto di no, volevo solo sbrigarmi!
    Tornato a casa ho subito cercato su internet le sostanze contenute nelle pillole dentro al flaconcino. Non contento, ho letto anche le “istruzioni per l’uso”, quei foglietti scritti in caratteri piccolissimi, che una volta aperti ti passa la voglia di prendere la medicina e che nessuno riesce a ripiegare in modo corretto e riporre nella custodia.
    Come mi sento, ora? Non lo so. Non so se fidarmi e iniziare a prenderle oppure buttarle nel gabinetto, come accade nei film quando il tossico viene sorpreso dalla polizia in casa con la droga.
    Domani le nasconderò nell’armadietto della palestra, le metterò in fondo, dietro al beautycase uso dove tengo le cose per la doccia.
     
    Giugno
     
    Adesso che si sa che sono andato da quel medico, gli atteggiamenti da parte dei miei compagni nei miei confronti sono migliorati. Io ancora non ho provato quelle pillole, ma glielo sto facendo credere. Alcuni discorsi mi fanno paura, qualcuno ha parlato delle mie “medicine”, dicendo che anche lui aveva “iniziato così”...
    “Iniziato? Ma io non ho cominciato nulla, io le prendo solo come energizzanti, per riprendermi dalla fatica, rimettermi in forze velocemente”.
    “Sì, lo pensavo anch’io in principio! Poi mi hanno convinto a prendere qualcosa di più potente... Stai cominciando a salire su una scala mobile, ma non vedi la fine, e soprattutto, come tutte le scale mobili, non puoi fermarti né tornare indietro, e neanche scendere, puoi solo andare avanti!”.
    Anche Bullone ora mi considera suo “amico”, ma ho paura che se le mie prestazioni non migliorano capiranno che li sto ingannando. È qualche mese ormai che questa storia va avanti, ancora non ho deciso se tentare il passaggio a professionista, ma il tempo sta per scadere.
    Ieri notte ho anche dormito male, tra me e me ho dato la colpa a quello che avevo mangiato. Mi sono alzato dal letto e ho aperto la finestra per far entrare un po’ di aria fresca. Per fortuna è estate e il tempo lo permette. Davanti al panorama il tempo passava, ma io ero sempre in balia dei miei dolori. E dei miei pensieri.
    Le ferie si stanno avvicinando, ma io non ho programmi per quest’anno né voglio pensarci!
    Fare come fanno tutti? Cercare di capire cosa sta succedendo? Andare a denunciare questo giro? Non lo so, non lo so, non lo so! Comunque non oggi, forse domani.
     
    E voglio anche smettere di scrivere questo diario.
     
    Luglio
     
    Era da quasi un mese che non scrivevo più, ma ho dovuto riprendere!
    È successo! Tutti lo conoscevano nel quartiere, tutti pensavano che sarebbe capitato prima o poi… Giorgio è stato arrestato!
    I poliziotti l’hanno preso in una retata, l’altra sera, in un pub malfamato. Lui confessa dice di essere innocente, ma le accuse a suo carico pare siano molte. Sembra che la Polizia lo consideri un pesce piccolo, comunque.
    Sicuramente Bullone aveva dei capi a cui doveva dar conto, lui si occupava della nostra zona e la sua specialità era trovare “carne fresca”, atleti giovani, come me. Non si sa chi lo abbia tradito, si fanno due ipotesi: uno dei suoi collaboratori o uno che si riforniva tramite lui, come me.
    Ora lo interrogherà e probabilmente inizierà a parlare, a dire quello che sa. Ho paura! L’angoscia mi soffoca.
    Ho seguito il telegiornale regionale con molta attenzione, è stato uno dei primi servizi mandati in onda.
    Il capo della squadra mobile ha spiegato che avevano già molte prove e che hanno voluto chiudere l’operazione in fretta, prima di una prossima gara sportiva molto importante. L’hanno chiamata operazione “acqua pulita” e hanno detto che sicuramente “ci saranno altri sviluppi”.
    Ho paura che queste novità riguarderanno anche me, che magari mi vengano a prendere a casa!
     
    Sono passati un po’ di giorni, io ho scelto di non andare più in piscina, voglio che si calmino un po’ le acque.
    Che bello il silenzio: nessuno parla, nessuno può criticare, nessuno può insinuare, nessuno può accusare...
     
