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Autore

Patrizia D'Errico

in archivio dal 28 ott 2012

16 luglio 1963, Salerno - Italia

mi descrivo così:
Sono mutevole come un cielo autunnale, incosciente come un bambino che non capisce gran parte di ciò che gli accade ma ha una sua precisa idea di come dovrebbero essere le cose che gli accadono, e oggi sono felice, di essere qui.

21 dicembre 2012 alle ore 11:33

Filippo

Il racconto

Mia madre vendeva scatole di latta, libri usati e ogni sorta di chincaglierie con il suo banchetto ambulante sul lungomare del nostro paese giù al Sud.
Era una donna taciturna. Ricordo gli occhiali rettangolari enormi da presbite, ricordo la sua vita da nomade in giro per il mondo a comprare e vendere gioielli che ad un certo punto dopo la morte di mio padre, un bravo skipper, si era fermata, senza cambiare mai il suo modo randagio di esistere.
La nostra casa era un accampamento, poco più di un bivacco. Non avevamo armadi, tutti i nostri abiti erano sparsi alla rinfusa nelle camere da letto e così le pentole e i tegami in cucina, le medicine in bagno, i bagnoschiuma, gli shampoo, le creme, tutto sembrava pronto per essere messo in una valigia e andare, sparso a vista d’occhio per non essere dimenticato. La mia casa, le nostre vite, erano enormi valigie disfatte in un punto qualunque di un viaggio.
Io e mio fratello dopo la scuola ce ne stavamo per strada, non sapevamo cosa fosse l’ora di  pranzo o di  cena. Mia madre usciva la mattina presto, montava il suo banchetto e lo richiudeva qualche ora prima del tramonto. Tornata a casa, se ne aveva voglia cucinava oppure riceveva  clienti a cui leggeva ogni sorta di carte o altro attrezzo adatto alla divinazione. Non ci hai mai chiesto di aiutarla con quelle sue cianfrusaglie, lo abbiamo fatto fino a quando ci è sembrato un gioco. Io adoravo in particolare le scatole di latta. Erano bellissime, provenivano da un altro tempo, ero rapito dalla varietà dei colori, dalla ricchezza da miniature dei disegni, da quel suono di pentole quando le richiudevi.
Ne posseggo ancora qualcuna. Crescendo io e mio fratello abbiamo abbandonato completamente l’idea di aiutare nostra madre in quella specie di lavoro. A stento ci eravamo diplomati ma non concepivamo l’idea di avere degli orari di lavoro: eravamo due nomadi senza meta.
Mia madre morì all’improvviso. Una notte trovai un biglietto sotto l’uscio, lo aveva lasciato un vicino: “ Sua madre è in ospedale”. Era già morta quando arrivai.
Mi raccontarono che l’avevano  raccolta per strada, su di una panchina poco lontana dal suo banchetto: sembrava dormisse. Era morta così.
Quando tornai a prendere le sue mercanzie abbandonate, trovai ben poco: avevano rubato quasi tutto, frugato, strappato. Solo le scatole di latta erano ancora lì. Portai a casa la mia eredità materna, la ripulii e misi tutto in uno scatolo di cartone.
Mio fratello partì; s’imbarcò come aiuto cuoco su di una nave da crociera. Lasciai  la nostra casa, non sapevo nemmeno di chi fosse, i miei genitori erano stati sempre molto vaghi sulla questione e sia io che mio fratello eravamo molto poco curiosi  di faccende di amministrazione domestica.
Consegnai le chiavi al portiere, lasciai la città e  mi trasferii in questo paesino, in questo monolocale.
Mi erano avanzati un po’ di soldi dalla vendita della barca di mio padre, mio fratello mi aveva lasciato anche la sua quota per comprare la mia nuova dimora.
<<Così ogni volta che torno da queste parti ho un buco dove andare a dormire>> mi aveva detto con quell’aria stralunata, lo sguardo spiegazzato come le sue camicie, credo che non abbia mai indossato una camicia stirata mio fratello. Quando lui partì mi chiusi in casa. C’era un campanile proprio di fronte all’unica finestra. Mi piaceva che fosse piccola, me la volevo sentire stretta addosso, come un vestito, anzi, per aderirvi meglio cominciai ad ingrassare. Mangiavo.
