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Autore

Marco Saya

in archivio dal 05 dic 2005

03 aprile 1953, Buenos Aires - Argentina

18 settembre 2006

8 mini racconti

Intro: Quelli di Saya sono stralci di vita, pezzi di uomini e di donne. Sono piccoli racconti, piccoli come le nostre vite nell'immensità dell'universo. Ma ogni vita è un'emozione, ogni silenzio una canzone, ogni parola una reazione. La scrittura dell'autore vive tra la gente, la osserva e la rimentte al mondo.

Il racconto

Solitudini

La donna si svegliò. Una delle tante donne che popolavano il mio talamo e le notti disperate di un povero ubriacone di mezza età.”Che ore sono? “ mi chiese, “È ora che tu te ne vada a casa tua” gli risposi, le stesse risposte alle solite domande. Un bicchiere semivuoto mi fissa dal comò e implora ancora un goccio. Una tendina impolverata cela un pallido sole malato che a fatica chiede di entrare. Un’ambulanza sfreccia impazzita con il suo carico di dolore. La comoda 54 sbuffa al capolinea ed inizia la sua corsa a tappe. Il gatto saltella sul letto per reclamare il suo pasto.Una vecchia sveglia annuncia un nuovo giorno. Un tubetto oramai ridotto allo stremo e uno spazzolino spelacchiato aspettano inesorabili. La doccia è sempre più bollente e il bidet zampilla come una fontana. Un paio di fetidi biscotti insapori,incolori, inodori e scaduti si mescolano con un caffè altrettanto incolore, insapore e inodore. Una camicia lisa , un paio di jeans rattoppati e dei calzini da rammendare osservano da una sedia zoppicante. Davvero un gran bel risveglio! Ma sono vivo... “Sei ancora quì?”, “Sparisci!” , “Cosa aspetti ad andartene?” Improvvisamente la donna inizia a piangere, la osservo, provo un senso di disgusto, compassione per me e per lei, per le nostre miserabili vite così piccole, così inutili. L’accompagno alla porta, mi guarda per l’ultima volta, accenno un saluto, passi si allontanano e affrontano i gradini. Urla improvvise mi ridestano dalla consuetudine, apro la porta , mi affaccio sulla tromba delle scale , la vedo , non piange più , un sorriso le circonda ora le labbra, mi guarda, occhi sbarrati ma... vivi! “Scusami”, “Un topo mi ha sfiorata”. Ritorno a casa, il mio stupido gatto gioca con una monetina, prendo un goccio di Daniels e riprendo a sopravvivere tra le mie povere cose.


Nausica

Il silenzio incipriava gli oggetti lasciati sul comodino. Il cuscino fiatava l’ondeggiare delle lenzuola. Due corpi si muovevano all’unisono in una danza densa di trasparenze.
La luce filtrava sorniona la prua del nuovo giorno. Corti respiri anticipavano l’alba dell’imminente piacere e il giaciglio sosteneva il peso di una gondola sulla laguna. Pelle contro pelle, il sudore saliva l’apice del momento, oblio di un sogno reiterato nelle notti di Nausica. Così si chiamava, un nome particolare, sensuale, dolce, melanconico nella mitologia di chi prima l’aveva abbandonata. Amava il desiderio ed essere desiderata, cercava le fonti proibite oltre le quali il confine lasciava il passo alla fantasia e il lecito si perdeva nella linea dell’orizzonte. Era così ogni volta e ogni volta i sensi si abbandonavano al pensiero del nuovo viaggio che l’avrebbe portata a conquiste in terre lontane, lontana la solitudine dalla stretta di un uomo che s’avventurava nel suo regno incastonato da gemme sfaccettature di un unico piacere. Il rito si era consumato, il comodino aveva ripreso il suo ordine accompagnato dall’assenza della parte...e Nausica si infilò nella vasca pronta all’incipiente visita di un estraneo che avrebbe nuovamente popolato il suo talamo e colmato il vuoto del comodino.


