username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Patrizia Solazzi

in archivio dal 20 set 2007

30 maggio 1955, Milano

mi descrivo così:
Sono una scultrice, scrivo per dare lentezza alla polvere che troppo rapida passa tra le mia dita.

19 dicembre 2007

Raccolgo

Intro: Un ritratto appassionato di un paesaggio e di ricordi che sono entrambi intensi e viscerali. Una poesia in prosa che suona come una dichiarazione d'amore...

Il racconto

Le rane  le ho trovate tutte sul Po.
Con nuovissimi usignoli che rimandavano il canto da un pioppo all'altro nella notte profonda.
Di parole sconosciute, braccia lunghe come la sera che non finiva mai, sui greti ghiaiosi, della umida solitudine degli ultimi stralci di pianura.
Antica come il paraocchi marcio dell'ultimo cavallo da tiro, tra la melma dell'ultimo casale diroccato, sulle balle di fieno secche e ancora gettate là per le bestie,  rotte di forconi arrugginiti.
Raccolgo.
Immagina le piogge invernali che non finiscono mai (ma quando smette) e  le rane sempre là a gracidare sui greti e da milioni d'anni a scambiarsi opinioni.
Che chissà dove sarà morto quel cavallo enorme, sepolto tra i suoi crini lunghi e sudati e gli zoccoli consumati e il mio cuore consumato e pieno di brividi, che allungava ombre notturne anch’esso.
Caldo.
Umido di discorsi così nuovi e vecchi di storie inventate,occhi che indagano sui sentimenti che restano tra i passi lenti della gente di pianura, tra le storie torbide di amori controversi e violenti della gente che lavora troppo.
Ancora le bestie che ruminano e che si sentono nelle stalle silenziose e sapide anch'esse di melma.
Raccolgo.
Gracidano tutte lì le rane che finiscono nei piatti di minestra, che finiscono nella mia  illusione che il tempo sia tornato indietro per un attimo io rida di nuovo spensierata.
Raccolgo.
Notte profonda con le spalle attente al canto del cigno, ai miei capelli che sprecano onde di carezze, sulle sponde del fiume lento e frusciante come la mia gonna. E il tintinnare di una cavigliera improbabile che gioca con le dita sulla caviglia sottile  stella luminosa per la  rotta dei naviganti, coperta di nuvole nella speranza che l'umidità diventi pioggia.
Ancora pioggia.
Dimentico le rane e gli usignoli.
Spendo racconti che tacciono per risentire i gorgoglii della mia terra di pianura.
E le rane e le biciclette silenziose tra le vie strette, che si perdono tra le masserie.
Raccolgo.
Molle di trattore e catene di cane.
Raccolgo.
E le rogge gelate invernali con le donne con lo scialle in testa, che all'alba s'alzano e vanno anch'esse alla stalla gelida, scaldata appena dai fumanti fiati della vacche da mungere.
Raccolgo.
Che non sai che sapore che ha col sugo del brasato che va, nelle cucine linde per ore, col figlio maschio che dorme pensando alla sorella, che chissà chi la corteggia, ci faccio vedere io.
Gente di provincia gente di sangue, caldo, per tutto il freddo bestia che c'è otto mesi l'anno e gli altri un caldo umido insopportabile.
E il Barbera caldo bevuto nelle tazze bianche di noi ragazzi di buona famiglia di città, che allegri non sapevamo niente di tutto il lavoro bastardo dietro alle stalle immense.
Raccolgo.
Alle mani pesanti, alle braccia che non ne puoi più, alle donne ruvide, ai figli che aumentano.
Ed io torno ai miei sedici anni, che non ne sapevo niente della pianura padana, ma come un colpo al cuore ti entra come un coltello affilato e non te lo togli più.
La nebbia davvero si respira tutta insieme, davvero e giocavo a  resistere senza tossire.
Qualcuno ha avuto questo potere, magico gracidare di rane che piovendo dal cielo e riempiendo strade e chiese e spiagge e cieli neri dal greto del Po, volando come il solitario amore  fa di solito nei sogni di adolescente, planando e tornando indietro, gracida ancora tra le rane, tra i pioppi mossi dal vento di notte sulle sponde.
"Vuoi prendere paura…?”
Non presi paura, o forse sì, nel correre all'indietro come l'uomo che venne dal futuro sulla macchina del tempo. Lanciata nello spazio, proiettata come un missile dal circo della donna cannone.
Messa sul sellino della scopa per volare nel cielo di notte.
Proiettata all'indietro come nelle fiabe.
Come il Colombre del racconto di Dino Buzzati vagavo di notte immensa e placida, come un Babau, come l'ultima innamorata, come l'ultima delle stelle che pian piano viene coperta dalle nuvole lattiginose, che 

 

E tolga questo caldo.
E faccia tacere almeno per un attimo tutte queste maledette rane.
E speriamo che domani almeno piova.

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento