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Poesie di Patrizia Solazzi

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Patrizia Solazzi

  • 19 novembre 2007
    Passo di danza

    Dove sul piano
    immateriale
    passa la mano
    povera luce si incrocia.

     

    Tra le dita passa
    debole il conteggio
    dormendo
    la vergogna

     

     dei sovviene
    e mi ricordo

     

     sogni la colpa
    dei nostri dimmi

     

     spronato ai fianchi
    la soma del basto

     

     tra le orecchie sensibili
    giungono suoni accorti

     

     passando dal si bemolle
    al la:
    domanderò al fa diesis
    il senso
    del passo a ritroso

     

     Uguale, dissi.
    eppur dipende

     

     la scala decise il tempo
    l'armonìa, il luogo

     

     la strada che lentamente svoltava
    mi strinse la vita sinuosa
    in un abbraccio melodico

     

     l'aria che passava
    accennò
    un sospiro silenzioso

  • 19 novembre 2007
    Il soffio

    Il cemento intuisce
    la morbida
    lontananza del fuoco.

     
    Aggiungerai un dito
    se profondo delinea
    il profilo d'abbraccio
    rotondo,
    sulla coltre del magma
    che si spegne .

     
    Spegne il soffio
    gentile
    di morbide labbra
    e scontate intuizioni
    sulla luce tremante
    resta
    un passo di danza ,
    regalo distratto
    prima del volo
    che solleva novizio
    dei passanti il soffio.

     

    Polvere e sabbia
    di pensieri astratti
    sul collo gentile,
    mormorando colori
    e forme
    e idee sorgenti.

     

    Dalla mano sinistra
    volava alla destra il voto
    che d'anima e promessa
    stringevi il dito d'oro.

     

    Mai tolta fu la promessa
    per il corpo che richiude
    discreto
    del velo leggero
    il fuoco,

     

    Brilla la lucciola nel vaso
    smette del merlo il canto
    aggiungerà il buio
    alla sera che si fa notte

     

    Così rompe ora il tratto

     

     L' incantato frullo d'ali
    che mosse l'aria
    trasformando il vento
    in sogni

  • 19 novembre 2007
    L'ala della mosca

    Partiremo per la destinazione sconosciuta
    quella scala ritorta
    che alzandosi da sotto
    la bella sortita della porta
    andrà avanti più spericolata di noi.

     

    Ma proprio quella dolcezza scattante,
    verrà ambigua e inconsapevole,
    la premura che avanza scalpitando,
    come una serie di cerbiatti appassionati
    nello strappo della sera.

     

    All'improvviso il mormorio andante
    delle nifee che apprezzano la mosca
    appoggiano l'alba sull'ala trasparente,
    così quando noi andremo avanti
    così, fino in fondo.

     

    Allora vedremo
    spazientire l'erba
    laddove prestare i nostri piedi nudi
    per scappare,

     

    e involontari dubbi
    ci sono costati
    i volontari specchi assenti,
    laddove non ci potremo sciolgliere
    se non quando vorremo mostrare le mani,

     

    soggiacere le braccia
    intorno al girotondo
    che dall'interno dell'anima
    presta il suo inconsapevole carillon.

  • 19 novembre 2007
    Le mani

    Le orchidee
    dee dell'amore profano
    carnose nella solitudine
    venosa
    bellissime e mortali
    dal labbro
    invidioso
    sul mento incauto

     

    il collo bianco moriva
    sorridente di senso
    e
    sulle spalle forti
    volontari
    atti
    di ovvia forza
    si strinsero
    per sempre

     

    (per sempre)
    per sempre
    mani generose
    e misteriose
    si compresero.

  • 19 novembre 2007
    Le carte smarrite

    Desto il canto della libellula
    traspare.

     

    Articola anime diverse
    vibrando i colori,
    matrici di spettri.

     

    Ordinate le vertigini
    tra le fosforose
    spallette di muschi.

     

    Morbidi capelli di
    Veneri addormentate.

     

    Tra gorghi schiumosi
    trasparenti e immensi.

