La matta

Glauco e Riccardo

Arrivarono il giorno dopo di buon’ora.
A quell’uomo tutti i pacchi sparsi sul pavimento fecero una strana impressione: gli sembrarono treni deragliati i cui vagoni, divelti da qualche brutale forza sconosciuta, nascondevano chissà quali inenarrabili resti. Si addentrò nel labirinto scomposto di custodie di cartone abbottonatissime, nelle loro sciarpe integrali di scotch: pudori incomprensibili di carta gommata. Sospirò, erano troppe. Venne a salvarlo l’armata Brancaleone della Ditta Traslochi. Gli sembrarono uomini primitivi con le carcasse delle loro enormi prede gettate sulle spalle. Non capiva niente di quello che a gran voce non la smettevano di urlarsi: grugniti, urla di guerra, fischi forse di segnalazione, per l’avvistamento di pericoli o di prede succulente.
Un milanese a Salerno, via Porto 106, nel giorno del suo trasloco. Era un uomo piuttosto magro, alto, che riusciva a portare con una disinvoltura ammirevole quel nome che lo sovrastava come un enorme cappello: Glauco, omaggio della mamma a Glauco Mari e alla sua delirante passione giovanile per il teatro.
Nel pomeriggio del giorno dopo aveva già appeso l’ultimo abito. L’efficienza milanese imparata e il gusto minimalista naturale del suo carattere, avevano avuto rapidamente ragione del caos primigenio del giorno prima. Le sue due stanzette più servizi erano sistemate: camera da letto, studio, accessori. Lineare e sufficiente per realizzare la sua missione in quel luogo.
Lo squillo del cellulare lo sorprese:
“Allora, ti sei sistemato?”
“Si, tu a che ora arrivi?”
“Domani mattina, 10\10.30”
“D’accordo.”
“Stai bene?”
“Credo di si. Tu?”
“Sto bene, sto bene.  A domani allora.”
“Ti aspetto.”

Riccardo era il giorno, Glauco la notte, Riccardo il proscenio, Glauco le quinte, Riccardo il fuori, Glauco il dentro di quelle loro vite simbiotiche. Il fatto che fossero fratelli e gemelli era un dettaglio che da solo non poteva spiegare tanto leale attaccamento. Era stato qualcos’altro ad instillare nelle loro anime quel sentimento da commilitoni in trincea.
Lo squillo del cellulare lo irritò, stava guardando il mare ora, non aveva mai avuto un orizzonte di acqua e scaglie di luce, aveva vissuto sempre a Milano a differenza del suo fratello vagabondo.
“Ciao nonna, come stai?”
“Sono un po’ preoccupata per voi”
“Sto bene nonna non ti preoccupare”
“Il nonno parte stasera, arriverà domattina”
“Anche Riccardo”
“Quando andrete lì?”
“Domani”
“Fammi sapere, poi.”
“Si nonna, d’accordo. Ti bacio, ciao.”
Tornò al suo nuovo orizzonte, come a riprendere un dialogo interrotto, come in attesa di qualche rivelazione. Si ricordò del motivo per cui era lì.
Sua madre era matta. Così gli gridavano a scuola quand’era piccolo:  Tu sei matto, come tua madre. Matto! Matto!
Riccardo li prendeva a calci e pugni. Lui niente, rimaneva muto, piangeva solo quando Riccardo le prendeva e lui non sapeva aiutarlo.
Il padre era morto giovanissimo, Glauco se lo ricordava appena, come una parola di un’altra lingua, poco usata, sempre un po’ estranea.
La madre matta era ricca. Ricca e matta.
Tanto matta da svegliarli nel cuore della notte e trascinarli fino all’alba per strada, per sfuggire a chissà quale spettrale creazione della sua mente. Tanto matta da lavarli di continuo, da buttare via il cibo cucinato dalla governante o le buste della spesa se per caso sfioravano il pavimento. Tanto matta. Da convincerli a non raccontare niente delle loro vite: erano vittime di un complotto, i loro nemici volevano dividerli, portargli via la loro bella casa e per fare questo non avrebbero esitato ad ucciderli. Tanto matta.
La realtà per lei era un mondo abitato da forme gelatinose, pronte alla minima pressione a cambiare forma e a rivelare le maschere grottesche dell’orrore, del disfacimento delle loro umane sembianze.
Avevano otto anni Glauco e Riccardo quando la madre fu ricoverata perchè urlava qualcosa per strada. Non la videro più.
Furono estratti dalle sue viscere un’altra volta ma vennero al mondo senza la fiducia. Erano stati addestrati a vivere in un mondo di ombre, di agguati, di nemici invisibili e potenti. Vissero con i nonni, consacratisi al compito di rimetterli al mondo.
Qualche giorno prima il nonno aveva convocato lui e il fratello e all’improvviso la madre era ritornata nelle loro vite.
Glauco guardava il mare ora e le parole del nonno gli tornavano alla mente come quelle scaglie di luce sull’acqua, una pioggerella di luci sparse:

Adesso
Salerno
risposata

vive

Curata
sconsigliavano
i medici
d’accordo

Adesso
vostra madre

una casa

Prendiamo
pensateci

una vacanza

Qualche mese
vedervi
chiesto
vostra madre

Adesso.

Le gocce cadevano senza rumore nella sua mente, nemmeno un tonfo, nessuna resistenza, Glauco era diventato mare ora e i suoi pensieri piccoli rilievi di onde.
Dormì poco quella notte. Disteso sul suo lettino nuovo, accanto a quello vuoto del fratello, permise al passato di rientrare in scena. Si presentarono i suoi ricordi ma gli sembrò di assistere a delle prove generali: non si capiva il senso dell’opera rappresentata. La sua, le loro vite, erano precipitate nell’inesistente di una follia, non c’era una  lingua, un tempo, un’immagine, per poterlo raccontare. C’era solo un grumo che si dipanava e riattorcigliava a comando nella sua mente, senza perdere mai la sua densità oscura, completamente incapace di una rivelazione chiarificatrice.
Esausto, si riaddormentò.

Riccardo era pallido ma guidava, chiacchierava, fumava, raccontava le sue ultime mirabolanti imprese sentimentali: tutto assieme. Glauco si lasciava invadere dalla vivace presenza del fratello, completamente sedotto dai suoi gesti e dalle sue parole infilate una dietro l’altra con la disinvolta svagatezza di sempre.
Arrivarono, infine.
Nel vialetto antistante la villetta videro parcheggiata l’auto del nonno, era già lì.
Glauco e Riccardo scesero dall’auto, camminavano vicini, lentamente, le mani in tasca, in silenzio.
Erano attesi. Li accolse un uomo di media statura, bruno, con un sorriso incerto, come di chi non conosce le usanze per quell’evento. D’altra parte i due giovani uomini che si ritrovò davanti non lo incoraggiarono a continuare nella sua cordiale condotta. D’altra parte era la prima volta che quell’uomo vedeva i figli di sua moglie.
Lei era in piedi, nell’atrio subito dopo la porta, i capelli scuri raccolti a crocchia, due piccole perle bianche ai lobi, lo sguardo liquido come reso umido dal vento, il naso dritto e sottile alla fine del quale si aprivano due piccole fosse che s’intuivano morbide al tatto, e più giù, la bocca, serrata, come un uccello con le ali raccolte. In attesa.
Furono lasciati soli.

Glauco parlò per primo mentre Riccardo, pallidissimo, guardava lui e la madre con una intermittenza quasi perfetta, sincronizzata sulla sua voglia di scappare e di rimanere.
Glauco era dietro di lui, quasi coperto alla visuale dal corpo robusto del fratello.
‐ Ciao mamma come stai?
‐ Ciao Glauco – le si spezzò la voce sull’ultima sillaba.
Null’altro, per un tempo incalcolabile.
‐ Ci sediamo?
Riccardo lo disse così, fuori tempo, fuori da quell’onda gigantesca che continuava ad infrangersi e spaccarsi dentro di loro.
Fuori tempo. Ricccardo deragliò istintivamente le loro vite dal passato al presente, da un tempo sospeso, irreale, ad un tempo reale, lì, ora.
‐ Sediamoci – disse la donna, e il tempo riaprì gli occhi.
C’era un vento bizzoso fuori, entrava a onde dalla finestra aperta, attorcigliava l’aria facendola fischiare dolcemente, mentre si scioglieva giocando, intorno ai volti assorti, nella piccola peluria morbida delle braccia, nelle fessure delle mani piegate sul tavolo, chiuse, come a voler trattenere qualcosa.
La donna cominciò a raccontare, aveva uno sguardo inerme e forte, Glauco avrebbe voluto abbracciarla, a tratti gli sembrava di riconoscerla, di ricordarsi qualcosa di quegli occhi, di quelle mani, si smarriva nella dolcezza di quella indagine, sussultava quando ritrovava su quel volto frammenti del suo, di Riccardo, del nonno, indizi che comparivano e scomparivano come ombre, lasciandolo con un desiderio sempre più vivo, quasi disperato, di toccare quella donna, di stringerla, per impedire che si dissolvesse all’improvviso.
Riccardo ascoltava la madre ma spesso distoglieva lo sguardo per guardare Glauco, aveva negli occhi lo stesso furore di quand’erano bambini e lui difendeva il fratello dagli insulti dei compagni. Avrebbe voluto abbracciarlo, gli apparteneva dolorosamente, in quel momento più che mai perché sentiva, oscuramente, che quella donna se li stava riprendendo e per farlo, lui da padre doveva tornare figlio, ma non era pronto, non voleva, non lo aveva previsto.
‐ Per noi sei un’estranea, lo capisci vero? Ci vorrà del tempo per fare non so cosa, in futuro intendo, per quanto riguarda il passato, è passato, appunto, inutile rivangare, non credi?
Lo disse tutto d’un fiato: l’ultima disperata resistenza, se ne accorse mentre lo diceva e gli occhi gli si riempirono di lacrime di rabbia.
‐ Riccardo – lei non lo aveva ancora chiamato, fino ad allora.
‐ ‐ Riccardo – suonò come un nome ma più lungo di un lungo discorso.
Lo rimise al mondo così, chiamandolo, e lui smise di resistere.
Il vento si era placato, la luce era di nuovo un velo liscio che avvolgeva tutto nella sua luminosa trasparenza.