    Non c’erano novità sulle indagini, eppure oggi il primo servizio al telegiornale era dedicato proprio all’operazione “acqua pulita”.
    Carlo è stato trovato impiccato nel suo ufficio vicino alla piscina. Lo ha scoperto la mattina presto la donna delle pulizie, entrando nella sede della polisportiva.
    Ha lasciato un biglietto d’addio: “Non posso andare in prigione. Chiedo scusa a tutti, ma non posso continuare a vivere così. Chiedo scusa per il male che ho fatto! Non volevo. È stato qualcosa di più grande di me… Carlo”.
    La polizia stava indagando su di lui. Gli agenti hanno trovato alcuni documenti compromettenti nel suo portatile personale,  anche se prima di morire Carlo aveva provato ad eliminare tutto il contenuto dell’hard disk. I tecnici informatici della polizia però sono riusciti a recuperarli. Ci sono tabelle piene di nomi, medicinali e conti.
    La piscina rimarrà chiusa fino a quando le indagini non saranno terminate.
    Ho pianto in camera mia, da solo, come quando ero piccolo, giocavo con gli amici, cadevo e mi sbucciavo il ginocchio. Allora, però, cercavo con gli occhi mia mamma per gettarle le braccia al collo e farmi consolare.
     
    E’ arrivata, è tra le mie mani, tremo.
    Una lettera da parte della polizia. La apro con il batticuore. Mi hanno invitato a presentarmi al commissariato domani mattina, alle ore 9.00. Mi dico che non può essere una situazione così preoccupante: tra le righe leggo la frase “come persona informata sui fatti”. Ho tirato un sospiro di sollievo così forte che forse i vicini di casa l’ hanno sentito! Porterò con me il flacone delle pillole, la ricetta e questo diario, mi darà forza.
     
    Ottobre
     
    Il giudice ha deciso di non procedere contro di me! Ho trattenuto le lacrime a forza quando l’ho saputo! Ha detto che è stata importante la mia disponibilità a chiarire da subito la mia posizione. Il fatto di non aver mai preso le pillole che il medico mi aveva prescritto, poi, mi ha salvato: la vita e il futuro. Inoltre nel computer di Carlo non è stato trovato nessun indizio a mio carico. Il mio nome e cognome non comparivano, era venuto fuori solo da alcune dichiarazioni di Bullone.
    Non so chi o cosa devo ringraziare, la fortuna, forse la mia paura. O è stata la forza di volontà che non mi ha fatto cedere alla tentazione? Adesso devo rimboccarmi le maniche e dare il meglio di me.
     
    In questi giorni, in piscina campeggia questo cartello:
     
    Apertura del centro polisportivo
    Nuova gestione
     
    Corsi di:
    nuoto
    acquagym
    pallanuoto 

    campi di:
    calcio a cinque
    calcio a sette
    tennise tanto altro!!!!
     
    Accorrete tutti!!!!
    Che cosa aspettate?
     
    Per info rivolgersi in segreteria nei seguenti orari:
    Lunedì - venerdì: 10-13 17-20
    Sabato: 10-13.
     
    E in fondo all’avviso queste parole:
    Istruttore di nuoto: Elio Vitale.
     
    La nuova società mi ha contattato proponendomi questo lavoro! Quando me lo hanno detto non ci volevo credere: dopo essere stato a un passo dalla prigione … Ho detto subito di sì, senza pensarci un attimo …
    Dovrò studiare, seguire un corso e prendere un brevetto di “Docente istruttore di nuoto”.
    Ho deciso. Rinuncio ai miei sogni agonistici, alla carriera, farò l’insegnante.
    Istruttore di nuoto: ai miei allievi spiegherò che l’importante è divertirsi e dare il meglio di sé, onestamente, senza imbrogliare.
    Mi viene da piangere, ma questa volta di gioia!
                                                                                                           

     
  • 19 gennaio 2014 alle ore 21:26
    Il ponte di Eraclito

    Come comincia: "Mamma mamma, ma è vero!!!!" l'ho visto con questi occhi! L'altra metà del ponte non c'è più, è caduto in acqua! solo i pesci possono andare dall'altra parte del fiume perchè lì è intero!"
    "Gigi, la tua fantasia è illimitata! Ma come fa un ponte a non esserci più!Dal giorno alla notte? e poi scusami, ma ai pesci non serve il ponte in acqua, loro possono nuotare e in ogni modo li hai mai visti uscire dall'acqua? Morirebbero! Se non vogliamo bagnarci , siamo noi uomini a dover avere qualcosa sotto i piedi, per spostarci da una parte all'altra del corso d'acqua. Ora, per favore vai in camera tua a studiare!".
    Gigi se ne andò offeso in camera sua. chiuse la porta a chiave e uscì furtivamente dalla finestra. Non poteva fare le sue operazioni di matematica con questo dubbio. Armato del suo zainetto, si diresse fuori dalla città. 
    Il ponte era lì, come l'aveva descritto alla mamma, si fece coraggio e si avvicinò, con ancor più coraggio percorse la metà del ponte visibile ai suoi occhi. 
    "Gigi, e ora che cosa vuoi fare?" Gigi sobbalzo, chi era che parlava? Chi conosceva il suo nome? Si guardò attorno, ma non vide nessuno. "Sono quaggiù... ehilà!"
    Una buffa creatura lo salutò. Era di verde vestito con un buffo cappello a punta e delle strane scarpe con la punta a ricciolo. "Chi sei?" chiese Gigi, "Mi presento sono Fantasy, il folletto guardiano del ponte. Ciao Gigi!" Gigi rimase a bocca aperta, il folletto continuò: "Ti chiedi come faccio a sapere il tuo nome? E' una magia..."
    Gigi si sedette con le gambe penzoloni e magicamente la metà del corpo sparì inghiottita da una soffice nuvola grigia. Si divertì a far muovere la mano avanti e indietro, ora c'era, ora non c'era più. Fantasy con un balzo gli saltò sulla spalla destra e iniziò: "Io sono un tuo vecchio amico, ma forse non ti ricordi di me; succede sempre così a voi umani, più andate avanti nella vostra vita e più diventate ottusi, tonti, stupidi. 
    Dall'altra parte del ponte c'è il nostro mondo magico. Solo i bambini come te riescono a vederlo, ma più si diventa grandi e meno si riesce a distinguere, a credere nella magia, nella fantasia..."
    "Perchè lo vedo intero nell'acqua? I pesci sono più magici e più fantasiosi di me?" Lo interruppe Gigi. "No, i pesci non c'entrano nulla, è l'acqua l'elemento importante, perchè se rimane pura e limpida è l'unico elemento terrestre a poterlo rispecchiare, a condizione che anche chi vede sia spontaneo, e tu Gigi lo sei, per ora... Ti darò un oggetto per farti ricordare queste parole: "Cerca sempre nella vita di conservare un po' di magia in quella testolina" e bussò sulla fronte di Gigi.
    Il dolore del "toc toc" sulla fonte a poco a poco divenne suono.
    "Gigi è permesso? Dai apri, sono la mamma..."
    Gigi si ritrovò in camera sua con la testa sul quaderno di matematica, seduto alla scrivania, lo zainetto sulla spalliera del letto con la targhetta del suo nome che usava alla scuola elementare, sul comodino il suo peluche, con l'etichetta del marchio di fabbrica, Fantasy.
    "E' stato tutto un sogno" si disse Gigi tra sè e sè. Alzandosi dalla sedia gli cadde a terra un piccolo bracciale, mai visto prima di allora, se non in quel sogno.