Era una preghiera apparecchiare, cucinare, lavare le stoviglie, scuotere la tovaglia, riporre le bottiglie nel frigo: il mio rito, la mia giaculatoria quotidiana. Mi facevano compagnia gli odori, la luce calda del cibo, i suoni degli utensili. Gustare era l’ultimo atto solenne di quel pellegrinaggio. Divenni enorme: un enorme uomo in una piccola casa. Divoravo cibo e  libri,  mi misi a studiare come un forsennato. In tre anni e una sessione riuscii a laurearmi in lettere. Uscivo raramente, mettevo comode, lente, radici.
Dopo quattro anni conobbi quell’uomo. Era un fotografo. Lo incontrai per strada mentre passeggiavo. Lui scattava fotografie per un servizio giornalistico. Mi chiese qualcosa, non ricordo cosa, aveva un accento torinese come mia madre, m’incuriosì.
Disse che mi avrebbe ricompensato se gli avessi fatto da guida per qualche giorno. Era un uomo dai gesti rapidi, di poche parole, sui quaranta, uno sguardo sferzante. Gli offrii di stare da me, si trattava di pochi giorni, ci saremmo arrangiati. Si chiamava Alessandro. Alessandro Parisi.
Cenammo in silenzio quella sera. Dopo cena lui si collegò al suo portatile, io me ne andai a letto, sul divano della cucina, gli avevo ceduto la mia camera da letto.
Il giorno seguente mi chiese di uscire di buon’ora.  Salimmo sulla sua auto e cominciò una giostra di telefonate, soste ” per qualche  scatto” come diceva lui, una miriade di caffè consumati in fretta tra uno squillo e l’altro del telefono o della corrispondenza elettronica e perfino del fax. Aveva tutta una serie di diavolerie elettroniche a portata di mano che adoperava con una disinvoltura frenetica. Io avevo molto tempo per osservarlo, non dovevo fare altro che dirgli dov’era questa o quell’altra strada. All’improvviso mi fulminò un pensiero: perché mi aveva chiesto di fargli da guida? Aveva il suo navigatore satellitare, che ci facevo lì io, veramente?
Glielo chiesi la sera a cena. Ero distrutto, avevo passato una giornata ad un ritmo infernale. Mentre cucinavo lo sentivo ancora trafficare con i suoi giocattoli elettronici, mi sfiniva solo guardarlo.
Dopo cena glielo chiesi. Aveva un caffè fumante tra le mani. Aveva ancora quella furia nei gesti, nel tovagliolo quasi gettato di lato dopo ogni rapida asciugatura, nella smorfia dolorosa con cui deglutiva. Glielo chiesi.
Mi guardò: era un deragliamento quello sguardo, mi sembrò quasi di sentire le ruote che stridevano sulle rotaie. Il suo corpo si spense, si acquietò. Rimasero accesi solo gli occhi.
<<Ti stavo cercando >> disse.
Mi faceva quasi paura adesso.
<<Chi sei?>>
<<Un amico di tuo padre>>
<<Mio padre è morto>>
<<Lo so>>
Non sapevo cosa fare, dove guardare. Le campane cominciarono a dondolare all’improvviso, imbruniva. L’uomo si alzò, mi fece cenno di seguirlo.
Si diresse al suo portatile, abbandonato sul letto. Lo accese, cercò qualcosa poi me lo porse, con una delicatezza insospettabile in un uomo così scattante. Erano immagini, fotografie.
Mio padre apparve dopo diverse immagini, dopo una serie di paesaggi straordinari. Pensai che Alessandro avesse una magia potente nello guardo, un lasciapassare speciale che gli consentiva di viaggiare nella materia stessa degli oggetti, delle persone, dei paesaggi, e viaggiando catturava significati e angolazioni assolutamente nuovi, mai visti, invisibili. Mentre guardavo smarrito quell’enorme saccheggio alla bellezza, mi ritrovai davanti il viso di mio padre. Sorrideva, chino su di una barca, intento al suo lavoro. Non me lo ricordavo così giovane, così felice.
<<Devo molto a tuo padre>>
La voce di Alessandro mi riportò in quella stanza, mentre si spegneva l’eco del suono delle campane. Allora il silenzio avvolse tutto, anche le mie ovvie domande.
Restai muto, sapevo che l’uomo prima o poi avrebbe ripreso a parlare.
Proverò a raccontarti la sua storia come l’ho sentita dalla sua voce e dalle sue parole.

“ Avevo vent’anni quando lo conobbi. Ero uno stupido ragazzo ricco in cerca d’avventure e di rogne. Ero spesso su di giri, capisci cosa intendo? La mia famiglia aveva assunto tuo padre come skipper per una regata. Per tutto il tempo non feci altro che tormentarlo e provocarlo, ero sicuro che non mi avrebbe potuto affrontare. Mi ignorò per tutto quel giorno eppure ti assicuro che ero veramente un cretino. Al ritorno fui l’ultimo a scendere dalla barca, ero un po’ ubriaco, continuai a provocare e ad insultare tuo padre, mi stizziva quella sua calma. Non sapendo cos’altro
f are per farlo arrabbiare mi misi a pisciare sul ponte. Fu allora che me le diede di santa ragione.
Qualche giorno dopo, per scusarmi, gli portai un po’ di fotografie che avevo scattato alla sua amata barca.
<<Tu sei nato per fotografare>> mi disse
Fu una rivelazione.
Smisi di fare il deficiente e cominciai a studiare sul serio. Finalmente usavo i miei soldi per fare qualcosa di buono. Ho avuto grandi maestri, ho viaggiato molto, mi hanno insegnato a guardare. Ogni volta che realizzavo un buono scatto, pensavo a tuo padre, ogni volta che fotografare mi faceva sentire vivo, utile, provavo una grande gratitudine per quello skipper che mi aveva fatto scoprire chi ero.
Presi ad andarlo a trovare ogni volta che i nostri ritorni coincidevano. Mi offriva le sue birre analcoliche ghiacciate e ascoltava i resoconti dei miei viaggi, guardava le mie fotografie.  Quando con quella sua faccia onesta mi diceva: “ Questa è proprio bella”, mi sembrava di aver vinto l’Oscar.
Un giorno parlammo di cose di cui non avevamo mai parlato, me lo ricordo benissimo, mi pare di vederlo qui davanti a me.”

Da quel momento sembrò davvero che ci fosse anche mio padre in quella stanza, anzi, c’ erano solo loro due. I ricordi di Alessandro erano brace viva dentro di lui che come in trance, parlava con mio padre, ora.

<< Alessandro sono preoccupato >>
<<Che ti succede?>>
<< Il cuore. Il mio medico vuole che mi ricoveri, dice che l’infarto alla mia età è fatale.>>
<<Il tuo medico è un coglione, ti porto da mio zio, è un bravo cardiologo, non ti preoccupare  >>
<<Non sono preoccupato per me. I miei figli devono andare a scuola, non possono continuare a fare i randagi appresso a me e mia moglie. Se me ne dovessi andare vorrei saperli al sicuro  da qualche parte>>
<<Dove vivete?>>
<<Due stanze ammobiliate nel quartiere lì di fronte.>>
<<Metti su casa, una casa vera. Vattene a vivere nell’appartamento che mi ha lasciato mio nonno, è enorme, non ci abiterei mai. >>
<<Che significa “vattene a vivere”>>
<<Vai lì, prendi la tua famiglia, datevi una sistemata, poi mi paghi l’affitto>>
<< Quanto>>
  <<Poi vediamo, non me ne frega niente dei soldi.>>
- Vediamo adesso>>
<<Senti, io sono una testa di cazzo, ho speso in macchine, bourbon e scommesse due volte il prezzo di quella casa abbandonata che tu puoi far rivivere.  Io ne ho altre di case ma di amici come te nessuno, non farmi aspettare di morire per regalartela: te la regalo, domani vado dal mio notaio e ti porto l’atto di proprietà>>
<<Tu sei matto>>
<<Dai skipper, attracca e goditi la famiglia>>
<<D’accordo ma tu non fare cazzate, prendo la casa e ti pago l’affitto, d’accordo?>>

Riuscii a convincerlo a sistemarsi in quella casa ma non accettò mai che gliela regalassi. Dopo un mese sono partito all’improvviso, ebbi appena il tempo di salutarlo. Ho vissuto in Inghilterra per otto anni. Sentivo tuo padre ogni tanto. Ho saputo della sua morte solo dopo due mesi che era avvenuta. Ho passato altri dieci anni in giro per il mondo fino a quando, quatto anni fa, sono tornato definitivamente. Proprio quando tu hai lasciato la casa e sei venuto a vivere a Soleria. Il portiere dello stabile ha restituito le chiavi al mio notaio che era al corrente di tutta la faccenda.  Fu proprio lui ad informarmi di quello che avevano fatto tuo padre  e tua madre fino alla loro morte.”

Alessandro si passò le mani lunghe sul viso: <<Potrei avere un altro caffè?>
Andai a prenderglielo. Quando tornai era in piedi, la mani affondate nelle tasche, guardava fuori. La luce dell’unico lampione arrivava di sbieco sulle campane: sembrava che il tempo si fosse fermato, che tutto potesse accadere da un momento all’altro.
<<Il caffè>>
Si girò lentamente. Si rimise seduto sul letto e riprese a raccontare.

