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Poesie di Marco Saya

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  • 05 maggio 2012 alle ore 18:45
    Possibilità

    c’era una verità tramandata
    da previi accordi
    ove alleggerendo il fardello umano
    per svuotamento acquoso
    incanalato nell’intreccio idrico
    e primordiale di identiche molecole
    rimanesse il miraggio
    di un alone sgrassante
    sotterraneo ad assetate dune
    dove tra le pieghe
    ondulate della sabbia
    poteva apparire la veste perduta
    in un altro emisfero,
    di questo si discuteva
    tra idraulici, se cambiare
    o meno quella guarnizione.

  • 28 aprile 2012 alle ore 20:07
    L'imbonitore

    questa è poesia, questa è poesia!
    farfugliava lo scellerato piazzista
    da un traballante panchetto

    chi sei tu per sentenziare
    o solo per poter lontanamente
    profanare il suo nome?

    chi sei tu per imporle
    di indossare i tuoi jeans lisi
    o consigliarle un doppio hamburger ripieno
    di maionese e ketchup?

    lei sa come vestirsi, come nutrirsi,
    non abbisogna dei tuoi cori modesti
    per tirare alla pensione,
    forse a mezzogiorno un hamburger
    sarà la sua, non la tua scelta,
    forse con il caldo della sera
    un paio di jeans sarà la sua,
    non la tua scelta,
    forse quei versi improvvisi nella notte
    saranno una sua, non la tua scelta

    questa e poesia, questa è poesia!
    farfugliava lo scellerato piazzista
    da un traballante panchetto

    chi sei tu per sentenziare
    o solo per poter lontanamente
    profanare il suo nome?

  • 25 aprile 2012 alle ore 14:21
    25 Aprile

    come pappagalli ripetiamo
    che c’è stato un giorno,
    un mese, un anno e domani
    ritorneremo alla “burlesque“
    di questo tempo ignari
    di un futuro e imprecisato
    giorno, mese, anno
    che i nostri nipoti
    annoteranno sul calendario
    perchè si deve ri-morire
    per poterci ri-scrivere.

  • 23 aprile 2012 alle ore 20:23
    cinque minuti

    ogni cinque minuti s’inventano
    qualche neologismo e la spending review
    è il caviale dei ricchi e la briciola
    di pane raffermo per il povero.

    ogni cinque minuti ci ripetono
    che dobbiamo passivamente
    subire, come bravi soldatini
    immolati alla loro dabbenaggine,
    i capricci e gli ordini
    del generale Spread.

    ogni cinque minuti c’è chi si uccide
    invece di uccidere la causa.

    ogni cinque minuti ci illudono
    che un pallido sole tornerà a risplendere.

    ogni cinque minuti gli sciacalli ripetono la filastrocca
    della ri-crescita,  forse quella dei capelli?

    cinque minuti  per dirvi di non ascoltare
    codeste cassandre puttane
    travestite da lauree con master a seguito,
    figlie di un capitalismo abortito
    e di una democrazia stuprata.

    cinque minuti di raccomandazione
    affinché non sprechiate un solo secondo
    per rifugiarvi dietro a impossibili infiniti
    o a pindarici voli di opachi gabbiani.

    cinque minuti per riprendervi quella dignità
    persa nella sabbia fine di qualche deserto.

    scusate se, oggi, vi ho rubato cinque minuti
    del vostro prezioso tempo.

  • 23 aprile 2012 alle ore 8:49
    chiacchiericcio

    di tutto si parlottò
    e di chi trovò soddisfazione
    nel bicchiere mezzo pieno
    o mezzo vuoto.
    l’astemio e l’ubriaco non si confessarono,
    per gli altri la comunione
    fu la questione
    se l’ostia si dovesse accompagnare
    all’acqua o al vino.