     

    Possesso di avannotti
    trote future
    e vigorose
    lucide ed energiche,

     

    tremanti ali
    costeggiano
    bordi ombrosi.

     

    Cime di ciglia addormentate
    nel sogno diverso.

     

    Sorride il pomeriggio
    tramando
    sulla sera limpida,
    orgogliosa di venti serali.

     

    Sorpresa
    di centine abbandonate
    e sassi levigati.

     

    Ormai incontro alla notte
    che di presenze certe
    incanta.

     

    Smarrite le carte
    bordeggiando,

     

    vesti lacere,
    leggere trame sottili.

     

    Ragnatele argentate
    copriranno il sospiro
    dell'acqua
    nera e orgogliosa.

  • 19 novembre 2007
    La ronda

    La ronda passava
    feroce
    laddove il dolore,
    forse
    s'intravedeva lacero
    tra le vene della porta,

     

    vene scure
    di promesse chiuse,
    righe nere
    sui tombini ostili
    dove perdere le chiavi
    della porta
    che avresti aperto
    tra le braccia tenere
    che dire alla notte
    che non passi
    e
    non cerchi
    altra ronda di mantelli
    neri
    sulle vesti velate
    delle stelle fredde.

     

    Per sempre...
    per sempre
    chiudere gli occhi
    per non vedere
    dove andranno
    le parole spente
    e gli addii necessari,

     

    dove cresce
    profondo il muschio
    rimestato dal sospiro
    di liquidi rimpianti,

     

    Mentre la sera romantica
    squarcia il nostro addio
    definisce le rime
    degli argini fangosi,
    di rogge buie
    e
    barluginanti riflessioni

     

    ( trema il dolore
    sui gelsi scuri
    di dita d'inchiostro
    per lettere mai scritte,
    accendere lampioni
    per lune non viste)

     

    Resta tra le canne
    senza fiume
    il nostro amore
    affogato nella benzina
    di un distributore
    acceso tutta la notte

  • 19 novembre 2007
    Vento

    Vento
    a singhiozzo come il pianto,
    come il portone chiuso,
    che la chiave non gira,
    un varco
    che attrae spifferi sibilanti
    e occhi
    che guardano all'interno
    sospettosi e irriconoscenti.
     
    Da sotto la porta
    la lama del sorriso
    ardisce un sospiro,
    gelido come il vortice,
    piatto come il disincanto.
     
    Silenzioso muro 
    bianco di occhi ciechi
    aperti sul vuoto
    un orrido cratere
    dove gettarsi,
    volando nell'aria
    astratto estratto,
    atto di volontà,
    dispetto di violenza
    senza vento.
    ---------
     
     

  • 19 novembre 2007
    Mormorando

    Breve
    il casto incedere
    danzando di mosse leggere,
    quel
    vento inespugnabile
    sottrae
    alla fedeltà della polvere
    che,
    assoluta e mesta,
    inonda la strada
    e
    mediocri solitudini
    e
    personali ordini,
    materici spropositi
    tra sè ordinati
    come
    nel cassetto del mercante
    in vendita
    su banchi
    apprestati da girovaghi.

     

    In quel pomeriggio lontano,
    laddove il vestito
    appoggiava
    le gambe festose
    e
    fermo tra i gomiti
    il gesto,
    notte che si appresta
    e
    che condurrà ancora
    tra le piccole scale
    ritorte e sensuali,
    nello
    scendere senza fiato,
    danza leggera,
    nello sguardo antico
    e
    il nuovo,
    meraviglioso
    mormorio di sè.

  • 19 novembre 2007
    Amico

    La mia spalla sposto
    calda della mano
    che si appoggia
    su di me

     

    sentiero di parole
    sussurrate
    subito
    avvertita di gocce

     

    piove
    apri l'ombrello delle tue parole

     

    piove

     

    passi di silenzio
    vorticosi
    sull'incedere intimo

     

    sposto il braccio
    nell'anello del tuo

     

    cerchio di misura
    celeste di spazio
    rotondo

     

    dove infilare collane

     

    rosario
    di saluti e invocazioni
    gemello di verbi corti

     

    piove

     

    nell'ora della preghiera
    nei quarti battenti
    di tempi incolmabili
    -
    sporgi il palmo
    e senti
    se piove ancora

     

    mi dici di no.

     

    Ci credo

  • 19 novembre 2007
    La meridiana

    La meridiana sospettosa
    dibattendosi sulla riga
    nera
    incrocio sublime
    tra sole e buio
    calcava forte
    scollando
    l'incisione meditabonda
    sul fatto del tempo.

    Tempo di scatti
    improvvisi
    ma lunghi
    impazienti ordini
    crimine incompiuto
    desertico calcolo
    rotolava ferito
    sulla scientifica
    scala distorta.

    Ordine immateriale
    su cui basare il sospetto
    disordine concreto
    su cui affilare lamette

    Il tempo
    geometrico e scaltro
    appariva sottile

    attraverso le mie labbra
    la tua ultima
    ombra leggera

    sulla piega del mio polso
    il tuo misterioso
    ultimo
    taglio di luce.

  • 19 novembre 2007
    Il cerchio

    Cosa,
    cosa
    (al sesto o settimo orrore
    distoglierò lo sguardo )

    il pollice verso
    deciderà
    del suo gesto
    una lingua antica,
    del mio,
    cieca di sollievo
    senza suono.
    sarò parole.

    Cosa,

    astratto il pensiero
    girando inverso
    torna...

    Non ricordo

    il tuo passo tremante
    dalla mano incerta
    prese il coraggio
    e

     

    attaccando lo sguardo
    al vero
    mi dicesti il perché.

  • 19 novembre 2007
    L'indovino

    Presto diventa sera,
    la speciale intensa
    meta,

    direzione nel morbido incantesimo
    mordendo
    la stupida sorpresa,

    spezzando
    la durezza incolta della terra

    inventata

    di erba cementata,
    dove il corto indovino
    mastica la palla di neve.

    Dove la mestizia
    impallidisce lune lontane,
    prendendo le solitarie luci

    (minime
    divisioni dell'occhio dolente)
    traspare di colmo indugio,

    il lento girare dello sguardo.



    della solitudine in barella,
    trascinata di statue

    immote
    e inani


    difronte a tanto battere
    di petto bastardo,

    prodotto imbandito
    alla tavola sparecchiata
    della nostra umanità

    Sporca la notte
    di buio imbandito di cere

    e candele
    scivolose lungo le vie
    delle processioni innaturali

    e preghiere ostili

  • 19 novembre 2007
    Ah, il fuoco

    Fuoco divoratore
    solo per poche strutture,
    per poche modeste
    idee,


    moltiplica la base,
    porta raggi di rotonde morbidezze, 

    stempera
    le grafìe del passato,
    immenso
    nel normalizzare il tepore,

    nel chiedere stanchezza
    mesta


    dolente di guizzi
    restituiti languori


    sorpreso


    gesto infantile
    indicando il racconto
    della luce moribonda
    nel buio spericolato.

    Dormiremo accanto
    restando fermi
    ad ascoltare

     il chiudersi delle porte
    abbandonati alla solitudine
    del lettino immerso
    nello spazio accecato.

     

    Finchè diremo "Guarda..."


    Sotto le coperte alzate la lucetta accesa
    leggeremo un libro
    fino a tardi

     

    fino a che diremo
    "Guarda ..."

    Prese le mani,
    attraverso,
    trasparente pelle di rettile
    chiudendo gli occhi,
    palpebre dolci,
    attraverso.

     

    Finchè diremo
    "Guarda..."


    Mosso il vento leggero
    sulle punte indiavolate,
    attraverso,
    derise di leggende
    e cerini accesi-

     

    Fino a che diremo
    "Guarda.."


    "Guarda!
    Ecco...
    il fuoco."

