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in archivio dal 26 ago 2018

Maria Teresa Dotti

05 maggio 1961, Milano
Mi descrivo così: Curiosa

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  • 04 novembre alle ore 21:07
    Non ieri

    Ieri no, non potevo spiegare parole
    e le ho attraccate allo sciabordio delle onde.

    No, ieri non avrei potuto.
    Stavo come gabbiano
    ormeggiata ad ali chiuse
    senza voglia di pescare
    un pensiero
    per sfamarmi la mente.

    Ho lasciato semplicemente
    che l'orizzonte venisse a me
    mescolato al sole battente,
    spatolato su una tavolozza di azzurri.

     
  • 03 ottobre alle ore 11:39
    Pioggia

    Non amo la pioggia, se non nelle notti insonni, quando nel silenzio, marcia insieme ai tic tac dell'orologio. Ma anche se non l'amo, è quando piove che amo scrivere di te. Vorrei sentissi il mio  cuore mentre tiene il passo della pioggia Come se camminasse sonnambulo in equilibrio sulle tegole Vorrei ti urlasse i miei pensieri Quei pensieri che si acquattano come un  gatto accanto al caminetto, protetti dal calore di una mano mentre li accarezzi. E così svegliarmi, un groviglio di cose da districare lentamente, affacciata su questo cielo grigio. No, non l'amo la pioggia Mi sveglia al mattino scompigliando emozioni Mi tiene prigioniera dentro alla finestra tra le sue sbarre di gocce fitte Così piove, anche oggi piove. Un infinito di pioggia e non mi accorgo nemmeno che non  mi basta un ombrello di ciglia a ripararmi la faccia. Lì ti trovo Sospeso tra un girotondo di nuvole tra il passato e il presente Non ci sei nel mio futuro C'è la pioggia e non l'amo

     
  • 03 ottobre alle ore 11:36
    Un posto dove tornare

    C'è sempre un posto dove vorrei tornare,
    tra la bellezza delle mie colline,
    invase dall'erica in fiore.

    Il tonfo maturo dei ricci nei castagneti
    e la pioggia improvvisa,
    che smalta ogni foglia d'autunno.

    E se ci fosse un tramonto di fuoco,
    sarei là,
    a guardarlo dall'alto mentre delicato si adagia
    tra le creste d'acqua del lago.

    Sulle spalle lascio cadere i capelli sciolti con il vento
    che non ha appigli
    Libera dentro il ricordo dei miei occhi randagi
    Pare fermo tutto come allora,
    quando inciampando tra le iris rotolavo tra l'erba alta.

    I capanni di caccia abbandonati tra le siepi d'alloro,
    i tralicci mostruosi e svettanti,
    nell'azzuro intenso del meriggio.

    E l'ora del ritorno, mestamente.
    Dal sentiero non odo frinire le cicale
    inseguendo l'ultima farfalla nel suo consumarsi dentro la sera

     
  • 05 settembre alle ore 18:44
    Ti sfiora mai pensiero

    Ti sfiora mai il pensiero di noi due insieme,
    quando i nostri sguardi si incontrano
    a metà strada tra la finestra e il mare,
    che si baciano e innamorano
    come fosse la prima o ultima volta.

    Quando davanti a quelle onde taci,
    infrangendo la speranza tra i tuoi scogli.

    Allora gli occhi li chiudo e penso alla tua mano sul petto,
    a cui vorrei offrire i battiti del mio cuore che non urla meno,
    che è arrabbiato di più.

    E che il pensiero di noi due insieme lo sfiora,
    mentre beve acqua salata dalle tue guance.

     
  • 30 agosto alle ore 23:42
    Periferia

    Son quelle tasche vuote che riempio con le mani e le scarpe consumate grigie come l'aria di periferia Tra capannoni vuoti e case cadenti intrigo di fili nel cielo e nel cuore Allora il freddo si fa più pungente e avvolgo anche l'anima negli spifferi della sciarpa tarmata

     
  • 26 agosto alle ore 18:13
    Farne a meno

    Non puoi farne a meno del tuo mare, delle tue onde alte. Di una carezza di vento che porta i sogni con sé.
    Non puoi cancellare le gocce di sale delle tue mareggiate, il bacio di Giuda dopo una promessa.
    Tu e le sirene che non han gambe per sfuggire da questa trappola di vita che non riconosce esca, se non il dolce delle parole che non bastano mai, che non ti bastano più.
    Non puoi farne a meno del tuo mare, non posso, io, fare a meno di te.

     
  • 26 agosto alle ore 18:06

    Era senza padrone questa terra che nessuno ha partorito. Era la madre di tutti, prima che i suoi figli di polvere diventassero fango.

     
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  • 05 ottobre alle ore 20:57
    Infanzia

    Come comincia: Indossavi allora quelle scarpe brutte, quelle marroni consumate in punta, quelle dai lunghi lacci che come vermi lasciavi strisciare tra l'erba. Ricordo le tue guance, rosse come mela candita, si gonfiavano fino a screpolarsi soffiando nella cerbottana, mentre nel pugno stringevi pallottole di carta colorata, fissando il cielo, azzurro come i tuoi occhi. Su, al Poggio dei mandorli, fiorivano sotto i nostri piedi le margherite, i primi sogni stretti al petto, belli e puri, scarmigliati come i nostri capelli.

     
  • 05 settembre alle ore 18:50
    Nonna

    Come comincia: Che viola tenue hanno sbocciato le ortensie, quel violetto arricciolato che ricorda i capelli di nonna, sotto a un fazzoletto con quattro nodi, uno per ogni angolo, a mo' di cappello.
    ***** Mi pareva così ridicola, china su un'erbaccia a litigare con la lunga radice, il lurido grembiule e i gambali di gomma verde. Ero giovane e me ne vergognavo, non era la nonna elegante che sognavo. Era la nonna con un fazzoletto in testa, un fazzoletto chiazzato di muco, sudore ed erba.
    Al mio arrivo si sollevava piano, tenendo le mani sulle reni, sorrideva sdentata tra una ragnatela fitta di rughe e mi baciava scostando la frangia.
    Com'era lieve quella mano ruvida, ancor più lieve del bacio.
    - Diventerai strabica - diceva. E la sua voce sfuggiva via veloce come un fruscio d'ali di farfalla.

     
  • 05 settembre alle ore 18:47
    Come quando fuori piove

    Come comincia: Come quando Amelia guarda il mare e fuori piove. Tutto diventa una matassa grigia che infeltrisce nei suoi occhi. -Papà- mormora senza voltarsi. E lui deve intuire i suoi pensieri, stesi tra i fili delle barche a vela. Si siedono uno di fronte all'altra, il pasto domenicale che non ha nulla di festoso, mangiano piano, sospendendo i rebbi della forchetta per pungere l'emozione che gonfia gli occhi. L'ombra d'un gabbiano appollaiato sul davanzale a riempire quel posto vuoto.

     
  • 04 settembre alle ore 22:25
    Due graffette

    Come comincia: Due graffette immobilizzano questi fogli a righe, un infinito di linee azzurrine riempite di parole che si inseguono come mercurio in un termometro. Fosse semplice farle cadere con una scrollata, abbassarne il dolore giunte a fine riga. Difficile contenere lo spazio entro pochi centimetri di coerenza, o se bastasse, usare un antipiretico per non alzarne il tono. C'è un medico qui? Vorrebbe urlare la mia testa. C'è qualcuno che le sappia soccorrere, comprendere e curare? Una sirena che strilla e lampeggia e se ne va mentre le ammucchio una accanto all'altra, in questa lunga notte, dove scrivere, scrivere, scrivere, rimane l'unica cura.