Il nonno li accompagnò alla loro auto, non si erano voluti fermare per il pranzo, volevano rimanere soli.
Non dissero niente di speciale per salutarsi, affidarono tutte le loro emozioni ai gesti, agli sguardi, allo stringersi furtivo delle mani.
Tornarono a casa. Albino li guardò attraversare l’atrio, le mani affondate nelle tasche, un pensiero bizzarro gli attraversò la mente: quelli erano i suoi figli, ormai grandi, laureati, professionisti, vivevano al nord dove si erano impiegati a condizioni più vantaggiose che se fossero rimasti lì, con lui, con loro. Nipotini e matrimoni neanche a parlarne, giovani moderni, in carriera, si sa, ma insomma, già avere avuto due ragazzi così belli, alti poi, lui ed Elena non lo erano poi tanto, e così affettuosi, educati …
Come richiamati dal ronzio dei suoi pensieri i due uomini si girarono e tornarono indietro, sembrava proprio che si dirigessero verso di lui, che strano, non poteva essere che avevano sentito i suoi pensieri, no, che idea …
‐ Chiedo scusa, vorremmo comprare del pesce, ci indicherebbe una …
‐ C’è una pescheria proprio qui all’angolo, cosa vi occorre?
‐ Quest’odore di mare ci ha fatto venire voglia di mangiar cozze
‐ Ve le vado a prendere e ve le porto io, il pescivendolo è amico mio, state tranquilli
Glauco e Riccardo non avevano mai sentito dire niente del genere al portiere di un palazzo, non sapevano cosa rispondere. Sorrisero, annuendo, nel timore di offendere tanta inattesa gentilezza.
Quando ricomparve, davanti alla porta della loro casa, Albino era trionfante, la busta trasparente piena di cozze di un nero acceso in una mano, e nell’altra, una busta con dei limoni e un barattolo di pepe precipitato sul fondo: Albino aveva pensato a tutto.
Lo fecero accomodare, chiesero quanto dovevano e senza accorgersene, finirono a chiacchierare di impepate, limoni, pepe, sistemi di pulitura e cottura.
La cucina si animò di odori salmastri, di caldi effluvi graffiati dalla freschezza aspra del limone, dall’anima scura e profonda del pepe; sparsi ovunque, chicchi neri neri, gusci scuri, lustri d’acqua e luce, spicchi di limone di un giallo esploso gocciolante.
Riccardo fumava appoggiato alla ringhiera del balconcino della cucina, guardava il fratello, non lo aveva mai visto così a suo agio, morbido nei gesti, completamente invaso dalla cerimoniosa presenza di quell’uomo: come si chiamava? Albino, si, gli sembrava si fosse presentato così, quella mattina al suo arrivo, gli aveva dato il benvenuto in quello stabile. Che tipo. Sembravano in confidenza lui e il fratello di solito così schivo. Ebbe voglia di partecipare anche lui a quell’intimità, voleva lasciarsi andare, voleva diventare acqua, sentì di nuovo arrivare le lacrime agli occhi. Si girò, verso il mare. Piangeva. Si sentiva solo, monco, derubato, tradito.
‐ Riccardo vieni, è pronto
Rientrò. Congedarono Albino che non ne volle sapere di restare, Elena lo stata aspettando.
SI misero a tavola, lì, di fronte al mare. Riccardo sembrava un po’ più piccolo con quegli occhi rossi e senza più quella furia abituale nello sguardo. Glauco sembrava un po’ più grande mentre giocava a fare il padrone di casa.
‐ Hai pianto
‐ E’ il pepe
‐ La cipolla fa piangere, il pepe fa starnutire‐ Risero.
‐ Che pensi?
‐ Niente Glauco, sono stanco
‐ Me l’aspettavo più vecchia
‐ Vorrei dormire un po’, ho viaggiato tutta la notte
‐ Ti assomiglia, hai visto quanto ti assomiglia?
‐ A ‘mpepata e cozze… mangia Glauco, a Milano te la sogni una roba così e poi lì non c’è Albino che te la va a comprare
‐ Che brava persona
‐ Un po’ buffo, che vi dicevate a parlare così fitto fitto come due innamorati?
‐ Ma smettila… gli ho chiesto se aveva figli, ha detto no, non sono venuti…
