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in archivio dal 29 nov 2011

Maurizio Cannavò

19 giugno 1947, Roma - Italia
Mi descrivo così: Sono sposato, ho una figlia di 35 anni, sposata a Genova, con due bambini che sono i miei nipotini, un maschietto di 5 anni ed una femminuccia di 3 anni. Mi piace scrivere perché provo un grande piacere e mi aiuta molto a riflettere. Scrivere mi ha sempre dato gioia.

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  • 30 novembre 2011 alle ore 8:59
    Mascali

    Come comincia: Turi viveva da sempre nella grande casa.
    Era una specie di villa secolare che era stata divisa in otto grandi appartamenti in uno dei quali la sua famiglia viveva da diverso tempo, forse dagli anni ’60.
    La casa affacciava sulla strada che da Catania va a Messina, fuori del centro abitato di Mascali. Il portone d’ingresso stava a chiudere un grande arco che portava ad un interno caratterizzato da portici stilizzati che cingevano un grande giardino, pieno di alberi,cespugli, aiuole, fioriere, vialetti, numerose fontanelle, una fontana grande al centro, diverse statue che ti sbucavano davanti a sorpresa.
    Il giardino Turi lo ricordava sempre molto curato e un giardiniere se ne era preso cura da sempre. Di fronte alla grande casa, oltre la strada, c’era una spiaggia molto larga ed il mare si presentava con quel colore caratteristico di quel tratto, un azzurro intenso, quello stesso mare da cui era partita la barca dei Malavoglia carica di lupini.
    Era d’estate, Turi era rimasto a studiare per quel maledetto esame di procedura civile che tentava di superare, dopo aver subito per la prima volta nella sua vita una solenne bocciatura. I suoi stavano in vacanza sulla Sila, a Lorica, dove avevano una casetta e dove a sua madre piaceva trascorrere tutta l’estate. Suo padre, che faceva l’architetto, rientrava a Mascali il lunedì pomeriggio e se ne andava a Lorica il giovedì mattina. Ma ora che si avvicinava agosto aveva detto che si sarebbe assentato completamente fino a dopo ferragosto.
    Era venerdì pomeriggio,Turi interruppe il suo studiare stanco e distratto. Vagava inquieto per quelle pagine del manuale, alla ricerca forse di qualche ispirazione,  si aggirava tra le competenze dei diversi giudici e non riusciva ad inquadrarle, capì che doveva staccare, che i suoi occhi cercavano tra quelle parole astruse una qualche immagine che non riuscivano a trovare, che la sua mente andava altrove.
    Squillava il suo cellulare, ecco, era quello che aspettava, guardò sul display e capì che era Rosa, rispose con tono quasi seccato (o perlomeno che doveva sembrare tale) per l’interruzione, lei gli chiese come andava e lui le accennò che era andato avanti di una ventina di pagine, ma che era in difficoltà, lei gli chiese se si potevano vedere quella sera, lui rispose di sì, che però sarebbe stato meglio per lui non uscire per niente, perché aveva paura che se si allontanava fisicamente il manuale si sarebbe chiuso, e tu poi lo riapri, gli fece lei con una risata, il fatto è che se si chiude poi riaprirlo è comunque un’impresa,, io invece io vorrei tenerlo aperto ed ogni tanto dargli un’occhiata, così capisce che sei tu che comandi, gli fece lei con un’altra risata, sì, è così, fece lui. Inaspettatamente Rosa gli disse subito di sì e che sarebbe stata lì tra un’oretta. Turi chiuse con un va bene, poi rimase perplesso, non se l’aspettava che cedesse così in fretta, e cominciò a gioire da una parte, ma dall’altra  iniziavano a montargli dentro i sospetti più diversi.
    Forse lei ha in mente qualcun altro. Forse mi vuole lasciare.
    Poi però cominciò a pensare che lei stava per venire lì, e che si sarebbero trovati da soli e tranquilli, lontani da qualunque occhio indiscreto, loro due soli, che avrebbero fatto l’amore. Turi cominciò a desiderarla, lui non amava correrle appresso con i pensieri, però in quel momento cominciò a pensarla, si smarrì in un ricordo d’amore, amore fatto in macchina, era una delle prime volte che erano usciti insieme, lui l’aveva baciata appassionatamente e poi aveva cercato il suo seno, lei non faceva altro che allontanare le sue mani, era stata una battaglia prolungata per qualche minuto, poi lei aveva ceduto o forse aveva lottato per fargli capire che gli cedeva, infine aveva preso la sua mano e l’aveva accompagnata a passeggio sul suo seno.
    Turi sorrise ed il dolce ricordo gli stimolò il desiderio di Rosa. E cominciò a vagare con l’immaginazione.
    Si prospettava un pomeriggio davvero interessante. E chiuse il libro, tanto era servito per lo scopo che era stato raggiunto ormai.
    Ed il manuale si lasciò chiudere docilmente.

