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Poesie di Marco Saya

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  • 30 aprile 2013 alle ore 19:43
    prospettive

    c’è sempre una parete
    che nasconde la vista
    del bello.
    c’è sempre un orizzonte
    che si apre alla visione
    dell’incubo.
    c’è sempre una spiaggia
    che segna le orme
    di un paio di scarpe.

  • 30 aprile 2013 alle ore 17:19
    La poesia

    la poesia suona come una nota intonata
    in un’orchestra di free jazz o vaga
    come una pecora dolly nel calderone
    del già scritto o si traveste da rivoluzionaria
    nel coro dei Robespierre delle tastiere
    anestetizzate per congedarsi da un teatro
    completamente vuoto e le guarnizioni
    plaudono al silenzio dei sipari.

  • 22 marzo 2013 alle ore 18:56
    piatti

    piatti nel dire,
    alfabeti poveri,
    lettere indifferenti,
    inciviltà delle parole,
    viltà di bocche.

    piatti senza sugo,
    scarsi di ingredienti,
    così puliti,
    così bianchi,
    mai consumati.

  • 22 marzo 2013 alle ore 18:01
    saracinesca

    presto avremo lo
    sguardo della sera
    ( abbassa quella saracinesca )
    da cui una luce fioca
    cercherà spiagge di vita
    ( è mattino, ri-alzala )
    che scemano tra
    demenze presunte
    e improvvisi abbandoni
    ( chiudila per sempre, non c’è più lavoro )
    nell’attesa del gran finale

  • 18 marzo 2013 alle ore 12:57
    Nudi

    quel ramo
    s’apre alla finestra
    nudo, ancora per
    poco, interroga
    sguardi indifesi
    in attesa di riscatti
    che il tempo rimanda
    tra silenzi di tutti

  • 18 febbraio 2013 alle ore 19:18
    Libretto

    ricordo un piccolo libretto
    rosso infilato nella tasca
    di un liceale. i pensieri
    dell’adolescente si mescolavano
    con i pensierini di Mao:

    “Sedetevi sulla riva del fiume
    e prima o poi vedrete passarvi
    il cadavere del vostro nemico”

    non ricordo viste di cadaveri.
    a Milano il parco Lambro
    con il suo rio ospitava
    qualche pantegana e
    qualche concerto. così
    ci si accontentava di
    immaginare questi grandi
    topi come i nemici
    da abbattere ed è per questo
    che i topi continuano a vivere,
    e i nemici pure.

  • 07 febbraio 2013 alle ore 20:48
    Bravo ragazzo

    Maurizio si faceva di acido, non lo vedo dall’ottanta.
    Roberto fiancheggiava i fiancheggiatori, è sparito nell’ottantuno.
    La Gianna era partita per l’attraversata della route 66:
    è stata, poi, inghiottita dal Grand Canyon. Alessandro
    faceva l’autostop, morì in quell’auto con l’autista
    che l’aveva raccolto per un suicidio condiviso.
    Non mi sono rimasti molti amici, quei pochi
    “non vivono” all’ombra di una piccola stanza,
    soli nei loro ticchettii. Luca è un bravo ragazzo,
    ogni tanto esce di casa per una birra,
    ci incontriamo al solito bar. Vota PD,
    ascolta Fazio,impara la costituzione da Benigni
    e legge Saviano. Non fa l’autostop, non si fa di acido,
    non ama i viaggi e adora camminare fiancheggiando
    il proprio palazzo ma, in fondo, è un bravo ragazzo.

  • 31 gennaio 2013 alle ore 17:45
    vernissage

    con i lustri che passano giusto un lustrino
    sulla giacca ingentilisce il tardo aspetto
    della cute truccata con oli oli-gominerali
    ed è tutto un fissaggio di creme e cremine
    per poi affrontare il nuovo giorno oscurato
    da scorie carboniche che distruggono il nostro
    paziente vernissage ma fa più fico
    questa cosa del cosa è o cosa non è
    come il gioco delle bambole
    o delle piccole cucine dove mia nonna
    deformava le pettinature
    o inventava quale piatto servire in tavola
    che i materiali oggi non valgono un cazzo
    come le camicie che compri
    per poi buttare il colletto
    insozzato da polveri mischiate
    a sputi e a tossici sproloqui
    così salivazioni e sperma raffermo
    sui marciapiedi delle nostre città da bere
    sono gli unici compagni di bevute.