  • 18 aprile 2012 alle ore 20:17
    Il pregiudizio del poeta

    non mi interessa se sei giovane o vecchio,
    se appartieni al ‘60 al ‘70 o all’ ‘80,
    non sei un vino di denominazione
    di origine controllata e ancor meno garantita,
    non sei un lager di appartenenza
    in un barattolo di parole
    con la data di scadenza.

    fuggi dai pregiudizi del poeta,
    segui l’inchiostro della strada,
    non importa se asfaltata
    o accidentata.

    non c’è solo la striscia bianca,
    non c’è solo il rosso e il verde,
    puoi immaginare tutti i pastelli
    dell’arcobaleno.

    infilati un paio di scarpe
    comode per girare,
    non importa se sono griffate.

    non aver paura di sporcare le suole,
    non aver paura di girare l’angolo,
    non aver paura di alzare lo sguardo.

    non seguire la direzione della cartina,
    non ti fermare davanti agli swarowski
    di gentil aspetto,
    gusta, viandante, il take away
    di un estraneo,

    nuota controcorrente come i salmoni,
    chissà che le parole deposte
    non siano migliori
    di quel carattere verdana 12,
    un tipo volgare che ti aspetta a casa
    attento al palinsesto di quattro ballerine
    che aprono e chiudono il sipario
    di un testo formattato con le forme
    di turgidi seni.

  • 07 aprile 2012 alle ore 16:29
    Cerbottane

    era ieri che giocavamo
    con le cerbottane,
    noi, neonati scugnizzi
    del rione città studi.

    in piazza Guardi, fieri
    dei nostri lunghi tubi
    di plastica,
    alla maniera di danzatori tribali
    passavamo in fila indiana,
    d’estate,
    sotto le finestre aperte
    dei piani rialzati inondandole
    di chicchi di riso
    dopo aver soffiato
    verso l’alto.

    allora quelle che a noi parevano vecchiette
    uscivano all’improvviso
    dai portoni di casa
    con delle scope di saggina
    per inseguirci
    e correvamo sino a sfiancarci,
    chi a sud, chi a nord, chi a sud-ovest,
    chi altrove.

    non frequentavamo, anche, il catechismo
    e Don Carlo ci tirava le orecchie
    sino a farci male,
    così si serviva messa per punizione
    e dieci Pàter nòster, qui es in caelis
    erano insufficienti a redimerci
    ché, per dispetto, iniziava la caccia
    alle lucertole, alle loro code
    da esibire come trofei all’ora
    di educazione tecnica.

    sempre in Piazza Guardi
    ci si trovava al pomeriggio
    per limonare con le bambine.
    io ero corto e mi mettevano
    uno sgabello sotto i piedi
    per arrivare a livello di bocca.

    ci fermavamo, poi ,
    ad ascoltare Toto Cotugno
    e la sua chitarra,
    stazionava tutti i giorni
    nella piazza, era già un adulto
    con la propria corte di maggiorenni.

    riconsiderando, ora,
    quei tubi di plastica più lunghi
    delle nostre altezze può essere
    che quei quattro piccoli bravi
    a seguito di un Don Rodrigo,
    non ancora studiato,
    anelassero a tappezzare di bianco,
    quanto un paesaggio innevato,
    la grigia melanconia di quei luoghi
    che dal campetto dell’oratorio
    dove ci si sbucciava sempre le ginocchia
    indirizzavano al cinema di quartiere
    che proiettava solo cartoni animati
    e noi già adulti.

    si proseguiva nelle ore trascorse
    in balocchi-anti stanze
    di compagni di classe
    a bruciare piccoli soldatini
    in guerre raccontate da nostalgici nonni
    per giungere alle frequenti visite
    di estranei che reclamavano i danni
    per un vetro o un cruscotto rotto.

    i chicchi di riso erano il tappeto
    che delimitava il territorio
    di piccole orme, la rappresentazione
    di quei danzatori tribali
    alla ricerca di una riserva
    che corrispondesse al loro dipinto,
    all’iconografia di una favola dei Grimm
    che da sempre li vedeva unici
    e disperati attori protagonisti.

