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Autore

Luciano Lodoli

in archivio dal 23 nov 2005

08 settembre 1943, Roma

segni particolari:
In pubbliche riunioni siedo in fondo a sinistra. Nella vita e nel lavoro ho sempre perseguito il fine di attingere diverse e molteplici visioni del mondo.

mi descrivo così:
Ho esercitato la medicina in diverse specialità per i primi 35 anni in varie specialità. Dal 1996 mi occupo prevalentemente di psicoterapia. Il mio campo di interesse attuale è la metafora come chiave di accesso alla componente tacita della coscienza.

05 dicembre 2005

Un sogno del terapeuta

Intro: A volte il mare è metafora di vita, immensa distesa d’acqua da attraversare. Il personaggio di questo racconto è come una nave: dà sicurezza a una giovane fanciulla – forse sua “figlia” - per accompagnarla nel suo viaggio marino. Poi l’abbandona, perché hanno due rotte diverse. Ma la cosa certa è che solo a grazie a lui, lei arriverà al suo porto sicuro.

Il racconto

Sogno un luogo onirico ricorrente. Da un'alta scogliera mi affaccio sul grande golfo di Napoli. Sulla mia sinistra intravedo il lungomare, il porto, due castelli e vari altri edifici monumentali, di fronte lontanissimo un promontorio con piccoli paesi arroccati ed a destra tre grandi isole nere. Il mare è azzurro chiaro, ci sono onde morte altissime e non c'è quasi corrente. L'acqua è appena fresca, deliziosamente fresca, e molto profonda. Io entro in quell'acqua tanto incredibilmente limpida che ho la sensazione di volare leggero e sicuro. Non sono solo, sento sulle spalle e sulla schiena il contatto leggero di una donna, mi volto e la vedo giovane e familiare. Penso dapprima a mia figlia. Nuoto, o volo, fluidamente verso il largo, mentre il cielo diventa di un azzurro sempre più intenso e brillante. Non si vede quasi più la costa dietro di noi ed il promontorio davanti, in breve, è avvolto da nuvole immense e scure. Si alza un vento sempre più teso ed io giro lentamente sulla sinistra. Virando scorgo la città con i suoi due castelli, uno sul monte e l'altro sul mare, avvolti da alte fiamme. Completata la virata sollecito con dolcezza la ragazza a lasciare la mia schiena e lei al mio fianco inizia a nuotare sempre più vigorosamente. Mi accorgo che non è mia figlia ma che, in ogni caso, per lei provo interesse e responsabile premura. Il mare ora è molto agitato ed io confido nelle mie forze per arrivare con sicurezza alla riva. Provo la piacevole euforia di chi si sente in grado di far fronte a qualsiasi difficoltà della vita. Con la coda dell'occhio intravedo la ragazza che nuota al mio fianco. Poi devo superare un banco d'alghe viscide ed impanianti e più avanti una serie di scogli a pelo d'acqua. Tra gli alti spruzzi delle onde, che si frangono sballottandomi, supero le correnti avverse e finalmente approdo in una tranquilla baia affollata di bagnanti che si asciugano e si rivestono per tornare alle loro case. Uscendo dall'acqua mi accorgo di essere rimasto solo. Per un attimo provo spavento e preoccupazione per la sorte della mia giovane compagna. Ma l'angoscia dura poco ed io sono presto pervaso da una grande serenità. Sento che lei se l'è certamente cavata alla grande contando sulle sue forze e sulla sua nuova, acquisita, sicurezza e che se si è diretta ad una sua meta che non coincide più con la mia è perché non ne avverte più la necessità. Io mi sento felice e soddisfatto per averla affiancata e sostenuta in quest'esperienza.

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