  • 28 gennaio 2013 alle ore 20:25
    attesa

    a un’ora prestabilita cala la saracinesca,
    non sempre. uno spiffero da uno spiraglio
    rincorre il nostro volto mescolando
    i respiri nella primordiale ispirazione.

    *

    che poi basta cambiar casa,
    e trovar una carta da parati,
    prima il giallino della parete
    con quei due piattini e quei due quadretti
    fissavano la tua agonia.

    *

    nella nuova vita ascolto sergio mendes,
    una bossa del 66 così mi prende quella saudade
    che ti solca il viso e la saracinesca
    del garage rimane chiusa, anche
    l’auto non respira dai finestrini.

    *

    infine le cianfrusaglie avvolgono il tuo corpo,
    metallo contro pelle, cavetti contro peli,
    schermi contro occhi, una partita a due
    e le riserve aspettano in solaio nell’attesa
    di scendere in campo anche solo
    per qualche minuto.

  • 14 gennaio 2013 alle ore 13:57
    invettiva

    questa fisima del parquet sempre splendido
    e splendente, poveri idioti, ma è la polvere
    che, in realtà, fa sangue negli interstizi
    dove gli acari hanno la risposta
    da millenni che tu sorvoli
    nel percuotere la moquette
    e ogni volta ricominci daccapo
    nell’illusoria iperbole dello scenario lindo
    tanto per lucidare la superficie già sfavillante
    da slang parassitari e ensemble
    di improvvisati nonsense. abbandona
    la tua incompiuta e inizia a viaggiare
    come colui “che città vide molte, e delle genti
    l’indol conobbe.”

  • 12 gennaio 2013 alle ore 16:31
    beffa

    può essere improvviso
    quello sbattere della vita.
    nella folata si stacca il quadretto
    e tu, lì dentro, ti guardi mentre
    precipiti invece di salire.

  • 10 gennaio 2013 alle ore 14:50
    tiramisù

    questo cocktail
    di parole,
    sempre le stesse,
    come gli ingredienti
    di un tiramisù,
    caffè/gabbiani,
    savoiardi/mare,
    uova/infinito,
    zucchero/amore,
    mascarpone/orme,
    sale/cipressi,
    cacao/tempo,
    cioccolata/siepe,
    marsala/morte.
    per Dio, poeti,
    tiratemi su!

  • 08 gennaio 2013 alle ore 19:41
    vecchiaia

    così esili dentro questi cappotti
    che ci stava di tutto,
    avevamo accumulato una vita intera
    e c’era ancora posto negli oscuri tasconi,
    persino una pila sbucata da non so dove
    illuminava, ora, il vetusto manto
    e, per un istante, la vita seguitava.

  • 08 gennaio 2013 alle ore 14:17
    specie

    questo apparire come il flash di una Nikon
    questo non sono nato in Biafra
    come se questa fosse  la vita
    questo tempo che nel mesozoico si stava meglio
    questo osservare che poi la retina si deteriora
    questo amore con l’offerta tre per due
    questo esserci per  nasconderci
    questo gabbiano che sporca quanto noi
    questo essere solidali solo nell’indifferenziata quando c’è
    questo soldato che ha cambiato l’uniforme
    questo sbattimento da formichina teleguidata
    con le antenne al posto dei sensi
    questo Io  nell’occasione sprecata

    tutti questi questo, alla fine, non servivano
    che a garantire l’inutile demografia
    di una delle tante specie

  • 27 dicembre 2012 alle ore 19:55
    Riserve

    indiani
    confinati
    senza
    penne

    altri
    Tori
    seduti
    sul
    nulla

    navajo
    tra
    quadratini
    d’erba

    nella passeggiata
    dei piedi neri
    un calumet
    nell’indifferenziata

  • 22 dicembre 2012 alle ore 14:18
    crepitii

    osservavo un giovane
    sul treno, il suo sguardo,
    le lentiggini, tele
    di nuove guerre
    sul volto.

    ascoltavo
    i crepitii dei proiettili
    nel ticchettio della tastiera.

    combatteva i propri padri
    e quel  videogame partigiano
    riposava, ancora,
    sotto la montagna.