     
  • 30 novembre 2011 alle ore 8:54
    Il pesce Camillo

    Come comincia: Sull’autostrada del mare i pesci stavano incolonnati.
    Il traffico era intenso e l’afa era insopportabile.
    Ogni tanto una folata di acqua fresca veniva a migliorare un pochino la temperatura generale, e tutti i pesci boccheggiavano, c’erano un gruppo di sogliole che viaggiavano insieme  che stendevano le loro spine ad un ritmo di samba, forse erano brasiliane, i pesci non si identificano per il loro linguaggio perché con esso non si esprimono, essi parlano con i loro movimenti, con i loro scatti, con i ritmi della loro danza.
    Un pesce palla si mise improvvisamente a rotolare su se stesso, un gruppo di sarde si lasciarono trascinare appresso e si formò un piccolo vortice di pesci che cercavano di attirare l’attenzione con dei moti imprevisti, l’afa continuava insopportabile,  un gruppo di cefali si incamminò in direzione opposta alla ricerca di un poco di refrigerio.
    Un allarme improvviso cominciò a circolare, non si può dire di bocca in bocca, in quanto le bocche boccheggiavano appena e si sa non sono usate che per mangiare,  era invece come una scarica elettrica che passava, faceva ondeggiare i gruppi li faceva scattare improvvisamente a destra o a sinistra.
    Il pesce Camillo se ne stava tranquillo, incolonnato in fila indiana da oltre una settimana, si nutriva di alghe sorseggiava una Coca e non si preoccupava degli allarmi e dei ritmi.
    Il pesce Camillo se ne andava felice a trovare l’amore in un mare lontano. Si era mosso per tempo.
    Il pesce Camillo sopportava  ogni cosa, era un pesce temprato, anche un poco abbronzato.
    Il gruppo di spigole si mise a guardarlo con un certo interesse e con occhi diversi. Anche una triglia  che stava un poco persa e isolata spalancò i suoi occhi. Non fu molto apprezzata.
    Finalmente arrivarono i soccorsi da una schiera di dentici che soffiavano  come mantici e con rapidi vortici  e muovendo le squame crearono dei moti di acqua che fecero abbassare la temperatura.
    Il clima si fece subito migliore, si sentì un’improvvisa folata di ossigeno nuovo che veniva a percorrere le vie dell’acqua.
    Il pesce Camillo, rinfrancato,  riprese a sorseggiare la sua Coca.
    All’improvviso un nugolo di torpedini arrivò repentino e scaricò le sue correnti su tutta la colonna di pesci incolonnati.
    Per alcuni la scarica fu fatale, ci sono pesci che hanno poca sopportazione per le scariche elettriche, altri invece le sopportavano tranquillamente.
    Si creò una situazione anomala di pesci intolleranti che cercavano disperatamente ogni via di fuga e di altri che invece approfittavano degli spazi lasciati vuoti e sgomitavano per farsi avanti nella colonna.
    Il pesce Camillo non si mosse di molto, ma non fu toccato dalle scariche delle torpedini e fu fortunato per questo, perché lui aveva una forte sensibilità elettrica. Si accorse degli spazi che si facevano ma non gli andava di sgomitare e se ne stette tranquillo a sorseggiare la sua Coca.
    Un improvviso allarme si diffuse, arriva la balena, arriva la balena, non è che si gridava, però si vedeva la sua ombra gigantesca che si faceva avanti, i pesci cominciarono a scappare disperati, la balena li avrebbe mangiati tutti insieme, le balene fanno così, il loro pasto è vorace ed immenso, i pesci erano terrorizzati.
    Il pesce Camillo, imperturbabile, rimase al suo posto a sorseggiare la sua Coca.
    La balena gli passò vicino, nemmeno lo guardò,  ma gli rubò la Coca.
    Il pesce Camillo allora si arrabbiò furiosamente, si lanciò all’inseguimento e siccome la balena se l’era ingoiata la sua Coca, si infilo dentro la balena per riprendersela. E sono diversi anni che la va ricercando ma non riesce più a trovarla.

     
  • 29 novembre 2011 alle ore 15:51
    Il mare degli sbagli

    Come comincia: Un giorno ero su un aereo che sorvolava l’Inghilterra.Viaggiavo per affari.
    Vicino a me un signore di carnagione chiara, ma di razza incerta.
    Quel che è certo che incominciammo a chiacchierare.
    Parlavamo in inglese, ma io capii che non era inglese. Alla fine incuriosito gli chiesi di dove era.
    Mi guardò sorridendo e mi disse un nome che non conoscevo. “Nel Mare degli Sbagli, un’isola” aggiunse.
    Non conoscevo questo mare, tantomeno il posto che mi aveva nominato; però, tra la curiosità e la paura di chiedere troppo, prevalse quest’ultima.
    Riprese lui la conversazione.
    “La vedo perplesso, signore. Vengo da un’isoletta bagnata dal mare degli Sbagli, un posto meraviglioso. Lei non conosce questo mare. Ebbene, gliene parlerò. Vede, da noi c’è un’usanza antica come il mondo: quella di buttare tutti gli sbagli nel mare, in una cerimonia alla quale debbono partecipare tutti, vecchi, bambini, uomini e donne.”
    “Mi scusi, non ho compreso bene- lo interruppi- lei è un abitante di...?”
    “Nossignore, io sono uno Sbaglio, non sono altro che uno Sbaglio e per puro caso noi ci incontriamo; lei non dovrebbe incontrare gli Sbagli!”
    Più che sorpreso, interdetto, pensai che fosse matto.
    “E’ una creatura umana, parla in inglese con me, eppure non c’è  e forse chissà.......” cominciai ad alta voce, facendo finta di parlare tra me e me, ma come se stessi al gioco.
    “Appunto - fece lui - mi dia uno schiaffo e se ne accorgerà!”
    “Nossignore, non darei mai uno schiaffo ad uno sbaglio: sarebbe un errore!” esclamai.
    “Suvvia, provi, mi dia uno schiaffo”
    “Ma lei, mi scusi, ci tiene poi tanto a farsi dare uno schiaffo da me?”
    “Me lo dia, e la faccia finita, così si renderà conto della forza della sua curiosità”
    Effettivamente, e per mia fortuna, la curiosità è sempre stata una grossa molla per me; e così, senza rendermene conto, la mia mano si era alzata e colpii, con media forza.
    Era proprio uno sbaglio : infatti colpii in pieno la signora cinese che viaggiava vicino e che si rivoltò inviperita verso di me.
    Scoppiò un parapiglia sull’aereo. Tanto che il pilota perse quota e ci avvicinammo precipitosamente al mare. Lo sorvolavamo ormai di pochi metri. E il terrore serpeggiava tra i passeggeri. Si udivano grida di sconforto.
    A quel punto una quindicina di passeggeri si alzarono, tra cui il mio vicino.
    L’aereo si fermò, sissignori proprio si fermò in mezzo all’aria, a pochi metri del mare.
    Guardammo sotto e vedemmo qualcosa, come un canotto gigantesco, sotto di noi. L’aereo sembrava come attratto da una forza magnetica e aveva smesso di volare, anche se si sentiva bene il rombo dei suoi motori.
    Uno dei quindici aprì il portello e tutti insieme dissero:
    “Signori, questa è l’isola degli Sbagli e noi siamo arrivati: Chi vuole seguirci può scendere con noi”
    Parlavano tutti benissimo. Strano, trattandosi di sbagli.
    Noi, insospettiti, non li seguimmo.Non bisogna mai seguire degli sbagli che destino sospetti sulla loro natura.
    Scesero tranquillamente e ci salutarono.
    L’aereo riprese quota, senza sbagli.
    E da allora voliamo con una precisione cronometrica, senza sosta.
    Sono ormai parecchi mesi.............che non atterriamo più.

     
  • 29 novembre 2011 alle ore 15:35
    Un giorno dell'ira

    Come comincia: Fu per caso che mi accorsi che Michele mi aveva truffato.
    Proclamava ai quattro venti la nostra amicizia e mi aveva fatto credere nel suo disinteresse assoluto da ogni punto di vista economico. La nostra era una vera, solida, amicizia.
    Io d’altra parte non avevo potuto fare a meno di crederci. Michele si era messo in tale buona luce con tutti, con i miei familiari, i miei amici, i miei colleghi di lavoro, mia moglie; non potevo proprio  vederla diversamente.
    Dopo un po’ di tempo Michele mi disse che stava attraversando un periodo difficile. Lui era solo, senza famiglia, che aveva lasciato nel lontano paese della Calabria da cui era venuto nella capitale; disperatamente stava cercando di trovarsi un’occupazione dignitosa. La sua posizione economica cominciava, però, a vacillare, il denaro su cui aveva potuto finora contare era quasi finito, doveva risolvere questo problema al più presto. Non chiedeva aiuto, però era chiaro che gli serviva se non altro un sostegno morale ed io mi offrii subito di aiutarlo nei limiti delle mie possibilità.
    Dopo alcuni giorni Michele mi confidò che aveva pensato di affittare una lavanderia, si trattava di affrontare una piccola spesa iniziale, poi si sarebbe tuffato nel lavoro e dopo qualche mese avrebbe avuto sicuramente un discreto guadagno mensile.
    L’idea sembrava proprio buona, un’attività che avrebbe potuto rendergli un sicuro guadagno mensile, l’unico problema era il denaro, la lavanderia c’era, il titolare cedeva l’attività, il prezzo della cessione era incluso nell’affitto mensile, solo chiedeva una caparra di sei mesi per garanzia sui macchinari e sull’intera attività.  Michele aveva però bisogno di un forte aiuto economico per affrontare le spese iniziali, questi benedetti sei mesi di caparra.
    Ne riparlammo, mi accorsi che era pieno di speranze e che aveva deciso di buttarsi a capofitto, era troppo tempo che era disoccupato in tutti i sensi, niente lavoro, niente attività, niente amore, cercava di apparire spensierato al massimo ma si vedeva lontano un miglio che era alla disperazione e che quella doveva apparire come una delle ultime occasioni per la sua vita, non intendeva in alcun modo tornare indietro al paese con una sconfitta che non avrebbe potuto facilmente raccontare e dalla quale poi non si sarebbe potuto mai più liberare.
    E così mi fu naturale convincermi a prestargli la somma che gli occorreva per pagare la caparra per rilevare la lavanderia. Il locale era un negozio alquanto malandato in una strada poco trafficata, vicino ad un grosso ospedale ma la cosa non so se poteva essere di aiuto per l’attività. Ciò che mi stupì fu il fatto che Michele aveva preso il locale ma non poteva cominciare a lavorare perché doveva superare un esame presso la Camera di Commercio e questo io non lo sapevo ed ora c’era questa novità, che tutto poteva essere subordinato al superamento o meno di quest’esame, Michele cercò subito di tranquillizzarmi dicendo che era una pura formalità, che doveva solo aspettare un pochino, chissà cosa vuol dire un pochino mi chiedevo, forse qualche mese ed intanto poteva giocarsi quel poco di clientela che la lavanderia aveva, cominciai a pentirmi di averlo aiutato, ma ciò che contribuì molto al mio pentimento fu il fatto di accorgermi che Michele non si preoccupava per niente, anzi usciva molto più volentieri di prima e si era messo con una ragazza che non mi piaceva affatto e spendeva discretamente, tanto che cominciai a sospettare che non avesse versato la somma della caparra, ma che se ne fosse tenuta una parte che non si faceva alcuno scrupolo di spendere in divertimenti. Tanto che ,insospettito, volli vederci chiaro e contattai il vecchio titolare della lavanderia che confermò i miei sospetti. Michele non gli aveva versato che un sesto della caparra tenendolo impegnato e lui non sapeva ora che cosa fare.
    Andai su tutte le furie e cercai Michele che però da alcuni giorni si era reso irreperibile. Pensai che forse era tornato al paesello, lo cercai in ogni modo ma da tutte le parti ricevevo risposte negative e che non avevano idea di dove fosse finito.
    L’affannosa ricerca durò due settimane, poi un comune amico mi disse che aveva ricevuto una cartolina da Michele da Parigi.
    Potete figurarvi come rimasi interdetto. Così il caro amico se ne era andato in viaggio di piacere con i miei soldi che dovevano servirgli per la caparra della lavanderia. Cominciai col maledirlo in ogni modo possibile, tentando ogni cosa perché le mie maledizioni lo raggiungessero. Poi cominciai a pensare ad una vendetta, a qualche cosa che lo facesse soffrire, ma mi ritrovai a rimuginare che desideravo ucciderlo. Sul modo mi misi a vaneggiare.
    Mi vedevo che lo trovavo e  che gli sparavo con una rivoltella uno dopo l’altro tutti i colpi di un caricatore. Mi chiedevo quanti colpi avessi a disposizione. Mi sarei preoccupato comunque di munirmi di un’arma con il maggior numero di colpi possibile. Ma mi rendevo conto che purtroppo non lo avrei fatto soffrire più di tanto, perché sarebbe bastato un colpo ben assestato in un punto vitale per finirla. Altro, ci voleva altro. E allora pensavo che forse era meglio pugnalarlo ripetutamente, con un grosso pugnale indiano,  però Michele era forte, era più robusto di me, avrebbe potuto immobilizzarmi, avrebbe potuto togliermi l’arma di mano e poi…. Forse avrei rischiato troppo con quel pugnale.  Allora immaginavo di colpirlo con un fucile lanciafiamme, sì, lo avrei voluto bruciare, il fuoco lo avrebbe distrutto tra dolori lancinanti, io sarei stato distante a gustarmi lo spettacolo. Ma l’ira mi prendeva sempre di più e mi accorgevo che desideravo ardentemente una vendetta che lo facesse soffrire molto. Il veleno, avvelenarlo con un potente veleno che lo facesse soffrire terribilmente e a lungo, questa idea mi affascinava, poi pensai che  lo strangolamento forse era il modo migliore per eliminarlo, poi passai all’annegamento con un grosso masso che lo tenesse giù, poi  ad un soffocamento lento chiuso in una bara. Sognavo come  toglierlo di mezzo, poi ci fu un pensiero ossessivo, la miglior vendetta è il perdono, questa frase ritornava sempre più forte nella mia mente. E così dopo aver passato un paio di ore in fantasticherie, presi in mano le pagine gialle e andai a cercare nella voce “killers” e mi decisi a telefonare.

     
  • 29 novembre 2011 alle ore 15:32
    Uro il preistorico

    Come comincia: Nel museo preistorico c’era il grande esemplare di Uro, il  grande antenato dei bovini,  era un toro enorme dalle corna gigantesche,  ricostruito sulla base delle scoperte fossili che via via si erano seguite nei secoli. Uro aveva un aspetto sicuro, come di un grande progenitore che avesse coscienza del suo ruolo nella preistoria e se ne volesse vantare davanti al pubblico dei visitatori del museo.
    Per lo più il museo era visitato da gruppi di studenti, erano gli alunni delle scuole medie il numero maggiore dei visitatori, poi c’erano gli studiosi, sia gli  archeologi che gli storici, e Uro se ne stava fiero a mostrare tutto il suo fisico possente, la sua dentatura eccellente, la sua schiena forte, il suo zoccolo duro, la sua coda forte.
    Nonostante questa forza  gli studenti non avevano paura di Uro, si erano abituati alle ricostruzioni degli animali preistorici, il museo mostrava anche esemplari di dinosauri, di tartarughe giganti, di mammut. Uro non era certo  uno di cui preoccuparsi, che mettesse molta paura. E bisogna dire che la statua, se così possiamo chiamarlo, era un pochino annoiata da tanta indifferenza nei suoi confronti. E lo spirito di Uro, che stava ancora nella statua, sentiva una forte sofferenza. Si sentiva imprigionato in quella ricostruzione da museo e sentiva la mancanza di timore reverenziale nei suoi confronti. E ricordava quando era il padrone delle praterie, quando lanciava il suo grido di guerra terribile, quando insieme alla sua mandria percorrevano le vallate a passo di carica ed al suono dei loro zoccoli duri.
    Però tra gli studenti ce n’era uno che veniva spesso a guardarlo ed Uro si accorse dell’assiduità e sottilmente lo interrogò con lo sguardo e lo studente gli fece capire che era il suo gigante preistorico prediletto, che  insomma lo studente lo preferiva agli altri abitatori del museo, che lo guardava non solo con attenzione ma provava una qualche emozione segreta nel guardarlo. E Uro cominciò a compiacersi, e gli voleva mostrare la sua riconoscenza, ma purtroppo gli mancavano i modi, se non lo sguardo che sembrava fisso nel vuoto ma che lui usava per guardare dentro nei visitatori.
    Il giovane Arcibaldo, che così si chiamava il ragazzo, un giorno si presentò nel museo con un orsacchiotto di peluche e si rivolse ad Uro dicendo:” Ho pensato che ti farebbe piacere un po’ di compagnia, chissà la notte se hai paura da solo in questo museo, quando spengono tutte le luci….”
    Uro fu preso da una grande tenerezza al contatto dell’orsetto e i suoi occhi presero un colore più delicato, la sua espressione si raddolcì e guardò il ragazzo volendo manifestare tutta la sua gratitudine ed il suo piacere. Arcibaldo capì e gli disse che non era il caso di commuoversi, che il suo era solo un piccolo pensiero gentile, e poi si scusò e disse che doveva tornare a casa a fare i compiti.
    Quando passò il guardiano Uro nascose così bene l’orsetto che quello non si accorse di niente.
    La mattina dopo però Uro mostrava con fierezza il suo orsacchiotto e fu molto invidiato dagli altri inquilini del museo, che seppure inanimati, vivevano la loro vita di reperti come si addice a dei reperti, con grande compostezza , ma non per questo non parlavano tra di loro e non si scambiavano i loro chiacchiericci, e se no come avrebbero potuto sopportare la noia terribile del museo!?
    L’invidia si sa è una cosa brutta che spinge  talvolta a fare delle cose poco edificanti, e così avvenne nei giorni successivi che due dinosauri invidiosi cercavano di distrarre Uro con delle domande difficili, uno gli chiese da quanti millenni era scomparso, ed Uro non lo sapeva e cominciò a grattarsi la testa perplesso e mentre era occupato in tale attività uno dei due dinos tentò di fregargli l’orsetto, ma Uro se ne accorse in tempo e ingaggiò una lotta furibonda con il dinos, arrivò il guardiano ed il dinos si era già allontanato facendo finta di niente, il guardiano rimase perplesso, chissà chi faceva quei rumori, certo è impensabile che fossero questi reperti preistorici, e siccome era tornato il solito silenzio di tomba il guardiano pensò che forse aveva sognato, o forse aveva bevuto un goccetto di troppo, si ricordò che la sera prima si era fatto un grappino guardando la televisione e pensò guarda guarda che effetto  strano il grappino, si tranquillizzò e se ne tornò nel suo gabbiotto dove restava tutto il giorno a leggere i giornaletti di cui era un  fanatico.
    Uro era fiero del suo peluche e volle  adottarlo ufficialmente come suo discendente, pensò anche che gli avrebbe lasciato la sua eredità, il mammut cominciò a scuotere la testa in segno di disapprovazione, come si fa a pensare di lasciare la propria eredità ad un peluche,  i due dinos disapprovarono ufficialmente e dissero che la cosa non poteva essere lasciata passare, avrebbero consultato uno studio legale preistorico.
    Ma Uro si disinteressò delle critiche, ma per fare qualunque cosa bisognava  che il peluche avesse un nome e che fosse regolarmente iscritto all’anagrafe, forse già lo aveva fatto il ragazzo, pensò Uro, quando viene glielo chiederò.
    Il fatto è che Uro non riusciva a parlare con gli esseri viventi, con loro c’era il contatto del suo sguardo e basta,  quando erano presenti si ammutoliva come una mummia e non c’era verso, così era la natura delle cose, i reperti dovevano stare al loro posto, non si poteva pensare che rivolgessero addirittura la parola agli esseri viventi e figuriamoci ad un ragazzo, chissà come si sarebbe spaventato, tutta la storia sarebbe cambiata in un attimo per una inconsulta ed imprevedibile espressione di un reperto preistorico.
    E fu così che quando venne il ragazzo cominciò col congratularsi con Uro per come aveva trattato il peluche e Uro lo guardava con aria interrogativa, voleva chiedere se aveva un nome, Arcibaldo vide lo sguardo interrogativo e pensò che Uro gli voleva chiedere qualcosa e allora gli disse:” Senti, se vuoi sapere qualcosa e non riesci a dirmelo, allora io farò le domande e tu mi darai una risposta con lo sguardo”.
    Uro aveva capito ed assentì con lo sguardo. Ma Arcibaldo fu più preciso:”Ti farò delle domande cui dovrai rispondere o Si o No. Ma siccome tu  non parli la mia lingua, userai il tuo sguardo: se si allargherà, sarà sì, se si restringerà sarà no.” E  Uro allargò il suo sguardo per dargli la risposta positiva.
    Allora Arcibaldo gli chiese:”Vuoi sapere se beve ancora il latte o è stato già svezzato?”. Uro non ci aveva pensato, e certo voleva saperlo, perché se lo aveva adottato doveva pensare anche alla sua crescita e avrebbe se necessario dovuto procurargli del cibo. E fece capire allargando lo sguardo che voleva saperlo. Il piccolo peluche prendeva ancora il biberon. Allora Uro cominciò a chiedersi come avrebbe fatto a procurarsi del latte ma Arcibaldo gli disse subito che non doveva preoccuparsi, che gli avrebbe portato lui il biberon una volta al giorno.
    E così cominciò il fatto che Uro nutriva il peluche con il biberon, e il peluche cresceva, aumentava di peso, tanto che Uro si chiese se non era il caso di farlo controllare da un pediatra di peluches, per vedere se la dieta era giusta e lo sviluppo regolare. E Arcibaldo portò il pediatra di peluches, che era una bambina di nome Susanna, che aveva intrapreso questa professione e  la svolgeva con grande serietà ed era molto onesta, chiedeva compensi equi ed adeguati alle tariffe professionali. Susanna disse che gli sembrava un poco rachitico, il fatto però secondo lei non dipendeva dalla nutrizione ma dall’ambiente museale, il peluche aveva bisogno di sole, e si sa, nei musei non viene mai il sole, ci sono le lampadine che illuminano tutto.
    E così un grave problema si presentava per Uro. Come poteva fare per fargli prendere il sole, al suo piccolo peluche? E si arrovellava su questa domanda, e nessuno gli poteva dare un piccolo aiuto, finché un giorno prese il coraggio a quattro mani o a quattro zoccoli, non so come sia più giusto dire, e imboccò l’uscita del museo e se ne andò a spasso per il parco e salutava le mamme che fuggivano terrorizzate, e si sedette su una panchina che  però si ruppe in mille pezzi. E allora si sedette sul prato, ma arrivò la polizia in gran carriera, si era sparsa la voce e la città era paralizzata dal terrore, i poliziotti non sapevano come fare, avevano una fifa stramaledetta, quel reperto preistorico a spasso per il parco era una cosa incredibile ma vera e proprio a loro doveva capitare, non c’erano precedenti ed il comando non sapeva che cosa comandare e loro se ne stavano lì e lo tenevano accerchiato, pensando che qualcuno avrebbe procurato una immensa rete per catturarlo.
    E difatti fu costruito a tempo di record un grandissimo retino simile a quelli che si usano per prendere i pesci o per catturare le farfalle, solo che si dimostrò subito inadatto allo scopo, perché i poliziotti  tutti in fila lo tenevano per il manico e Uro li guardò con compatimento dette uno scrollone ed il retino fu in mille pezzi.
    I poliziotti chiedevano istruzioni al comando, l’ordine era di non sparare, ma quando Uro rivolse il suo sguardo dalla loro parte molti furono terrorizzati e cominciarono a sparare, solo che quei proiettili non facevano niente ad Uro,  che soffiava e li rimandava indietro al mittente cosicché i poliziotti furono messi in fuga dalle loro proprie pallottole.
    Alle cinque della sera, tranquillo Uro si avviò verso il museo. Il sole stava scendendo all’orizzonte e non scaldava più. Rientrò al museo, riprese maestosamente il suo posto e fu subito travolto dalle domande dei dinos e del mammut. Rispose tranquillamente.

     
  • 29 novembre 2011 alle ore 15:24
    La formica Tamara

    Come comincia: Arrivò la primavera nel grande bosco.
    Era tutto un rifiorire, ogni cespuglio tirava fuori le sue gemme, gli alberi si adornavano di collane di rampicanti, i pini producevano grandi quantità di resina che sgorgava dalle loro cortecce, e c’erano  gli uccelli che intonavano melodie ed anche  la cicala aveva cominciato a far sentire il suo canto.
    Erano finalmente riprese le rappresentazioni del grande teatro della natura dopo la pausa invernale.
    La formica Tamara doveva lavorare in allegria, in fila indiana, avanti e indietro a portare nel formicaio i tesori che trovava.
    Gli usignoli cinguettavano poemetti amorosi, i mosconi ronzavano sulle arie di grandi sinfonie, arrivavano le farfalle sfavillanti nei colori e nei disegni che battevano le ali e si posavano nei posti più impensati. Lo spettacolo aveva ormai avuto inizio in pieno, gli attori entravano in scena uno alla volta o in gruppi, la luce del sole li accompagnava nella coreografia.
    La formica Tamara  cercava di non distrarsi dal suo oscuro lavoro, doveva portare chicchi preziosi, se li caricava sul dorso e a volte le cadevano e allora con grande forza lei li sospingeva, per non perdere il posto nella fila di formiche lavoratrici. Eppure aveva un grande desiderio di fermarsi a guardare lo spettacolo, sentiva i canti, vedeva i colori sempre più vivaci ed accesi, sentiva anche i profumi forti ed inebrianti, ma non poteva interrompere il suo lavoro, e le dispiaceva.
    Chiese un piccolo permesso ma le fu negato, quando arriverà il momento potrai riposarti , ora è il tempo di lavorare sodo.
    E pensare che era da mesi che lavorava continuamente senza un attimo di interruzione.
    Avevano costruito un grande edificio, un magazzino enorme, ed ora stavano riempiendolo con le provviste, per poter affrontare serenamente la stagione fredda, in cui la pioggia e la neve avrebbero reso tutto più difficile.
    La formica Tamara stringeva i denti e spingeva il suo carico.
    Ogni giornata era preziosa, l’organizzazione del lavoro era meticolosa, e mentre sentiva che la natura si predisponeva alla stagione dell’amore e della fioritura sentiva anche che quello era il momento migliore per il lavoro del gruppo, nell’interesse comune di tutte le formiche.
    La formica Tamara però sentiva anche lei il richiamo della bella stagione. E voleva disperatamente interrompere quel lavoro così faticoso, voleva dare uno sguardo, voleva sentire anche lei le liete novelle che con lo spettacolo venivano portate.
    E si fermò. Cominciò a  lasciare il suo chicco e si guardò intorno. Fu subito ammonita dal caposquadra, non ci si poteva fermare, non si poteva intralciare la fila, fu invitata a riprendere immediatamente il suo posto, fu minacciata di severe sanzioni.
    Ma la formica Tamara desiderava solo una sosta, non è che non volesse più lavorare, voleva però anche gustare qualcosa, un suo piccolo momento, e si fermò a guardare lo spettacolo.
    E allora fu travolta dalla fila irruente delle altre formiche, cercò disperatamente di schivare i colpi, ma quelle procedevano senza guardare perché erano abituate a non trovare ostacoli e la schiacciarono con diversi chicchi.
    Malconcia, la formica Tamara quando fu passata l’intera fila cominciò a leccarsi le ferite e finalmente osservava lo spettacolo, ma era tutta indolenzita.
    E fu travolta dalla fila che tornava indietro a raccogliere altri chicchi.
    Se sapessi volare, mormorò tra sé, mi leverei da questa scomoda posizione in un attimo. E provò a volare, ma non le riusciva, era da diverso tempo che la maggior parte delle  formiche  aveva perduto le capacità di volo.
    Il caposquadra nel ripassarle vicino la ammonì sempre più severo, ma lei era talmente tramortita che non lo sentì quasi per niente, cosicché ad un certo punto venne una squadra di sorveglianti che la prese di peso e la trascinò via con la forza e la rinchiuse in una piccolissima celletta buia in fondo al formicaio, in attesa che si celebrasse il suo processo.
    Dopo un paio di giorni in cui fu lasciata digiuna la formica Tamara fu portata davanti alla Corte di giustizia.
    C’era il signor Giudice anziano, il giudice a latere ed il giudice relatore, era un collegio di tre giudici, tre formiche anziane che  avrebbero deciso il suo caso.
    C’era una formica in toga nera con un colletto bianco che era il Pubblico Ministero, cioè l’accusa pubblica.
    E venne chiamato a testimoniare il caposquadra, che dopo aver prestato giuramento disse che per ben due volte l’aveva invitata a riprendere il lavoro, ma invano, era stata disubbidiente. Tanto che era stato costretto a farla rinchiudere, anche perché non desse un cattivo esempio alle sue compagne.
    Il suo avvocato difensore, un difensore nominato d’ufficio, era una formica giovane, che le chiedeva continuamente informazioni, ma la formica Tamara era spaventata, non si sarebbe mai aspettata di incappare nelle severe maglie della giustizia, e rispondeva con pochi cenni, era scoraggiata, era smarrita.
    L’avvocato difensore invocò le sue difficoltà di salute, era piena di lividi, qualcuno doveva averla malmenata, invocò una valutazione clinica delle sue condizioni fisiche, e poi anche delle sue condizioni psichiche, perché le sembrava che la formica Tamara non fosse nel pieno delle sue capacità.
    Dopo le esposizioni dell’accusa e della difesa, dopo aver sentito i testimoni, che erano tutti dell’accusa, il collegio si ritirò per decidere.
    La formica Tamara aveva paura, la sua avvocatessa la incoraggiava ma si vedeva che non aveva un grande interesse per la vicenda, e così lei cominciò a tremare come una foglia.
    Finalmente i giudici rientrarono e lessero la sentenza.
    In nome del popolo del formicaio, considerati i fatti, valutate le testimonianze, considerate le eccezioni della difesa, i giudici stabilirono che la formica Tamara fosse lasciata senza cibo e senza compagnia fuori dal formicaio per un mese.
    La formica Tamara cominciò a disperarsi. Voleva strapparsi i capelli, ma purtroppo le formiche non hanno capelli e non le fu possibile. Voleva piangere, ma purtroppo le formiche non hanno l’apparato lacrimatorio, per cui non le fu possibile. Così espresse la sua disperazione con estrema compostezza, senza pianti ed isterismi di sorta e fu condotta a forza lontano dal formicaio, dove avrebbe trascorso il mese di esilio cui era stata condannata.
    La formica Tamara aveva finito appena di disperarsi quando incontrò il formico Romiro anche lui condannato all’esilio. Cominciarono a scambiarsi  le opinioni, Romiro aveva avuto una condanna più grave,  era stato accusato di cospirazione contro il lavoro e di incoraggiamento allo sciopero, Romiro le disse che si doveva lavare la faccia. Ed andarono ad una piccola fontanella per formiche dove Tamara si sciacquò. Poi Romiro le portò un chicco ed insieme si misero a mangiare. E arrivarono le altre formiche condannate, e c’era anche qualcuno che portava una fiaschetta di vino per cui Tamara si rifocillò.
    E si rese conto che c’erano molte formiche che avevano avuto il coraggio di ribellarsi, qualcuno addirittura aveva cercato una rivoluzione, il problema era il lavoro, la formica Tamara capì che il lavoro chiedeva delle pause che non venivano concesse e le formiche che si ribellavano venivano condannate all’esilio.
    Un formicone maschio anziano  si reggeva a malapena sulle sue zampe, erano ormai due anni che viveva nell’esilio e non poteva ritornare nella comunità del formicaio.  La formica Tamara voleva protestare per queste ingiustizie e pensò che si doveva rivolgere a qualche potente per perorare la sua causa, un lavoro più a misura delle formiche, non un lavoro senza sosta, un lavoro che consentisse anche alle formiche di gustare il grande spettacolo della natura e di parteciparvi.
    Alla sera veniva nel campo degli esuli un funzionario mandato dal Governo, veniva a controllare e però si fermava a parlare con le formiche e cercava di recuperarle alla dottrina del lavoro indefesso. Era un funzionario un pochino avanti negli anni che ripeteva spesso le stesse frasi usandole come slogan e cercava di inculcare le idee nelle formiche un poco ribelli.
    La formica Tamara pensò che quella fosse l’occasione per esprimere la sua opinione e cominciò ad interrompere il funzionario, che invece non gradiva di essere interrotto mentre recitava gli slogan. E fu così che la pena di Tamara venne subito raddoppiata per due volte con un decreto dello stesso funzionario, che ne aveva potere.
    Dopo un mese la formica Tamara si ammalò veramente di malinconia. Non riusciva a capire perché l’avessero condannata così severamente, ma soprattutto era avvilita e si sentiva umiliata. E cominciò a dimagrire e non voleva più mangiare tanto che furono costretti a ricoverarla nell’infermeria del campo. La formica Tamara passava le sue giornate in un lettino dell’infermeria e rifiutava ormai il cibo da settimane e cominciò anche a rifiutare l’acqua. Il personale medico e paramedico era impotente, nessuno riusciva a darle soccorso  e lei deperiva sempre di più , tanto che mandarono un fonogramma al comandante delle carceri chiedendo che le fosse concessa la grazia e che  tornasse libera.
    La formica Tamara fu rimessa in libertà una settimana prima della scadenza del terzo mese e riportata a lavorare. Ma siccome era molto deperita fu lasciata in disparte nel formicaio affinché si rimettesse.
    Finalmente si riprese  e fu riammessa al lavoro. E ricominciò a spingere i chicchi e sentiva la voglia di fermarsi ma si faceva forza e diceva che non poteva, l’avrebbero condannata un’altra volta e magari ad una pena più grave, considerando il fatto che era recidiva. E così la formica Tamara non chiese più di fermarsi per guardare lo spettacolo della natura.
    E finì l’estate, cominciò l’autunno, cadevano le foglie dagli alberi, continuava il lavoro senza soste delle formiche anche perché d’inverno ci sarebbero state soste forzate, per la pioggia e per la neve.
    Arrivò l’inverno, le formiche si rintanarono nel formicaio a consumare i viveri accumulati, la stagione delle piogge era iniziata, un grande torrente d’acqua percorreva il bosco grande ed era pericoloso per le formiche avventurarsi fuori dal formicaio, che era stato costruito  molto bene anche in grado di fronteggiare qualunque infiltrazione d’acqua.
    Allora la formica Tamara capì che nessuno le poteva impedire di guardare e si avventurò in mezzo alla bufera. Si costruì una zattera di aghi di pino e ci si mise sopra e coperta da una buccia di pinolo si mise alla ricerca del campo degli esuli che erano stati abbandonati da tutti ed anche dalle guardie che si erano rifugiate nel formicaio.
    Arrivò presto al campo degli esuli sospinta dalle acque. Il campo era ridotto ad un acquitrino. Dentro una piccola tana su di una corteccia di un albero stavano gli esuli che erano stati abbandonati da tutti senza cibo ed acqua.
    Allora la formica Tamara ritornò al formicaio, prese delle provviste e le portò agli esuli. Poi presa dall’entusiasmo ritornò al formicaio e volle fare un ulteriore rifornimento. Anche perché le formiche stavano riposando tutte ordinate nelle loro brande e nessuno le chiese che cosa stesse facendo.
    E lei si imbarcò di nuovo sulla zattera di aghi di pino. Che si erano appesantiti notevolmente e riempiti di acqua. E cominciò un altro viaggio. E non contenta ne fece un altro ancora. Ogni volta che arrivava gli esuli la festeggiavano con calore sempre crescente.  E promisero che se ne sarebbero ricordati sempre. Ma ad un certo punto un millepiedi si mise sotto la zattera di Tamara e cominciò a portarla via. E lei si infilò in un viaggio diverso in compagnia del millepiedi. E gli esuli da una parte e anche nel formicaio tutti i suoi amici la aspettarono a lungo. Ma il nuovo viaggio era cominciato con le nuove peripezie che fanno parte di un’altra storia. Però nel mondo così severo del lavoro delle formiche oggi viene concesso un momento di pausa, in omaggio alla formica Tamara.

