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Autore

Marco Saya

in archivio dal 05 dic 2005

03 aprile 1953, Buenos Aires - Argentina

09 settembre 2006

Concerto in minuscolo punteggiato

Solfeggio. 4/4.

 

Do-orre, 4 volte, 

leva la sveglia batte l’amor(t)e.

pause di respiro.

flash di intermittenza.

luci impazzite del microonde.

“dove corri?” , “in ufficio” meccanica risposta-suono.

suona il cell.

numero privato chiama.

“chi e?’” o “chi non è?” persevera il controllo.

meccanicizzo il mio stare.

come un orologio.

a ogni quarto il ticchettio.

Il successivo un’azione conclamata.

“so what”. così è. 

 

solfeggio. 2/4.

 

 

miffa-solla, 2 volte,

leva la gomma batte Shumi.

piove. non piove.

si stabilizza.

“cosa facciamo, ora?”

 pausa - 1/8

“ quale DVD? ”. 

di domenica manca l’incipit.

anche il frigo è vuoto. 

talvolta  il take away sbalordisce.

l’acquario vive.

conto il successivo quarto.

strappo alla regola.

improvviso (penso) per poi rientrare.

II° tempo – ed è subito sera.

ma non l’ho scritto io!

 

continua.

 

in ¾.

 

sol-la-si, “all blues”.

il  Versace di Miles.

non necessario.

luccica la tromba.

come l’immagine.

o le immagini finte.

più vere le figurine della panini.

ora sono a Ischia.

un esempio.

un posto vale l’altro.

“dove andiamo quest’anno?”

la poesia è in Costa Smeralda.

“ci andiamo anche noi…?”

 

 

pausa.

 

luna piena, stasera.

danze di coleotteri.

giù dal panettiere.

osservo.

l’afa respira dal cemento.

la pala ridona ossigeno.

“che ora è?”.

buttàti sul letto.

nudi.

voci fuori, odo!

mix di labiali,

suoni della disperazione.

tramortiti sulle coste.

scorribande di scarichi.

piste lapidate da fiori.

luci affievolite,

pile consumate,

si spengono.

tutto tace,

ora. punto. 

 

melodia.

 

passa il tram.

quelli di una volta.

Il pirellone (l’unico con i tacchi)  rifatto.

come vernissage di baldracca.

lo sporco confina con transenne.

sigillano un domani pulito.

anche il vecchio regime restaurato.

non muore mai, quello.

sopravvive tra avanzi di idea.

così scorre la vita.

così passeggi per il centro.

hai fatto centro.

le freccette,un lontano ricordo dei navigli.

in qualche bar dove il calcetto accoglieva giovani ossa.

 

improvvisazione.

 

l’occhio scivola sul pavimento.

vicino allo zerbino.

fuori dalla porta.

scende le scale (solo un piano).

esce sulla strada.

osserva il tombino.

attraversa il marciapiede.

guarda una saracinesca.

si è fatto tardi.

torna sui propri passi.

ritorna nell’orbita.

altezza differita.

l’orologio è l’orizzonte. 

prende l’ascensore.

dimensionale del chiuso accetta l’intruso.

da linea a superficie.

geometria piana.

piano il punto si colloca (situazione temporanea).

 

 

cover.

 

dove vai? ”mi chiedeva mia madre solcata dalle rughe della paura,

“ancora non so”,

le rispondo ( dopo vent’anni ) da guitto di circonvallazione,

sempre un casino Piazzale Lodi.

sino al prossimo semaforo.

e gli attimi ti consumano le mani.

anche il volante si deteriora.

 

 

blues.