  • 02 aprile 2012 alle ore 12:24
    Orchestrali della mente

    mi ricordo di un viaggio in treno,
    delle nostre vite normali
    e di come i pensieri rincorrevano
    come in un gioco
    il passaggio di alberi,
    pali, tralicci, accomunati
    e confusi nella fretta di sparire.

    tra una stazione e l’altra
    gli orchestrali della mente
    richiedevano ossigeno
    per poter nuovamente scherzare
    nella successiva corsa.

    guardavo fuori dal finestrino
    e mi dissolvevo nel labirinto
    dei sogni sciupati, persi
    e poi raccolti, chissà,
    da qualche sbadato,
    che trovandosi lì per caso,
    avrebbe, forse, risolto
    il proprio rebus.

  • 01 aprile 2012 alle ore 19:01
    Demolizione

    era finito quel tempo scoperchiato
    ( ora )
    dall’alba di vecchiaie conficcate
    come fori di proiettili
    nelle mura di vetusti ruderi.
    la demolizione s’approssimava,
    dipendeva dalle carte,
    prima che una ruspa
    compisse l’atto finale
    e la terra tornasse
    a respirare.

  • 01 aprile 2012 alle ore 19:00
    Imago

    ci spettava l’imago
    del vivere assieme
    perennemente abbracciati
    attorno a un piatto di minestra,
    la sera,
    quasi a voler rigettare
    le lusinghe di un estraneo
    che, insistentemente,
    minacciava i nostri ingredienti.

  • 28 marzo 2012 alle ore 21:03
    Il balletto del carrello

    perché guardi fuori?”

    eppur nulla si muove

    ( flash )

    ricordo quei convogli che, allora, avevano un’unica destinazione

    ( rincaso )

    doppioni di pedoni indefiniti si sfiorano indifferenti

    zattere sparute colme di giovani precari vagano naufraghe sull’asfalto dolente

    quelli delle agenzie immobiliari ( i primi che ho avvistato a riva ) entrano in un bar per un fugace panino, quattro chiacchiere posticce sul pallone, sull’happy hour pomeridiano e poi come galli spelacchiati ri-dentro le stie

    (( quei pochi rimasti con un co-co-co-(de) come da stia ))

    e i vecchi non ci sono

    “dove sono?”

    alla Billa con il carrello della spesa, una lunga fila alle casse di cassa integrati, disoccupati, esodati, indignati

    a quarant’anni si è già vecchi inservibili, rottamati come gli euro zero

    e campare ( forse ) altri quarant’anni per il sorriso di giovani cassiere che come fate svaniscono in fitte e umide boscaglie accresce l’abbandono, l’isolamento

    e con chi parli, allora, se non con il somalo e il suo elefantino nero che ti fissa muto?

    anche lui sfuma nell’effetto flou di una cartolina della sua Africa

    e i riferimenti cambiano, poi spariscono e il triste balletto del carrello ri-inizia da capo

    come una Maiuscola inizia facoltativamente una frase per poi chiudersi facoltativamente in un punto o in quell’ad libitum che tutto comprende nell’immobile disperata rassegnazione

    ( ri-flash )

    ricordo quei convogli che, allora, avevano un’unica destinazione

  • 28 marzo 2012 alle ore 20:57
    Matti

    “Ma credete veramente di essere pazzi? Davvero? Invece no, voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada, ve lo dico io!”

    Randle lo ritrovo al solito bar, beve litri d’acqua, trangugia come chupiti tutto quel liquido e ogni tanto lo portano in ospedale.

    io sono diverso da lui perché non riesco a bere un goccio, chi troppo chi nulla in questo oceano di parole al vento schiacciate da polveri sottili come sassi che precipitano dal cielo.