     
  • 08 ottobre 2013 alle ore 15:46
    Achille

    Come comincia: Achille sentì subito le vibrazioni provenienti dal pavimento, alzò gli occhi e dalla finestra vide un lampo abbattersi su un albero. Iniziò a prepararsi aprì l’armadio e prese il completo sportivo. Nel mentre, il caffè era venuto su, ne sentì l’odore e corse a spegnerlo prima della sua fuoriuscita. Questa era una delle poche comodità ad avere una casa piccola. Si sedette sul bancone, aveva scelto quella cucina, perché gli piaceva pensare di essere come al bar. Il tempo non migliorava, dalla sua posizione vedeva solo ombrelli andare avanti e indietro. Lesse l’ora sull’orologio e si decise di darsi una mossa, aveva la mattinata libera, non voleva sprecarla.
    Tornò in camera e si vestì. Chiuse casa e fece un sorriso alla vicina con il bambino nel passeggino, che aspettava l’ascensore. La prima non rispose, era troppo presa dalla telefonata che stava tenendo, il secondo,invece, iniziò a fargli le boccacce.
    Gli piaceva quel bambino, era sempre allegro. Molto tempo fa, aveva letto sulla coccarda azzurra, che segnalava la sua nascita, il nome Mattia.
    Achille fece passare la mamma e mentre chiudeva le porte dell’ascensore, vide Mattia quasi cadere dal passeggino per salutarlo con un grande sorriso. Uscito dal portone si diresse verso il fruttivendolo, la pioggia era diminuita e il sole faceva capolino tra le nuvole. Pioveva con il sole! Odiava quel tempo! O pioggia o sole, non entrambe le cose! Mandò un sms a sua moglie avvertendola che sarebbe passato a prenderla al lavoro.
    “Quanto gesticolano le persone parlando tra di loro e neanche se ne accorgono!” pensò superando due vecchiette con il carrello della spesa già pieno.
    Iniziò a prendere e pesare la frutta e la verdura. Un ragazzo lo colpì a una spalla, ma neanche se ne accorse, tanto era concentrato a scegliere la prossima canzone da pompare nelle proprie orecchie.
    “Ormai le fanno di tutti i colori e grandezze,le cuffie; questa generazione fa diventare ricco ogni otorino!” rifletté Achille.
    Finito di riempire il piccolo carrello si diresse verso la cassa, dove l’attendeva la solita persona scorbutica. Non capiva come poteva lavorare lì, senza che i clienti se ne lamentassero e soprattutto gli incassi non calassero. La vita frenetica di tutti permetteva tutto ciò.
    Non capì cosa gli dicesse la cassiera perché occupata in un’altra conversazione con la collega, quindi lesse il totale sul display della cassa e preso il bancomat glielo consegnò.
    Con le buste in mano e facendo molta attenzione attraversò la strada, in quella zona le macchine sfrecciavano da tutte le parti per non parlare dei motorini …
    Varcò il portone, che qualcuno sbadatamente aveva lasciato aperto. Con un colpo di tacco lo richiuse, come il cartello pregava di fare, e salì al piano di casa.
    Mise in ordine la spesa, prese le chiavi della macchina dalla ciotola e si diresse verso il garage.
     
    Questa è solo la prima parte, forse non tutti hanno capito che Achille è sordo ( se vuoi rileggere con questa piccola informazione fai pure…)
    Ho scelto questo nome perché la sordità può essere paragonata al tallone (d’Achille, quello più famoso). Ognuno di noi ha una debolezza,un deficit (termine tecnico) una mancanza tangibile o no, sta a noi conviverci nel migliore dei modi.

     
  • Come comincia: Sono pronto per un'altra giornata di corse. E sto in attesa del mio compagno di viaggio, non so ancora chi sarà oggi: sono sempre l’ultimo a sapere le cose…
    Lavoro in una grande città e questo mi fa sentire importante, anche se spesso sono in ritardo e per questo me ne dicono di tutti i colori. Mai una volta che senta dei ringraziamenti!
    Sono ancora a riposo, il sole fa capolino dalle fessure della grata. Sento il cinguettio degli uccelli e, da qualche tempo, anche il verso dei gabbiani!
     