‐ Sono venuti, eccoli qua: i figli di Albino, da Milano con amore!‐ Risero fino alle lacrime.
‐ Però quell’omino mi piace, è buono, sarebbe stato un bravo padre. Facciamo il caffè?
‐ Sei diventato un salernitano perfetto: a ‘mpepata e cozze e ‘o caffè
‐ Mi piace stare qui, non voglio partire subito, tu?
‐ Parto domani
‐ Voglio andarla a trovare, non le abbiamo portato niente, è stato tutto così veloce. Vieni anche tu, poi te ne torni a casa
‐ No Glauco, non me la sento, voglio tornare a Milano, ho da lavorare
‐ Promettimi che tornerai, che andremo assieme a trovarla, vorrei vederti sereno, lì, con lei
‐ Mi fa una tale rabbia tutto questo … perché?
‐ Forse hai paura, sei troppo abituato a fare a calci e pugni con il resto del mondo, dai fatti amare … ‐ e lo abbracciò per farlo ridere. Lui se ne scappò sul balcone, a fumare.
‐ Tu le vuoi già bene?
‐ Credo di non avere mai smesso di volergliene, è un fatto naturale
‐ Io no, perché?
‐ Non lo so, ci devo pensare – lo vide così: appoggiato alla ringhiera, fumava, lo sguardo smarrito che guardava chissà cosa.
‐ Riccardo … ‐ si girò, aveva un abisso nero negli occhi.
‐ Il caffè ... ‐ riuscì a dire.
Albino raccontò tutto ad Elena, tranne le sue fantasie paterne.
Elena qualcosa intuì. Dopo pranzo, mentre il marito sonnecchiava davanti al televisore, gli disse a bassa voce: ‐ Io ti sposerei altre mille volte, figli o non figli, altre mille volte.
Riccardo e il nonno partirono il giorno dopo. Glauco rimase, gli piaceva quella casetta vicino al mare, vagheggiava d’acquistarla. Avrebbe pensato il nonno a sostituirlo al lavoro, era il suo capo. Riccardo tornò ai sui progetti umanitari: destinazione Bruxelles, poi chissà.
Glauco andava spesso a trovare quella donna, sua madre, e quando tornava a casa, scriveva lettere.
Caro Riccardo,
è tardi ma le luci del porto prorogano all’infinito l’illusione che la notte sia remota. Sono qui, slegato da tutto quanto fino a ieri mi sembrava indispensabile: lavoro, amici, amore. Sono qui, attaccato alla vita con un unico ormeggio, una fune rimasta nascosta tra le altre in tutti questi anni, creduta smarrita per sempre e adesso unico attracco, unico sentiero capace di ricondurmi a casa. Sono sereno.
Bonifico questo pezzo del mio cuore con nuovi ricordi, mi lascio attraversare dall’amore di questa donna ritrovata, miracolosamente, alla fine di una irreparabile tempesta.
E tu? No, non parlare se non puoi, non mi rassicurare, non mi nutrire più della tua forza. Io sono al sicuro, in pace con me stesso, grazie a te che mi hai accompagnato fin qui.
Adesso ho capito perché provi tanta rabbia, hai dovuto indurirti per lasciare a me la tenerezza, la fiducia che è come una pelle morbida e porosa, attraverso la quale la vita si insinua dentro di noi. Tu sei stato il mio argine, hai evitato che il fiume in piena di queste nostre vite complicate mi travolgesse.
Adesso che ci ripenso, ti rivedo, sempre un passo davanti a me a verificare la sicurezza di tutti gli innumerevoli sentieri, città, storie, persone che ci è toccato percorrere. Adesso che ci ripenso, io non ho mai avuto paura, tu si, adesso lo so. Grazie.
Guardami: sono un uomo, sento questa vita scorrermi dentro senza impedimenti né barriere, sono libero, di amare, cioè di perdonare.
Sono la tua vittoria, il tuo omaggio alla vita, come la dedica incisa sulla prima pagina di un libro bellissimo.
Ti restituisco i tuoi pensieri, la tua forza, il tuo amore disperato, prendili. E prendi pure la mia gratitudine, il mio amore profondo, la mia gioia di essere in questa vita con te. Non siamo più soli. Non sei più solo.
Abbi cura di te. Ti aspetto. Ti aspettiamo.
Con infinito affetto. Glauco