Il treno

Il treno correva veloce lungo la monorotaia che collega Lione con Parigi.
Guardavo fuori dal finestrino e i pensieri rincorrevano come in un gioco il passaggio di alberi, pali, tralicci, accomunati e confusi nella fretta di sparire. Quattro chiacchere banali con l’occasionale compagno alleggiravano la noia del consueto viaggio di lavoro. Già...la banalità di un vivere così scandito e scritto sin dalla nascita accudiva la rassegnazione fattasi adulta.
Pensate a un tempo che ti guarda, ti sorpassa e non si volta mai. Non ti chiede come stai! Non ti chiede che cosa ti manca! Non ti da la forza per andare avanti...anzi sei sempre più debole, come deboli le tue certezze. Ma ,quelle, non le hai mai avute! Hai sempre sperato e pensato di averne per poi ritornare a ritroso nel paradosso del dubbio, del forse potrebbe..., del fato ineluttabile che , diciamocelo, ci para dai fulmini delle paure del tentare di fare. Fare? Che cosa? Perchè? Per chi? A che pro? Domande su domande.
Queste vite normali mi angosciavano, pensavo al treno, al suo conducente che ogni giorno percorreva tratte diverse...ma sempre di tratte, trattasi.! La soluzione? E se il treno deraglia? E se mi trovo in un paesino che non conosco? O se vengo catapultato in un fosso? Ecco...la novità, un percorso nuovo, un reale diverso che confonde l’ordinaria immaginazione, una visione distorta di uno specchio che riflette la solita immagine, i pensieri che chiedono ossigeno per poter tornare a essere normali, forse più veri, più soli ma vissuti e non la finzione circense di guitti e cortigiani maldestri equilibristi o maghi dell’illusionismo. Ricondurre la propria vita a un imbuto e travasare solo la linfa dell’idea, archetipo di stagioni che avrebbe spiegato un senso, ora celato.
Il treno correva veloce lungo la monorotaia che collega Lione con Parigi.
Guardavo fuori dal finestrino e i pensieri rincorrevano come in un gioco il passaggio di alberi, pali, tralicci, accomunati e confusi nella fretta di sparire. Anch’io volevo sparire per perdermi nel labirinto dei sogni mancati e delle occasioni abbandonate...raccolte, chissà, da qualche sbandato, che trovandosi lì per caso, avrebbe, forse, risolto il proprio rebus.


Il tempo e il corpo

Rue de les Huchette mi accoglie con i suoi colori vivaci e sapori di antiche culture al primo imbrunire. Prendo posto al Caveau , noto locale di musica jazz e ritorno indietro nel tempo, ai miei vent’anni, alla spensieratezza di uno studente goliardico che voleva capire l’arte, gli artisti e i suoi profumi. Allora una chitarra mi accompagnava in questi viaggi e sovente finivo la nottata in qualche club e mi confondevo nelle ubriache jam con qualche musicista devastato di cui non ricordo più il viso. Un altro viso color ebano mi fissava all’interno del locale, regale nel portamento, mi venne incontro, mi prese per mano e mi condusse in una danza leggera, sensuale, un corpo che ,come un metronomo, si avvicinava e si allontanava ritmicamente. Improvvisamente baciai quelle labbra semichiuse, la strinsi e l’abbracciai. La sentivo ansimare, il respiro sempre più corto, una mano che scendeva e cercava il mio sesso. Il dixi dei musicisti accentuava il calore di una musica africana che surriscaldava le pelli roventi , una miscela esplosiva pronta ad accendere la miccia nascosta in ciascuno di noi. Mi risvegliai bruscamente dal ricordo e una signora distinta mi chiese se avevo da accendere. Le risposi che non fumavo e si sedette vicino a me domandandomi perchè fossi solo e pensieroso. Non avevo voglia di parlare con una sconosciuta, io e i miei ricordi erano la compagnia che più avrei gradito in quel momento. Continuava a parlarmi della sua vita. Non la guardavo, ero troppo assorto nel pensiero di una creatura lontana con la quale avevo consumato uno dei più begli amplessi della mia vita. Quella vecchia continuava ad atomizzare il mio ricordo sino a decomporlo nella totale rimozione...Decisi di interrompere i suoi sproloqui, di dirle di non rompermi più le scatole e di lasciarmi solo. Si alzò. La guardai. La nera mi fissò per l’ultima volta e se ne andò via. Improvvisamente la chiamai. Si voltò. Capii. Era lei, il tempo mi aveva restituito una donna consumata ora da un metronomo spietato che scandiva, come una clessidra, quello che ci restava da vivere. Non mi aveva riconosciuto, anch’io ridotto a una vecchia ciabatta impeluccata e sfilacciata..., un povero uomo di mezz’età con cui condividire forse quell’unico e lontano ricordo per il quale era casualmente passata dal Caveau di Rue de les Huchette.