    “dov’è casa tua?” chiedo, smarrito mi guarda, non risponde, oltre a bere velocemente cammina correndo, come quei pedoni che si buttano sugli scalini del passante in Piazzale Dateo svanendo nel buio cimiteriale del cemento.

    non esistevano, allora, le tangenti, nel Corso abitavano Penelope, mia nonna la sarta e Alfredo, mio nonno con i suoi quattro bocchini, quattro pacchetti di nazionali al giorno.

    ricordo una foresta di alberi, il verde sbirciava dentro le finestre e passava il tram, il 38, capolinea in piazza Axum, forse, non ricordo bene.

    guardo fuori sparuti rami secchi come larici piangenti spelacchiati, non hanno il vestitino della festa, una fila desolata che costeggia il viale.

    ripenso a Randle e al suo mondo d’acqua e di gazzosa, alle corse in ospedale, agli inutili colloqui con lo strizza di turno. “Almeno io ci ho provato, vacca troia, almeno io ci ho provato” mi risponde dopo aver nuovamente bevuto.

    gli altri con i fili attaccati alle orecchie, sembrano delle autobombe in procinto di saltare in aria ma non esplodono, seminano mine nel complice e condiviso passeggio di gomitoli che si intrecciano in ragnatele sempre più fitte, l’aria non filtra più e i simpatici cavetti respirano l’afflato dell’affanno, dispersi tra dispersi, uguali tra uguali, i neri come i bianchi pennellando il grigio del presente,

    volando tutti sul nido del cuculo.

  • 28 marzo 2012 alle ore 20:55
    Neuro

    guardandolo atterrare
    sul mio stomaco
    e dopo essersi posato
    fermo mi fissa
    con incrocio di sguardi,
    aggiungo il mio solidale
    in tacito accordo
    con il felino sempre posato
    su boccale dello stomaco.

    *

    e poi perché si esce,
    sempre in casa
    deprimo il neurovegetativo,
    a caccia di simili,
    anch’essi uscenti,
    deprimenti depressi,
    un pavimento di tavor
    e  si inciampa sulle pilloline
    che meglio era rimanere
    ante anta.

    *

    cosa c’è alla TV,
    si gioca con il tele che comanda
    e le dita da tastiera smanettano
    su pulsanti difettosi
    e si torna sempre sugli stessi
    e dal tele torno alla keyboard
    e il consumo accelera l’artrosi
    e non ho il codice di esenzione.

  • 01 marzo 2012 alle ore 18:41
    Nel tempo andiamo a zonzo

    nel tempo andiamo a zonzo,
    così un bar vale l’altro
    come una guinness scura
    alterna una media chiara

    così il tramonto precede l’alba
    e le stelle sono sempre lì
    e il bus giunge al capolinea.

    solo quel camper sceglie
    il rifugio della notte
    per poi ripartire

    chissà dove
    chissà perché
    chissà cosa immaginava

  • 01 marzo 2012 alle ore 18:38
    Pallottoliere

    mi piace pensare
    al fatto
    che tutti pensano
    di essere più belli,

    più furbi,
    più ricchi,
    più immortali,
    più intelligenti

    e poi quando muore
    il tuo vicino di casa
    toccano ferro
    aspettando di rimandare
    il proprio turno.

    è – dunque – solo
    una misera conta
    che li tiene in pista?

    un pallottoliere è l’unico
    senso della vita?

    forse sì, appesi, deboli,
    a una catenina
    di palline di plastica
    presa a un mercatino
    per poche lire,
    tanto vale la considerazione di sè.

  • 01 marzo 2012 alle ore 18:37
    Ombre

    ombre
    ineluttabili
    avanzano.

    il marciapiede
    da dietro
    osserva
    l’asfalto
    macchiato.

    non una nube
    ma il buio
    della presenza
    copre
    l’assenza
    del passo,
    indifferente
    nella direzione.

  • 01 marzo 2012 alle ore 18:35
    Poesia

    ogni tanto ti chiama,
    non sempre.
    è inutile rincorrerla,
    come se provassi
    ad afferrare al volo una mosca.
    e poi le mosche
    non ci sono tutto l’anno
    e tu non sei una mosca,
    e  le stagioni non le selezioni
    facendo un semplice zac
    con il telecomando.
    ogni tempo ha il suo turno
    e quando stacchi il ticket
    devi pazientare,
    attendere,
    non puoi passare davanti
    pensando che la poesia
    ti serva un paio d’etti
    di buone parole solo
    perché sei arrivato prima.

