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Poesie di Mario Luzi

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  • 12 marzo 2007
    D'intesa

    Il seguito d'esistenze umane non votato a morte ma al
    [ritorno.
    Le conosco bene questi pensieri
    anche se ora tace e guarda sotto il ponte
    il Tamigi grigio solcato da poche chiatte.
    Non è molto che abbiamo alla luce bassa scorto
    scolpiti nella stessa positura
    che ebbero stesi al suolo sotto i colpi i cavalieri del
    [Temple.
    Ed è mente la sua da non restringere
    a un caso senza legge occulta l'aspetto
    di quella cruda fine d'iniziati
    né la nostra visita al luogo tra le tombe a fior di terra in
    [quel punto.

    «Ti basti che io sia qui» immagino di dirle
    per vincere il silenzio
    spesso che solo un poco ci appartiene, non per sfida o
    [vanto.
    Ma non ha senso alcuno richiamarla
    a una certezza così imperfetta ed angusta
    mentre indaga e scruta segni almanaccando
    ammirevole del resto
    per come le parla da ogni pietra
    o volto la religione del mondo.

    Le anime di pochi, affinate, elette a conoscere il principio.
    Indovino ora il suo tormento
    mentre tace e mi guarda fine e intensa
    non senza una luce arguta di sospetto
    che io ne rida e la giudichi una testa piena di vento.
    «Ah perché non mi credi fino in fondo»
    continua senza parole
    ritmata dallo sciacquio del fiume
    quella disputa antica quanto la mente
    e non tra me e lei,
    in ciascuno di noi, tra l'una e l'altra sua parte.

  • 12 marzo 2007
    Ma dove

    «Non è più qui» insinua una voce di sorpresa
    «il cuore della tua città» e si perde
    nel dedalo già buio
    se non fosse una luce
    piovosa di primavera in erba
    visibile al di sopra dei tetti alti.

    Io non so che rispondere e osservo
    le api di questo viridario antico,
    i doratori d'angeli, di stipi,
    i lavoranti di metalli e d'ebani
    chiudere ad uno ad uno i vecchi antri
    e spandersi un po' lieti e un po' spauriti nei vicoli attorno.

    «Non è più qui, ma dove?» mi domando
    mentre l'accidentale e il necessario
    imbrogliano l'occhio della mente
    e penso a me e ai miei compagni, al rotto
    conversare con quelle anime in pena
    di una vita che quaglia poco, al perdersi
    del loro brulicame di pensieri in cerca di un polo.

    Qualcuno cede, qualcuno resiste nella sua fede tenuta
    [stretta.

  • 12 marzo 2007
    Prima di Sera

    «Credi, credi di conoscermi» recita lei quasi parlando al
    [vento
    e osserva controsole la polvere
    strisciare sullo stradone deserto.
    «Appartieni troppo a te stesso» insiste ad accusarmi
    prolungando la pena dell'indugio
    quella parte di lei che ancora combatte
    avvilita e altera nella macchina ferma.
    Ma le suona falso l'argomento
    e ne scorgo sul cristallo la larva
    che spenge d'un sorriso
    dimesso le parole appena dette.
    «Oh di questo hai anche troppo sofferto» aggiunge poi
    [quasi portando fiori
    sul luogo, un'orticaia, dove mi ha crocifisso.
    «Vanamente» mormoro più che dal rimorso
    toccato da quel tono
    di persistente, doloroso affetto;
    e ora vorrei non le sembrasse indegno
    cercare in altri la causa
    del suo male, fosse pure il mio torto.
    «Vanamente» e mi viene non so se dal ricordo
    o dal sogno un'immagine di lei
    gracile, impalata nella sua altezza, che guarda un fiume
    dall'argine e, poco oltre la foce,
    la lacca grigia del mare oscurarsi.
    «Lascia perdere» dice lei con la voce di chi torna
    dopo un'assenza di anni sul luogo stesso
    e raduna le spoglie lasciate in altri tempi, dopo lo scacco.
    «Perché non è in nostro potere richiamarci»
    mi chiedo io sorpreso che sia lì, ferma, sul sedile accanto.
    «Che intesa può darsi senza luce di speranza?
    Perché la speranza è irreversibile» commenta
    il suo silenzio rigido senza più lotta
    mentre abbassa risoluta la maniglia
    e getta un'occhiata di squincio al casamento, alto, che tra
    [poco la inghiotte.