“Avevano continuato a versare una quota per il fitto della casa, su di un conto corrente a mio nome, per vent’anni, senza perdere nemmeno un mese. La banca alla morte di tua madre mi ha avvisato che c’era un bel gruzzolo da loro che mi apparteneva. Dannati soldi.
Ti ho cercato. Non è stato facile trovarti. Non è stato facile ma non smettevo mai di pensare a questa faccenda. Ti ho rintracciato già da un po’ ma non sapevo come fare ad avvicinarti, non sapevo come fare per… mi sono inventato la storia della guida, prenditi questi dannati soldi, non li voglio. Sono riuscito a fare qualcosa di buono nella mia vita perché tuo padre mi ha fatto sentire speciale, accidenti, quella faccenda della casa era proprio una bella cosa, non me la togliere.”
Era addolorato, sarebbe crollato se non gli avessi dato ascolto.
<<D’accordo, grazie. >>
<<Che ne dici di uscire per una birra?>>
<<Analcolica ghiacciata?>>
Mi sorrise, per la prima volta. Sembrava un ragazzo.
Da allora siamo rimasti sempre in contatto e appena possibile ci vediamo.
Non volevo che quel denaro servisse solo a me, così decisi di mettere su un locale, un posto dove mio fratello avrebbe potuto lavorare come cuoco e fermarsi, finalmente. Ci ho provato due volte prima di capire che mio fratello era un randagio, come mia madre. Ci ho messo due locali e un omicidio per capirlo.

Scusa, ho bisogno di una pausa, non per cercare le parole, le ho
cercate a lungo, messe in fila e spostate tante volte nella mia mente, quello che mi serve è  un’intonazione, un peso giusto da mettere nella mia voce per continuare a raccontare.

Aveva un naso enorme. Su quel viso stava bene, era un paesaggio armonioso quella faccia, la vegetazione fitta della barba si estendeva fino alle chiome dei due alberi delle sopracciglia.
Il promontorio del naso la solcava tutta  come l’ultima duna prima dell’oasi. Aveva sempre una birra tra le mani. Cenava spesso da noi e soprattutto beveva.  L’ho visto raramente scambiare qualche parola con altri clienti, camionisti per lo più. Era un locale situato a ridosso di un’autostrada, frequentato da gente costretta a viaggiare per lavoro. Randagi come noi: “ Stray cats”, lo avevamo chiamato.
Pierluigi una sera litigò con il tizio che ti ho descritto, per una banalità, carne troppo cotta, poco cotta, nemmeno me lo ricordo più. Vennero alle mani, una scenata pazzesca. Se mio fratello aveva piantato tutto quel casino per una cavolata voleva dire che qualcosa non andava. Gli parlai, la sera stessa, sembrava un folle, un drogato in astinenza:  se ne voleva andare. Non riusciva a fermarsi più di un certo tempo, si sentiva in trappola, lo tratteneva solo la gratitudine nei miei confronti che avevo  usato tutto il denaro a nostra disposizione per mettere su qualcosa che potesse garantirgli una casa e un lavoro.  Pierluigi era uno sradicato, un senza radici, uno che non riusciva ad appartenere a nessuno, nemmeno ad un progetto, ad un’idea. Nemmeno a me.
Io mi ero salvato da questa sindrome familiare perché dopo la morte di mia madre mi ero fermato con il corpo e avevo imparato a viaggiare con la mente; avevo viaggiato nello spazio e nel tempo studiando filosofia, psicologia, antropologia, lingue. Mi ero lasciato attraversare dalle parole e dal pensiero di altri uomini, avevo amato intensamente il mio progetto di laurearmi , di conoscere. Tutti questi sentimenti erano le mie radici, la mia storia. Pierluigi invece era fuori dal mondo. Non gli rimaneva che continuare a saltellare di qui e di là per giustificare a se stesso il senso di estraneità profonda che continuava a provare.  Capii che se fosse rimasto sarebbe impazzito.
Lo aiutai a trovare un ingaggio come aiuto cuoco su di una nave, sarebbe partito entro un mese. Era deciso.
La sera prima della partenza quell’uomo tornò al locale. Era ubriaco. Cominciò ad insultare Pierluigi che non lo sentiva perché era in cucina dall’altra parte del banco. L’uomo non la smetteva. Piano piano il locale si svuotò. Rimasero solo pochi curiosi, poi solo  io e i due buttafuori che cercavamo di fare uscire il tizio. Pierluigi uscì dalla cucina attratto dal baccano. Guardava quell’uomo come se fosse un insetto fastidioso. Cominciò a picchiarlo. Dopo poco l’uomo sanguinava, dal naso, dalla bocca. Ho afferrato Pierluigi per le spalle e l’ho scaraventato al lato opposto della sala. Volevo solo che smettesse di picchiare quell’uomo. Perse l’equilibrio. Cadde. Deve aver sbattuto la testa. Non mi ricordo. Morì due giorni dopo in ospedale. L’uomo si salvò.
La polizia indagò brevemente e poi archiviò la morte di mio fratello come accidentale.
Una fatalità. Ma il fato si era servito di me per portare a compimento i suoi disegni: questo nessuno sembrava ricordarselo, nemmeno io.
Nelle testimonianze non comparve mai il fatto che io lo avessi spinto. Un piccolo fotogramma tagliato ed ecco un altro film, una storia completamente diversa: Pierluigi aveva perso l’equilibrio da solo nel corso della colluttazione.
Quel particolare, la spinta, era scivolato via dalla memoria di tutti i presenti, soprattutto dei due buttafuori che erano proprio lì vicino, come mai?
Perché io me ne sono ricordato dopo mesi, all’improvviso?
Ero allo Chez Marie, il locale dove ci siamo conosciuti. Mi ero messo in affari con i due buttafuori, quelli che erano con me quando mio fratello è morto.
C’era complicità tra noi, una strana intesa. Erano venuti a chiedermi di aiutarli finanziariamente a mettere su un nuovo locale. Li aiutai poi divenni socio. Quando mi ricordai di quella spinta mi furono chiari tanti dettagli fino a quel momento oscuri.
Accadde una sera. Un uomo strava ballando con la sua donna, la faceva volteggiare con una certa energia; la spingeva e la riacchiappava dopo ogni giravolta. Ad un certo punto gli sfuggì, la spinse  e non riuscì a riacchiapparla. La donna perse l’equilibrio e cadde all’indietro. Mi sembrò di vedere quella scena al rallentatore: il corpo sbilanciato, la gamba sollevata, le braccia che nuotavano nell’aria, la caduta inesorabile nella sua traiettoria perfetta d’atterraggio, il tonfo. Era avvenuto in un istante fuori di me. Dentro, invece, si era srotolato lentamente il frammento che avevo nascosto nell’ultimo anfratto della mia memoria. Mio fratello era morto perché io l’avevo spinto e allora lui aveva perso l’equilibrio e poi e poi. Il frammento, dolcemente, si era ricollegato alla sua sequenza. Me ne tornai a casa. Avevo ospiti quella notte.
Cominciarono ben presto a sfilare nella luce spettrale del lampione,
sulle campane di fronte alla finestra, da cui guardavo, insonne.
Sfilarono il rimorso, la disperazione, la banalità del male, la nostalgia. Ero annichilito dai loro assalti, da questo loro improvviso pretendere udienza. Non avevo nemmeno una risposta, niente con cui sedare il tumulto.
Me ne stetti lì, su quella poltrona di fronte alla finestra, per un tempo, un brandello di tempo, una quantità, giorni forse.
All’improvviso i colpi alla porta e le scampanellate erano talmente violente che mi precipitai istintivamente ad aprire: erano i  miei soci, non mi vedevano da giorni dissero, non avevo risposto al telefono, stavano per buttare giù la porta, credevano fossi morto.
Ci sedemmo. Uno di loro cominciò a preparare un caffè.
<<Che ti succede?>>
<<La spinta>> riuscii a dire. Mi sentivo sporco, non mi lavavo da chissà quanto tempo, avevo i pensieri intorpiditi dalla mancanza di sonno.
<<Quale spinta?>>
<<Mio fratello>>
Abbassarono la testa. Incrociarono le braccia. Quasi simultaneamente deglutirono.
<<Non serve adesso Filippo, come non sarebbe servito allora andare in galera >>
<<E’ stato un incidente, fattene una ragione>>
<<Vi devo qualcos’altro per il vostro silenzio, oltre i soldi per il locale?>>
<<Non la mettere così Filippo, non siamo due pezzi di merda>>
<<E poi io ero sicuro che tu te lo ricordavi di averlo spinto>>
Li guardai. Chi erano? Di cosa stavamo parlando? Mi alzai. Me ne andai in bagno a lavarmi.
Ho continuato a vivere, a lavorare, come un sonnambulo, fino alla sera dell’esplosione. Il resto lo conosci.
Filippo.

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