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Autore

Paolo Fiore

in archivio dal 04 dic 2011

06 agosto 1965, Fondi (LT)

segni particolari:
Medico ...che la malattia si cura anche col linguaggio... il linguaggio si affina anche nella malattia.

In tristitia hilaris, in hilaritate  tristis ( Giordano Bruno )

La felicità è fatta di occhi che si riconoscono.

12 marzo alle ore 20:35

Solo sabbia tranne il nome - Apax Legomena

di Paolo Fiore

editore: Manni

pagine: 256

prezzo: 18.00 €

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Il protagonista del'ultimo romanzo di Paolo Fiore, "Solo sabbia tranne il nome - Apax Legomena" (Manni Editore) è Marco, studente di letteratura e figlio di separati, un "senza fissa dimora" sentimentale, in bilico tra Roma e Berna. Proprio a Berna, città in cui suo padre vive, Marco si ritrova dinanzi all'Angelus di Paul Klee, un'opera che ha su di lui un effetto dirompente. 

"L'Angelus novus (...) sgranava gli occhi sui visitatori allontanandosi da loro per poi sprofondare nella tela in direzione opposta verso il futuro", scrive Fiore. Cosa rappresenta questo quadro e perché Marco ne rimane tanto colpito? Quale chiave di lettura del mondo saprà offrirgli? E, soprattutto, cos'è l'apax legomenon, oggetto delle sue ricerche, quell'unicum che appare nell'intero corpo di un testo solo una volta e mai più?

Marco non è un ragazzo come tutti gli altri. Cerca il senso della vita, utilizza i codici della letteratura per affrontare la realtà, tant'è che ha l'abitudine di indicare le persone con un appellativo, il "simillium, qualcosa che ne indichi l'essenza, anche se, per dirla con Benjamin, un nome, una volta pronunciato, è sempre una "rottura dell'incanto". Marco, dicevamo, è diverso dai suoi coetanei (il cui mondo resta sullo sfondo del romanzo col suo carico di birre, sesso, sigarette, quotidianità, tutto ciò, insomma, in cui si consuma la nostra "esistenza liquida"). Ama intavolare conversazioni assai colte sul senso della vita e il suo interlocutore privilegiato è un anziano professore che lo segue negli studi universitari e che lo spinge a indagare il reale con occhi completamente diversi, "Oh, la realtà... è la scusa che porta sempre chi manca di fantasia", dice Fiore, citando Dylan Dog.

E forse è questa la chiave di lettura del romanzo, che procede attraverso una scrittura colta, non sempre agevole, ma ironica e pungente, capace di far riferimento a Walter Benjamin così come a Socrate, Kirkegaard e Cioran. Nella prefazione al testo, di Alessandro Vergari, si legge: "Il futuro è un angelo in agguato, con il viso rivolto al passato, ripiegato con gli artigli sulla sua preda ignara. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi, ma una tempesta che soffia dal paradiso lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo".

Romanzo di formazione, questo di Fiore cerca di indicare un senso nel nostro scavare tra le rovine del tempo, col suo carico di disillusioni e di incertezze. E il senso è, forse, in quell'apax legomenon di cui dicevamo, nella ricerca di illuminazione sulle cose esistenti e sulla loro unicità, sul nostro stare al mondo in modo comunque irripetibile.

recensione di Tullia Bartolini

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