 

ogni giorno ricordo il mio tempo.

sembra ieri la scomparsa del mio vecchio.

poi riprendo la solita metro.

alle 8 precise dopo il bacio frettoloso.

viene voglia di uscire con gli occhi.

la prossima fermata è uguale alla successiva.

e il frastuono dei passi tormenta la superficie dell’asfalto.

sotto gli odori ti riconducono all’origine.

e il chiuso non è poi così male.
quella telecamera continua a fissarmi.

mi rimprovera perché vivo,

“Vivo?”,

il tam-luci tam-rumori abbatte le voci ,

fuoriescono esili dalle ante scrostate,

luride dagli sputi dello scempio,
spoglie dal soffio che fugge.

così ricordo il mio tempo.

 

 

ad libitum (1).

 

 

Il bagno ha le piastrelle azzurre.

la porta verde.

i sanitari bianchi.

tutto il resto è giallo. (I° riff)

Il bagno ha le piastrelle azzurre.

la porta verde.

i sanitari bianchi.

tutto il resto è giallo. (I° riff)

Il bagno ha le piastrelle azzurre.

la porta verde.

i sanitari bianchi.

tutto il resto è giallo. (I° riff)

 

così coloro l’ufficio.

la piantagione produce monitor.

soffice la neve.

per non vedere.

per non vedere. (II° riff)

così coloro l’ufficio.

la piantagione produce monitor.

soffice la neve.

per non vedere.

per non vedere. (II° riff)

così coloro l’ufficio.

la piantagione produce monitor.

soffice la neve.

per non vedere.

per non vedere. (II° riff)

 

(schema ABA).

 

nulla di serio. (A)

dedali d’idee confondono il mattino.

come le stragi di questi giorni, settimane, anni.

anche gli amori nascono e muoiono.

così  il cappuccino soppiantato dall’ortolana della sera.

 

Inciso. (B)

 

 quelle case sparse inghiottite dal verde della Garfagnana,

sparute festeggiano la gioia del silenzio,

uniche scie bianche le rotte  mi-rm-mi,

raramente si inabissano.

Katiuscia non è quella bella prostituta al solito angolo 

e Cana non è la rinomata punta così lontana dalle barbarie.

 

conclusione. (A)

 

nulla di serio.

dedali d’idee confondono il mattino.

come le stragi di questi giorni, settimane, anni.

anche gli amori nascono e muoiono.

così  il cappuccino soppiantato dall’ortolana della sera.

 

triade1.

 

studiavo con il marcio del legno.

puzzava.

la maestra puniva la mia mano.

“maledetto mancino” che il Diavolo ti abbia in gloria (diceva).

schernito da saccenti compagni (tutti destri).

mi tiravano le noccioline come giovane cucciolo in gabbia.

dietro una vecchia lavagna logorata e scrostata dal tempo.

non l’ha perdonata – la maestra –. 

il diavolo l’ha poi accolta in gloria!

 

triade2.

 

nell’ora d’aria tuffo nel sentore del che cosa si dice.

niente mi affermo.

sogno i trifidi.

Peter cavalca la moto.

la strada non termina mai e le strisce bianche accorrono,

mi abbracciano.

“light my fire,”

un bel sound,

lo sballo della mia epoca-segmento.

in quella dimora che amante mi hai tradito per la fuffa del presente.

 

triade3

 

così va il pallone scaraventato in rete.
o soffiato in alto da Chaplin.
un affresco con tanti colori… da vicino,
da lontano il viso butterato di un vecchio.
ascolto Hendrix (Lui, sì che  non ha studiato) 
da sottofondo ai Dreamers,
un '68 storpiato.
io c’ero, c’eravamo tutti
e poi la bolla l’abbiamo inghiottita
come la gomma del ponte
e Brooklin’ non approvava.
non capisco l’oggi.
solo i jeans sono sempre più o meno stinti.

 

Nota.

 

Jimi, un maledetto mancino nero,

ha cambiato le sorti della musica.

una poesia diversa che ha sconcertato

le solite bolle di sapone appesantite

dalla paura di dover cedere il passo ai

soliti extra-comunitari.

 

sospensione 1.