    Oggi potrei incontrare Patrizio e Jessica: sono una coppia di giovani innamorati anche se ancora non se ne sono accorti. Patrizio vorrebbe trovare il coraggio di stamparle sulla guancia un bacio appassionato, senza pensare alle conseguenze. Se Jessica reagisse con uno schiaffo non gli importerebbe, se reagisse con un “Perché l’hai fatto?”, le risponderebbe: “Per ringraziarti”. Tutti ci sono passati in quella fase, da ragazzi, quando una sconosciuta diventa il più bell’essere vivente sulla faccia della terra. Chi non si è innamorato almeno due o tre volte al giorno alzi la mano. So già che sarete pochissimi.
    Nelle prime ore del giorno ci sono soprattutto lavoratori stranieri. Victor e Miriam parlano sempre, tra loro o al cellulare, nella propria lingua d’origine, chissà se per sentirsi un po’ “a casa” o per avere più libertà di comunicazione. Chissà di cosa chiacchierano: hanno sempre lo stesso tono, non si capisce se scherzano, parlano male dei datori di lavoro o litigano. È da un po’ che non li incontro, però, credo che siano tornati nel loro paese per le vacanze.
    Durante il tragitto c’è chi studia o legge un libro: quello in autobus è uno dei pochi momenti della giornata in cui si ha del tempo per sé, a volte l’unico, poiché non ci si deve preoccupare del percorso, basta ricordarsi di scendere alla fermata giusta. Antonella sta sempre in fondo, sui sedili dell’ultima fila e continua tranquillamente a leggere mentre sistema la ciocca di capelli dietro l’orecchio. Chi legge, spesso, si isola tanto da non accorgersi di aver sorriso. Potrebbero lanciare un premio letterario: “Miglior libro dell’anno per sorrisi provocati su mezzi pubblici”, farebbe furore. Certo, bisognerebbe escludere i libri di barzellette o di attori comici, per loro sarebbe troppo facile...
    Sull’autobus si consuma anche lo scontro generazionale. Quando i giovani restano seduti, per i vecchi sono dei maleducati, se cedono il posto gli anziani si inorgogliscono, pensano che non sono poi così acciaccati e rimangono in piedi, rispondendo che devono scendere alla prossima. I ragazzi di oggi poi vivono con le cuffiette praticamente incorporate alle orecchie: auricolari di tutte le forme, dimensioni e colori, attaccate a tutti i tipi di congegni, i-pod, mp3, cellulari... A me è un sistema che non piace, isola le persone e poi la musica certe volte disturba, perché è troppo alta  o di un genere strano. De gustibus...
    Un giorno una ragazza, vedendo un tipo appena salito con l’mp3 che sembrava intento ad ascoltare la sua musica preferita, ha sussurrato  alla sua amica: “Che bel ragazzo!” (a dire il vero non l’ha detto proprio così…). Lui si è girato e l’ha ringraziata. Aveva l’mp3 scarico e lo teneva incollato alle orecchie solo perché non aveva voglia di metterlo via. La ragazza è diventata  rossa dalla vergogna! Li ho persi di vista, ma credo che siano scesi insieme .
    Oggi è un giorno lavorativo, quindi Franco sta aspettando in mezzo alla strada, con la sua ventiquattr’ore nera abbinata al completo giacca e cravatta e il suo migliore amico: l’inseparabile telefonino. Le persone come lui, che vedendomi arrivare alla fermata si sbracciano e agitano in segno di stop, mi fanno un po’ ridere. Sono buffi, sembra abbiano paura che non mi fermi o che mi scambino per un taxi…
    E i Billy, li Incontrerò oggi? È un nomignolo che ho coniato per descrivere i forestieri che incontro per la strada. Loro sì che si gustano la città, più degli abitanti del luogo. In giro ne puoi vedere tante di queste comitive, soprattutto d’estate e in tutte le ore del giorno, infischiandosene del caldo afoso, con il cappellino, il vocabolario, la cartina della città e i sandali con i calzini!
    Ci sono anche i “matti”. Come Cesare, il gesticolatore del 791, quello che parla con tutti, muovendosi di continuo, toccandosi gli occhiali sul naso ogni quattro parole. O come quello del 65 che parla sempre dei bei tempi andati, mescolando ricordi personali e fatti storici. Queste persone in genere sono molto abitudinarie e seguono sempre gli stessi percorsi.
    Subito dopo, quasi stessero a braccetto, compaiono gli “invisibili”, che poi invisibili non sono. Si riconoscono dal cattivo odore. Elio è uno di loro, sembrerebbe anche una persona “normale” ma quando trova un posto a sedere le persone accanto lo lasciano rapidamente, perché non riescono nemmeno a respirare. Elio talvolta incrocia il suo amore, Italia, la barbona con il carrello. Lei “abita” alla stazione dei treni e fa parte di quei vagabondi che salgono e scendono con il loro bagaglio pieno di cianfrusaglie che però, per loro, cianfrusaglie non sono, ogni oggetto ha un significato e un valore profondo. Italia fa spesso coppia con un’altra donna che grida frasi del tipo: “Ao’, che te guardi? Che vuoi? Questa è la borsa mia!”. Allora il conducente le risponde: “Nessuno te la vuole fregare, però non dar fastidio, altrimenti alla prossima scendi”.
    L’anello di congiunzione tra le persone invisibili e quelle “normali” sono i musicisti, che salgono e per due o tre fermate suonano i loro strumenti. Cercano di tirare su un po’ di euro, sono soprattutto zingari.
    Federico e Valeria sono due bambini di 5-6 anni, fratelli, hanno un forte accento romano. Se trovano due sedili vicini iniziano il loro gioco preferito: “Io mi siedo così… e allora io mi siedo cosà…”. Ognuno dei due inventa una posizione strana, sempre più scomposta, e quanto si divertono: le loro risate fanno proprio bene a tutti. Non so se perché sono romani doc, con la loro parlantina, o perché sono neri come il carbone, ma quando incontro loro tutto mi sembra più sopportabile.
     