  • 19 novembre 2007
    Venere

    Raschiava la betulla
    sul carmine genocidio
    volavano piccole eliche
    rotolando
    sulla striscia di sangue
    lordo di pensieri devasti

    schegge impazzite
    rotondi lacci
    strinsero polsi leggeri
    fragili garretti
    di daini impauriti
    tra le froge ansimanti

    la nebbia
    se sale ottusa
    regala pazzia all'anima
    rotta
    data
    e tolta

    ma
    il melangolo
    sprecò aromi
    tappeti di viole antiche
    sullo zucchero candito

    messaggero di sensi
    ardente ancora
    sulla punta delle dita

    perle di messe
    mature di profumi
    portammo il canto
    sul colore e sulla cenere

    ma
    Venere nasceva
    tra i fiori caduti
    gelati di grandine

    rosati tappeti,
    cemento accogliente
    impresso di olii
    di mandorle amare

    senza dio

    e ormai senza più stelle.

  • 19 novembre 2007
    Le rive di un altro mare

    Cielo infinito
    sopra di noi,
    sdraiando l'anima
    senza risacca,
    tremano le schiume
    nei bordi senza fine,
    perduti,
    nel lungo latte stellare.

    vertigine di spazio, volontarie
    le cerimonie di tenebre,
    sostenute
    da incantesimi premeditati,
    probabili giochi
    di notturne vergini,
    destinate
    al discontinuo vortice,
    sorprese
    da comete senza presagi
    e farne presenze
    e spericolate venture dove starsene
    ventilando supposizioni
    al centro della barca ondeggiante.

    Dove, mormorando
    sensi,
    tra il piede e il dire
    che sfiora l'acqua
    immobile e sensuale,

    dove, guardando il bordo
    più in là,
    rotonda vertigine,
    bisbiglia il dolore.

  • 11 ottobre 2007
    Tracce

    Scartavi un dolce,
    lucido appariva,
    colorato
    l'angolo dell'occhio
    sorpreso di viola.

     

    Tracciavi silenzi
    tra le ciglia nere,
    profonde luci
    trasparenti
    sul lago dello sguardo
    intenso
    toglievi l'involucro

     

    di me
    che ti giravo le spalle
    e sulla nuca
    trattenesti i capelli
    osando un sentiero
    di morbide ombre

  • Dove saranno
    i carnefici dell'alba incantata...
    forse sui dirupi più scoscesi,
    forse accanto alle ninfe
    e ai ballerini di tango
    mai stanchi
    dietro le siepi fiorite.

    Uniti in un allaccio improbabile
    di costrizioni incantevoli,
    in passi oggettivi
    innalzano canto e suono,
    abbassando la vita altèra
    immerso nell'aria,
    melodico attrae
    la verità dell'incontro.
     
    Ballano accanto
    alle sere
    che dei tavoli
    prendono esempio,
    stridendo col corpo e gemendo
    di anime stellate.

    Germogliando
    di sguardi mendicanti,
    ormai privi di sé
    incatenati nell'altro,
    incedono
    solitari e impazienti

    Caldo il raggio
    scioglie la musica
    nel corpo delicato e acceso,
    il greto dei fiumi
    che si innalza nell'acqua di piena,
    sprofonda
    negli occhi di chi guarda,
    accarezzando dei corpi
    il senso più doloroso.
     
    Vittime e carnefici
    abbattono il delicato ritmo,
    che artefatto diventa
    un solitario unico destino.
    Al deserto che geme
    di polveri turbinanti,
    mostrando le mani
    attendono il passo successivo.

    Se di caviglie leggere,
    il collo del piede ballerino
    arcua il gesto meritato,
    accarezzerà il punto esatto,
    quello all'angolo,
    tra un raggio di sole
    e uno di buio.
     
    Laddove il suono immerge
    il canto più necessario.
    immerge la mano destra
    e restituisce all'altra,
    il momento del dolore
    quella che svogliata
    prende della vita
    quello che c'è.

    Il passo dell'abbandono,
    il gesto
    del braccio che contiene
    lascia appena,
    sul filo del vuoto,
    mercante di dolcezza,
    senza appoggio,
    del luogo improbabile
    il sospiro dell'erotismo.
     
    Avvicinano  il viso.
    come il soffio di un vento
    dello sguardo, così sia,
    di vittima e carnefice.
     
