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Autore

Paul Celan

in archivio dal 29 mag 2006

1920, Czernowitz, Bucovina

1970, Parigi - Francia

segni particolari:
Il mio vero nome è Paul Pessach Antschel.

mi descrivo così:
Il semenzaio della mia poesia è lo studio della letteratura tedesca, con una passione speciale per il fiolosofo Heidegger.

29 maggio 2006

Stretta

Trasferito nella
landa
dalla traccia inconfondibile:
erba, divisa da scritte. Le pietre, bianche,
con le ombre degli steli:
Non leggere più – guarda!
Non guardare più – va'!

Va', la tua ora
non conosce sorelle, tu sei –
sei a casa. Una ruota, lenta,
sfila da sè, i suoi raggi
rampicano,
rampicano su nerastro campo, la notte
non richiede stelle, non vi è posto
ove si chieda di te.

Non vi è posto
ove si chieda di te.

Il luogo, ove essi giacquero, quel luogo
ha un nome – e non ne ha
alcuno. Non lì, essi giacquero. Qualcosa
giaceva frammezzo a loro. Essi
non vedevano oltre.

Non vedevano, no,
essi discutevano di
parole. Non vi fu
risveglio, il
sonno
venne su di loro.

Venne, venne. Non vi è posto
ove si chieda...

Sono io, io,
io giacqui frammezzo a voi, io ero
aperto, ero
udibile, vi mandavo un ticchettio, il
vostro respiro si adeguava, sono
ancor sempre io; voi
dormite.

Sono ancor sempre...

Anni.
Anni, anni, un dito
tasta in giù e in su, tasta
intorno:
suture, palpabili, qui
si schiude largo un vuoto, lì
s'è colmato, concrescendo – chi
lo ricoperse?

Ricoperse – chi?

Venne, venne.
Venne una parola, venne,
venne attraverso la notte,
voleva luccicare, luccicare.

Cenere.
Cenere, cenere.
Notte.
Notte-e-notte. – Va'
all'occhio, umido occhio.

All'
occhio, va',
umido...

Uragani.
Uragani, da sempre,
turbinio di particelle, il resto,
tu
lo sai bene, noi
lo leggemmo nel Libro, ed era
opinione.

Era, era
opinione. Come
ci afferrammo
l'un l'altro – con
queste
mani?

Era anche scritto, che...
Dove? Noi
vi stendemmo sopra un silenzio,
nutrito di veleno, grande,
un
verde
silenzio, un petalo, cui s'univa
un'idea come di pianta –
verde, sì,
s'univa, sì,
sotto perfido
cielo.

Cui, sì,
come di pianta.

Sì.
Uragani, turbinio
di particelle, restava
tempo, restava,
di tentare con la pietra – essa
era ospitale, essa
non ti tranciava la parola in bocca. Quanto
bene stavamo:

Granosa,
granosa e fibrosa. Striata,
densa;
uvata e radiata; glomerulosa,
levigata e
grumosa; sciolta, ramificata:
essa, la cosa
non ti tranciava la parola, essa
parlava,
amava parlare ad occhi asciutti, prima di chiuderli.

Parlava, parlava.
Era, era.

Noi non mollammo, restammo
dentro, un
corpo poroso, e la cosa
venne.

Venne a noi, venne
attraverso, ricucendo
invisibile, ricucendo
l'ultima membrana,
e
il Mondo, un Millecristalli,
rapprese, prese forma.

Rapprese, prese forma.
Poi...

Notti, frante. Cerchi,
verdi oppure blu, quadrati
rossi: il
Mondo investe il suo intimo
nel gioco con le ore
nuove. Cerchi,
rossi oppure neri, quadrati
tersi, nessuna
ombra d'un volo,
niente
geodesia, nessuna anima di fumo
si leva e sta al gioco.

Si leva e
sta al gioco...

All'imbrunire, impietrita
la lebbra,
fuggite
le nostre mani, nell'
estremo ripudio,
al di sopra
del vallo antiproiettile
presso il muro interrato:

nuovamente
visibili: i
solchi, i

cori, in quel tempo, i
salmi. O,
osanna.

Dunque ancora
vi sono dei templi. Una
stella, certo,
ha luce ancora.
Nulla,
nulla è perduto.

Osanna.

All'imbrunire, qui,
il conversare, grigio come il giorno,
delle tracce d'acqua profonda.

(Grigio come il giorno,
delle
tracce.
Trasferito
nella landa
dalla
inconfondibile
traccia:
erba.
Erba,
divisa da scritte.)

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