    Le nuvole si stanno avvicinando minacciose, il vento le trasporta con gran velocità e il sole oggi non riesce a imporsi, sembra si prepari il diluvio universale. Il giorno di pioggia è sempre quello in cui le persone si arrabbiano più facilmente a causa del traffico. Se non siete preparati a incontrare ragazzi che escono da scuola, anziani con le buste della spesa, ombrelli che potrebbero diventare armi improprie, persone che vorrebbero scendere ancor prima dell’apertura delle porte, restate a casa! Uscireste pazzi!
    Per non parlare dei giorni di sciopero o di quelli in cui si svolge qualche manifestazione. Un giorno di pioggia, con le scuole aperte e qualche corteo insieme per me sarebbe da suicidio! La città diventa invivibile. A proposito: al semaforo, come accade sempre più spesso, vengo circondato da uno sciame ronzante con la voglia di scattare più velocemente possibile. I motorini sembrano proprio degli insetti e, come loro, potrebbero creare bellissime coreografie se volessero… 
    Nella vostra città circola ancora il “grande vecchio”? È così che chiamiamo il mezzo più anziano. E’ un bus arancione, ancora con le porte a soffietto e i sedili tutti scarabocchiati. Ormai non riesce più a inserire le marce a causa dei troppi chilometri fatti nella sua vita e a ogni salita sembra che non arrivi in cima: i passeggeri a piedi forse andrebbero più veloci. Ogni giorno, alla fine del turno, torna in rimessa come se avesse vinto la gara più importante del mondo.
     
    Mi sento un po’ più pesante, guardo in giro e vedo che il mio compagno di viaggio è arrivato. Con la divisa forse un po’ logora ma sempre elegante. È già al cellulare, gesticola, i capelli lunghi coprono l’auricolare e sembra un pazzo che parla da solo. Piccola aggiustata agli specchietti e al sedile, cintura allacciata, fari accesi, benzina sufficiente. Si parte! Diamo il via a un’altra giornata di lavoro! Alla radio, ho ascoltato una canzone che mi ha fatto molto ridere: “Che è passato l’autobus? A signo’, se era passato non stavo qua!?” È “Quelli che…”, dei Flaminio Maphya. Certe volte mi sono chiesto se non fossi io quel bus…
    Da domani, quando incontrerete qualcuno dei miei amici, portate rispetto! Saremo anche delle macchine, ma senza di noi non andreste da nessuna parte.