    Coltello che immerge
    fino in fondo
    delle ciglia
    il moribondo incedere.

    Scambio
    del leggero e intentato karma,
    ammantati di destino,
    correre
    la loro immobilità,
    assalto,
    come un balzo trattenuto
    stupore dell'attesa
    alla probabile menzogna.

    Il suono
    aumenta la portata
    allaga sereno il piano
    e le distese erbose,
    pareggiando il colmo.

    Colmo il sospiro,
    tango
    di un destino impari
    di accenti impazienti,
    di desideri incolmati.

    Traboccano le spalle
    di quel tempo andante,
    stringono le gote
    di sorriso profondo.

    Presto
    andremo sul ballatoio
    a rimirare
    quello che la piena
    porta via e lascia.
    Lascia la mano e prende un destino,
    prende un tempo solo,
    un giro solo.


    Prende in mano
    la pericolosa e intrepida,
    stupefatta
    follia della musica,
    trema nell'orgoglio
    il desiderio
    di mimarne il passo,
    trasporre
    il corpo intatto e corrotto
    tra le mistiche
    orgogliose e raggianti
    intese della mente
    e di quel senso ormeggiato
    nella baia tranquilla
    del porto nascosto
    dalle canne mormoranti,
    e alghe scure che ondeggiano.
     
    Cantano sommesse
    il loro tango
    meraviglioso e disperato

  • 21 settembre 2007
    Il corteo

    Resta,
    quel muto corteo
    sfilando nella cruna,
    aghi per trame
    sottese
    pronte
    per sudari candidi.

     

    Mesti
    andremo svelti
    al desiderato verso
    nel controverso
    controcanto.

     

    Resta,
    le mani di pioggia colme
    mentiremo su noi
    di controvento il caos
    a carte coperte
    i castelli fantastici.

     

    Sdràiati ,
    al limite dell'onda leggera
    fiume placido e grigio
    di nebbie umide
    sui ciotoli bianchi.

     

    Resta,
    si alzeranno le Alzavole
    tra i canneti mormoranti
    e nuovi nell'acqua
    saranno presto
    i girini impazienti
    tra le dita
    dei nostri piedi nudi.

  • 21 settembre 2007
    L'ala della mosca

    Partiremo per la destinazione sconosciuta
    quella scala ritorta
    che alzandosi da sotto
    la bella sortita della porta
    andrà avanti più spericolata di noi.

     

    Ma proprio quella dolcezza scattante,
    verrà ambigua e inconsapevole,
    la premura che avanza scalpitando,
    come una serie di cerbiatti appassionati
    nello strappo della sera.

     

    All'improvviso il mormorio andante
    delle nifee che apprezzano la mosca
    appoggiano l'alba sull'ala trasparente ,
    così quando noi andremo avanti
    così fino in fondo.

     

    Allora vedremo
    spazientire l'erba
    laddove prestare i nostri piedi nudi
    per scappare,

     

    involontari dubbi
    ci sono costati
    i volontari specchi assenti ,
    laddove non ci potremo sciogliere
    se non quando vorremo mostrare le mani,

     

    soggiacere le braccia
    intorno al girotondo
    che dall'interno dell'anima
    presta il suo inconsapevole carillon.

  • 20 settembre 2007
    Il vetro del mare

    Sul porto notturno
    le luci liquide
    ebbre di umidori incerti,
    le navi immense
    (gole di salive sporche
    spellavano corde
    grandi come casti pensieri)

     

    sbattevano il fianco,
    sordo
    di risucchi di miele
    e muschi di fondali.

     

    Scansando la prua
    salmastre onde,
    nere cortigiane,
    sussurravano
    quel movimento restìo.

     

     La campana dei velieri
    ancora batteva
    al rullo languido
    sonoro e lontano
    come il carro
    del viandante.

     

    Sotto il vetro del mare
    lo scoglio nero
    come una bocca dischiusa.
    Tra bagliori di lampare
    lanciava trepido
    molli accenni.

     

     Così i pesci
    e gli altri
    tutti.

     

    Passando.