Altezze differite

Non aveva mai visto una donna così alta e bella. Una top model pensò l’uomo.
Accento straniero, forse del nord europa, occhi verdi, capelli rossi e la cosa più strepitosa consisteva nel fatto che fosse li con lui in un ristorante a chiaccherare amabilmente. L’uomo si domandava che cosa avesse trovato di così affascinante la vichinga per accettare il suo invito a cena. E dopo? Se avesse accettato un brandy a casa sua? Cercava di non correre oltre, si limitava a gustare quattro asparagi asfittici e un uovo sodo così come la sua compagna, forse la dieta la costringeva a tale supplizio! L’uomo chiese il conto, si alzò con la sua compagna e si diresse verso casa sua. Incredibile, aveva accettato l’invito. La guardava, sembrava una giocatrice di basket ! Non persero tempo, si buttarono sul letto troppo piccolo per l’amante occasionale, scelsero il nudo pavimento ricoperto da uno squallido tappeto frangiato. Il nano non perse tempo...un’occasione così non gli sarebbe mai più capitata.


Il Nonsenso

L’amore si svegliò stanco quella mattina. Corrucciato e amareggiato sorseggiò l’abituale caffè prima di corteggiare una giornata come le altre e pigramente si stiracchiò.
Il sentimento l’aveva lasciato solo, se n’era dovuto andare per un pò di tempo, l’orologio ticchettava il tempo dell’ozio e così decise di uscire dal proprio involucro...
Non capiva perchè avesse paura di dichiararsi, conosceva l’altro e poteva sperare in una felice conclusione ma tergiversava e non si decideva.
Angela chiamò Luca al telefono. “Ciao Luca” , “ci vediamo stasera?”, “OK”, le rispose Luca, “passo a prenderti alle 20,00”. Giorgio lanciò un Sms a Guia, Andrea si scusò con Silvia, una rete di nomi si confuse nel labirinto della conoscenza...
Il nonsenso dirigeva il traffico delle chiamate e la mente su sua richiesta invitò l’Amore a cena per chiarire l’universo delle aspettative mancate. “Scusami per il ritardo”, “Ero indeciso sino all’ultimo se venire o meno” disse l’Amore alla Mente, confusa e leggermente infastidita dal comportamento dell’amico. “Non riesco più ad amare e il sentimento mi ha ultimamente abbandonato”, “Nessuno più mi ascolta e le Menti come la tua impongono all’involucro di prendere le decisioni!”. “Il nonsenso ha deciso così”, replicò la Mente ed “Io non posso e non ho il potere di contraddirlo!”.
Angela attese invano Luca e alle 21,00 si mise a piangere, Guia non rispose al messaggio di Giorgio e Silvia non accettò le scuse di Andrea. Il Nonsenso aveva trionfato.
Qualche mese dopo il Sentimento ritornò a casa...ma l’Amore era, nel frattempo, morto per il dispiacere e l’involucro lo accolse con freddezza. Ora non aveva più l’amico di sempre con cui sfogarsi...e decise, così, di togliersi la vita! Nessuno seguì il feretro, solo il Nonsenso pose un fiore sulle sue ceneri…