  • 08 novembre 2012 alle ore 13:00
    Planetario

    così straniti, imberbi
    negli adulti saloni
    di un affollato planetario
    fissando quelle scie
    di lucine come addobbi natalizi
    nell’illusoria attesa
    dell’immortale dono.

  • 02 novembre 2012 alle ore 23:05
    Scrittura

    se zigzaghiamo
    un po’ a destra
    un po’ a sinistra
    sbanderemo
    e precipiteremo
    nella fossa delle parole
    comuni,
    vittime di una guerra
    con tante lettere
    anonime.
    chi si sofferma sull’incidente,
    aggirando la carcassa,
    potrebbe proseguire
    su strade sterrate
    dove anonimi gessetti,
    nei di imprudenti arbusti,
    segnano la meta
    dell’incompiuta ragione.

  • 01 novembre 2012 alle ore 19:54
    Padre

    in quella piccola cornice
    l’ho rivisto dopo mesi
    che non passavo
    da quelle parti.
    un sorriso sereno
    mi ha preso per mano
    tra l’inebrio di fiori freschi
    prima di inabissarmi
    nell’olezzo misto
    di vite che passavano
    senza uno sfondo,
    assenti i primi piani.

  • 01 novembre 2012 alle ore 17:48
    placet

    nel placet indifferenziato
    la mosca improvvisa impone
    una leggera torsione
    del collo e l’occhio cerca
    un coso qualsiasi per spiaccicarla.
    in assenza del coso si torna
    a quella serena produzione
    del nulla con la mano molliccia
    sul mouse e la vista ri-annebbiata
    nel palinsesto di una tabula
    biancamente rasa.

  • 31 ottobre 2012 alle ore 19:02
    scelta

    giocavamo a testa o croce
    come se dovesse cadere la zucca
    dell’antico imperatore
    o nux kai hemera,
    o giorno o notte,
    lo spegnersi nel buio quotidiano.
    cosa cambiava, poi ,
    nella stupida casualità
    dell’esito?
    potendo scegliere,
    il gioco del carrello al supermercato
    era vivere.

  • 30 ottobre 2012 alle ore 19:06
    Cerei

    ora cerei
    o erano bagliori
    da ancestrali pance?
    ora questo grigio flou
    nel-non-so-se
    effetto seppia
    vintage
    di arredi muti
    in-parvenze
    sonore

  • 30 ottobre 2012 alle ore 12:48
    Cliché

    questa storia del cliché
    che è tutto un clichè,
    cambiamo almeno l’accento
    grave o acuto, un altro sapore
    likes ma è la solita zuppa. Oh
    si stupiscono del cambiamento
    ché, anche chè, non hai percorso la retta via.
    tollerano il sound quasi uguale
    ma non uguale. questa volta
    sei perdonato ma che sia l’ultima
    e non ti scordar di loro e se
    scriverai clicè o clicé scomunicato
    sarai per l’eternità dal cliché
    chè o ché la scrittura è uguale
    solo per i pochi o pòchi o po’chi.

  • 01 ottobre 2012 alle ore 18:13
    Monocordo

    li vedi deflagrati da vite sbagliate e abbandonati dal mondo con le teste girate all’ombra di girasoli, soli in silenzi di sempre ammutoliti da voci fioche perché i cori sommano omologhe ugole e l’ostracizzato intonato ben s’intona allo spartito delle misure militarizzate e le pause anche loro riposano nell’ignorante spazio da riempire. considerate, c’è ancora troppo da fare!

  • 12 agosto 2012 alle ore 15:59
    discussione

    litigavo con la Morte, oggi. le chiedevo il senso
    di questo sbattimento per arrivare a fine mese
    o alla terza settimana, visti i tempi. e poi perché
    con tutto questo spazio nell’universo ci si affollava
    in un unico gramo buchetto nero che ciascuno poteva possedere
    il proprio senza dover sopportare l’altrui villania.
    sogghignava la scellerata canticchiando:
    “ Non ti scordar di me la vita mia legata è a te
    c’è sempre un nido nel mio cuor per te ”