username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Matteo Fagiano

in archivio dal 26 lug 2011

Torino - Italia

26 luglio 2011 alle ore 19:14

Pellerossa

Il racconto

Questa storia comincia con un’idea brillante e finisce con un’indimenticabile figura di merda: in mezzo un’estate di lunghe notti, di musica e di amicizia.
La scuola era appena finita e si tirava tardi, in giro per la città, a fantasticare sulle vacanze all’orizzonte. Progettavamo un memorabile viaggio on the road verso il sud dell’Europa, scottanti avventure lisergiche sotto il sole della Spagna, feste in spiaggia, donne e fiumi di alcool. Eravamo pronti, eravamo nati pronti: il mondo era la nostra casa e avventura il nostro secondo nome. Ci serviva solo una cosa: la grana. Trovati i soldi avremmo avuto la nostra vacanza. E la gloria.
Passammo in rassegna tutte le possibili soluzioni: furto, rapina, truffa, traffico internazionale di stupefacenti, ma abbandonammo presto eventuali piani criminosi, troppo faticosi e impegnativi e per i quali bisogna essere naturalmente portati. Senza perdere la speranza di ereditare una fortuna da qualche zio sconosciuto, tipo un magnate del porno o un cazzo di pirata dei Caraibi, ci rassegnammo, quindi, lentamente alla tristissima idea di trovare un lavoro.
L’idea giusta ci venne in un tiepido pomeriggio di fine Giugno.
Fumavamo, io e Diego, seduti sulle solite panchine del solito giardinetto, discutendo di quali concerti andare a vedere al festival musicale che si trasferiva, quell’estate, al parco principale della nostra città.
“Come si chiama?”. “Pellerossa Festival”. “Figo!”. “Già”. “Pensa che storia a lavorare al Festival: ti guardi i concerti, conosci i gruppi e ti fai anche i soldi”. “Figo!”. “Già”. “E chi lo organizza?”. “Hiroshima Mon Amour”. “Dai…mia madre conosce una che conosce uno che lavora lì”. Silenzio. Sguardi di insolita furbizia. “Secondo te…”. “Forse…”. “Potremmo…”. Silenzio. “Figo!”. “Già”.
Insomma, per uno di quegli strani casi della vita ottenemmo un appuntamento con l’amico dell’amica di mia madre per la mattina seguente. Stavano proprio cercando un paio di tuttofare, ragazzi giovani, del posto, massima disponibilità.
Il colloquio non durò molto:
“Questa è la proposta, cosa ne pensate?”.
“Signori... voi dateci il rock (e un po’ di soldi per le vacanze) e in cambio avrete il nostro tempo e la nostra dedizione. Non state assumendo dei dipendenti, state arruolando dei fottutissimi soldati del rock”.
“Ci vediamo domani”.
Tornammo a casa con un pass all areas appeso al collo e la sensazione di fare parte di qualcosa di importante.
La mattina seguente, all’alba delle 8:30 cominciammo. Gli operai montavano la struttura del palco e i tendoni per i bar. Nel backstage si preparavano i camerini. Camion e furgoni scaricavano ogni tipo di cosa: fusti di birra, sedie, mixer, cessi chimici, transenne, casse, frigoriferi, nani, ballerine. Era pieno di gente, un vortice caotico di persone che andava in ogni direzione, tutti presi da qualcosa, a testa bassa, con la cicca in bocca, i bermuda con le tasche, magliette di gruppi rock consumate, occhiali da sole e braccia tatuate.
E io e Diego? Dopo mezza giornata ci eravamo già perfettamente ambientati, eravamo del mestiere, avevamo gli occhi della tigre, di chi non deve chiedere mai.
Certo, eravamo i più giovani e gli ultimi arrivati, dei pivelli insomma, ma di grandi prospetttive e dal futuro radioso, del tipo: “figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo”.
Facevamo di tutto, versatili e inventivi come il miglior Mac Gyver. Su è giù dal palco, nell’afa di luglio, abbiamo tirato cavi, caricato camion, montato linee elettriche, pulito e sudato.
Quando faceva buio e le luci del palco si accendevano, quando i parcheggi si riempivano e nell’aria si respirava profumo di salsiccia e di tabacco, quando la magia del concerto scendeva sul pubblico, allora cambiavamo pelle: facevamo sicurezza, sbigliettavamo all’ingresso, stavamo nel backstage, sotto il palco.
Facevamo ogni tipo di lavoro, senza problemi. Siamo gente di periferia noi, impariamo in fretta e ce la caviamo sempre. Ci avessero chiesto di pilotare un aereo o di sabotare la concorrenza avremmo certamente inventato qualcosa.
Tra risse colossali, incontri con gli artisti, sbronze e notti insonni, l’estate del festival e la nostra epopea rock procedevano alla grande. Almeno fino al fatidico giorno del temporale, quel maledetto giorno della nostra caduta.
Era stata una mattinata calda e umida fino a quando, poco prima di mezzogiorno, nuvole nere come la notte, basse e gonfie, scaricarono frustate di pioggia e vento sul parco. Venti minuti dopo, quando l’apocalisse aveva lasciato il posto a una pioggia leggera e a qualche scorcio di sereno, uno dei capi del festival, che passava davanti al camerino in cui ci eravamo rifugiati, ci aveva invitato a mangiare insieme agli altri. Seduti a mangiare e bere birra con loro, sotto la tenda di un gazebo malconcio, ci sentivamo orgogliosi, eravamo parte del gruppo, eravamo arrivati in alto.
Poi avvenne il disastro, di cui ricordo tutto come un piano sequenza. Io e Diego seduti a fumare su sedie di plastica, appena fuori il gazebo, per far asciugare al nuovo sole le magliette bagnate. La ragazza con i dread che si accorge dell’acqua del temporale ferma sulla tenda di copertura, a formare come un grosso affossamento. Il tizio grasso e biondo, mezzo ubriaco, che barcolla, con una scopa in mano, fino a sotto la pozza sul tendone e la spinge verso l’alto, con una forza e una rapidità imprevedibili. L’acqua che inizia la sua corsa, come un fiume in piena, verso il bordo della tenda. Noi che abbiamo solo il tempo di lanciare uno sguardo atterrito verso l’inevitabile prima che un’onda anomala ci travolga, dall’alto, con la forza di uno tsunami del cazzo. Sempre noi, come se non bastasse, che sotto la forza d’urto delle cascate del Niagara, con un contemporaneo e disgraziato gesto istintivo spingiamo con le gambe nel tentativo di allontanarci. Le siede che si piantano nel terreno e ci ribaltano all’indietro, stesi a gambe all’aria nel fango.
Faccia a terra, per un momento, tra le risate dei presenti, desiderai di sprofondare nel pantano, sparire in una voragine e non tornare più. Invece ci alzammo, petto in fuori e sguardo fermo, un sorriso appena abbozzato e poi via per la nostra strada.
Siamo gente di periferia, siamo pellerossa, abituati al fango e alle cadute, non ci saremmo certo fatti fermare da un po’ acqua. Il rock aveva ancora bisogno di noi e la Spagna era sempre più vicina.

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento