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Autore

Orsola Mainolfi

in archivio dal 05 set 2006

03 ottobre 1987, Napoli

segni particolari:
Un grande punto interrogativo puntato sul mondo.

15 giugno 2011 alle ore 12:16

Inside

Intro: I pericoli maggiori non provengono da ciò che ci circonda, ma da ciò che abbiamo dentro. [Psyco-horror]

Il racconto

Lo squillo del telefono lo distolse dalla concentrazione che in quelle ultime due ore aveva disperatamente tentato di recuperare, facendogli buttar fuori a denti stretti imprecazioni di ogni sorta in suoni bassi e gutturali. Il nervosismo salì vertiginosamente quando chiunque vi fosse dall’altra parte della cornetta decise di interrompere il suo tentativo di comunicazione esattamente nel momento in cui si era alzato.

Maledicendo nuovamente l’apparecchio telefonico, lo afferrò e lo lanciò contro il muro, provando una malsana soddisfazione nell’udir la plastica dell’oggetto rompersi all’impatto violento, per poi cadere rovinosamente sul pavimento, in tanti piccoli pezzi, davanti ai suoi occhi.

Si massaggiò le tempie, chiuse gli occhi e inspirò a fondo.

Eseguì lo stesso mantra più volte, fino a giungere sul ciglio della porta della propria camera. Quando riaprì gli occhi, la disperazione più atroce s’impossessò di lui, portandolo a far saettare lo sguardo in diverse direzioni, più volte.

Mancavano tre giorni all’esame e il numero dei libri che aveva ancora da leggere era inestimabile.

Con la testa a penzoloni si diresse alla sua scrivania e poggiò una mano su un tomo piuttosto spesso che giaceva poco lontano, sfogliandolo svogliatamente e sbuffando con particolare enfasi.

Quando il suo pollice fu arrivato all’in circa a metà del tomo, un dolore improvviso lo sorprese, facendogli ritirare di scatto la mano.

- Che è successo al telefono? - .

La voce di sua madre lo distrasse in quel preciso istante, facendolo sobbalzare. Era rincasata, entrata nella sua camera e non se n’era accorto.

- Ha avuto un incontro ravvicinato col muro… - rispose con un tono tra il sarcastico e l’ovvio, a voce bassa, degnandola appena di uno sguardo e tornando ad osservare il libro che poco prima stava sfogliando, tenendosi stretto il pollice all’interno della propria mano. La aprì appena, scorgendone un particolare che lo lasciò interdetto: sangue.

- Questo l’avevo notato. Me ne chiedevo il motivo, piuttosto! – replicò sua madre, con un tono più alto del precedente, che poteva essere tranquillamente interpretato come il primo sintomo di una sfuriata di quelle che lui conosceva benissimo.

- Scusami, mamma – capitolò, saggiamente, voltandosi verso di lei. – Sono nervoso e ho agito d’impulso… ne comprerò uno nuovo personalmente, te lo prometto - . Ritornò a voltarsi verso la scrivania, analizzando attentamente la ferita al dito. Mai gli era capitato di procurarsi un taglio così profondo, graffiandosi semplicemente con della carta.

Sentì la donna alle sue spalle sospirare sonoramente.

- Matt… perché la finestra è chiusa e le tende sono tirate? Potresti usufruire ancora un po’ della luce del sole invece di startene al buio con la sola lampada della scrivania acce… - .

- Perché così riesco a concentrarmi meglio, mamma – la interruppe, scandendo meticolosamente le parole e pronunciando con enfasi l’ultima. Ogni volta era la stessa storia.

Erano pure affari suoi se voleva starsene rintanato - come poco dopo non mancò di pronunciare la donna per l’ennesima volta – in quel modo! Era snervante sentirselo ripetere in continuazione.

- Senza contare che potresti anche uscire una sola volta nell’arco di tutto il mese che ti separa dal prossimo esame! – riprese la madre, col suo classico tono ironico che a lui non era sfuggito. – Di questo passo finirai col farti divorare dai libri! - .

Sospirò, sollevato. La solita noiosa predica era finita, dopo quell’esclamazione era uscita di nuovo, dicendo che sarebbe rincasata per l’ora di cena.

Fino ad allora, aveva tutto il tempo di finire di leggere gli ultimi cinque capitoli e iniziare il prossimo libro. Con esattezza non era detto che potesse farcela… semplicemente, doveva!

Annuì tra sè e sé, andando a sedersi alla sua solita postazione e riprendendo la lettura da dove l’aveva interrotta, venendo attratto poco dopo da un bizzarro gioco visivo che gli fece sollevare gli occhi e cercare conferma di quanto avesse visto.

Assurdo come la stanchezza potesse giocare brutti scherzi… gli era quasi sembrato che il tomo sopra al quale prima aveva poggiato la mano si fosse aperto.

Rise della sua stessa stupidità, scuotendo la testa e riportando lo sguardo sul libro che aveva di fronte a sé, spalancando di botto gli occhi.

Era convintissimo di star leggendo tutt’altra pagina... perché il numero che la contrassegnava era diverso, così com’erano diverse le parole in essa contenute, allora?

Tutto sommato sua madre non aveva tutti i torti, stava decisamente esagerando.

Chiuse il tomo che aveva davanti con un gesto secco della mano, conducendosi l’altra al volto per stropicciarsi gli occhi. Troppo tardi si accorse d’essersi imbrattato il viso col sangue che ancora fuoriusciva dal pollice precedentemente ferito.

Imprecò – per l’ennesima volta nella giornata – ad alta voce, cercando sulla scrivania qualcosa con cui potesse pulirsi il volto e fermare quella pseudo emorragia che sembrava non volersi proprio placare.

Arresosi all’idea di non poter trovare nulla di utile, si decise ad abbandonare la stanza e recarsi in cucina, attraversando il lungo corridoio buio senza accendere alcuna luce.

Era abituato al buio, non era costretto a muoversi a tentoni per raggiungere un’altra stanza.

Quando il viso fu pulito, toccò al pollice sanguinante, al quale prestò maggiore attenzione. Vi era più di un taglio a renderne l’aspetto curioso, sembrava quasi che se lo fosse chiuso tra due estremità taglienti.

Sobbalzò, avvertendo il cuore battergli così forte da produrre una sorta di eco all’interno di sé stesso. Aveva appena avvertito un rumore. Un tonfo per la precisione, che sembrava essere provenuto dal lato opposto della casa, dove si trovava la sua camera.

Muovendosi lentamente – quasi come se la velocità con la quale si muoveva avresse potuto davvero qualcosa – raggiunse la porta della cucina e accese le luci, illuminando così anche metà corridoio.

Quello in cui vivevano lui e sua madre non era un quartiere malfamato, ma non era raro sentire ai notiziari episodi di rapina avvenuti anche nei posti più tranquilli e impensabili.

Per precauzione ritornò indietro - questa volta rapidamente - aprì un cassetto e ne estrasse un lungo coltello appuntito. Qualora avesse avuto la meglio si sarebbe trattato di legittima difesa. Non che volesse davvero uccidere chiunque si fosse intrufolato in casa, ma non poteva nemmeno immaginare, d’altronde, che risvolti avesse potuto avere quella situazione.

Prepararsi alla peggiore delle ipotesi servì a farlo agitare di più e a farlo tremare convulsamente, man mano che avanzava con cautela lungo il tratto di corridoio che lo separava dalla sua camera.

Un altro tonfo, seppur di minore intensità rispetto al primo, gli giunse alle orecchie, facendogli scorrere numerose goccioline di sudore lungo il volto.

Ormai era giunto a destinazione, non aveva più alternative.

Piombò nella propria camera con un salto, brandendo il coltello e puntandolo in direzione del vuoto.

Non c’era nessuno.

Si guardò attorno circospetto, affannando, continuando a brandire l’arma in ogni direzione in cui si voltava, lasciandosi sfuggire, improvvisamente, una risata, che si premurò di troncare sul nascere.

Il suo sguardo si era posato sul tomo che prima gli aveva – inspiegabilmente – ferito il dito, che ora giaceva a terra.

Non trascorse molto tempo prima che riprendesse a ridere, istericamente, lasciando andare il coltello a terra e portandosi le mani alla bocca per costringersi a fermarsi.

Quale razza d’idiota poteva immaginare lo svolgersi di un film di serie B, impallidendo e armandosi all’udire un solo patetico rumore?

In questo caso i rumori erano stati due, ma poco importava.

Il libro poteva essere caduto verticalmente, ribaltandosi poi una volta toccato terra. Ciò avrebbe automaticamente spiegato il perché fosse aperto.

In fondo la copertina era rigida, le leggi gravitazionali avrebbero avuto molto da insegnargli se non avesse deciso, dopo quel patetico episodio, di farla decisamente finita, procrastinare il prossimo esame e chiudere momentaneamente i libri a chiave, tenendoli il più possibile lontano da lui.

Era decisamente un’ottima idea, si ritrovò a pensare quando si fu chinato ad osservare l’ammasso compatto di carta che gli era costato quasi un infarto. Quello che si ritrovò a pensare immediatamente dopo era che, nonostante la ritrovata lucidità, le stranezze quella giornata sembravano non essere minimamente intenzionate ad abbandonarlo.

Al centro esatto del libro, c’era qualcosa che, oltre che stonare, decisamente non ricordava di aver mai visto prima. Tra il bianco delle pagine e il nero dell’inchiostro, s’intravedeva distintamente qualcosa di viola, qualcosa che sembrava sporgersi verso l’alto, quasi a voler agevolare i suoi tentativi di metterla a fuoco.

Pietrificato sul posto e con gli occhi fuori dalle orbite, Matt assistette alla scena che gli si parava avanti. Quello che inizialmente era sembrato un semplice puntino innocuo stava assumendo le fattezze di una lunga lingua violacea acuminata. Ai bordi delle pagine al centro delle quali si stava agitando, due file di denti andarono a contornarne il perimetro, arcuandosi a tal punto da sembrare zanne.

Quando quello che un tempo era stato il suo libro si mosse, afferrandogli la caviglia con la lunga lingua e piantando i propri denti nel polpaccio, Matt si convinse che non era un’allucinazione dovuta al troppo stress. Il dolore era troppo vero perché non potesse essere reale.

Si alzò di scatto, dimenando la gamba alla quale era attaccata il mostro di carta nel tentativo di scrollarselo di dosso. Ma quello non mollava la presa, anzi, sembrava, a ogni tentativo, affondare di più i denti nella sua carne. I pantani della tuta grigia erano ormai intrisi di liquido cremisi, così come il pavimento sotto al quale si stava consumando quell’innaturale pasto.

Urlò con quanto più fiato avesse in gola, poggiando le braccia sulla scrivania – ora alle sue spalle – nel tentativo di darsi un appoggio, ma un dolore lancinante gli scosse ancor di più le membra, facendogli voltare il capo, inorridito, verso la sua mano destra.

Il libro accanto al quale l’aveva poggiata si era aperto, prendendo a mordergli le nocche con veemenza, fino a scorticarle.

In un impeto di rabbia dettato dal dolore e dalla disperazione, afferrò con la mano libera il monitor del pc poco distante, lanciandolo, insensatamente, a terra, nella speranza di poter ottenere qualche effetto che, sorprendentemente, non tardò ad arrivare.

Il libro che si stava dedicando alla sua gamba estrasse i denti dalla carne, emettendo un suono gutturale disgustoso che gli rimbombò in testa a lungo, al punto da fargli rimandar indietro un conato che, insistentemente, voleva trovar sfogo in un rigetto.

Probabilmente il fracasso provocato dal monitor doveva aver colto di sorpresa il mostro, inducendolo a fermarsi. Poteva essere una chance di fuga.

Si mosse rapidamente, incurante del dolore, finendo subito, al primo passo, disteso a terra. Al suo comando la gamba ferita non si era mossa, ciò poteva solo significare che gli avesse reciso i muscoli. Tentennante, si convinse a dare una rapida occhiata all’arto, prendendo ad urlare ancora più acutamente quando si rese conto che non vi era più carne a comporvi la caviglia.

Seppur completamente intriso di sangue, poteva esser certo che ciò su cui teneva puntati gli occhi fossero ossa. Giunto ad una così sconvolgente conclusione, in preda allo shock, nemmeno si accorse che il mostro era ritornato alla carica, prendendo, questa volta, a divorargli l’altro arto. Così come non si accorse del tremolio delle mura provocate dalle mensole, da cui altri libri provvisti anch’essi di denti arcuati si agitavano, nel tentativo di abbandonare il loro posto e cadere sul corpo della loro vittima che, immobile e pallida, con gli occhi sbarrati, dopo un ultimo vano tentativo di chiedere aiuto non potè più far nulla.

Non appena la signora Scott ebbe inserito le chiavi nella toppa fu colta da una brutta sensazione e un tremolio, apparentemente ingiustificato, mandò a vuoto svariati tentativi di entrare in casa.

Quando ci fu riuscita, per prima cosa accese tutte le luci che potè. Quell’improvvisa e strana angoscia proprio non voleva smetterla d’infastidirla.

- Matt! – urlò per riempire quel silenzio innaturale più che per l’effettiva necessità di voler attirare l’attenzione del figlio.

Non le giunse risposta e il cuore accelerò i battiti.

Attraversò l’atrio e si diresse in cucina, lanciando un veloce sguardo in fondo al corridoio, in direzione della camera del ragazzo, dalla quale non sembrava provenire alcun rumore.

Presa com’era dai suoi pensieri passò accanto ai cassetti senza, inizialmente, accorgersi di nulla, poi tornò indietro e sollevò lo sguardo, notando che uno di essi era aperto.

Con il cuore che le martellava nel petto corse verso la camera del figlio, inciampando più volte nei suoi stessi piedi. Il constatare che mancasse qualcosa dal cassetto aperto l’aveva resa peggio di un blocco di ghiaccio, incapace di razionalizzare.

Incapacità che svanì quando capì che non avrebbe potuto stare dinanzi alla porta della camera di Matt imbambolata, doveva aprirla.

Non avrebbe mai immaginato che potesse esistere qualcosa di così tanto straziante, ne che, in un momento del genere, l’unica cosa che sarebbe stata in grado di fare fosse quella di rimanere immobile, completamente pietrificata, ad osservare con occhi spalancati quanto risultasse innaturale l’ordine che regnava in quella camera rispetto a ciò che vi era al centro.

Il corpo di Matt era a terra, immerso in una pozza di sangue, con un coltello piantato nel petto, semi illuminato dalla luce giallognola della lampada da scrivania, che rendeva il tutto ancora più inquietante e sinistro nel buio.

Ma più inquietante ancora, per la signora Scott, sarebbe stato voltarsi e ad assistere ad un evento assolutamente fuori dall’ordinario.

La sua ombra, ingigantita e sformata, mostrava una fila di denti all’interno di una bocca grande, dipinta in un ghigno, che andava ingigantendosi man mano che si spalancava, per divorare la donna.

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