  • 10 marzo 2011 alle ore 16:40
    il tempo ammonticchia i tempi

    il tempo ammonticchia i tempi
    pari, dispari, come i giorni,
    in un’unica partitura
    dove accadi tra una misura
    e la successiva, sorseggiando
    un caffè nelle pause,
    e la melodia della sera
    simula quell’ ad libitum
    che in-tona o s-tona il fischio d’inizio.

  • 09 marzo 2011 alle ore 10:20
    Lamentela

    se si potesse evitare questa litania
    della lamentela perpetua
    aspettando Godot

    "Well? Shall we go?" - "Yes, let's go".

    "They do not move."

    non si muovono
    nessuno, pare, volersi muovere

    si aspetta
    e ci si lamenta

  • 08 marzo 2011 alle ore 22:24
    ne abbiamo abbastanza

    ne abbiamo abbastanza
    di spot/stop al televoto
    “chiamami ancora amore”

    ( povera poesia martoriata )

    il non senso è il senso
    avanti popolo
    indietro tutta
    luoghi comuni
    “cosa non è comune?”

    vomiti del qualunque
    cambiano vesti putride
    da armadi tarlati

    il passato presenzia
    da sfondo a cartoline
    di greggi asettiche
    bestie bestiame
    stipato in un Tir
    viaggi della speranza
    muoiono nei mattatoi
    somiglianti a hotel a 3 stelle
    contenti di fingere
    nella dignità obliata

  • 08 marzo 2011 alle ore 10:08
    Maledizione

    vorrei vivere come gli altri
    che maledico continuamente 
    vorrei pensare come gli altri
    che maledico continuamente
    vorrei morire come gli altri
    che maledico continuamente
     
    è così difficile trovare il ricambio
    per la maniglia del mio frigo
    che maledico continuamente

  • 07 marzo 2011 alle ore 14:47
    Re-styling

    può darsi che il concetto sia un’astrazione
    di scatole cinesi Aristoteliche e mi domando
    se, oggi, l’idea abbisogni di un nuovo re-styling
    ma gli  orchestrali della mente dirigono
    solo metà emisfero
    perché  a corto di dipendenti

    trattasi pur sempre di un lavoro precario

  • 06 marzo 2011 alle ore 11:15
    There must be some kind of way out of here

    “There must be some kind of way out of here”

    Hey Bob, Hey Jimi,
    ci deve essere un modo
    per uscire da questo posto,
    lo chiedo a voi,
    lo chiedo a tutti,
    lo chiedo al mondo dei posti,
    alla natura che non li abita,
    alla Highway 61che tramonta
    alla foce del Mississippi,
    a King e alla sua Lucy,
    al Re Lucertola che ogni cosa poteva fare*,
    a qualunque uomo
    che rompa il sentiero stabilito
    per seguire il sentiero destinato**,
    a una macchina veloce,
    a un orizzonte lontano
    e a una donna da amare alla fine della strada,***

    “There must be some kind of way out of here”

    ci deve essere un modo
    per uscire da questo posto,
    lo chiedo a voi,
    lo chiedo a tutti,
    lo chiedo al mondo dei posti

    * Jim Morrison
    ** Gregory Corso
    ***  Jack Kerouac

  • 05 marzo 2011 alle ore 9:30
    troppe volte

    troppe volte sembra che uno spiraglio
    si apra e il gioco è fatto, pare,
    “Rien ne va plus, les jeux sont faits”,
    tanti Pollicino spargono briciole di pane,
    piccioni abitano il Duomo e tutto torna
    come prima, inizia un nuovo giorno
    uguale agli altri, anche gli spiragli
    si coricano per sera,  frutti
    di un’astuzia perduta
    e quell’Orco  sgozza l’altrui dabbenaggine.

  • 03 marzo 2011 alle ore 11:03
    Invasori

    qualcuno li chiama invasori,
    sbarcano sulle nostre coste,
    gusci di barchette, odori di povertà.
    “ cambieremo vita”, dicono gli occhi!
    abbandonano le zattere,
    i lager dell’accoglienza
    ora li accolgono, la miseria
    li scorterà per sempre.

    qualcuno li chiamava invasori…