     
  • 26 agosto 2013 alle ore 16:35
    La Piazza

    Come comincia: Il sole è sorto da parecchio tempo, ma solo ora inizia ad illuminarmi.
    Come tutti i giorni, la zingara è già alle prese con il suo piccolo uomo, il quale si dà un gran da fare a giocare sull’altalena e a correre a perdifiato. Nello stesso momento deve tenere d’occhio la porta della chiesa, sperando che qualche pia donna, dopo l’unica messa mattutina, le doni qualche spicciolo, per poi andare subito al centro di Roma a continuare la sua attività in luoghi più affollati e dunque più remunerativi.
    Roma inizia a svegliarsi,la piazza a popolarsi. Io sono qui a osservare tutto dal mio punto di vista, senza essere notata.
    Eccola, è arrivata! Oggi dove si siederà? Spero si segga dalle mie parti... Da qualche tempo una ragazza arriva in piazza, sceglie una panchina e studia, baciata dal primo sole primaverile. Cerca di trovare la posizione più comoda per ripetere la lezione, incrocia le gambe, le distende sulla panchina, sente l’afa di Roma, si sposta i capelli lunghi perché soffre già il caldo. Si muove senza però smettere di ripetere fino a quando non si sente preparata.
    Intanto Bush,tuttofare della parrocchia, continua nel suo lavoro. La sua terra d’origine è un non precisato paese arabo, ma sono anni che è a Roma e si sente romano e soprattutto Cristiano. E’ un personaggio per la piazza: innaffia le piante, spazza per terra, sul sagrato della parrocchia e su tutto lo spiazzo. Se non fosse per lui, questo posto sarebbe sempre sporco, diventerebbe infrequentabile. Eppure poche persone lo vedono lavorare e ancora meno lo ringraziano...
    Un “abbaio”,uno “scodinzolamento”,una palla che rotola: un cane è arrivato con la sua padrona. Le riporta la palla e si diverte. Questa è l’ora migliore perché la piazza è vuota e può correre liberamente; a poche centinaia di metri da qui c’è una grande villa, non capisco perché non va lì a sgranchirsi… forse l’erba alta gli dà fastidio?
    Dall’altra parte della strada, il padrone della pasticceria, anche lui straniero dall’accento mi sembra slavo, si prende una pausa, fuma una sigaretta e, colloquiando con i clienti e i suoi dipendenti, non dimentica di tener d’occhio la propria attività.
    Il popolo delle badanti straniere che accompagna le persone anziane a fare quattro passi e prendere una boccata d’aria fresca, si mescola con i nonni italiani che fanno da babysitter ai loro nipotini.
    “Let’s go! Let’s go!”: con queste parole un papà marocchino accompagna la sua bambina. L’indice della sua mano destra è circondato dalle cinque dita della piccola, il cui sorriso bianco fa contrasto con gli occhi e la pelle scura. I bambini fanno la fila davanti alle due altalene, civilmente, senza litigare per il posto.
    Ha appena girato l’angolo,non so come si chiama perché non parla con nessuno, con i suoi calzoni da corsa, la sua maglia, infila le cuffiette del suo ipod nelle orecchie e va via.
    Perché l’ho notata? Perché ha sempre un’espressione seria, quasi triste. Potrebbe sorridere di più quando passa vicino alle altre persone! Succede anche questo in piazza: la gente passa e se ne va come se fosse sola in un mondo pieno di gente.
     Come potete immaginare c’è sempre molto rumore: a causa del traffico, dei bambini che giocano gridando, dei cani che vengono portati a spasso. Questa confusione si placa solo alcune volte, quando la campana della chiesa risuona a morto. Le mamme stringono per mano i propri bambini cercando di tenerli buoni mentre vedono entrare e poi uscire il feretro dall’ ingresso principale. La Vita per alcuni momenti si ferma a veder passare la Morte.
    Arriva l’ora di pranzo: le panchine diventano il tavolo dello spuntino, sia per i dirigenti in giacca e cravatta sia per gli operai.
    Nelle ore più calde, i piccioni diventano i padroni della piazza.
    Ecco l’ora delle chiusura delle scuole, me ne accorgo poiché una marea di bambini si dirigono ai giochi. I bambini di tutte le razze giocano a calcio, fregandosene del divieto del Comune, come del colore della pelle e delle differenze culturali.
    Gli italiani in genere tra le sette e mezza e le otto di sera tornano a casa per la cena, ma la piazza non finisce di vivere, al contrario... sta per accogliere le mamme islamiche con i loro tipici vestiti, con il foulard sulla testa.
    Dal tardo pomeriggio fino a notte fonda i ragazzi sul motorino si incontrano, parlano a voce alta, bevono, fumano, fanno gruppo, branco. 
    Per quasi tutta la giornata alcune persone entrano in un locale della parrocchia, attraverso una porta che quasi non si nota a causa della grandezza della facciata della chiesa, ed escono con delle buste avana con una mongolfiera verde, ma soprattutto con il volto sorridente, sapendo di aver fatto del bene con poco.
    Attraverso quell’ accesso si entra in un mondo, quello di una piccola associazione che attraverso la vendita di prodotti alimentari e artigianali cerca di garantire una vita dignitosa nei paesi del sud del mondo.
    Ora che il sole inizia a tramontare, c’è più calma, anche se c’è ancora chi corre… I genitori che dopo una giornata di lavoro vanno a riprendere i propri figli dal catechismo con l’ansia della macchina in doppia fila e della cena ancora da preparare.
    Ora che il sole è sceso del tutto e si fa notte,vi saluto perché potrei diventare il letto di un barbone.
    …Eh Sì, sono…una panchina!
    Se tutto il mondo fosse questa piazza sarebbe un mondo migliore, capace di far coabitare diverse culture e diverse etnie…
     

