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Autore

Luciano Lodoli

in archivio dal 23 nov 2005

08 settembre 1943, Roma

segni particolari:
In pubbliche riunioni siedo in fondo a sinistra. Nella vita e nel lavoro ho sempre perseguito il fine di attingere diverse e molteplici visioni del mondo.

mi descrivo così:
Ho esercitato la medicina in diverse specialità per i primi 35 anni in varie specialità. Dal 1996 mi occupo prevalentemente di psicoterapia. Il mio campo di interesse attuale è la metafora come chiave di accesso alla componente tacita della coscienza.

14 novembre 2007

Un sogno di Adele

Intro: Ritorna il nostro Lodoli, terapeuta e scrittore, con una nuova storia onirica. I significati del sogno, le elaborazioni della mente ci continuano ad affascinare: che macchina meravigliosa siamo!

Il racconto

Una volta Adele mi porta in seduta il resoconto scritto di un sogno, a suo dire molto angosciante, che l’ha svegliata quella mattina:

"Vado a M. e ne approfitto per passare all’azienda tessile in cui avevo lavorato e salutare gli ex colleghi.
Mi trovo dapprima nel locale dell’amministrazione dove devo definire una questione rimasta pendente. Le porte improvvisamente si chiudono rumorosamente, di scatto, e non sono più normali porte da interno, ma sono ora porte blindate automatiche, che è impossibile aprire...
Mi agito, ci sono molte persone nella stanza. La più vicina dice che c’è una nuova regola che vuole che durante l’orario di lavoro le porte rimangano chiuse.
Io dico a voce alta, quasi gridando, che non c’entro niente, che ormai non lavoro più lì e che voglio uscire.
Finalmente mi trovo al piano di sotto, dove un tempo lavoravo. Qui incontro Maria la mia vecchia collega di stanza. In quel momento arriva anche R. che è il mio nuovo capo, il padrone della galleria d'arte di Terni. Maria lo saluta dicendo: "Ciao frate!" ed io mi vergogno molto pensando che il suo sia un comportamento da ignorante maleducata e discrediti il mio precedente lavoro e quindi anche me stessa agli occhi di R.
Esco piena di vergogna e cerco di raggiungere al più presto il mio nuovo ufficio nella galleria d’arte a Terni.
Per uscire dalla fabbrica tessile devo però attraversare un fossato che la circonda, pieno di acqua profondissima ed oscura. C’e un canotto tondo con un Caronte che lo conduce. Il Caronte è poco definito, una specie di ombra. Io salgo assieme a poche altre persone e mi siedo come gli altri sul bordo del canotto.
Non so se fidarmi del Caronte.
Mi rendo conto che il bordo su cui siedo è viscido e scivoloso ed io non riesco nemmeno a toccare il pavimento del canotto con i piedi e quindi non ho equilibrio. Con me ho le bozze del catalogo su cui sto faticosamente lavorando e di cui sono molto orgogliosa, e temo che cadrò in quell’acqua molto torbida. Penso che rovinerò tutto il lavoro e che io stessa mi sporcherò.
Mi preoccupa soprattutto l’dea di rovinare il catalogo e che poi non potrò più combinare nulla di buono nella vita. Non c’e nessuno che mi possa aiutare. Mi pare ora di vedere Paolo e Virginia che si abbracciano lassù, lontano, sulla terrazza della fabbrica.
Io sto nella barca, insicura ed inquieta: non so se posso avere fiducia in quel Caronte, che non riesco più nemmeno a vedere nella nebbia che infittisce…
Suona la sveglia!".

Non c’e bisogno per me di aspettare che la paziente espliciti chi possa essere quel Caronte...

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