     

  • 12 marzo 2007
    Nella Hall

    «Questo vuole il tuo tempo, perchè non gli vai incontro?»
    rimugina senza ironia apparente costui
    non molto lontano dal pensare
    a un'anima nuova di zecca pronta per il cambio.
    «Devoti sempre, devoti a qualcosa; e quando
    non si crede più a niente devoti al nostro tempo»
    gli risponde qualcuno, forse io,
    forse lo stesso onnipresente automa
    toccato da altra mano, in altro pulsante.
    Né lui vede un amico d'altri tempi
    in me che lo giudico e lo guardo
    ugualmente estraneo, in questo vestibolo d'albergo,
    ma un'incognita appena appena umana,
    un volto forse, ma contaminato da un morbo.
    «Neppure la natura è eterna» ricomincia ascoltando la sua
    [ voce
    che infatti prende quota nella penombra,
    grave, con volo per un attimo di condor.
    «Ma eterno è il suo mutamento»
    gli dico io poco smanioso invero
    d'afferrare quel filo troppo logoro
    passato per la cruna della sua mente.
    «Colpisci, colpisci a bruciapelo l'istante»
    ammonisce affondato nel suo peso
    quell'uomo che mi parla
    quasi fossimo a due diverse altezze,
    lui dove soffia lo spirito e io nel fango.
    Mentre fuori è giorno, mentre la vetrata canta
    scolpiti nella luce nuova i monti
    e il lago raso rigato da un solo cigno.

  • 12 marzo 2007
    Accordo

    - Il corso d'una vita deciso in nostra vece chi sa come e
    [quando
    ripara nel bene e nel male altre esistenze,
    offre cause di gioia e di dolore alle future -
    Lei che soffre ma pronunzia il suo credo
    ben ferma nel suo aspetto di angelo o deva
    m'accoglie nella parte viva della casa,
    mi dà questo saluto o questo viatico.

    Non per caso ero lì comparso dall'oscurità del bosco al
    [suo cospetto 
    macinando pensieri senza costrutto
    pel sentiero battuto dall'artiglieria da campo.
    Né spero né desidero sorprenderle
    questa volta il lampo che sprizza
    sospetto della mia incredulità e insieme dolcezza.
    In silenzio raccolgo sotto il fuoco delle sue pupille
    [questo messaggio
    ben deciso a credere contenga la sanzione e il crisma.

    Che importa la materia della fede quando è così grande,
    mi dico mentre scruta se m'arriva
    la luce delle sue parole nel punto esatto;
    e posso anche pensarle
    come un canto di prigionia,
    sia pure il canto udito
    trillare nella voliera più alto di tutti e fermo.

  • 12 marzo 2007
    Alla vita

    Amici ci aspetta una barca e dondola
    nella luce ove il cielo s'inarca
    e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
    il viso d'Iddio caldo di speranza
    in alto in basso cercando
    affetto in ogni occulta distanza
    e piangono: noi siamo in terra
    ma ci potremo un giorno librare
    esilmente piegare sul seno divino
    come rose dai muri nelle strade odorose
    sul bimbo che le chiede senza voce.

    Amici dalla barca si vede il mondo
    e in lui una verità che precede
    intrepida, un sospiro profondo
    dalle foci alle sorgenti;
    la Madonna dagli occhi trasparenti
    scende adagio incontro ai morenti,
    raccoglie il cumulo della vita, i dolori
    le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
    Le ragazze alla finestra annerita
    con lo sguardo verso i monti
    non sanno finire d'aspettare l'avvenire.

    Nelle stanze la voce materna
    senza origine, senza profondità s'alterna
    col silenzio della terra, è bella
    e tutto par nato da quella.

  • 12 marzo 2007
    L'immensità dell'attimo

    Quando tra estreme ombre profonda
    in aperti paesi l'estate
    rapisce il canto agli armenti
    e la memoria dei pastori e ovunque tace
    la segreta alacrità delle specie,
    i nascituri avallano
    nella dolce volontà delle madri
    e preme i rami dei colli e le pianure
    aride il progressivo esser dei frutti.
    Sulla terra accadono senza luogo
    senza perché le indelebili
    verità, in quel soffio ove affondan
    leggere il peso le fronde
    le navi inclinano il fianco
    e l'ansia de' naviganti a strane coste,
    il suono d'ogni voce
    perde sé nel suo grembo, al mare al vento.

  • 12 marzo 2007
    Maturità

    Che fu dietro quei vetri che straziano il silenzio
    e irraggiano nel vuoto lo stupore
    d'un viso che non sente più il suo rosa?
    Attoniti si perdono gli occhi in banchi d'azzurro
    e neppure il tuo pianto si ripete.
    Ondeggia il sicomoro stranamente fedele.

    Gelo, non più che gelo le tristi epifanie
    per le strade stillanti di silenzio
    e d'ambra e i riverberi lontani
    delle pietre tra i bianchi lampi delle fontane.
    Ombra, non più che un'ombra è la mia vita
    per le strade che ingombra il mio ricordo impassibile.

    Equoree primavere di conche abbandonate
    al vento il cui riflesso è solitario
    nel fondo col tuo viso scarduffato!
    Schiava ai piedi di un'ombra, ombra d'un'ombra
    disperdi nel tremore dell'acqua il tuo sorriso.
    Una nuvola oscilla e un incerto paradiso.

    Non più nostro il deserto che ci avvince e ci separa
    nella bocca inarcata dall'oblio,
    non più il dominio audace di pallore
    delle tue braccia al vento dall'alte balaustrate.
    Sguardi deserti, forme senza nome
    nella notte pesante pendula sul tuo cuore.