Bluesman

Il suonatore di blues scese dal carro trainato da cavalli affaticati. Faceva caldo. Aveva sete. Piegato dalla stanchezza di una dura giornata di lavoro si apprestava a raggiungere la locanda. Un tramonto velato faceva posto alle spinte di una sera come le altre, sempre le stesse. Non aveva voglia di esibirsi, quattro neri come lui si rinfrescavano attorno a un tavolaccio di legno. Prese l’armonica a bocca e iniziò la triste melodia, arrugginita come lo strumento che soffiava su labbra screpolate e sanguinanti. Gocce rosse intrise di sudore accompagnavano il ritmo che cadeva nella battuta di dodici misure, dodici le ore chino su un campo e la pausa di un sospiro per un goccio d’acqua.

“You all have been wonderin’” , “Tutto ciò che hai avuto è stato meraviglioso”, cantava in ripetizione il suonatore di blues.

“You all have been wonderin’”, ma cos’è che aveva poi avuto dalla vita?

“I try to say something people”, “Provo a dire qualcosa alla gente” proseguiva la canzone. Ma cosa poteva dire alla gente, a quella gente che lo sfruttava e poi pretendeva di ascoltare la sofferenza di un disgraziato che a malapena si reggeva in piedi e che per di più doveva anche sorridere agli sparuti applausi del finale?

Il locale ora era pieno. Ragazze dalla pelle bianca lo guardavano incuriosite.

“When I first met you baby, baby you were just sweet sixteen “,
“Quando ti incontrai per la prima volta baby, baby tu eri soltanto una dolce sedicenne “: la prima e unica volta che una sedicenne gli si era avvicinato portava ancora con sé i segni delle frustate per aver osato strizzarle un occhio...

New Orleans 1870

"Sovente, di notte, mi capita di restare a lungo affacciato alla finestra ad osservare la stazione della metro che collega la mia città alla periferia e che appare, nel buio, come una cometa luminosa sospesa sulla terraferma. Tra quella scia di luci, vicino alla coda... che fa sparire inesorabilmente l’ultima carrozza del treno che si dirige verso l’ignoto, posso affermare con sicurezza di aver intravisto, almeno un paio di volte, aggirarsi lo spirito del Blues".

Milano 2006


L’adolescenza…

Cioè, cazzo!, nella misura in cui, nell’ottica di... (esordiva sempre così quello scappato di casa di mio padre), cioè, ora mi spiego, almeno ci provo, sono fulminato, esaurito, ma perchè mai mi trovo qui, cioè, cosa ho fatto di male? Mamma dove sei? Quando ti cerco non ti trovo mai! Con chi sei? Come un beota a casa da solo, tuo marito nonchè mio padre ex-sessantottino sparito con un’altra, la scuola una merda, non ho voglia di studiare, la politica non mi interessa, le seghe mentali le lascio ai rasta, il pallone non mi basta, ho quindici anni e non so che cazzo fare! Un pomeriggio di cacca, ora chiamo un compagno e giochiamo alla play. Non c’è nessuno, è presto, alla TV non c’è ancora Penthause, sega rinviata! Andrò alla Feltri, mi ascolto qualche cd e poi me ne torno a casa. Chissà che non studi un pò di latino, quella merda di lingua morta e sepolta, unta e bisunta...giusto! Grandioso! Mi sparo un panozzo con il salame, una coca e via...mezz’ora di chitarra tra Guccini e i metallica. Sono le sette , sono solo, mia madre tromba e non è tornata. Che città di merda! Mi affaccio alla finestra, serenata rap per la puttana sottocasa, mi strizza l’occhio, che schifo è un trans! Sono le otto, ho fame ,cazzo non sono capace di farmi un piatto di spaghetti! Devo aspettare, mi butto sul letto, mi appisolo. Squilla il campanello. Guardo l’orologio. É mezzanotte. Apro la porta. Appare quel cadavere disfatto di mia madre. “Come stai” tesorino? “adesso la tua mammina ti prepara un piatto di pasta!” Cioè, cazzo!, nella misura in cui, nell’ottica di...non poteva tornare a casa alle 2? Porca Puttana... perdo Penthause e sega rinviata! Così è la mia vita...

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