     
  • 26 agosto 2013 alle ore 15:38
    A passeggio con Snoopy

    Come comincia: Non so disegnare. Lo so da molto, dai tempi della scuola, ma Snoopy era semplice da creare.
    Iniziavo dall’orecchio, due U una dentro l’altra, con quella più interna colorata di nero, poi passavo al collo, una C al contrario e una I con la parte superiore curva. Una piccola linea orizzontale faceva da collare. In seguito, partendo dalla parte superiore della U esterna dell’orecchio, cercavo di ottenere due archi, uno per la testa e uno per il muso, la forma di quest’ultimo mi ricordava spesso una “pancia” della D.
    Infine un puntino per l’occhio e uno, un po’ più grande, per il naso. Lo facevo sempre sorridente, chissà perché…
    Se la testa era sproporzionata rispetto al resto del disegno facevo indossare a Snoopy un bel cappellino con visiera, aggiungendo due righe: una obliqua sopra l’orecchio e l’altra orizzontale parallela al muso.
    Il corpo? Non lo riuscivo mai a farlo bene, quindi lo imprigionavo in una cornice…
    I miei diari scolastici o i fogli su cui prendevo appunti erano piene di suoi ritratti.
    Non ho mai voluto un cane in carne ed ossa, ma l’avessi avuto Snoopy sarebbe sicuramente stato il suo nome.
    Mentre camminavo per la villa della città, un giorno l’ho visto. Era lì! Tutto intero! Che fare? Che dirgli? Come comportarmi?
    Ciao Snoopy, ma sei proprio tu?
    Sì, sono io. Chi credi che sia? L’asso della prima guerra mondiale che combatte contro il Barone Rosso?Rimasi un po’ di stucco perché riuscivo a sentire le sue parole senza che lui aprisse bocca… no, cioè… muso. Ribattei:
    No, no… Sei sicuramente Snoopy. Ma cosa ci fai qui? Sei venuto a parlare con me? Cosa vuoi?
    Quante domande, lo sai che non mi piace parlare troppo.Snoopy intanto camminava e io lo seguivo come un bravo cagnolino, i ruoli si erano invertiti, ero io l’animale fedele al padrone.
    Ma non ho obbedito, sentivo il bisogno di continuare a parlare:
    Snoopy, ti chiedo scusa per tutte quelle volte che ti ho disegnato senza il corpo…Lui continuando per la sua strada, senza neanche guardarmi, iniziò:
    Non ti preoccupare, non è importante, mi sono divertito ad accompagnarti in quegli anni di studio… spesso mio padre (Charles M. Schulz, ndr) mi diceva: “Non è importante come e dove appari, l’importante è che porti con te un po’ di serenità da donare agli altri …”Alzai gli occhi, un po’ umidi, e vidi all’orizzonte la sua cuccia.
    Finalmente a casa, era un po’ che non ci tornavo… Sono sempre in giro, nei posti più impensabili, dalle tazze per la prima colazione, al materiale scolastico, ai vestiti, dai portacellulare ai copri sedili! Per non parlare dei tatuaggi umani!Ad aspettarlo c’era il suo amico Woodstock, che vedendomi volò via: gli avrò fatto una brutta impressione, pensai.
    Snoopy si mise sdraiato sulla cuccia con il muso rivolto verso il cielo.
    Ti ricordi che, da piccolo, riuscivi a disegnarmi tutto intero solo se ero sdraiato sulla mia casa? Ogni volta che succedeva ti ringraziavo dal profondo del mio cuore.A quel ricordo  sorrisi, stavo per continuare per la mia strada quando sentii:
     Tieni sempre a mente il pensiero  del “mio” biglietto d’auguri, quello che ti ha regalato tua nonna, e che campeggia da anni sulla tua scrivania: “E’ bello sentirsi importanti… ma è molto più importante sentirsi belli”. Io sarò sempre lì per te.
     

     
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