 

quando ti infili la cintura

sembra di ricomporre i pezzi,

(ancora sopiti) chè il sopra e sotto

appaiono avvitati per incanto,

sino a sera,

quando un letto

ti riporta allo spoglio del puzzle,

già sporcato dall’ovvietà delle cose

e quella cintura

ci libera dalla consuetudine

confusa della follia.

 

legatura I° parte.

 

due parole per dire…

 

che ho sempre pensato che la poesia

potesse essere di tutti, universale e

non degli imitatori degli imitatori.

 

che potesse essere come il Jazz,

un’improvvisazione che approdi là

dove non è mai ben chiaro.

 

come le nostre vite,

pronte a essere spezzate

ora o dopo o quando.

 

 

Intero.

 

la testa è fasciata dall’alto.

(sia che piova o meno),

ai lati stritolati gli arti

(vetrine più o meno appuntite),

sotto i piedi la pavimentazione

(più o meno asfaltata),

dietro si guarda poco
(più o meno infastidisce quel torcicollo),

davanti lo sguardo posa distratto un punto
(più o meno in movimento),

 più o meno tutto

passeggiando con il proprio intero. 

misura successiva.

 

quattro mura imbrattate nel proseguio della via.

maledetta congiunzione del diritto con il rovescio:

si attarda o approssima.

dipende!

che m’ispira l’onnipotenza di un dio.

non quello greco,

confusione oppiacea del popolo.

oggi è come noi.

ma ricordiamo quel libro,

allora deriso.

ora ci fa comodo

per la paura del dopo pasto.

minimale l’azione

che sembra il gigante buono o cattivo.

mi rigiro tra puntini di pareti incidentate.

le macerie ostacolano passi.

ora chiassosi ora deboli.

tutto così.

a mezzo tra pianti e risa ,

sembra facile

ma il tombino sfugge

e ruzzoli tra chimerici folletti,

psichedeliche istantanee

per poi riprendere il cammino della paura

e la mano va ,

la testa segue,

il corpo tutto (non più crisalide)

non passa il tubo,

lasciato lì quasi per caso,

oltrepassato il valico sembra che sia cambiato,

accidenti alla metafora sgarbata che tesse la solita tela.

illuso!

illusionisti del piacere sbancano la tua slot,

ben poca cosa conteneva

e riprendi la falcata vuota

e la vetta (cosa avrà da dirci?)

forse risponderà il limite del vivo.


 

voce.

 

ci si vede ogni tanto.

 

forse più per ricordarci che ci siamo.

il come poco importa.

giri lo sguardo,

caleidoscopio di maschere,

colori appiccicati - più o meno posticci - in feste di labiali,

talvolta la parola dice.

 

ci si vede ogni tanto.

 

 

 

armonia.

 

quelli del quartiere.

ci ingrigiamo nello stesso modo.

trent’anni di saluti.

con un  semplice cenno della mano.

tutti con i nostri vizietti.

la tabaccaia ladrona.

la puttana con quel suo fare da Esselunga.

il farmacista un po’ erborista

e l’erborista un po’ farmacista.

il fiorista pakistano (new entry)

con l’edicolante dal sorriso difficile.

il negozio del liutaio,

oramai una foresta di legni.

la classica mamma a 100 metri da casa

e il consueto rituale del pranzo domenicale.

gli inquilini con le urla dei bambini

nel recinto adibito a campetto.

il verde che si attenua

e il nero accentua la sua presenza.

questo è il mio quartiere.

questa è la mia Milano.

oggi.

 

 

legatura. II° parte.

 

 

due parole per dire…

 

che ho sempre pensato alla poesia

 

 

come il gusto eterno

di due note semplici

o un lamento blues di B.B. King,

una poesia nera e vera,

il vissuto nel sangue

nel ricordo di bianchi traghettatori,

caronti di nuovi inferni in terre lontane.

 

 

nota a margine della legatura II° parte.

 

ho sempre pensato che la Poesia

fosse, anche, in uno sgualcito poster di un bar

o la Marilyn tappezzeria di un TIR

inginocchiata con le calze a rete di

una nera che ti prende il coso e te

lo succhia sino a farti male.