     
  • 29 novembre 2011 alle ore 15:19
    La libertà

    Come comincia: Ognuno di noi ha un’idea diversa della libertà.
    L’idea di Franco stava in un’immagine di donna bella, giovane, vestita di panno bianco leggero e comodo per lei, mentre attraversava un prato fiorito, libera di tirarsi su la veste e gioiosa, danzante : al punto quasi di volare. Libera nei suoi pensieri, nei suoi desideri, con lo sfondo senza limiti.
    Ma questa idea, questa immagine, non era sempre presente : a volte gli sfuggiva . E sentiva sempre più vivo il rischio di dimenticarla, di perdere un giorno quella sua bellezza.
    Fu così che decise di fermare la sua immagine su una tela.
    Cominciò a dipingere quasi per gioco,  ma via via l’immagine che era nella sua mente acquisiva forma ed egli si rese conto, dopo molti giorni passati a cercarla, che era giunto alla sua meta ; la sua raffigurazione della libertà era ormai passata sulla tela. Era finalmente riuscito a dare concretezza alla propria idea. E gli sembrava che finalmente non poteva più sfuggirgli.
    Dopo tanti giorni di accanito lavoro, Franco si concesse una pausa meritata; ed uscì. Era tranquillo, ormai sicuro che le sue paure non avevano più un senso.
    Girò tranquillamente per la città, fece uno spuntino ed andò a visitare la Galleria, per vedere se c’erano novità.
    Ed eccola lì, improvvisamente gli apparve.
    Nel suo splendore, accanto ad altre due tele raffiguranti paesaggi campestri, la sua Libertà . Se ne stava tranquillamente appoggiata  alla parete della Galleria, e faceva la sua bella figura, tra quei paesaggi. E poi, si era lasciata tranquillamente inserire in una cornice. Una cornice dorata, che faceva la sua bella figura, ma certo le restringeva i suoi spazi.
    C’era una coppia di giovani che stavano fermi ad ammirarla.
    - Dev’essere di un pittore nuovo, è nuovo lo stile - disse lui.
    - E’ molto bella - fece lei - sembra quasi che voglia uscire dalla cornice!-
    Franco aveva la sensazione che gli avessero carpito la sua Libertà.
    Non riusciva a capacitarsi come mai la sua tela, o almeno così gli sembrava, si trovasse lì. Pensò ad un furto e che avrebbe denunciato il tutto alla polizia. Ma gli sembrava impossibile, in così poco tempo. E pensò anche alla straordinaria coincidenza che qualcun altro, nello stesso tempo, avesse avuto la sua stessa idea, e che lui avesse ritrovato la sua immagine, tale e quale, nella Galleria, incorniciata.
    Ma se quella non era la sua Libertà, allora doveva ritrovarla a casa. E tutto si sarebbe spiegato.
    Rientrò in fretta a casa. Aprì la porta  con estrema cautela, perché non sapeva che cosa avrebbe trovato.
    La tela era al suo posto, dove l’aveva lasciata, anzi era spostata di pochi centimetri verso la finestra ; ma era bianca, assolutamente vuota e come se mai fosse stata sfiorata dal colore. Franco allora chiamò la polizia.
    ° ° ° ° °
    Il Commissario lo ascoltò con discrezione. Non lo interruppe e sembrava disinteressato. Franco descrisse tutti i particolari di ciò che aveva vissuto, con estremo calore. Alla fine il Commissario gli chiese :
    “E così, lei è convinto che gliel’hanno rubata, la sua Libertà?”
    “Sospetto fortemente di sì, signor Commissario, - fece Franco- anche se non capisco come abbiano fatto. Nessuno sapeva della sua esistenza e non riesco nemmeno a pensare a chi possa averlo immaginato”
    “E’ sicuro di non averne parlato con nessuno?” gli chiese il Commissario.
    “Con nessuno, glielo giuro su quanto ho di più caro!” fece Franco scaldandosi.
    “E allora vuol dire che la sua Libertà ha preso il volo da sola” fece il Commissario.
    “E da sola si è messa nella cornice, naturalmente” gli rimbeccò Franco, ironico.
    “E certamente, ma lei pare proprio non lo voglia capire” gli fece il Commissario spazientito e innervosito dall’ironia.
    Franco non lo capì. E tutta la vicenda divenne incomprensibile per lui quando gli fu contestato di aver simulato tutta la storia e di essersi preso gioco di un Commissario di polizia. E fu processato per direttissima, condannato severamente e rinchiuso.
    ° ° ° ° °
    Nella prigione, Franco rifletteva su quanto gli era accaduto.
    “Certo, mancava la cornice, alla fine è questo quello che posso aver capito”
    Ma, ripensandoci, si diceva che lui mai e poi mai l’avrebbe rinchiusa dentro una cornice, la sua Libertà.
    Tuttavia nei lunghi giorni di riflessione che forzatamente gli toccarono, giunse alla conclusione che la cornice, anche se restrittiva, era necessaria; altrimenti l’immagine sfuggiva via, come aveva fatto.
    Ma una notte Franco la sognò. Era bellissima. E lo sfondo su cui si appoggiava era sfumato.
    Al risveglio fu ripreso dalle sue paure ; dalla paura che l’immagine gli sfuggisse.
    E allora chiese di poter dipingere in carcere. Chiese colori, pennelli, la tela ed anche una cornice. Molto rigida.