 

 

 

domanda.

 

“Chi sei?”

“cosa fai?”

“cosa vuoi?”.

vocabolario da happy hour.

damine in tailleur.

pinguini in doppiopetto.

“un cinema?”.

si prosegue con il brunch domenicale al Diana.

la sfilata del nulla deturpa la maestà del liberty.

la business class cena alla Risacca con i pullover di Missoni.

corso Como.

campi di concentramento de luxe

accolgono quelli che si divertono.

cecchini riempiono le stie.

liberi e belli concludono la notte.

 

risposta.

 

non so.

l’autobus tarda.

aumenta l’Enel.

l’euro decolla.

la povertà atterra.

jeans rattoppati.

come il lavoro.

optionals in attesa di una panchina.

 

 

andante con moto.

 

scorci di vita.

mi cancello a gambero.

taglio fette di accadimenti.

caleidoscopio di colori. sempre quelli.

sale l’azzurro, talvolta.

dirompe nella distruzione.

stiamo a guardare.

“perche?”

“non distruggiamo?”

 

andante lento.

 

piove.

laviamoci le coscienze.

la siccità incombe.

“prendiamo l’ombrello?”.

“perché  proteggerci?”

“perché voler essere sempre asciutti?”

“perché difenderci?”

“perché aspettare che spiova?”

e poi e poi…è così trendy passeggiare con la ferrarelle come amica e far finta di bere…

 

un sedicesimo.

 

“dov’è Dio?”

qualcuno muore.

adoro la notte senza luci.

la città riposa.

quattro fari di passaggio illudono.

per un momento.

tutto torna come prima.

prima dell’alba.

 

arpeggio.

 

dalla Predaia raggiungo Vervò.

i sette larici distendono lenzuola.

di verde accolgono la festa.

una domenica d'Agosto come tante.

il Brenta e l’Adamello orizzonti tracciati.

chiudono la valle.

la matita di un bambino disegna il campanile.

da sotto guardo l’abete.

altissimo sale a un punto imprecisato.

chiudo il contorno seguendo la strada.

lo schizzo rende l’idea.

perfetto per una fugace giornata.

felice di un amore che mi accompagna.

 

 

nota stonata.

 

“mi hai sporcato le lenzuola”.

“ora corri in bagno, prendi uno straccetto e pulisci subito il tuo sperma”.

lei, improvvisamente s’alza.

 

Intervalli.

 

fugge dal letto. camera assenza di corpo.

fugge dalla vita. rimpianto tra ante chiuse.

fugge dalla fine. più non filtra la luce.

 

 

 

free.

 

"Il punto - sopra? - …se è limpido o lo immaginiamo dovunque.
il satellitare indica un percorso.

prima non esisteva.
due madri ora ci guidano.

a braccetto confondono il futuro delle culle.

Si aggiunge il sogno.

l'amico ubriaco sberleffa il caos.

ventriloquo di voci, invereconde
nella rissosa stia.

il mappamondo esplode. 

con tutte le ragioni.
il clone (pensando di pensare) rimescola le carte.

truccate da ovvia sazietà.
Il nulla soffoca (anche l’ingenua libellula).

l’Arca? legno al macero!
Ricapitolando:

dov’è la natura?

il navigatore ci passa tra le mani.

cambiamo traccia.

 

 

frase.

 

semplicemente.

“dove sei?”.

ti ho sempre voluto bene.

nelle parentesi.

l’intera frase mi manca.

ora.

“dove sei?”

“padre…”? 

 

sospensione 2.

 

tiro un pensiero sino all’attracco.

se non è agitato.

la banchina regge.

per quanto l’ormeggio abbia buon senso.

sino al limite.

sono al limite.

 

ad libitum (2).

 

non devi chiedere.

( l’ape si posa) a caso.

non devi cercare.

( il vento spira) laterale.

solo scrivi. poeta.

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